In questo libro Herriot continua a narrare le avventure della sua 'tranquilla' vita di veterinario; le divertenti disavventure con i proprietari dei suoi pazienti; le tragicomiche esperienze con Granville Bennet, il mago della chirurgia veterinaria, ma soprattutto il suo rapporto con gli animali, piccoli e grandi, oche e cavalli, mucche e conigli che continuano a inventare mille divertentissime storie e creare situazioni altrettanto comiche che sarebbe un peccato non stare a sentire.

- 440 pagine
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
- Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub
Beato fra le bestie
Informazioni su questo libro
Scelto da 375,005 studenti
Accedi a oltre 1 milione di titoli a un prezzo mensile contenuto.
Studia in modo più efficiente con i nostri strumenti dedicati.
CAPITOLO 1
Mentre sgusciavo nel letto e mettevo il braccio intorno a Helen mi venne in mente, per la prima volta, che esistono pochi piaceri, a questo mondo, paragonabili a quello di rannicchiarsi contro una bella donna quando si è mezzo gelati.
Non esistevano termocoperte tra il ’30 e il ’40. Ed era un peccato, perché nessuno ne avrebbe avuto maggior bisogno dei veterinari di campagna. È strano quanto ci si possa gelare fino al midollo delle ossa quando si viene tirati fuori dal proprio letto nelle ore piccole e obbligati a spogliarsi in edifici rustici nel momento in cui il metabolismo è molto basso. Spesso il peggio era tornarsene a letto; mi capitava di restare disteso, esausto, per oltre un’ora, bramando il sonno ma sveglio finché mani e piedi ghiacciati non si scongelavano.
Ma da quando ero sposato queste cose erano solo un brutto ricordo. Helen si agitò nel sonno – si era abituata al fatto che suo marito la abbandonasse a metà della notte per poi tornare come una raffica di vento polare – e istintivamente mi si avvicinò. Sentii un caldo delizioso avvolgermi ed emisi un sospiro di gratitudine; quasi immediatamente gli avvenimenti delle ultime due ore cominciarono ad allontanarsi sfumando nell’irrealtà.
Tutto era cominciato con il richiamo aggressivo del telefono sul mio comodino all’una dopo mezzanotte. Di domenica mattina, non era insolito che qualche coltivatore, dopo la lunga serata del sabato, decidesse di dare un’occhiata al bestiame e di chiamare il veterinario.
Questa volta si trattava di Harold Ingledew. E mi colpì subito l’idea che doveva aver avuto all’incirca proprio il tempo di tornarsene alla sua fattoria, dopo i suoi cinque litri ai Quattro Ferri di Cavallo, dove non facevano tante storie sull’ora di chiusura.
E c’era un’incertezza significativa nel gracidio esile della sua voce: «Ho una pecora che non va. Viene?».
«Sta proprio così male?» Nel mio stato di semincoscienza mi attaccavo sempre alla debole speranza che una notte qualcuno dicesse che si poteva aspettare fino all’indomani. Ma non era mai successo e non successe neppure quella volta: al signor Ingledew non si poteva dire di no.
«Sissignore, non sta affatto bene. Bisogna farle qualche cosa, e presto.»
Neanche un minuto da perdere, pensai con amarezza. Ma probabilmente la pecora non stava bene già dalla sera prima, quando Harold era fuori a gozzovigliare.
Però, in cambio qualcosa di buono c’era. Una pecora malata non presentava grandi pericoli. Era peggio quando ci si doveva alzare con la prospettiva di dover affrontare, nello stato di debolezza in cui ci si trovava, qualche ora di duro lavoro. Ma in questo caso pensavo fiducioso che sarei stato in grado di seguire la mia strategia del dormiveglia; che consisteva semplicemente nell’uscire, risolvere il caso di pronto soccorso e ritornarmene sotto le coperte a godermi ancora, per quanto possibile, i benefici effetti del sonno.
