
- 400 pagine
- Italian
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Striscia di cuoio
Informazioni su questo libro
Saddle Valley, un centro residenziale nel New Jersey, è considerato il posto più tranquillo del mondo. Ma a sconvolgere la quiete arriva improvvisamente Omega che trasforma Saddle Valley in una 'striscia di cuoio', addensando sugli abitanti le ombre della discordia, del sospetto, del terrore, e della morte. Da questo bestseller internazionale, il film di Sam Peckinpah 'Osterman Weekend' interpretato da Burt Lancaster.
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Informazioni
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9788817113793eBook ISBN
9788858625989PARTE TERZA
IL FINE-SETTIMANA
dp n="118" folio="120" ? dp n="119" folio="121" ?IL taxi si fermò davanti alla casa dei Tanner. Il cane di John, uno smilzo welsh terrier, si mise a correre in su e in giù lungo il viale, abbaiando a ogni cambio di direzione, in attesa che qualcuno venisse ad accogliere gli ospiti. Janet arrivò di corsa attraverso il prato. La portiera del taxi si aprì e gli Osterman scesero dall’auto, con le braccia cariche di pacchi avvolti in carta da regalo. Il tassista tirò fuori dal baule una valigia di notevoli dimensioni.
Dall’interno della casa Tanner rimase a osservare gli ospiti: Bernie indossava una giacca di ottimo taglio e un paio di pantaloni azzurri, mentre Leila portava un abito bianco, trattenuto in vita da una catena dorata, che le lasciava scoperte le ginocchia e un cappello morbido a tesa larga che le nascondeva il lato sinistro del volto. Erano l’immagine stessa del successo e tuttavia c’era in loro qualcosa di artificioso, determinato forse dal fatto che i soldi erano arrivati solo nove anni prima.
Mentre guardava i due che si chinavano ad abbracciare sua figlia, Tanner si chiese se il successo per loro non fosse che una facciata dietro cui si celava, invece, un mondo nel quale sceneggiature e tempi di lavorazione erano solo dei fatti secondari; una buona copertura, come avrebbe detto Fassett. Guardò l’orologio. Erano le cinque e due minuti. Gli Osterman erano in anticipo rispetto all’orario previsto. Forse si trattava del loro primo errore o forse non si aspettavano di trovarlo lì. Di solito, in occasione del loro arrivo, usciva sempre un po’ in anticipo dagli studi, ma era difficile che riuscisse a essere a casa prima delle cinque e mezzo. Nella sua lettera Leila aveva chiaramente specificato che il loro aereo sarebbe atterrato all’aeroporto Kennedy verso le cinque. Mentre era comprensibile e quasi normale che un volo arrivasse in ritardo, il contrario era assai improbabile.
Dovevano avere una spiegazione. Chissà se si sarebbero degnati di dargliela.
«Johnny! Per l’amor di Dio! Mi era sembrato di sentire abbaiare il cane. Bernie e Leila sono arrivati. Cosa fai lì in piedi?» Ali era appena uscita dalla cucina.
«Oh, scusa... Volevo lasciare a Janet la soddisfazione di accoglierli per prima.»
«Va’ fuori, sciocco. Accendo il forno e vi raggiungo.» Sua moglie tornò in cucina e Tanner si avvicinò alla porta d’ingresso. Si fermò a fissare la maniglia di ottone, sentendosi come un attore impegnato in una parte importante che deve affrontare il pubblico per la prima volta e non sa come verrà accolto.
Si inumidì le labbra e si passò la mano sulla fronte. Con gesto deciso, girò la maniglia e tirò rapidamente a sé la porta, mentre, con l’altra mano, apriva il pannello rivestito di alluminio. Infine uscì.
dp n="120" folio="122" ? Il fine-settimana era cominciato.
«Benvenuti, scribacchini!» gridò con un allegro sogghigno. Era il suo saluto abituale, quello che ripeteva ogni volta, sapendo che Bernie ne era lusingato.
«Johnny!»
«Ciao, cara!»
I saluti solcarono l’aria, accompagnati da ampi sorrisi. Eppure, nonostante la distanza, Tanner si avvide che gli occhi dei suoi ospiti non sorridevano. Il loro sguardo parve frugargli dentro; fu una sensazione breve ma inconfondibile. Per una frazione di secondo Bernie smise persino di sorridere e sembrò quasi immobilizzarsi.
Fu questione di un attimo, poi tra di loro si stabilì una specie di tacito accordo a sospendere ogni pensiero inespresso.
«Johnny, che piacere vederti!» esclamò Leila, correndogli incontro attraverso il prato.
Tanner si lasciò abbracciare, anzi si scoprì a ricambiare l’abbraccio con un affetto superiore a quello che credeva di poter dimostrare. Sapeva anche perché; aveva superato la prima prova, le battute d’inizio del fine-settimana degli Osterman. Cominciò a rendersi conto che, dopo tutto, Fassett poteva anche avere ragione. Forse ce l’avrebbe fatta.
Si comporti in modo naturale. Faccia e dica quello che le viene spontaneo.
«John, sei in gran forma, amico!»
