IL GOLDONI A PARIGI
Scritta sul finire del 1764, Il ventaglio è la più importante e nota delle commedie prodotte dal Goldoni durante il suo soggiorno a Parigi. Nella capitale francese egli era giunto nell’agosto del 1762, con un contratto biennale che lo legava alla Comédie Italienne. In altra occasione1 abbiamo cercato di precisare le ragioni della sua partenza da Venezia, individuandole essenzialmente nell’impossibilità di proseguire un costruttivo dialogo con la società della sua città e del suo tempo. Goldoni ha preso ormai le distanze dalla borghesia di cui ha descritto ed esaltato l’ascesa, se ne è fatto per qualche tempo critico impietoso, e nel suo psicologico e fisiologico bisogno di ottimismo ha poi rivolto la sua attenzione ad un altro ceto sociale: il popolo minuto dei popolani e dei pescatori, del tutto emarginato ed ancora privo di ogni coscienza di classe. Ma così facendo egli ha spezzato la necessaria omogeneità tra palcoscenico e pubblico, tra autore e spettatore; alla borghesia che frequenta il teatro egli non ha più nulla da dire, e quel popolo cui vorrebbe rivolgersi non ha ancora accesso a teatro. La partenza da Venezia – al di là delle ragioni occasionali, al di là di ciò che il Goldoni stesso poteva credere o fingere di credere – è il riconoscimento del vicolo cieco in cui il suo stesso progressismo, la sua straordinaria lungimiranza lo ha condotto, in anticipo su ogni concreta possibilità storica.
La meta è Parigi, dove è stato invitato dall’attore Francesco Antonio Zanussi, primo amoroso della Comédie Italienne, per incarico o con l’approvazione del duca di Aumont, Primo Gentiluomo di Camera e Ordinatore degli Spettacoli di Sua Maestà, ad assumere per due anni il ruolo di poeta di compagnia, ovvero di autore stabile. Il viaggio ha un andamento tipico del modo con cui Goldoni prendeva la vita. Parte da Venezia il 22 aprile, assieme alla fedelissima moglie Nicoletta e all’amatissimo nipote Antonio, si reca anzitutto a Ferrara, poi a Bologna, dove una malattia lo trattiene per due mesi. Prosegue per Modena e Reggio, a Parma prende congedo dal duca, che gli aveva assegnato una pensione, fa tappa a Genova a visitare i parenti della moglie, si imbarca per Nizza, visita Marsiglia, Avignone e Lione, dovunque bene accolto dai notabili del luogo, che lo intrattengono in ricevimenti in suo onore e gli offrono occasione di piacevolissime soste.
A Lione trova una lettera dello Zanussi: «una lettera piena di rimproveri, per la verità un po’ vivaci, ma non quanto li avrei meritati. L’uomo è un essere inconcepibile, indefinibile; neanch’io saprei rendere conto dei motivi che mi fanno agire a volte contro i miei stessi principi e i miei progetti. Pur con la migliore volontà del mondo di dedicarmi interamente alla questione che mi interessa, non faccio che trovare sul mio cammino delle sciocchezze, delle inezie che mi fermano o mi fanno deviare. Un piacere innocente, una compiacenza onesta, una curiosità, un consiglio amichevole, un impegno senza conseguenze non sono certo abitudini viziose; ma vi sono dei casi, vi sono delle circostanze nelle quali ogni distrazione può essere pericolosa, ed è contro queste distrazioni che io non ho mai saputo garantirmi. La lettera che avevo letto arrivando a Lione avrebbe dovuto farmi partire immediatamente; ma potevo lasciare una delle più belle città di Francia senza darvi un’occhiata? Potevo rinunciare a vedere da vicino quelle manifatture che forniscono all’Europa le loro stoffe e i loro disegni? Scesi ad alloggiare al Pare Royal, e mi ci fermai per dieci giorni. Occorrevano proprio dieci giorni, mi si dirà, per visitare le curiosità di Lione? No; ma non erano troppi per accettare tutti gli inviti a pranzo e a cena che mi venivano fatti da quei ricchi fabbricanti».2
Per il 26 agosto, Goldoni è comunque a Parigi. Lo Zanussi è andato ad incontrarlo a Villejuif, accompagnato dalla primattrice Elena Savi. La sera stessa del suo ingresso nella capitale, la Comédie Italienne offre un banchetto in suo onore. Nei giorni seguenti si presenta al duca di Aumont e fa la conoscenza degli attori italiani: Carlo Bertinazzi, detto Carlin, celebre Arlecchino ormai sulla via del tramonto; Antonio Mattiuzzi, detto il Collalto, uno dei migliori attori italiani nella maschera di Pantalone, con cui il Goldoni aveva lavorato nella compagnia di Girolamo Medebach; Rubini (il Dottore) e Ciavarelli (Scapino o secondo Zanni) che completavano il quartetto delle maschere. Poi lo Zanussi e la Savi nei ruoli dei primattori, la soubrette Camilla Veronese, che morirà giovanissima nel 1768, Antonio Balletti, ed Anna Maria Piccinelli, che al suo ritorno in Italia sarà detta la Francesina, ammirata da Pietro Verri e cantata dal Parini.3
La compagnia degli italiani recitava in una sala di rue Mauconseil, nel sito dell’antico e glorioso Hôtel de Bourgogne; ma dal febbraio di quello stesso 1762 era stata costretta a dividere la propria sede con la compagnia dell’ Opéra Comique, genere misto di prosa e di arie cantate che godeva di grande popolarità in quel momento. La notizia di questa novità aveva raggiunto il Goldoni a Lione, durante il suo viaggio; e con il suo consueto ottimismo egli aveva pensato che i suoi compatrioti, punti nell’onore, si sarebbero sentiti stimolati all’emulazione con i loro colleghi e concorrenti. A Parigi, ha subito modo di constatare come la sala di rue Mauconseil sia pressoché deserta nelle sere in cui recitano gli italiani, mentre trabocca di pubblico nei giorni riservati all’Opéra Comique. Ma neanche questo vale a far sorgere in lui pensieri sconfortanti. Egli attribuisce la disaffezione del pubblico al repertorio degli italiens: fatto soltanto «di opere abusate e di commedie a canovaccio, di quel cattivo genere che egli aveva già riformato in Italia»;4 e pensa naturalmente di ripetere la riforma in Francia, ricominciando un’altra volta daccapo, come già gli era accaduto sei anni prima, a Venezia, passando dal Sant’Angelo al San Luca.5 Darà alle commedie degli italiani «del carattere, del sentimento, un piglio, una condotta, uno stile»; espone le proprie idee alla compagnia riunita, ne riceve l’incoraggiamento degli amorosi e dei caratteri seri, ma anche la disapprovazione delle maschere, poco inclini a subordinare alla precisa scrittura di un autore il loro repertorio di lazzi e di tirate, liberi e gratuiti.
Goldoni chiede comunque quattro mesi di tempo per conoscere i gusti dei parigini e per studiare i mezzi di piacere loro. Puntualmente, per il mese di dicembre, ha pronta una commedia in tre atti, intitolata L’amor paterno; ma una serie di circostanze – una malattia della Veronese e un parto della Savi – ne ritarda la prima rappresentazione fino al 4 febbraio. La commedia non ha che sei rappresentazioni, ed un esito mediocre. Ed in effetti si tratta di un’operina di modesta fattura e di modestissimi contenuti, protagonisti le maschere d...