PREFAZIONE ALL’EDIZIONE 2005
A tre lustri dalla pubblicazione di Hitler e il nazismo magico, il tema del libro — i rapporti tra l’élite della svastica e la cultura occulta — è stato molto ripreso dai mass media (dai fumetti alle inchieste televisive), ma è stato ancora trascurato a livello accademico.
Perdura in tal modo una situazione quale l’avevo descritta: un problema storiografico rilevante, quale la persistenza di elementi esoterici nella odierna cultura politica, è sostanzialmente ignorato dagli storici validi, perché occasione quasi sempre di interpretazioni stravaganti, per cui non si presta a una seria riflessione; trovando campo libero, le interpretazioni stravaganti dilagano; gli storici seri ne trovano una conferma della loro tesi: permane, così, un circolo vizioso, per cui quanto più lo si ignora a livello adeguato, tanto più il fenomeno si diffonde a livello di massa, con conseguenze negative anche a livello politico. I democratici deplorano il proliferare dei siti Internet apologetici del nazismo, soprattutto tra i giovani, senza individuare una delle ragioni del fenomeno: il fascino di una tematica «ribelle» che si accresce proprio in quanto rifiutata dalle riflessioni dell’establishment.
È una situazione tanto più significativa in quanto, tra il 1989 e oggi, si è affermata una sorta di egemonia del cosiddetto revisionismo alla Nolte, che, a mio avviso, è strettamente collegato al tema del rapporto tra Hitler e l’occultismo. Il revisionismo ha un suo cavallo di battaglia nella centralità di un antisemitismo hitleriano, che avrebbe la sua base anche nell’interpretazione del comunismo (al quale il nazismo sarebbe una risposta) come strumento del progetto di egemonia ebraico.
dp n="6" folio="VI" ? In realtà, l’antisemitismo di Hitler ha, alla sua radice, anche una convinzione di un potere occulto che lo fa oscillare, nella valutazione dell’ebreo, dal giudizio sul «sotto-uomo» a quello di una sorta di personalità dai poteri eccezionali. Ne è una prova particolarmente significativa il Mein Kampf, del quale ho curato una aggiornata pubblicazione in lingua italiana, 1 che utilizzerò anche in seguito e che qui cito per due passaggi essenziali. All’inizio Hitler scrive:
Se oggi la perfezione corporea non fosse relegata in secondo piano [...] non accadrebbe che centinaia di migliaia di ragazze siano ingannate da repugnanti bastardi ebrei dalle gambe storte.
Ma in sede di conclusione si legge:
L’ebreo non interromperà mai per spontanea rinuncia alla sua marcia verso la dittatura mondiale [...]. Sarà ricacciato indietro da forze esterne a lui — a meno che le sue aspirazioni al dominio mondiale non siano soppresse con la sua morte. Ma l’impotenza dei popoli, la loro morte per vecchiaia, dipendono dal fatto che il loro sangue non è più puro. Invece, la purezza del sangue conserva l’ebreo meglio di ogni altro popolo della Terra. Quindi egli proseguirà il suo fatale cammino, finché si opponga a lui un’altra forza la quale, in una formidabile lotta, respinga a Lucifero colui che dà l’assalto al cielo.2
Dunque i «repugnanti bastardi ebrei» diventano i conservatori della «purezza del sangue», perché è nella cultura dell’occultismo che matura una visione dell’ebreo che è una specie di superuomo malvagio, che a sua volta possiede un sapere occulto, esemplificato dalla cabala, che lo mette in grado di sedurre le donne e di accampare, al contempo, pretese al dominio del mondo.
Le radici anche occultiste dell’antisemitismo hitleriano sono trascurate da un revisionismo pure sospettato di trovare giustificazioni allo stesso antisemitismo, espressione dell’anticomunismo militante (perché l’élite comunista sarebbe ebraica). Si può cogliere appieno questo punto, dopo aver sottolineato, nel corso di un decennio, i progressi del revisionismo nell’acquisire una sorta di egemonia culturale.
