Non abbiamo tempo da dedicare ai malati, tanto più se vecchi o terminali e allora li indirizziamo verso ospedali, verso aziende simili a catene di "smontaggio" che "…si prendono cura di loro e li accompagnano serenamente alla fine…" Vittorino Andreoli ha accettato con coraggio umano e letterario la sfida, immaginando una futuribile Città della morte concepita sul presupposto pseudorazionalista - e, in modo sinistro, attuale - della possibilità scientifica di separare la malattia dalla morte. E dà vita a un teatro che nel mettere in scena momenti topici del rituale della fine, svela anche quelli della sua rimozione. Il romanzo, che talora appare crudo, ci mette davanti alla nostra responsabilità di uomini che trascinati dai falsi miti inventati da fervida fantasia, sta finendo per dimenticare la sua reale natura animale. "L'uomo muore comunque: è una condizione del suo essere… muore perché è uomo, non perché è malato"

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- Italian
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E la luna darà ancora luce
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Primo
«Frate Antonio, perché morire?»
«È un destino comune a tutti gli uomini, a tutte le creature.»
«Veniamo tutti ammazzati.»
«La morte non è un evento negativo.»
«Io non voglio morire. E ora sono appeso a un filo sopra un burrone infinito, un filo di ragno...»
«... e se ci fosse qualcuno che ti aspetta laggiù in fondo, per prenderti in braccio e condurti in un giardino stupendo, per sempre?»
«Paradiso, frate Antonio, è una parola che perde la propria suggestione, la propria magia, quando si ha di fronte il volto della morte: arcigno, beffardo, lugubre, perverso. Un’anticipazione tanto orrenda di un giardino così straordinario?»
«La paura, la paura sconvolge la realtà. Nella paura persino la propria madre può apparire un nemico. Santa Teresa d’Avila, la grande carmelitana, innamorata della morte, la invocava. Innamorata della morte. La stessa esperienza, nella paura o nell’amore, si dipinge di nero o del colore d’un tramonto a primavera.»
«È bella anche la terra, frate Antonio. Sul lago, la sera, attendevo la brezza per uscire con la vela, solo, tra il rumore del vento e il lamento dell’onda. Sfrecciavo felice, trascinato dai miei pensieri, fattisi leggeri perché potessi correre ancora di più.
«Avvolto di luce e di fresco, verso l’orizzonte che lento si spegneva...
«Ora, frate Antonio, l’orizzonte è cupo e i miei pensieri sanno d’agonia. Mi vedo d’ossa, dentro una bara, chiuso per sempre, irriconoscibile, col volto della morte.»
«Ma la tua ombra salirà al cielo. Raggiungerà chi ti ha preceduto: tuo padre, tua madre... la tua storia...»
«La mia ombra...»
«... per una vita eterna...»
«La mia ombra...»
«... tra un infinito mare d’ombre. Il regno delle ombre. Un paradiso d’ombre...»
«La mia ombra...»
«Vorrei venire anch’io con te, ma ti raggiungerò e parleremo allora dei corpi che lenti si trascinano nella vita, incuranti delle proprie ombre...»
«Lei non vede, laggiù, quel baratro nero, orrendo...»
«La tua ombra si alzerà, nell’infinito spazio del cielo... Sono il più stupido dei frati, ignoro la vita degli uomini, ma sono certo di quella del cielo, d’un mondo d’ombre.»
Alessandro era immobile, con le labbra irrigidite sull’ultima parola: ombra. Gli occhi fissi sulla volta del capannone.
Non sentiva più il vociare attorno: dappertutto era silenzio.
Frate Antonio fece un segno di croce e, di corsa, raggiunse un altro letto: un’altra ombra stava per separarsi dal corpo.
Accadeva nel quarto padiglione della Città della morte.
Un tempo qui si producevano scarpe, cinque catene di montaggio davano lavoro a duecentocinquanta operai.