«Dove è Ali, tesoro?» gli chiese Leila, tirandosi da parte per permettere a Bernie di circondare l’amico con le sue lunghe braccia magre.
«In casa. Sta preparando la cena. Avanti, entrate! Da’ qua, te la porto io... No, Janet, tesoro, non ce la farai mai a trasportare quella valigia. È troppo pesante.»
«È solo un’impressione», disse Bernie scoppiando a ridere. «In realtà è piena di asciugamani rubati al Plaza.»
«Eh, come mai?» Tanner non poté impedirsi di chiedere. «Credevo che il vostro aereo fosse appena arrivato.»
Osterman gli lanciò un’occhiata. «No, siamo arrivati un paio di giorni fa. Adesso ti spiego...»
Per quanto potesse sembrargli strano, tutto era come ai vecchi tempi e Tanner si stupì di accettare questa realtà. C’era ancora la stessa sensazione di piacere nel ritrovarsi, certi che né il tempo né la distanza avevano intaccato la loro amicizia. C’era ancora la sicurezza di poter riprendere una conversazione rimasta in sospeso e di poter concludere un aneddoto o una storia cominciata mesi prima. E c’era ancora Bernie; il gentile e riflessivo Bernie, con i suoi commenti tranquilli e spiritosi sul grande magazzino suddiviso da filari di palme; il vecchio Bernie dall’umorismo impietoso, che sapeva ridere di se stesso come del mondo in cui si muoveva.
Tanner si ricordò le parole di Fassett.
«... si accorgerà di riuscire ad agire su due livelli senza alcuno sforzo. È sempre così.»
Ancora una volta doveva dargli ragione... Non era poi complicato essere dentro e fuori, attore e spettatore.
Tanner si accorse che Leila continuava a trasferire lo sguardo da lui a suo marito e viceversa. Una volta le ricambiò l’occhiata e lei abbassò gli occhi come un bambino colto in fallo.
Nello studio squillò il telefono. Il suono fece sobbalzare tutti, tranne Alice. Sul tavolo dietro il divano c’era una derivazione, ma John la ignorò e si diresse verso la porta, passando davanti agli Osterman.
«Rispondo qui. Sarà qualcuno dagli studi.»
Mentre entrava nella stanza udì Leila rivolgersi ad Ali a bassa voce.
«Tesoro, Johnny mi sembra teso. C’è qualcosa che non va? Sai, quando Bernie comincia a parlare, nessuno riesce più a dire nulla.»
«Teso è ancora poco! Avresti dovuto vederlo ieri.»
Il telefono continuava a squillare e Tanner sapeva che non avrebbe potuto aspettare ancora molto a rispondere. Peccato, ci teneva a sentire le reazioni degli Osterman al racconto del loro mercoledì di terrore.
Decise per una soluzione di compromesso. Sollevò il ricevitore e se lo appoggiò al fianco, restando ad ascoltare per qualche minuto la conversazione.
Lo colpì il fatto che Bernie e Leila reagissero al racconto di Ali troppo rapidamente, quasi in anticipo. Prima ancora che avesse finito una frase, avevano già cominciato a tempestarla di domande. Dovevano sapere qualcosa.
«Pronto? Pronto! Pronto!» La voce ansiosa all’altro capo del filo apparteneva a Joe Cardone.
«Ciao, Joe. Scusa, mi è caduto il telefono...»
«Non ho sentito alcun rumore.»
«Tutto merito della moquette, l’ho pagata un occhio della testa.»
«E dove? Nel tuo studio che ha il pavimento di legno?»
«Ehi, cosa ti prende?»
«Scusami... Oggi in città faceva un caldo infernale e il mercato sta andando a rotoli.»
«Così va meglio. Adesso riconosco il tipo ameno che stiamo aspettando.»
dp n="122" folio="124" ? «Ci siete già tutti?»
«No, solo Bernie e Leila.»
«Sono in anticipo. Credevo che il loro volo arrivasse alle cinque.»
«Sono a New York da un paio di giorni.»
Cardone fece per parlare, ma si fermò, come per riprender fiato. «È strano che non abbiano telefonato. Io, perlomeno, non ho ricevuto niente. Forse hanno chiamato te?»
«No. Suppongo che abbiano avuto da fare.»
«Certo, ma pensavo che...» Ancora una volta Cardone si interruppe nel bel mezzo di una frase. Tanner si chiese se le sue esitazioni fossero intenzionali; un mezzo per convincerlo del fatto che lui e Bernie non solo non si erano incontrati, ma non si erano neanche parlati.
«Vedrai che Bernie ci spiegherà tutto.»
«Già», disse l’altro in tono distratto. «Beh, volevo solo informarti che avrei tardato. Faccio una rapida doccia e mi precipito da voi.»
«A presto.» Tanner riappese il ricevitore, sorpreso dalla sua stessa calma. Era riuscito a controllare la conversazione. Ce l’aveva fatta. Cardone era un uomo nervoso e non aveva certo telefonato per avvertire del ritardo, soprattutto perché non era affatto in ritardo.
In realtà, l’unico scopo della sua telefonata era stato quello di assicurarsi che gli altri fossero già lì o che comunque stessero arrivando.
