I paradisi artificiali
eBook - ePub

I paradisi artificiali

  1. 208 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

I paradisi artificiali

Informazioni su questo libro

Dalla penna del poeta dei Fiori del male nasce, nel 1860, questo testo sui paradisi creati dall'assunzione di droghe, in cui, nella seconda parte, l'autore riprende e traspone le opere di Thomas De Quincey Confessioni of an English Opium-Eater e Suspiria de profundis. In una prosa musicale e conturbante, Baudelaire studia come l'oppio e l'hascisc finiscano presto per tramutarsi, da rimedi, in affascinanti e tirannici veleni dai portentosi effetti di amplificazione, e apre uno squarcio di inesausta attualità sul giogo della dipendenza, sugli abissi dell'immaginazione, sui materiali dell'inconscio e sul rapporto che corre tra vita reale, voluttà artificiali, creazione e poesia. Libro bizzarro, stravagante, profondo, I paradisi artificiali sono un saggio mirabile e un grande poema in prosa, testimonianza di un'epoca in cui hanno radice molte delle inquietudini e dei turbamenti del nostro tempo.

Informazioni

Editore
BUR
Anno
2011
Print ISBN
9788817029056
eBook ISBN
9788858600191
Argomento
Letteratura
Categoria
Poesia

UN OPPIOFAGO

I
PRECAUZIONI ORATORIE

«O giusto, sottile e potente oppio! Tu che sei un balsamo di dolcezza al cuore del povero come del ricco, per lenire ferite che non si richiuderanno mai e affanni che fanno lo spirito ribelle; eloquente oppio! Tu che disarmi le decisioni della rabbia con la tua retorica potente e che almeno per una notte ridai al peccatore le speranze della sua giovinezza e le mani monde di sangue che una volta aveva, che all’orgoglioso doni l’oblio momentaneo di
torti non raddrizzati, offese non lavate,1
che citi i falsi testimoni innanzi al tribunale dei sogni perché trionfi l’innocenza immolata, che confondi lo spergiuro e annulli le sentenze dei giudici iniqui; – sul cuore delle tenebre, con i materiali immaginari del cervello, con un’arte più profonda di quella di Fidia e di Prassitele,2 tu edifichi città e templi più splendidi ancora di Babilonia ed Ecatompilo,3 e dal caos d’un sonno pieno di sogni evochi alla luce del sole i volti delle belle da tempo sepolte e le fisionomie familiari e benedette, mondate dalle ingiurie della tomba. Tu solo doni all’uomo questi tesori e possiedi le chiavi del paradiso, o giusto, sottile e potente oppio4!» – Ma prima che l’autore trovasse il coraggio di lanciare in onore del suo caro oppio questo grido violento come la riconoscenza dell’amore, quanti artifici, quante precauzioni oratorie! Anzitutto, la solita scusa che viene allegata da chi deve fare delle confessioni compromettenti ed è comunque propenso a compiacersene:
«Per l’impegno che ci ho messo, confido che queste memorie non saranno solo interessanti, ma anche utili e istruttive assai. È appunto con questa speranza che le ho messe per iscritto, e mi riterrò scusato d’aver rotto quel delicato e onorevole riserbo che impedisce alla maggior parte di noi di mostrare pubblicamente i nostri errori e le nostre debolezze. Per il temperamento inglese, è vero, non c’è nulla di più rivoltante che la vista di una persona che sottopone alla nostra attenzione le sue cicatrici e le sue piaghe morali, lacerando quel velo di pudore che le copriva e che il tempo, o l’indulgenza alla fragilità umana, aveva consentito».
E difatti, egli aggiunge, il crimine e la miseria si ritraggono generalmente dallo sguardo del pubblico, e perfino al cimitero si tengono discosti dalla gente comune, come se rinunciassero umilmente ad avere qualunque genere di dimestichezza con la grande famiglia umana. Ma nel caso dell’Oppiofago non c’è alcun crimine, solo una forma di debolezza, e così scusabile, per giunta! come dimostra l’autore in una biografia preliminare; inoltre, il beneficio che il lettore ricava dal racconto di un’espe- rienza acquisita a così caro prezzo può compensare largamente la violenza fatta al pudore morale e può render legittima l’eccezione.
In questa avvertenza, troviamo alcune informazioni sul misterioso popolo degli oppiofagi, nazione contemplativa perduta in mezzo a una nazione attiva. Essi sono tanti, più di quanto si pensi. Ci sono professori, filosofi, un lord che più altolocato non si può, un sottosegretario di Stato; se un’unica persona è venuta a conoscenza di tanti casi pescati casualmente nel ceto più alto della società, sarebbe terribile considerare statisticamente tutta la popolazione inglese! Tre farmacisti di Londra, di quartieri per giunta periferici, affermano (nel 1821) che il numero degli amateurs5 dell’oppio è immenso, e che è difficile distinguere quelli che lo usano come una specie di medicina da quelli che se lo procurano per un fine scellerato, e questo rappresenta per loro una fonte quotidiana di dubbi. Ma l’oppio è sceso a visitare il limbo della società, e a Manchester, il sabato pomeriggio, i banconi dei droghieri sono pieni di pillole preparate in previsione delle richieste serali. Per gli operai delle fabbriche l’oppio è una voluttà economica, giacché la diminuzione dei salari può rendere costosa la sbornia di birra e di bevande alcoliche. Ma non credere che l’operaio inglese lascerebbe l’oppio per tornare alle volgari gioie dell’alcool, se mai il suo salario dovesse aumentare. La fascinazione è compiuta; la volontà, domata; il ricordo del piacere sempre eserciterà la sua tirannia.