Alla partenza erano ammassate suole, legacci, tomaie, tacchi; e alla fine uscivano scarpe lucide ed eleganti, dentro scatole su cui erano indicati griffe, colore, numero e modello.
Erano passati due anni da quando la concorrenza dei paesi un tempo satelliti dell’Unione Sovietica aveva provocato la crisi del settore e il fallimento di molte aziende calzaturiere. Finì di operare anche la Rovatti Spa e così si rese disponibile l’ampia area che occupava alla periferia della città: non solo i quattro padiglioni industriali ma anche le infrastrutture: la palazzina degli uffici, il magazzino, l’abitazione del custode, la mensa.
Ciò accadde proprio mentre il governo stava legiferando, non senza contrasti, sulla nascita della Città della morte, contrasti sedati con il referendum del 2 agosto in cui l’ottantatré per cento degli elettori aveva detto "Sì" alla proposta di legge.
Del resto la morte rischiava di soffocare l’intera società, la sua produzione, il suo reddito, il suo tempo libero.
Non era accettabile che una famiglia fosse condizionata e bloccata dalla lunga agonia di qualche parente, e che gli ospedali, paralizzati da troppi moribondi, non potessero assolvere al compito specifico di curare.
La situazione aveva costi insostenibili. Se uno impiega due settimane a morire, oltre a costare qualche milione al giorno, sottrae il letto a chi invece ha necessità di cure per ritornare, guarito, alla vita attiva e dunque essere utile a tutti.
Chi si sente male ha bisogno di un medico, di un ospedale funzionante che non può essere bloccato dai moribondi. I malati terminali s’accomodino in un luogo proprio, nei capannoni della ex Rovatti Spa. Ristrutturati, intendiamoci. Sono stati innanzi tutto svuotati: le catene vendute a un’azienda ungherese, a prezzi di liquidazione, i resti di magazzino ceduti a una società di supermercati. Insomma sono rimaste le strutture fisse, i capannoni con al loro interno il forno dei collanti, la grande cappa di aspirazione e i supporti in cemento per i tralicci su cui scorrevano i nastri delle catene: lo scheletro di un’azienda calzaturiera con il fascino dell’archeologia, una memoria storica per il museo dell’uomo, delle sue scarpe.
La riconversione non venne affidata, certo, ad architetti, un’architettura della morte o per la morte, non era parte di questa elegante professione o, forse, nessuno voleva occuparsene e affermarsi come progettista di Città dei morti.
Qualcuno aveva collocato lungo i due terzi dei lati maggiori dei capannoni i letti, a un metro l’uno dall’altro. Alle file più esterne, appoggiate alle pareti, se ne erano aggiunte altre fino a riempire tutto lo spazio, con corridoi di transito per lasciar passare qualche carrello, ma soprattutto per permettere che ogni ospite raggiungesse il proprio letto. Ma non c’era mai fretta o angoscia nel loro procedere: sapevano di dover morire e della impossibilità di modificare una tale condizione. Camminavano lentamente e, dunque, bastava che quei corridoi fossero larghi un metro e venti, un metro e trenta. Se si incontravano due moribondi provenienti dalle opposte direzioni, uno si fermava e diceva: «Prego, non ho fretta». E riceveva per risposta: «Ma le pare, passi prima lei, cammino per ingannare il tempo».
L’altro terzo del capannone, nella zona più lontana dall’ingresso, era riservato al soggiorno, fitto di tavoli e sedie. E qui alcuni stavano ore e ore, senza fare nulla. Nella Città dei vivi, al contrario, il tempo è sempre troppo poco e non può essere ulteriormente ridotto da un moribondo che non muore mai, che si è ripreso per l’ennesima volta.
Cosa può fare una donna con due figli piccoli, se ha la madre morente da alcune settimane? Ne soffrono i bambini, lei si esaurisce, si complicano i rapporti col marito: è nervosa, mai disposta a far l’amore. Si rovina una famiglia per una vecchia che, comunque, deve morire. Santo Iddio, tutti dobbiamo morire, cerchiamo di farlo senza arrecare disturbo, con semplicità, buon senso.