C’era tanto di quel lavoro, per il veterinario di campagna, che ero stato costretto a perfezionare questo sistema, al pari di molti altri miei colleghi, immagino. Avevo fatto un bel po’ di buon lavoro restando immerso in un limbo da sonnambuli.
Così, a occhi chiusi, scesi in punta di piedi sul tappeto e indossai i miei vestiti da lavoro. Effettuai senza sforzo la discesa delle lunghe rampe di scale, ma quando aprii la porta di servizio il sistema cominciò a vacillare, perché anche al riparo delle alte mura che cingevano il giardino il vento mi colpi con furia selvaggia. Era difficile rimanere addormentati. Nel cortile, quando uscii a marcia indietro dal garage, gli alti rami degli olmi gemettero al buio piegandosi davanti alle raffiche di vento.
Mentre mi avviavo fuori dell’abitato riuscii a scivolare di nuovo nel mio stato di trance e mi gingillai pigramente con quel fenomeno che era Harold Ingledew. A vederlo, non lo si sarebbe detto un bevitore. Era un topolino d’uomo di una settantina d’anni dal quale, le poche volte che veniva in ambulatorio, in giorno di mercato, era difficile cavargli più di qualche parola appena mormorata. Con indosso il suo vestito migliore, il collo scarno che sporgeva dal colletto di una camicia di misura parecchie volte superiore alla sua, era il ritratto stesso del cittadino mite e serio; gli occhi di un azzurro acquoso e le guance scarne rafforzavano il quadro e solo il rosso lucido della punta del suo naso poteva essere indizio di altre possibilità.
Nel villaggio di Therby, gli altri piccoli proprietari come lui erano tutti tipi seri che, di quando in quando, si concedevano appena un bicchiere di birra in compagnia. Il suo più diretto vicino di casa era stato un po’ aspro parlandomi di lui alcune settimane prima.
«Non è altro che una maledetta scocciatura, questo dannato Harold.»
«Che intende dire?»
«Be’, tutti i sabati sera e tutte le sere dei giorni di mercato è in piedi che urla e canta fino alle quattro del mattino.»
«Harold Ingledew? Impossibile! È un tipo cosi tranquillo.»
«Sissignore, lo è il resto della settimana.»
«Ma non me l’immagino a cantare!»
«Dovrebbe vivere nella casa accanto alla sua, dottore. Fa un fracasso del diavolo. Nessuno che possa dormire finché lui non si calma.»
In seguito avevo saputo da altra fonte che la cosa era perfettamente vera e che la signora Ingledew la tollerava perché per il resto il marito era un tipo molto docile.
La strada per Therby presentava alcune piccole montagne russe piuttosto accentuate prima di tuffarsi verso il villaggio; guardando in basso potevo vedere la lunga fila di case silenziose che giravano intorno alla base del massiccio roccioso, di giorno incombente con la sua calma maestà verde sulla calca dei tetti, ma adesso nero e minaccioso sotto la luna.
Appena scesi dalla macchina, mentre mi affrettavo verso il retro della casa, il vento mi colpì di nuovo, costringendomi a un brusco risveglio, come se qualcuno mi avesse buttato un secchio d’acqua addosso. Ma per un attimo dimenticai il freddo perché un rumore mi colpì, traumatizzandomi. Un canto... un canto roco a gola spiegata, che echeggiava tra le vecchie pietre del cortile.
Proveniva dalla finestra illuminata della cucina.
«UN CANTO SOLO QUANDO LE LUCI SCENDONO!»
Guardai all’interno e vidi il piccolo Harold seduto senza scarpe, con i piedi allungati verso i tizzoni quasi spenti del fuoco mentre una mano stringeva una bottiglia di birra scura.
«E LE OMBRE DOLCEMENTE VANNO E VENGONO!» Letteralmente, lasciava che la voce sgorgasse da lui, testa all’indietro e bocca spalancata.
Picchiai alla porta della cucina.
