L'ultima verità
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L'ultima verità

  1. 600 pagine
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L'ultima verità

Informazioni su questo libro

Chi controlla il governo degli Stati Uniti? Forse il Pentagono? La General Motors? L'ITT Corporation? La Mafia? Andrew Trevayne, incaricato delle indagini, scopre di avere contro di sè un organismo che manovra politici, polizia, magistratura e stampa.La sua vita è in pericolo... e che cosa nasconde la sua elezione alla presidenza degli Stati Uniti?Un romanzo travolgente, un altro modo di capire come funziona il potere e la politica. Divertendosi.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2012
Print ISBN
9788817114141
eBook ISBN
9788858626238

Introduzione

Di tanto in tanto, durante la lunga odissea umana, sembra che molte forze si incontrino quasi incidentalmente per generare uomini e donne di incredibile saggezza, talento e intuito, e si hanno allora risultati davvero meravigliosi. Ne sono testimonianza le arti e le scienze, perché sono presenti ovunque intorno a noi, e arricchiscono le nostre vite di bellezza, longevità, sapienza e benessere. Ma esiste un altro settore dell’intelligenza umana che è nello stesso tempo un’arte e una scienza, e anch’esso è intorno a noi – e arricchisce le nostre vite, oppure le distrugge.
Mi riferisco alla tutela che ogni società trova nelle leggi del proprio Stato. Non sono uno specialista, ma i corsi di Diritto Costituzionale e di Scienze Politiche che seguii all’Università hanno lasciato in me tracce indelebili. Ne rimasi coinvolto, colpito, affascinato, e se non avessi nutrito inclinazioni più prepotenti, avrei corso il rischio di diventare il peggiore uomo politico del mondo occidentale. La mia "freddezza" si mantiene sui 150 gradi sopra lo zero!
Uno dei maggiori conseguimenti dell’uomo, a mio parere, è la democrazia aperta e rappresentativa, e il tentativo più grandioso in tutta la storia dell’umanità di creare un tale sistema politico è stato lo splendido esperimento americano espresso dalla nostra Costituzione. Non è perfetto, ma – per parafrasare Churchill – è la migliore dannata cosa del mazzo. Aspettate, però.
C’è qualcuno che cerca sempre di mandare tutto all’aria. È per questo che scrissi L’ultima verità, quasi vent’anni fa. Era il periodo dello scandalo Watergate, e la mia penna volò tra le pagine spronata dallo sdegno. Una più giovane – ma non infantile – esuberanza fece esplodere nel mio cervello parole e frasi come: Menzogne! Abuso di potere! Corruzione! Stato di polizia!
Davanti ai nostri occhi c’era il Governo, la più alta funzione pubblica designata mediante elezioni, a cui era affidata la tutela del nostro sistema, che non solo mentiva al popolo, ma accumulava milioni e milioni di dollari per perpetuare le menzogne e quindi i controlli che riteneva fosse soltanto suo appannaggio esercitare. Una delle dichiarazioni più allarmanti registrate durante le audizioni del Watergate fu la seguente, rilasciata, in sostanza, dal più alto preposto all’osservanza della legge.
«Non c’è niente che non farei per mantenere la presidenza...» Mi sèmbra superfluo completare la frase, il suo significato è evidente. Nostro. Presidenza e Paese erano loro. Non vostri, o miei, e neppure dei vicini di casa dei quali spesso non condividiamo le idee politiche. Soltanto loro. Sembrava che gli altri cittadini non fossero importanti né competenti. Loro sì che la sapevano lunga, perciò le menzogne dovevano perpetuarsi, e le casse della purezza ideologica rimanere colme, in modo che gli impuri venissero fulminati dal denaro e sepolti davanti ai cancelli dell’agone politico.
Fui inoltre costretto a pubblicare L’ultima verità con un nome diverso, non tanto per la potenziale retribuzione, ma perché secondo il "buonsenso convenzionale" dell’epoca un romanziere non doveva firmare più di un libro all’anno. Perché? Che sia dannato se riuscii a capirlo... per qualcosa che aveva a che fare con "la psicologia del marketing", qualunque diavolo di cosa sia. Aspettate, però. Tutto questo accadeva quasi vent’anni fa.