Se nature rozze e abbrutite da un lavoro quotidiano ingrato riescono a trovare nell’oppio ampie consolazioni, quale sarà mai l’effetto dell’oppio su uno spirito fine di letterato, su un’immaginazione fervida e colta, specie se è stata precocemente dissodata e fecondata dal dolore, – su un cervello col marchio fatale d’essere pensoso, touched with pensiveness, per usare la stupenda espressione del nostro autore? È questo l’argomento del libro meraviglioso che voglio spiegare come un arazzo fantastico sotto gli occhi del lettore. Dovrò riassumere, probabilmente; De Quincey è essenzialmente divagante; a lui, più che a ogni altro, si addice il termine humourist; a un certo punto, egli dice che il suo pensiero è come un tirso: un semplice bastone che deve la sua identità e il suo fascino alla complicazione delle foglie che l’avvolgono.6 Affinché il lettore non perda nessuna delle scene commoventi che sostanziano il suo libro, dovrò sopprimere a malincuore, per il poco spazio a mia disposizione, molte divertentissime digressioni e squisite dissertazioni che non riguardano espressamente l’oppio, ma mirano semplicemente a illustrare il carattere del’oppiofago. Ma il suo vigore è tale che il libro si lascia indovinare anche sotto questa veste succinta, anche in forma di semplice estratto.
L’opera (Confessions of an english opium-eater, being an extract from the life oh a scholar) è divisa in due parti: Confessions è la prima e Suspiria de profundis la seconda, che è complementare. Ognuna di esse comporta ulteriori suddivisioni, e ne ometterò alcune, che sono come dei corollari o delle appendici. La ripartizione della prima parte è assolutamente semplice e logica, e deriva dall’argomento stesso: Confessioni preliminari; Voluttà dell’oppio; Tormenti dell’oppio. Le Confessioni preliminari, su cui mi dovrò dilungare un po’, hanno uno scopo che è facile indovinare: devono far conoscere il personaggio, e far sì che il lettore lo ami e lo apprezzi. L’autore si propone di mantenere viva l’attenzione, pur trattando un argomento apparentemente monotono com’è quello di descrivere un’ebbrezza, e gli preme molto dimostrare a qual punto egli sia giustificabile; vuol suscitare nei suoi confronti un sentimento di simpatia, di cui si gioverà tutta l’opera. Infine, ed è una cosa molto importante, la narrazione di certi fatti, in se stessi forse insignificanti, ma gravi e seri per la sensibilità di chi li ha sofferti, diventa per così dire la chiave delle straordinarie sensazioni e visioni che in seguito ossessioneranno il suo cervello. Più di un vecchio, curvo su un tavolino di caffè, si rivede vivere in una cerchia che era sua ed è scomparsa; si inebria della sua giovinezza svanita. Allo stesso modo, gli avvenimenti narrati nelle Confessioni avranno un posto importante nelle visioni successive. Risusciteranno, come quei sogni che non sono altro che i ricordi, deformati o trasfigurati, dei pensieri assillanti d’una giornata faticosa.
1 Verso di William Wordsworth («Wrongs unredress’d, and insults unavenged», da The Excursion, III, 374). Era il poeta inglese prediletto di De Quincey, il quale diverrà suo amico.
2 I due scultori più famosi dell’antica Grecia, l’uno del V secolo, l’altro del IV secolo a.C.
3 Babilonia era famosa per i suoi giardini pensili e per le sue magnifiche architetture; Ecatòmpilo («dalle cento porte»), qui nome, è l’attributo di Tebe d’Egitto, come l’usa Omero nel nono libro dell’Iliade («nell’egizia Tebe, per le cento sue porte», nella versione di Vincenzo Monti).
4 È notevole che la parola «oppio» stia al posto della parola «morte»: fra altri riferimenti letterari contenuti in questo passo che è un riassunto efficacissimo di Baudelaire, l’invocazione che lo apre e chiude («Oh! Just, subtle, and mighty opium!», nel testo originale) riecheggia la chiusa dell’opera History of the World del famoso avventuriero e viaggiatore inglese Sir Walter Raleigh (1552-1618): «O eloquent, just and mighty Death!» (non ci sorprende che De Quincey abbia voluto rafforzare l’effetto patetico, usando la o con l’aspirata e il punto esclamativo, invece del semplice segno del vocativo).
5 È il termine francese, ma entrato nella lingua inglese, usato da De Quincey, che lo usa come attributo e omette perciò la s del plurale («the number of amateur opium-eaters»). Baudelaire lo riprenderà più avanti.
6 Nel piccolo poema in prosa appunto intitolato Le Thyrse (1863), dedicato a Franz Liszt, Baudelaire descrive meravigliosamente questo bastone avvolto di pampini ed edera (e di fiori, nella sua descrizione), che nel mito era portato da Bacco e, come emblema del dio, dalle baccanti.