«ANCHE SE STANCO È IL MIO CUORE, NEL GIORNO TRISTE CHE MUORE!» rispose l’acuta voce tenorile di Harold e di nuovo dovetti battere impaziente alla porta di legno.
Il rumore s’interruppe e io aspettai per un tempo incredibilmente lungo che la chiave girasse e il catenaccio scattasse all’indietro. L’ometto spinse il naso fuori e mi lanciò un’occhiata interrogativa.
«Sono venuto a vedere la sua pecora» dissi.
«Ah, sissignore.» Fece un cenno brusco con la testa senza niente della abituale diffidenza. «Mi metto gli scarponi.» Mi sbatté la porta in faccia e sentii il catenaccio richiudersi.
Preso alla sprovvista, mi resi conto che non lo faceva apposta a essere così scortese. Il fatto di sprangare la porta significava che stava facendo ogni cosa in modo meccanico. Ma con tutto ciò mi aveva lasciato in una situazione per nulla caritatevole. I veterani possono dirvi che ci sono angoli, nei cortili delle fattorie, più freddi della cima di una collina e io ero in uno di questi. Appena oltre la porta della cucina c’era un’arcata di pietra che dava sui campi e da quell’apertura nera fischiava un vento siberiano che mi attraversò facilmente i vestiti.
Avevo cominciato a saltellare da un piede all’altro quando il canto ricominciò.
«C’È UN VECCHIO MULINO ACCANTO AL FIUME, NELLIE DEAN!»
Inorridito, mi precipitai di nuovo verso la finestra. Harold era di nuovo sulla sua sedia, tirando uno scarpone per infilarlo e lo faceva con tutto il comodo. Mugghiando, sporgeva la testa come un gufo verso gli occhielli per i lacci e di quando in quando si rinfrancava attingendo alla bottiglia di birra scura.
Picchiai leggermente alla finestra: «Per favore, si sbrighi, signor Ingledew».
«DOVE SEDUTI ACCANTO SOGNAVAMO, NELLIE DEAN!» abbaiò Harold per tutta risposta.
I miei denti avevano cominciato a battere prima che egli riuscisse a infilare tutti e due gli scarponi, ma alla fine l’ometto riapparve nel vano della porta.
«Forza, allora» ansimai. «Dov’è la pecora? È in uno di questi box?»
Il vecchio sollevò le sopracciglia. «Ah, non è qui.»
«Non è qui?»
«Nossignore, è su nei rustici in cima.»
«Tornando indietro su per la strada, vuole dire?»
«Sissignore, mi ci sono fermato tornando a casa e le ho dato un’occhiata.»
Battei le mani fra loro e me le strofinai. «Bene, dovremo tornare fin su. Ma non c’è acqua là, vero? Meglio che lei prenda un secchio d’acqua calda, un po’ di sapone e un asciugamano.»
«Benissimo.» Annuì con aria solenne e prima che mi rendessi conto di quel che stava accadendo, la porta fu di nuovo sbattuta e sprangata e io mi ritrovai solo al buio. Mi avvicinai immediatamente alla finestra e non mi meravigliai vedendo Harold di nuovo comodamente seduto. Era chino in avanti e sollevava il bricco dal focolare, sicché per un attimo terribile pensai che stesse cominciando a riscaldare l’acqua sulla cenere. Ma con un empito di sollievo lo vidi prendere un mestolo e affondarlo nella primitiva caldaia nella vecchia stufa nera.
«E L’ACQUA NEL SUO ANDARE SEMBRA DOLCEMENTE MORMORARE!» gorgheggiò, intento e felice, mentre con tutta calma riempiva un secchio.
Credo avesse dimenticato che c’ero io, quando alla fine uscì, perché cantando mi guardò senza espressione.
«IL MIO CUORE TI DESIDERA, TI AMO, NELLIE DEAN!» mi informò gridando a squarciagola.