Plus ça change, plus c’est la même chose, dicono i francesi. O forse la storia ripete ad nauseam le sue follie, perché l’uomo è una creatura dagli aspetti disordinati, e continua a grufolare nei trogoli pieni di veleno che l’ha intossicato. O forse i peccati commessi dai genitori a ogni generazione si trasmettono alla prole, perché i giovani sono troppo stupidi per imparare dai nostri errori madornali. Chissà? L’unica cosa realmente documentata da tempo immemorabile è che l’uomo continua a uccidere senza aver bisogno di nutrirsi della carne delle sue prede; che mente per evitare responsabilità o, viceversa, per afferrare le redini della responsabilità, in modo da poter scrivere tutto da solo il contratto sociale tra Governo e governato; che aspira senza posa ad arricchirsi a spese del bene comune, e facendolo cerca troppo spesso d’imporre la sua morale o la sua religione personale sulla moralità o la religiosità altrui, lottando senza quartiere contro chi non accetta di essere emarginato. Accidenti, potremmo andare avanti fino a domani, non vi pare? Aspettate, però.
Mentre scrivo queste righe, il nostro Paese è stato testimone di due campagne presidenziali, le più ignobili, vergognose, stolte, ipocrite e offensive che i fautori del nostro sistema politico possono ricordare. I candidati sono stati "impacchettati" da cinici manipolatori delle più indegne paure nutrite dal pubblico; a intelligenti prese di posizione si sono preferite vuote battute pungenti; l’immagine ha avuto il sopravvento sulle idee. I dibattiti presidenziali non erano affatto dibattiti né affatto presidenziali, e le risposte erano solo prefabbricati "riflessi" pavloviani, che perlopiù non avevano niente a che vedere con le domande. Le regole fondamentali di quei balletti di automi erano state compilate da magniloquenti intellettuali falliti, che avevano una considerazione tanto bassa dei loro clienti da non permettere loro di parlare per più di due minuti di seguito! Gli oratori di quell’antica culla che fu Atene si saranno rivoltati nelle tombe. Forse un luminoso giorno del futuro vedremo nuovamente campagne elettorali legittime e civili, nelle quali sarà possibile assistere a un aperto scambio di idee; ma non, temo, finché coloro che ci convincono a comprare deodoranti non torneranno a occuparsi di ascelle. Nel processo elettorale hanno bruciato ogni credibilità, perché hanno commesso i due peccati capitali della loro professione – contemporaneamente. Hanno fatto apparire i loro "prodotti" nello stesso tempo offensivi e noiosi. Una soluzione esiste, naturalmente. Se io fossi uno dei due candidati, rifiuterei di pagarli, muovendo loro l’accusa di turpitudine morale – diavolo, un’accusa vale l’altra, e quale "creatore di immagine" vorrebbe andare in tribunale per affrontare l’argomento, da un qualunque punto di vista? Ma basta. Quelle campagne hanno disgustato il Paese.
E questo fiasco sconvolgente si verificò appena ventiquattro mesi dopo che noi cittadini della Repubblica eravamo stati esposti a una serie di avvenimenti che avremmo trovato ridicoli al punto di sganasciarci dalle risate se non fosse stato per la loro indecenza. Abbandonata per un istante la propria mediocrità, semplici funzionari alimentarono le fiamme del terrorismo vendendo armi a uno Stato terrorista, ed esigendo nello stesso tempo che i nostri alleati non facessero la stessa cosa. La colpa si trasformò in innocenza; onore al merito fu tributato al comportamento illecito; zelanti, ossequiosi palloni gonfiati furono considerati eroi; essere presenti significò essere assenti, avere protetti che insozzavano la cantina fu considerato segno di efficiente conduzione domestica. In confronto, il mondo dello specchio di Alice era un luogo dove regnava una logica incontestabile. Aspettate, però... d’accordo, mi avete preceduto.
C’è qualcuno che cerca sempre di mandare tutto all’aria. Di distruggere quel grandioso esperimento, quel nostro meraviglioso sistema basato su liberi freni e contrappesi. Menzogne? Abuso di potere? Corruzione? Stato di polizia?
Be’, certo non sarà una cosa destinata a durare a lungo, finché i cittadini potranno esprimere giudizi come questi e gridare le loro accuse, per quanto gravi esse siano. Possiamo farci sentire; questa è la nostra forza, ed è una forza indomabile.
Perciò, modestamente, cercherò di farmi sentire di nuovo con questa voce che viene da un altro tempo, da un’altra era, ricordandomi sempre di essere innanzitutto e semplicemente un narratore che spera di farvi divertire con la sua opera, ma al quale forse concederete di avere un paio di idee.
Un’ultima cosa: non ho cercato di "modernizzare" il romanzo o di rettificare le licenze che mi ero preso con avvenimenti reali o con la geografia, perché erano necessarie alla storia che stavo scrivendo. Come vi potrà dire chiunque abbia costruito o rimodernato una casa, quando si comincia a rappezzare una cosa, tanto vale buttar via il progetto. Perché diventa sempre un’altra cosa.
Grazie del tempo che mi avete concesso.
Robert Ludlum
alias Jonathan Ryder