II
CONFESSIONI PRELIMINARI

No, non fu la ricerca oziosa e viziosa della voluttà che lo portò all’oppio; lui cominciò a farne uso semplicemente per calmare i forti dolori di stomaco che gli erano venuti per la fame che aveva abitualmente sofferto. Le angustie per la mancanza di cibo risalgono alla sua prima giovinezza. E all’età di ventotto anni, il male e il rimedio fanno la prima comparsa nella sua vita, dopo un certo periodo di felicità, serenità e buona salute. Vedremo in quali circostanze gli vennero queste fatali angustie.
Il futuro oppiofago aveva sette anni quando morì suo padre, e venne affidato a tutori che lo mandarono in diverse scuole per farlo istruire. Egli si distinse subito per le sue attitudini letterarie, e in particolare per una precoce conoscenza del greco. A tredici anni scriveva in questa lingua; a quindici, era capace non solo di comporre in greco poesie liriche rispettando la prosodia, ma di sostenere una copiosa e fluente conversazione, abilità dovuta all’abitudine di tradurre ogni giorno in greco, in modo estemporaneo, i giornali inglesi. Costretto a trovare nella sua memoria e immaginazione una quantità di perifrasi per esprimere in una lingua morta dei concetti e delle immagini assolutamente moderni, era venuto a formarsi un vocabolario sempre pronto, ben più articolato e più ampio di quello che risulta dalle normali e pazienti esercitazioni letterarie. «Quel ragazzo» disse una volta uno dei suoi professori additandolo a un estraneo «potrebbe arringare una folla ateniese assai meglio di come noi due si farebbe con una folla inglese». Ma sfortuna volle che il nostro precoce grecista fosse tolto a quell’eccellente maestro e passasse nelle mani di un rozzo pedagogo ignorante, che tremava continuamente al pensiero che quel ragazzino si mettesse a correggerlo; venne poi affidato alle cure di un buon insegnante coscienzioso, ma privo anche lui di eleganza intellettuale, che non aveva nulla della fervida e scintillante erudizione del primo. Non è bello che un bambino sia in condizione di giudicare i suoi maestri e di sentirsi superiore a loro. Si traduceva Sofocle. E, prima che cominciasse la lezione, lo zelante professore, l’archididascalus,1 si preparava alla lettura dei cori con una grammatica e un vocabolario, eliminando così tutte le incertezze e le difficoltà durante la lezione. Intanto il giovanotto (aveva quasi diciassette anni) scalpitava per andare all’università, e tormentava per questo i suoi tutori, ma invano. Uno di loro, buono e giudizioso, abitava molto lontano. Due degli altri tre avevano rimesso la loro autorità nelle mani del terzo, il quale ci viene descritto come il mentore più ostinato del mondo e il più fermo nelle sue volontà. Il nostro avventuroso giovanotto prende una grave decisione: scappare dalla scuola. Scrive a un’incantevole e ottima donna, un’amica di famiglia probabilmente, che l’aveva tenuto sulle sue ginocchia quand’era bambino, e le chiede cinque ghinee. La risposta non si fa attendere, piena di materna tenerezza, con il doppio della somma chiesta. Nella sua borsa di studente c’erano ancora due ghinee, e dodici ghinee sembrano una ricchezza inesauribile a un novellino che non conosce le quotidiane necessità della vita. Non gli resta ormai che scappare. Il brano seguente è uno di quelli che non posso rassegnarmi a riassumere. Ed è bene, comunque, che il lettore ogni tanto abbia la possibilità di gustare direttamente lo stile penetrante e femmineo dell’autore:
«Il dottor Johnson2 fa un’osservazione giustissima (e piena di sentimento, la qual cosa non si può dire purtroppo di tutte le sue osservazioni), e cioè che quando siamo consapevoli di far per l’ultima volta ciò che siamo abituati a fare da tempo, è sempre con la tristezza nel cuore. Questa verità io la sentii profondamente, quando fui sul punto di abbandonare un luogo che non mi piaceva e dove non ero stato felice. Da lì dovevo fuggire per sempre e, la sera prima, m’intristì udire la preghiera vespertina risuonare nella vecchia aula con i muri alti; la udivo per l’ultima volta; venuto buio, quando fecero l’appello, il mio nome fu fatto per primo, come al solito, e io mi feci avanti e passai dinanzi al direttore che stava lì, e lo salutai; lo guardai in faccia con un po’ di insistenza, e pensai dentro di me: è vecchio e malandato, e non lo rivedrò mai più su questa terra! Avevo ragione, non l’ho più rivisto, non lo rivedrò mai più. Mi guardò compiacente, con un sorriso cordiale, e ricambiò il mio saluto o, meglio, il mio addio, e poi ci separammo per sempre, senza che lui lo sapesse. Non è che avessi una riverente ammirazione per la sua intelligenza, ma s’era sempre mostrato buono ed era stato molto indulgente verso di me, e soffrivo al pensiero che lo avrei mortificato.
«E arrivò, il mattino che dovevo lanciarmi nel mare del mondo, il mattino che ha fatto prendere il suo colore a quasi tutta la mia vita di poi. Abitavo nella casa del direttore, e avevo ottenuto, fin dal mio arrivo, il privilegio di una stanza tutta per me, che faceva da camera da letto e da studio insieme. Alle tre e mezzo mi levai e osservai con profonda commozione le antiche torri di…3 avvolte nel primo chiarore, che cominciavano a imporporarsi della luce radiosa d’un mattino di giugno senza nuvole. Ero fermo e irremovibile nel mio proposito, ma turbato nondimeno da un vago timore di difficoltà e pericoli indefiniti; e se avessi potuto prevedere la tempesta e la vera e propria grandinata di sofferenze che si sarebbe presto abbattuta su di me, allora sì che sarei stato veramente agitato. La profonda pace del mattino faceva un dolce contrasto col mio turbamento; era come una medicina. Il silenzio era più profondo che a mezzanotte; e per me il silenzio di un mattino d’estate è più commovente d’ogni altro silenzio, poiché la luce, sebbene vasta e forte come la luce del meriggio nelle altre stagioni dell’anno, sembra diversa dal culmine del giorno per questo motivo soprattutto: che l’uomo non è ancora uscito, sicché la pace della natura e delle innocenti creature di Dio sembra profonda e sicura fino a che la presenza dell’uomo, col suo spirito irrequieto e instabile, non sarà venuta a turbarne la santità. Mi vestii, presi il cappello e i guanti, e indugiai un po’ nella stanza. Per un anno e mezzo, quella stanza era stata la fortezza del mio pensiero; è lì che avevo letto e studiato durante le lunghe ore della notte; e, se per un verso in quell’ultimo periodo avevo smesso, a dire il vero, di essere allegro e felice a causa della lotta febbrile che avevo sostenuto contro il mio tutore, io che ero fatto per l’amore e i dolci affetti, per un altro verso un ragazzo innamorato dei libri e dedito alle ricerche intellettuali com’ero io non poteva che godere di certe ore buone in mezzo al suo scoramento stesso. Pia...