A questo proposito i padiglioni della Rovatti avevano una ubicazione provvidenziale: vicinissimi al Cimitero monumentale, a cinquecento metri esattamente. Una volta cadavere il morto veniva condotto alla sepoltura con un semplice corteo, senza bisogno di furgoni. Da una parte il cimitero, luogo di cadaveri, vicino la Città dei morti dedicata a chi aspetta di morire e dall’altra, quella dei vivi, dove ci si affanna nell’apparente convinzione di non morire mai, come si fosse eterni.
In ogni capannone erano sistemati quattrocento letti: mille e seicento posti.
La permanenza era mediamente di venticinque-trenta giorni.
Un posto, insomma, veniva occupato da dodici-tredici moribondi ogni anno. La Rovatti, così, produceva diciannovemila morti: cinquanta al giorno, cadavere più cadavere meno.
Per questo frate Antonio aveva sempre qualcosa da fare: ora si trovava non lontano dall’ingresso del suo padiglione, il quarto, seduto sulla sponda di un letto, mentre accarezzava la fronte di un morente.
«Fratello, come ti senti?»
dp n="10" folio="10" ? «Una stretta al collo mi impedisce il respiro.»
Parlava a fatica con le parole trascinate dal flusso irregolare dell’aria in entrata e uscita.
«È giunto il momento che aspettavi da giorni...»
«L’attesa della morte...»
«... d’una nuova vita...»
«La morte...»
«... Una vita più bella. Senza più il corpo con i suoi affanni, il suo impaccio, il suo peso.»
«Frate Antonio, non credo nel paradiso, nel Signore. Credo nel nulla... nel nulla... Capisce?, nel nulla.»
«È una parola senza senso: io e te non siamo nulla...»
«Tra poco il nulla... il passaggio dalla vita al nulla. La morte è il nulla.»
«Ma perché il Signore avrebbe fatto un uomo per poi annullarlo? Che senso avrebbe?»
«Un essere nato per caso, dal nulla, che al nulla ritorna.»
«Parole, parole... il caso, il nulla...»
«... il Signore, il paradiso: parole che mascherano il caso. Dove vanno una farfalla, un pidocchio, una mosca? Una farfalla è stupenda, perfetta quanto l’uomo.»
«Non so, forse anch’essa vivrà nel mondo delle ombre.»
«Perché non rimanere tutti e per sempre in questa vita?»
«È affanno, fatica, dolore...»
«... Vorrei vivere per sempre l’affanno. Con la paura dell’uomo e non quella del nulla. Come non essere mai nato... La vita per quanto orrenda è vita: esserci, fare, sbagliare.»
«Ma c’è il Signore!»
«C’è bisogno di un Signore!»
dp n="11" folio="11" ? «Come potrebbe essere il mondo altrimenti!»
«Vedo dentro i miei occhi una macchia sconfinata, intensa. Inutile. L’uomo, una goccia di questo sconsolato mare di nulla. Senza coscienza, senza futuro, incapace di attribuire un senso al non-senso. Tutto è nero e per sempre.»
«Se io chiudo gli occhi, vedo invece un cielo azzurro, stupendo, animato d’ombre che volteggiano felici. Sono le coscienze pure, senza più il corpo, la rozzezza delle sue ossa, di un respiro che si fa affannoso. Stai ancora osservando la terra, alza lo sguardo...»
«È tutto nero.»
«Gli angeli...»
«Nero...»
«Le ombre...»
«... Ombre di nero.»
«C’è vita, vedrai...»
«Non so il perché della vita, ma io sto diventando morte... Nera effigie del nulla...»
Frate Antonio era rimasto impietrito, come fosse anch’ egli morto.
Fissava quegli occhi vitrei, quella bocca stirata per aspirare l’ultimo filo d’aria.