Dedica

L’ultima verità





A Gail e Henry
Al Savoy! A Hampton!
Al Pont Royale e Bernini!
E a tutto il resto
i miei ringraziamenti.

Parte Prima

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1

La liscia superficie asfaltata della strada s’interrompeva, diventando di colpo polverosa. In quel punto della minuscola penisola finiva la giurisdizione della contea e iniziava la zona di proprietà private. Ai fini della distribuzione postale l’United States Post Office di South Greenwich, Connecticut, catalogava sulla carta topografica la strada come Northwest Shore Road; ma i postini che la percorrevano nei furgoni la conoscevano semplicemente come High Barnegat, o soltanto Barnegat.
E i postini la percorrevano spesso, tre o quattro volte la settimana, con raccomandate a mano e voluminosi plichi assicurati. Non brontolavano per il viaggio, perché ricevevano un dollaro a ogni consegna.
High Barnegat.
Otto acri di proprietà sull’oceano, di cui quasi mezzo miglio confinante direttamente sullo stretto braccio di mare. La maggior parte del terreno era incolta, coperta da una vegetazione rigogliosa e selvatica. L’unica nota stonata era costituita dalla villa – la casa e il parco – distanti una sessantina di metri dalla spiaggia centrale. La lunga costruzione irregolare era di stile moderno, con immense vetrate incorniciate di legno che si aprivano verso l’oceano. I prati erano folti e color verde cupo, estremamente curati e interrotti da sentieri di larghe pietre piatte, e da un’ampia terrazza al disotto della quale si trovava la rimessa della barca.
Era la fine di agosto, il periodo più piacevole di tutta l’estate, a High Barnegat. L’acqua era calda come non mai; i venti soffiavano a raffiche dallo stretto braccio di mare, rendendo la navigazione a vela più eccitante – o rischiosa – a seconda dei punti di vista; la vegetazione era nel massimo rigoglio. Sul finire di agosto un senso di calma prendeva il posto delle febbrili settimane di divertimento estivo. Ormai la stagione era agli sgoccioli. Gli uomini pensavano di nuovo ai normali week-end e ai cinque giorni pieni da dedicare al lavoro; le donne davano inizio all’angosciosa operazione delle scelte e degli acquisti che segnalava l’approssimarsi di un nuovo anno scolastico.
Pensieri e intenzioni ingranavano faticosamente un’altra marcia. Il tempo delle frivolezze stava per finire. C’erano cose più serie a cui pensare.
E a High Barnegat il continuo flusso degli ospiti cominciò a diradarsi.
Erano le quattro e mezza del pomeriggio, e Phyllis Trevayne era sdraiata su un lettino in terrazza, e lasciava che il sole impregnasse il suo corpo. Con un’ombra di soddisfazione pensò che il costume da bagno di sua figlia le andava bene. E dato che sua figlia aveva diciassette anni, la soddisfazione avrebbe potuto trasformarsi in un senso di trionfo, se avesse permesso a se stessa di abbandonarvisi. Ma non vi riuscì, perché tornava sempre col pensiero al telefono, alla chiamata per Andrew da New York. Aveva risposto al telefono della terrazza, perché la cuoca era andata in città coi ragazzi, e suo marito era ancora una minuscola vela bianca all’orizzonte. Stava quasi per rinunciare a rispondere; ma solo gli amici intimi e i colleghi di lavoro molto importanti – suo marito preferiva la parola "indispensabili" – conoscevano il numero telefonico di High Barnegat.