Nel 1995 Nolte era ancora alle prese con chi accusava di deformare il suo pensiero, a partire da una celebre intervista allo «Spiegel», dopo la negazione del nazismo come «male assoluto», seguita alla pubblicazione dell’«Intervista sulla questione tedesca»,3 criticata da Gian Enrico Rusconi, che pure aveva molto contribuito a presentare lo storico tedesco al pubblico italiano.
La vicenda è riassunta ne «L’Italia» (18 gennaio 1995), la rivista della cultura di destra, dalla breve, ma intensa vita, sotto la direzione di Marcello Veneziani, futuro componente del consiglio di amministrazione della Rai. Nolte racconta che il 30 maggio 1994 lo «Spiegel» aveva pubblicato un suo ritratto, basato su un’intervista, lesivo della sua reputazione. In agosto la rivista, quasi a rimediare, gli propose una seconda intervista, che ebbe luogo il 19 settembre, con tre redattori.
Quando rilesse il testo disse: «Non credevo ai miei occhi: la mia esposizione introduttiva — il nocciolo della faccenda — era sparita completamente e tutta l’intervista verteva esclusivamente attorno alle questioni di attualità, come il radicalismo di destra e il valore o disvalore del revisionismo».
Ciononostante, Nolte autorizzò la pubblicazione, ritenendo che il «confronto fra le domande inquisitoriali e avide di dogmi e le mie risposte prudenti, ponderate e scientifiche avrebbero "portato in giudizio" proprio la mentalità dello "Spiegel" e dell’intero establishment culturale della Bundsrepublik».
Nel testo figurano due frasi cruciali sulla questione ebraica: «Domande di tipo inquisitoriale: se io accettavo o meno l’opinione stabilita sull’ampiezza e il modo degli assassinii di massa con il gas tossico tipo Zyklon B. La mia coscienza non mi permetteva nessun’altra risposta, se non quella che, anche su questo punto, vi erano degli aspetti non chiariti e che erano necessarie indagini scientifiche». E: «Distruggere questa presunta radice biologica ebraica era dunque per lui — Hitler — logico e necessario: di qui, Auschwitz».4
«L’Italia» titolava che «l’intervista tradotta in Italia da "Panorama" è servita per crocifiggere il pensatore tedesco». Ricordo qui la vicenda per segnalare quanto tutto sia cambiato nel decennio che ha visto affermarsi il revisionismo: il pensatore che si riteneva «crocifisso» dall’intero establishment culturale della Germania ha presentato le sue tesi al Senato italiano, invitato dal suo presidente, il filosofo popperiano Marcello Pera (e «Panorama» è alquanto mutato da quando si univa alla «crocifissione»).
La tesi che qui presento è che, se si fossero prese in considerazione le radici occultiste dell’antisemitismo hitleriano, si potrebbe confutare l’interpretazione che ne danno i revisionisti, quale risulta da una recente esposizione dello stesso Nolte, basata su ripetute citazioni proprio del Mein Kampf:
La «concezione del mondo» di Hitler è stata spesso caratterizzata da una mistura di nazionalismo, socialdarvinismo e antisemitismo che non merita il nome di «ideologia» [...] Se viene ritenuto probabile che l’impulso più forte dell’ideologia nazionalsocialista non era l’antisemitismo tramandato, bensì l’antibolscevismo in connessione con l’antimarxismo, allora non può essere esatta neanche l’opinione che la dottrina razziale sia da considerarsi il nocciolo dell’ideologia nazionalsocialista.5
Pare che Nolte sostenga che quella di Hitler non è un’ideologia, mentre lo è quella nazionalsocialista. Mi sembra una distinzione senza senso (a parte il dibattito sul significato di «ideologia», da Marx in poi). È evidente che sia Hitler personalmente (soprattutto nel Mein Kampf) sia il nazionalsocialismo nel suo complesso (scritti da Bäumler a Rosenberg) propongono una comune concezione del mondo, che può essere definita ideologia, nel senso corrente del termine.