Tanner tornò in soggiorno e si sedette.
«Caro! Ali ci ha appena raccontato tutto! Che cosa orribile! Chissà come vi siete spaventati!»
«Mio Dio, John! Che esperienza raccapricciante! Ali mi ha detto che, secondo la polizia, si è trattato di una rapina.»
«Anche secondo il New York Times. Presumo che questa sia la versione ufficiale.»
«Non ho visto niente sul Times», affermò Bernie in tono deciso.
«C’erano solo poche righe in una delle ultime pagine. Ne parleranno più diffusamente sul giornale locale la settimana prossima.»
«Le circostanze in cui si sono svolti i fatti mi sembrano abbastanza insolite per una rapina», commentò Leila. «Io non mi accontenterei di una spiegazione del genere.»
Bernie la guardò. «Non so. Per la verità c’è qualcosa di strano. Nessuna traccia che serva a identificare i ladri. Nessun danno alle persone.»
«Quello che non capisco è perché non ci hanno lasciato nel garage», disse Ali, rivolta al marito. Era una domanda che gli aveva già fatto e alla quale lui non era riuscito a dare una risposta esauriente.
«Cosa ha detto la polizia?» chiese Bernie.
«Che il gas non era molto potente. Forse i ladri hanno preferito evitare che Ali e i bambini, svegliandosi, potessero vederli. Molto professionale.»
«Sì, ma anche molto angosciante», osservò Leila. «Come l’hanno presa i bambini?»
«Ray è diventato una specie di eroe locale, naturalmente», rispose Ali. «Janet, invece, non ha ancora capito esattamente cosa è successo.»
«A proposito, dov’è Ray?» chiese Bernie, additando un pacchetto che era rimasto nell’ingresso. «Spero che sia ancora un fanatico di aeromodellismo. Gli ho portato uno di quelli aggeggi telecomandati.»
«Ne sarà entusiasta», commentò Ali. «È giù in cantina, credo. John ha deciso di cedergliela...»
«No, è fuori in piscina», la corresse Tanner, rendendosi subito conto che la sua brusca precisazione gli aveva attirato l’attenzione di Bernie. Anche sua moglie rimase perplessa di fronte alla perentorietà della sua affermazione.
Tanto meglio, pensò lui. Meglio avvertirli che il padre sapeva, minuto per minuto, dove si trovavano i suoi figli. In giardino, il cane cominciò ad abbaiare e, dopo un attimo, si udì il rumore di una macchina che risaliva il viale d’accesso. Alice si avvicinò alla finestra.
«Sono Dick e Ginny. E Ray non è in piscina», soggiunse, rivolgendosi a John con un sorriso. «È già corso ad accoglierli.»
«Deve aver sentito l’auto che arrivava», osservò Leila senza ragione apparente.
Tanner si chiese perché avesse fatto quell’affermazione; sembrava quasi che lo stesse difendendo. Andò alla porta d’ingresso e l’aprì.
«Entra figliolo. Ci sono altri amici che ti vogliono salutare.»
Alla vista degli Osterman gli occhi del ragazzino si illuminarono. Bernie e Leila non arrivavano mai a mani vuote. «Ciao, zia Leila. Zio Bernie!» Raymond Tanner, dodici anni, si buttò tra le braccia di Leila, voltandosi poi verso Bernie, cui strinse la mano con gesto adulto ma con espressione impacciata.
«Ti abbiamo portato un regalino. Per la verità, è stato Merv a sceglierlo.» Bernie si avviò verso l’entrata e prese il pacchetto. «Spero che ti piaccia.»
«Grazie tante.» Tenendo stretto il regalo, il ragazzo si trasferì in sala da pranzo per aprirlo.
Virginia Tremayne fece il suo ingresso, fredda e sensuale al tempo stesso. Portava una camicia di foggia maschile a strisce multicolori e una gonna di maglia molto aderente. Erano in molte le donne che criticavano il suo aspetto a Saddle Valley, ma lì non ce n’era nessuna. Per tutti loro Ginny era una buona amica.
«Ho detto a Dick che mercoledì l’hai chiamato», annunciò a Tanner, «ma lui sostiene di non averti sentito. Povera vittima, è rimasto chiuso per ore in una riunione con degli orrendi individui di Cincinnati o di Cleveland, non so bene... Leila, cara! Bernie, tesoro!» Ginny depose un bacio leggero sulla guancia di Tanner e lo superò con passo danzante.
Anche Richard Tremayne entrò. Guardò subito Tanner e ciò che vide dovette soddisfarlo.
Questi, sentendosi osservato, si voltò un po’ troppo rapidamente perché l’altro potesse distogliere lo sguardo. Il giornalista riconobbe negli occhi dell’amico la stessa espressione che poteva avere un medico intento a esaminare la cartella di un ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- PARTE PRIMA - DOMENICA POMERIGGIO
- PARTE SECONDA - LUNEDÌ MARTEDÌ MERCOLEDÌ GIOVEDÌ
- PARTE TERZA - IL FINE-SETTIMANA
- PARTE QUARTA - DOMENICA POMERIGGIO