«Pronto, signora Trevayne?» aveva chiesto la voce profonda all’altro capo del telefono.
«Sì?»
«Sono Frank Baldwin. Come sta, Phyllis?»
«Bene, benissimo, signor Baldwin. E lei?» Phyllis Trevayne conosceva Franklyn Baldwin da molti anni, ma non riusciva ancora a dare del tu al vecchio signore. Baldwin era l’ultimo rappresentante di una razza in via di estinzione, uno dei giganti che aveva fondato il sistema bancario di New York.
«Starei molto meglio se sapessi perché suo marito non ha risposto alle mie telefonate. Sta bene? Non che io sia tanto importante, per l’amor di Dio, ma non è malato, vero?»
«Oh, no! Niente affatto. È più di una settimana che manca dall’ufficio. Non ha raccolto i messaggi telefonici. A dire il vero è colpa mia; volevo che si prendesse un po’ di riposo.»
«Anche mia moglie mi proteggeva nello stesso modo, giovane signora! Istintivamente. Si buttava a capofitto nella breccia, e sempre con le parole giuste.»
Phyllis Trevayne rise piacevolmente, consapevole del complimento. «Sul serio, è la verità, signor Baldwin. In questo istante l’unica ragione per cui so che non sta lavorando è che posso vedere la vela del catamarano a un miglio o poco più dalla riva.»
«Un catamarano! Mio Dio! Dimentico sempre quanto siete giovani! Ai miei tempi nessuno della vostra età era già diventato così maledettamente ricco. Non da solo, perlomeno.»
«Siamo fortunati. Non lo dimentichiamo mai.» Il tono di Phyllis Trevayne era sincero.
«Ha detto una cosa molto bella, giovane signora.» Anche Franklyn Baldwin era sincero, e voleva che lei lo sapesse. «Bene, quando il capitan Achab sarà tornato a riva, le dica di richiamarmi, vuole?»
«Certamente.»
«Arrivederci, mia cara.»
«Arrivederci, signor Baldwin.»
Ma suo marito si era messo in contatto col proprio ufficio, ogni giorno. Aveva risposto a dozzine di telefonate, di persone molto meno importanti di Franklyn Baldwin. Oltre tutto, Andrew aveva simpatia per Baldwin; l’aveva detto tante volte. Si era rivolto a lui in molte occasioni, per farsi guidare nei complicati meandri della finanza internazionale.
Suo marito aveva un grande debito di riconoscenza verso il banchiere, e adesso il vecchio gentiluomo aveva bisogno di lui. Perché Andrew non l’aveva richiamato? Non era da lui, ecco tutto.


Il ristorante era piccolo, capace di non più di quaranta coperti, e si trovava nella Trentottesima Strada, tra Park e Madison Avenue. La sua clientela era costituita perlopiù da funzionari prossimi alla mezza età che si erano trovati improvvisamente a disporre di più soldi di quan...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. L'ultima verità