«Va bene, va bene» brontolai. «Andiamo.» Lo spinsi nella macchina e partimmo, ripercorrendo la strada dalla quale ero arrivato.
Harold si teneva il secchio inclinato sulle ginocchia e quando risalimmo sulle montagne russe l’acqua mi colpì dolcemente la gamba. L’atmosfera della macchina divenne ben presto così carica di esalazioni birrose che cominciai a sentirmi un po’ stordito.
«Per di qua» abbaiò a un tratto il vecchio mentre alle luci della macchina appariva un cancello. Mi misi sull’argine erboso e rimasi per qualche momento su una gamba sola finché fui riuscito a scuotermi dai pantaloni quel mezzo litro d’acqua di troppo. Attraversammo il cancello e io cominciai ad affrettarmi verso la massa scura della stalla di collina, ma mi accorsi che Harold non mi seguiva. Stava vagando qua e là per il campo, senza scopo apparente.
«Che fa, signor Ingledew?»
«Cerco la pecora.»
«Intende dire che non è al chiuso?» repressi l’impulso di urlare.
«Sissignore, si è sgravata nel pomeriggio e ho pensato che stava bene qua fuori.» Tirò fuori una torcia elettrica, la tipica torcia del coltivatore – piccola e con batteria moribonda – e proiettò nell’oscurità un raggio irregolare. Non faceva la minima differenza.
Mentre avanzavo faticosamente attraverso il campo, la disperazione mi assali. Sopra di noi, le nuvole frastagliate attraversavano rapidamente la faccia della luna, ma quaggiù io non riuscivo a vedere niente. E faceva talmente freddo. Le ultime gelate avevano trasformato la terra in ferro e l’erba frusciando si piegava sotto il vento pungente. Avevo appena deciso che era impossibile trovare una bestia in quel nero deserto quando Harold intonò:
«È da questa parte».
E, questo è certo, quando brancolando mi feci strada verso il punto da cui proveniva la sua voce, lo trovai fermo vicino a una pecora dall’aria infelice. Non so quale istinto lo avesse condotto verso la pecora, certo è che quella era lì. E dall’apparenza si capiva che era nei guai; la testa le pendeva miseramente e quando posai una mano sul vello si limitò a fare qualche passo barcollando invece di scappare al galoppo come avrebbe fatto una pecora in buona salute. Accanto a lei, un agnellino si raggomitolava contro il suo fianco.
Le sollevai la coda e presi la temperatura. Era normale. Non v’erano tracce dei soliti disturbi successivi al parto: nessun barcollamento che indicasse una carenza, né scolo vaginale o respiri affrettati. Ma c’era qualche cosa che non andava affatto bene.
Guardai di nuovo l’agnello. Era un arrivo insolitamente precoce in quella parte alta del paese e non pareva leale mettere quella piccola creatura nel mondo inospitale di un marzo dello Yorkshire. E poi era così piccolo... sì... sì... cominciavo ad arrivarci. Era maledettamente troppo piccolo per essere uno solo.
«Mi porti quel secchio, signor Ingledew!» gridai. Quasi non ce la facevo ad aspettare di vedere se avevo ragione. Ma mentre facevo dondolare il recipiente sull’erba tutto l’orrore della situazione mi colpì. Avrei dovuto spogliarmi.
Non si danno ai veterinari medaglie al coraggio, ma mentre mi toglievo cappotto e giacca e rimanevo a rabbrividire in maniche di camicia su quella collina nera sentii di meritarne una.
«Le tenga la testa» ansimai e rapidamente m’insaponai il braccio. Alla luce della torcia, trovai a tastoni la strada della vagina e non dovetti andare molto lontano per scoprire quello che mi aspettavo: un piccolo cranio lanoso. Era rivoltato verso il basso con il naso sotto il bacino e le gambe erano all’indietro.
«Qua c’è un altro agnello» dissi. «È in posizione sbagliata, altrimenti sarebbe nato insieme all’altro oggi pomeriggio.»