Che sarebbe la vita d’un prete, senza il paradiso, senza un luogo d’ombre?
Che sarebbe quel prete della morte se la morte non fosse altro che perdita?
Ma dove vanno le farfalle dopo la morte?
Dove i pidocchi, i virus?
Non se l’era mai chiesto frate Antonio. Perché solo l’uomo avrebbe avuto un paradiso? Che colpa ha una farfalla, un ragno? Magari l’uomo sapesse confezionare una tela così perfetta, con tanta attenzione e pazienza!
dp n="12" folio="12" ? Avrebbe messo in paradiso anche i ragni, ma non sapeva se il Signore li avrebbe graditi.
Ma come? Sono sue creature!
Si sentì minacciato da dubbi.
Fece un segno di croce, recitò un Atto di fede e ritrovò la forza di alzarsi.
Vedeva quella distesa di letti, pieni di morte, e nuova gente arrivare, trascinando la propria morte.
Tutti in quella Città erano venuti per morire e il legame con la morte si faceva più intimo, via via che si passava dal primo al quarto padiglione.
Nel primo ci si muoveva, c’era ancora tempo per parlare della città che si era lasciata con qualche rimpianto. Si stabilivano amicizie, in qualche caso nasceva l’amore: una passione sulla via della morte.
Nel secondo padiglione, la morte era più vicina, impossibile da dimenticare, se ne sentiva il respiro, si percepiva il suo volto. Ognuno teneva gli occhi sbarrati come se la vedesse con sorpresa e paura.
Al terzo la morte era invadente. Perfida, ironica, sadica come chi, fingendo di tranquillizzare, spaventa. Come un mostro che, rapito un bambino e portatolo in un castello di streghe, tenta di consolarlo e di giocare con lui. Non appartenevano ancora alla condizione estrema, quella del quarto, ma vi si trovavano vicini.
Insomma, la distribuzione della popolazione nei padiglioni non era casuale, si veniva trasferiti dal primo all’ultimo progressivamente a seconda dello stato di morte e, giunti al quarto, non c’era altro da fare che morire.
Una prima selezione avveniva già all’ingresso: ognuno era valutato, seguendo una procedura standardizzata e relativamente breve.
Uno dei parametri dipendeva dal moribondo, il quale doveva esprimere la propria percezione della fine e indicare su un foglio, sul quale era stato tracciato l’arco vitale, dove pensava di trovarsi.
Il secondo parametro valutava il corpo nel suo insieme e il viso in particolare: magrezza, pallore, cute flaccida, perdita di saliva. Quindi le componenti psicologiche residue: desiderio sessuale, rabbia, attaccamento al denaro.
Il terzo criterio si legava al caso: alla prova della fortuna. Si lanciavano i dadi, si sceglieva una carta dei tarocchi.
Combinando i risultati delle tre prove, ogni nuovo arrivato era assegnato a uno dei quattro padiglioni. Gli veniva comunicato il numero, scritto anche su un foglietto di carta e, seguendo le indicazioni, egli giungeva a destinazione e occupava uno dei letti liberi. Se era destinato al quarto padiglione incontrava frate Antonio che gli dava il benvenuto.
Si fa per dire, perché nella pratica il frate si limitava a dire: «Mi chiamo Antonio, carmelitano scalzo, per servirla».
Nonostante la sua percezione positiva, straordinaria, della morte, non si sentiva di accogliere il nuovo ospite con un "bene arrivato". Lo fece il primo giorno di missione, due anni prima, ma si sentì maledire da un moribondo che, angosciato, si teneva stretto il testicolo sinistro.
Francesco si trovava nella Città da circa un mese. Dal primo padiglione, era da qualche giorno giunto al quarto.
Alla valutazione si era mostrato spiritoso, come fosse arrivato a un villaggio turistico per una vacanza inaspettata. Le funzioni vita...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- E la luna darà ancora luce