
- 276 pagine
- Italian
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Informazioni su questo libro
Eva, Giovanni, Fabrizio. I tre vertici del più classico dei triangoli, destinato, per sua natura, a complicarsi. In una Roma fastosa e inondata di luce si snoda la storia di una donna contesa dall'amante e dal marito, tra passione e senso del dovere. Dea intangibile e spesso incompresa dai propri uomini, Eva ne tiene in mano le sorti con accorta fermezza. Ma quando il caso imprevedibile interviene a sconvolgere ogni piano, lei per prima deve trovare la forza di guardare dentro di sé per scorgere un insperato disegno di redenzione. Una controversa, indimenticabile figura di donna, in un romanzo salutato dalla critica come un capolavoro di stile.
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Informazioni
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9788817064842eBook ISBN
9788858644478Parte prima
I
Aveva una mano sotto il cuscino; gli occhi, spalancati in direzione del soffitto.
Era il primo pomeriggio di un giovedì della metà di giugno. Scendendo obliquo attraverso le stecche della persiana, un raggio di sole lambiva una ciocca di capelli neri, la fronte distesa, il profilo diritto del naso.
Stavamo in silenzio. Da un po’.
«Ora che fai?» finalmente dissi, sfiorando il braccio abbandonato lungo il fianco.
«Bevo un sorso d’acqua in cucina» rifletté un istante, «e vado in bagno.»
«Poi?»
«Mi vesto, Giovanni.»
Quindi s’alzò; dal comodino prese il bicchiere vuoto.
«Eva» la fermai allora.
«Che c’è?» si girò.
«Perché non rimani?»
«Perché non posso.»
Teneva il bicchiere contro lo stomaco, stretto fra le dita; con le gambe toccava il bordo del letto.
«Posa il bicchiere» dissi.
Sul collo, sul petto, sul ventre conservava un profumo dolce e aspro; le labbra erano fresche, benché non avesse bevuto.
Mezz’ora dopo uscì dal palazzo.
La macchina l’aveva parcheggiata accanto al marciapiedi opposto. Dalla finestra del salotto vedevo la schiena china per cercare la chiave nella borsa; la spallina bianca del reggiseno scoperta dalla scollatura quadrata del vestito leggero a disegnini neri e verde scuro; l’incavo morbido dei ginocchi; la coda di cavallo nella quale s’era stretta i capelli davanti allo specchio del bagno.
Mancavano un paio di minuti alle tre. Scesi anch’io.
Il Lungotevere della Vittoria era deserto: automobili non ne passavano, né in direzione del Ponte del Risorgimento, né in direzione del Foro Italico. Lo attraversai, e coi gomiti mi poggiai al parapetto.
Pensavo alla sera estiva di un anno prima in cui – dopo una conoscenza fugace avvenuta in un’epoca ancora precedente – l’avevo rivista al Circolo Canottieri Roma; allo sguardo perplesso col quale m’aveva scrutato da lontano; agli orecchini turchesi; al gesto rapido col quale m’aveva indicato suo marito: un uomo asciutto, abbronzato, vicino al trampolino della piscina; alle domande distratte sul mio lavoro; allo scialle, dello stesso colore degli orecchini che, alla fine della cena, s’era messa sulle spalle per difendersi dall’umidità quando, dai tavoli, c’eravamo allontanati di qualche metro; all’odore forte di creta che saliva dal fiume; alle falene che vorticavano nella luce dei fari appesi agli alberi. Più tardi, a casa, avevo bevuto un whisky; avevo spento il lume che era rimasto acceso; tentato da un’euforia incosciente, m’ero disteso sul divano, dove, presto, m’aveva sorpreso il sonno.
Adesso, il sole picchiava. Avevo la gola arsa. E un sentimento assai diverso nel cuore. Così sollevai i gomiti; passai sotto il portone; girai a destra in piazza del Fante; al bancone del piccolo bar all’inizio di viale Carso ordinai un tè freddo; mi sedetti a un tavolino in ombra.
Erano le tre e un quarto. Alle tre e venti, Giorgio Scarpa sbucò a metà del viale; come se all’improvviso gli fosse venuto in mente qualcosa, si fermò un istante; dal taschino della giacca tirò fuori gli occhiali; li rimise nel taschino; s’abbottonò la giacca; all’edicola comprò i giornali; a passi lenti si avviò verso il bar.
Non ci incontravamo da parecchio.
«Sei stato fuori?» lo anticipai, mentre depositava i giornali accanto al bicchiere del tè freddo.
«Da Marta a Firenze» sorrise, «e in Sicilia.»
«Come sta Marta?» domandai.
«Bene» rispose.
«Il nipote?»
«Pure.»
«E in Sicilia che tempo faceva?»
«Caldo, asciutto: una meraviglia.»
Era ancora in piedi: voleva un caffè.
«Devo confessarti» dissi non appena si mise seduto, «che questa libertà che hai di muoverti, di fare il comodo tuo, te la invidio proprio.»
«Perché?» scosse il mento.
«Perché io lavoro.»
«Non puoi chiedere al giornale un periodo sabbatico?»
«Adesso no.»
«Non ci credo. Io, quando lavoravo alla radio, una volta me lo sono preso senza alcun problema.»
«Nei giornali è diverso.»
«In che senso?»
«Nel senso che non è prudente allontanarsi troppo.»
«Anche in un settimanale?»
«Altroché!»
«Vuoi dire che se uno come te si allontana per qualche mese, perde il posto?»
«Non ho detto» precisai, «che perde il posto.»
Il cameriere, nel frattempo, gli aveva portato il caffè. Non lontano da noi, un ragazzo e una ragazza stavano incrociando le braccia sul ripiano di zinco del tavolino.
Passò un minuto. S’era acceso una Muratti.
«In Sicilia» disse, sospingendo in alto una nuvoletta di fumo, «ho dipinto moltissimo. Ad olio, ad acquarello... Dipingevo tutte le mattine almeno quattr’ore...»
«Sono tante» lo interruppi, «quattr’ore.»
«Non tante. Dipingere mi rilassa. La settimana scorsa, a Segesta, ho fatto il tempio: ad acquarello. Conosci Segesta?»
«No.»
«È uno dei luoghi più spettacolosi del mondo. Come si fa a non conoscere Segesta?»
«Hai ragione» ammisi. «Bisogna che prima o poi mi decido.»
«Potresti venire con Eva.»
«Con Eva mi pare improbabile.»
«Perché? È successo qualcosa?»
«No. Ma non credo che verrebbe.»
Stavolta, non replicò. Spense la sigaretta; s’infilò la punta delle dita fra i capelli radi, spruzzati di bianco.
Di lì a poco, ci separammo.
Indice dei contenuti
- Cover
- Collana
- Frontespizio
- Occhiello
- Citazione
- Parte prima
- Parte seconda
- Parte terza
- Epilogo