Mentre parlavo avevo raddrizzato la presentazione; tirai delicatamente fuori la piccola creatura e la deposi sull’erba. Non mi aspettavo che fosse vivo dopo quella venuta al mondo ritardata, ma appena toccata la terra fredda le zampe ebbero un contrazione convulsa e quasi immediatamente sentii le costole sollevarsi sotto la mia mano.
Per un attimo dimenticai il vento che tagliava come un coltello nell’entusiasmo che sempre trovo in una nuova vita, entusiasmo sempre nuovo, sempre caldo. Anche la pecora pareva incoraggiata perché al buio la sentii premere il naso con interesse contro il nuovo venuto.
Ma le mie piacevoli meditazioni furono interrotte da uno straschichio di piedi proveniente da dietro di me e da alcune parole soffocate.
«Accidenti!» borbottò Harold.
«Che succede?»
«Ho rovesciato il secchio.»
«Oh no! L’acqua se n’è andata tutta?»
«Sissignore, non ne è rimasta niente.»
Bene, grandiosa davvero. Il mio braccio era imbrattato di muco dopo esser stato nella pecora. Impossibile indossare la giacca senza prima essermi lavato.
La voce di Harold emerse di nuovo dalle tenebre. «C’è acqua verso il rustico.»
«Ah, bene. In ogni caso dobbiamo portarci la pecora e gli agnelli.» Mi gettai i vestiti sulla spalla, mi misi un agnello sotto ogni braccio e cominciai a muovermi goffamente sui ciuffi d’erba, avviandomi verso il punto in cui credevo si trovasse la stalla. La pecora, che chiaramente si sentiva meglio liberata dal suo scomodo fardello, trotterellava dietro di me.
Fu di nuovo Harold a darmi le istruzioni.
«Per di qua!» gridò.
Quando raggiunsi la stalla mi acquattai con riconoscenza dietro la massa delle pietre. Non era notte da passeggiare in maniche di camicia. Scosso da un tremito incontrollabile, sbirciai il vecchio. Potevo appena vederne la sagoma all’ultimo debole raggio della torcia e non ero del tutto certo di quel che stava facendo. Aveva sollevato una pietra dal terreno e con quella colpiva forte qualche cosa; poi capii che era chino sul vascone dell’acqua e che rompeva il ghiaccio.
Quando ebbe finito immerse il secchio nel vascone e me lo porse.
«Ecco qua la sua acqua» disse con tono trionfante.
Pensavo di aver raggiunto il massimo del freddo ma appena tuffate le mani nel liquido nero con i suoi iceberg galleggianti cambiai idea. La torcia fina...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- CAPITOLO 1
- CAPITOLO 2
- CAPITOLO 3
- CAPITOLO 4
- CAPITOLO 5
- CAPITOLO 6
- CAPITOLO 7
- CAPITOLO 8
- CAPITOLO 9
- CAPITOLO 10
- CAPITOLO 11
- CAPITOLO 12
- CAPITOLO 13
- CAPITOLO 14
- CAPITOLO 15
- CAPITOLO 16
- CAPITOLO 17
- CAPITOLO 18
- CAPITOLO 19
- CAPITOLO 20
- CAPITOLO 21
- CAPITOLO 22
- CAPITOLO 23
- CAPITOLO 24
- CAPITOLO 25
- CAPITOLO 26
- CAPITOLO 27
- CAPITOLO 28
- CAPITOLO 29
- CAPITOLO 30
- CAPITOLO 31
- CAPITOLO 32
- CAPITOLO 33
- CAPITOLO 34
- CAPITOLO 35
- CAPITOLO 36
- CAPITOLO 37
- CAPITOLO 38
- CAPITOLO 39
- CAPITOLO 40
- CAPITOLO 41
- CAPITOLO 42
- CAPITOLO 43
- CAPITOLO 44
- CAPITOLO 45
- CAPITOLO 46
- CAPITOLO 47
- CAPITOLO 48