Indice dei contenuti

  1. Cover
  2. BUR
  3. Frontespizio
  4. Sommario
  5. Introduzione
  6. A: J. G. F.
  7. Il Poema Dell’Hascisc
  8. Un Oppiofago
  9. Note
  10. Bibliografia
  11. Cronologia

Domande frequenti

Sì, puoi annullare l'abbonamento in qualsiasi momento dalla sezione Abbonamento nelle impostazioni del tuo account sul sito web di Perlego. L'abbonamento rimarrà attivo fino alla fine del periodo di fatturazione in corso. Scopri come annullare l'abbonamento
No, i libri non possono essere scaricati come file esterni, ad esempio in formato PDF, per essere utilizzati al di fuori di Perlego. Tuttavia, puoi scaricarli nell'app Perlego per leggerli offline su smartphone o tablet. Scopri come scaricare libri offline
Perlego offre due piani: Essential e Complete
  • Essential è l'ideale per studenti e professionisti che amano esplorare un'ampia gamma di argomenti. Accedi alla libreria Essential, che include oltre 800.000 titoli di comprovata qualità e bestseller in vari settori, tra cui business, crescita personale e discipline umanistiche. Include tempo di lettura illimitato e voce standard per la sintesi vocale.
  • Complete: perfetto per studenti e ricercatori esperti che necessitano di un accesso completo e illimitato. Accedi a oltre 1,4 milioni di libri su centinaia di argomenti, inclusi titoli accademici e specialistici. Il piano Complete include anche funzionalità avanzate come la sintesi vocale premium e l'assistente di ricerca.
Entrambi i piani sono disponibili con cicli di fatturazione mensili, semestrali o annuali.
Perlego è un servizio di abbonamento a testi accademici, che ti permette di accedere a un'intera libreria online a un prezzo inferiore rispetto a quello che pagheresti per acquistare un singolo libro al mese. Con oltre 1 milione di testi suddivisi in più di 990 categorie, troverai sicuramente ciò che fa per te! Scopri la nostra missione
Cerca l'icona Sintesi vocale nel prossimo libro che leggerai per verificare se è possibile riprodurre l'audio. Questo strumento permette di leggere il testo a voce alta, evidenziandolo man mano che la lettura procede. Puoi aumentare o diminuire la velocità della sintesi vocale, oppure sospendere la riproduzione. Scopri di più sulla funzione di sintesi vocale
Sì! Puoi utilizzare l'app di Perlego su dispositivi iOS e Android per leggere quando e dove vuoi, anche offline. È perfetta per gli spostamenti quotidiani o quando sei in viaggio.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app
Sì, puoi accedere a I paradisi artificiali di Charles Baudelaire in formato PDF e/o ePub, così come ad altri libri molto apprezzati nelle sezioni relative a Letteratura e Poesia. Scopri oltre 1 milione di libri disponibili nel nostro catalogo.