Di questa ideologia, la «dottrina razziale» è una componente fondamentale, sia pure in connessione con l’antibolscevismo e l’antimarxismo, che ne sono un derivato, perché Marx era ebreo e, ricorda Nolte nella conferenza citata, «fra i suoi seguaci Lenin contava un gran numero di uomini e donne di origine ebrea, che a dire il vero furono "de-ebraizzati" dagli ortodossi e dai sionisti». Questa «dottrina razziale», che induce Hitler a «distruggere questa presunta radice biologica ebraica: di qui Auschwitz» (Nolte), ha le sue radici nella cultura occultista di Hitler. Il tenerne conto sarebbe un ottimo, ma trascurato argomento per contestare il grande affermarsi del revisionismo.
Hitler in Inghilterra?
Ma la semplice constatazione dell’esistenza di questo fenomeno suscita, nella cultura del «politicamente corretto», una resistenza molto forte. Cito un esempio recente, che può apparire minore, ma che è significativo.
Nel 2003 esce in Italia il libro di Anna Maria Sigmund Le donne dei nazisti.6 I recensori riprendono una famosa espressione di Hannah Arendt («la banalità, del male», a proposito del processo Eichmann), per rilevare come il libro recepisca la «banalità» dei rapporti tra le donne e i vertici del nazionalsocialismo. Ma vi è un episodio tutt’altro che banale che viene completamente trascurato.
A proposito di Geli Raubal (della quale parlo ampiamente) i verbali di polizia dell’epoca registrano una dichiarazione di Hitler: «Una volta, dopo che aveva preso parte in sua compagnia a una seduta spiritica, gli aveva detto che sicuramente non sarebbe morta di morte naturale» (pag. 141).
Dunque Hitler partecipava a sedute spiritiche, un dato che conferma i suoi rapporti con la cultura dell’occultismo. Eppure nessuno ha preso in considerazione questo dato di fatto, semplicemente perché conferma una realtà della quale ci si rifiuta di prendere atto.
Vi è un altro fatto curioso, perché concerne quei rapporti tra Hitler e l’Inghilterra sui quali la mia interpretazione molto si sofferma. Ebbene, in un suo libro che ebbe buon successo, 7 Antonio Spinosa parla di un suo viaggio in Inghilterra nel 1913.
Nessuno storico o biografo di Hitler ne parla, perché, per usare l’espressione di Brigitte Hamann, che meglio di tutti ha ricostruito minuziosamente quelli che chiama «gli anni dell’apprendistato»8 di Hitler, si tratta di una «leggenda». Cito dal paragrafo «Le leggende su Hitler»:
Bridget Hitler, la cognata inglese, inventò una storia affermando che il giovanotto («a shabby young man») era stato a Liverpool dal novembre 1912 all’aprile 1913 ed era vissuto senza lavorare alle loro spalle, le sue e quelle di suo marito.9
Bridget è la moglie del fratellastro di Hitler, Alois. Ha raccontato la storia nel libro The Memoirs of Bridget Hitler.10 Brigitte Hamann si limita a commentare: «Ovviamente un viaggio del genere contrasta con le misere registrazioni di alloggio fatte a Vienna».11 Le indica in una nota, dalla quale risulta che le registrazioni sono tratte dal Mein Kampf, pagina 43 dell’edizione popolare in un solo volume non ulteriormente specificata.12
Ora, non c’è dubbio che Hitler non è mai stato sei mesi in Inghilterra, a carico della cognata. Ma è così sicuro che non abbia potuto compiere un breve viaggio in Inghilterra, in quell’aprile 1913 nel quale stava per lasciare definitivamente Vienna per Monaco?
A Vienna, dal febbraio 1910 al maggio 1913, Hitler abitò in un pensionato popolare per uomini (il Männerheim). Esiste in proposito un’abbondante documentazione. Qui, all’inizio del 1913, il futuro Führer stringe un’amicizia importante, che la Hamann così registra, partendo da una fonte ritenuta attendibile e definita «Anonimo», una persona amica che aveva conosciuto Hitler negli anni di Vienna:13
A detta di Anonimo, Hitler si sarebbe sempre lamentato: «Se solo riuscissi a indossare abiti migliori. Non vedo l’ora di liberarmi dalla polvere di q...