Parte Prima
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I
Il tassista frenò, guardò il tassametro e si girò verso le due ragazze. «Seimilacento lire.»
«Hai moneta?» chiese Nadia all’amica, frugando nella sacca.
«Sì, lascia, faccio io» disse Paola.
Il portone aveva l’aria solida e pretenziosa dei palazzi signorili anni Venti, con due grossi pomoli d’ottone tirati istericamente a lucido.
«La signora Marchetti a che piano è?» chiese Nadia alla portiera che subito si era sporta dalla guardiola.
«Secondo piano, prima porta a destra.»
Paola avvertì un che di ironico e di sfrontato nella voce della donna. Come se sapesse. Anzi, sicuramente sapeva: quante donne ogni giorno entravano in quel portone a chiedere dell’ostetrica Marchetti? Ora toccava a loro. Più precisamente, a Nadia.
«Nadia, sei proprio decisa?» chiese, mentre la gabbia dell’ascensore saliva con la solennità di un monumento nazionale.
«Piantala di fare l’idiota. Ormai sono qui, no? Credi che non ci abbia pensato?»
Non abbastanza, pensò Paola. Quindici giorni di ritardo, l’analisi positiva, un paio di telefonate per l’indirizzo "sicuro". E nemmeno una parola a Davide, il suo ragazzo.
Il campanello aveva il suono di un carillon. Venne ad aprire una donna sui sessanta, con il camice immacolato. «Entrate. Chi è di voi due che...»
«Io» la interruppe Nadia.
«Bene, dovrà aspettare una mezz’oretta. Il ginecologo sta operando in ospedale e sarà qui alle dieci. Come ho spiegato ieri per telefono, non sono io che faccio gli interventi. È una cosa sicura, come in clinica. C’è anche l’anestesia. Ma avanti, accomodatevi.»
Il pavimento del salotto, notò stupidamente Paola, aveva le piastrelle più lucide che avesse mai visto. Le pareti erano ricoperte di diplomi, foto di neonati con dedica e vecchie immagini di famiglia. C’erano tre poltrone di velluto verde, a semicerchio davanti a un tavolino, e un enorme, aggrovigliato philodendron sotto alla finestra.
Paola e Nadia si sedettero l’una accanto all’altra, in silenzio. L’ostetrica uscì e ricomparve subito dopo con una busta bianca, aperta. «Come d’accordo, sono quattrocentomila.» Porse la busta a Nadia e si voltò, con pudica signorilità. Nadia tirò fuori dalla sacca un rotolo di banconote da diecimila, lo infilò nella busta e diede tutto alla donna.
«È digiuna?» questa le chiese. «Sa, è per l’anestesia.»
«Sì, sono digiuna.»
«Bene. A proposito, dimenticavo di chiederle se è minorenne. È per il prezzo. Il ginecologo per le minorenni chiede cento di più. Capisce, il rischio...»
«Ho ventidue anni.»
«Ne dimostra di meno. È anche una bella ragazza, non per farle un complimento.»
Nadia ignorò ostentatamente quei tentativi d’approccio. Aveva l’aria cupa e ostile dei momenti difficili, e dio sa se questo lo era, Paola pensò mentre l’ostetrica si allontanava. O no? Forse per Nadia questo era solo un contrattempo fastidioso che in un mese, magari anche in una settimana, avrebbe dimenticato.
dp n="9" folio="11" ? La conosco così poco, continuò a pensare. Dividevano lo stesso monolocale da un anno e Paola l’ammirava perché era una ragazza autosufficiente e ambiziosa. Attualmente Nadia faceva l’interprete di fotoromanzi, seicentomila per dieci giorni di "pose", ma il suo traguardo era scrivere testi teatrali. «Ti rendi conto» ripeteva quasi ogni giorno «che le compagnie vanno avanti a Ibsen, Cecov o Pirandello? Ti rendi conto che tra cent’anni, ma che dico, tra dieci, gli autori di oggi saranno finiti nel dimenticatoio? Uno che oggi riuscisse a scrivere un testo valido farebbe fortuna.»
E Nadia passava tutto il tempo libero alla macchina da scrivere. Riempiendo la casa di foglietti, appunti, ritagli. "Ma cosa ne so io di lei, al di fuori di questa sua caparbia ambizione?", Paola si chiese con sgomento. "Conosco così poco dei suoi problemi, dei suoi sentimenti, delle sue reazioni. L’ho sempre considerata una ragazza splendida e fortunata, senza mai accorgermi dell’irreale superficialità di questa immagine. Non le ho mai chiesto: ’Hai bisogno di qualcosa?’. Non le ho mai parlato, davvero, di me. Dando per scontato che una splendida e fortunata ragazza non potesse avere bisogno di niente, né capire i problemi altrui."
La guardò con una fitta di rimorso, con l’impulso improvviso di gettarle le braccia al collo e dirle quanto bene nonostante tutto le volesse. Ma Nadia stava leggendo una vecchia rivista medica, a faccia in giù, i capelli nerissimi e lunghi che le nascondevano gli occhi, il naso, la bocca. Una specie di sipario funereo, pensò Paola. Vergognandosi subito, come sempre le accadeva, per questa sua attitudine alle immagini retoriche, alle emozioni plateali.
«Il ginecologo è arrivato, venga» disse l’ostetrica a Nadia. Era entrata in silenzio e le due ragazze ebbero un sussulto. Nadia posò la rivista e si alzò. Fece per alzarsi anche Paola, ma l’ostetrica la bloccò: «Lei aspetti qui. Ci vorrà una mezz’ora, non di più».
dp n="10" folio="12" ? Paola guardò l’orologio: le dieci e dieci. «Ti aspetto» disse all’amica. Stupidamente, come se non fosse una cosa scontata. Restata sola, raccolse la vecchia rivista medica che prima stava leggendo Nadia, la sfogliò senza vedere nulla, la rimise sul tavolino. Le dieci e un quarto. Alzò gli occhi e vide di nuovo tutte quelle foto di bambini alle pareti. Bambini cui era stato permesso di nascere. Sentì un groppo in gola.
Le dieci e venti. Ho paura, si disse. Ho paura per Nadia, ho paura di stare in questa stanza.
Tese l’orecchio e sentì un silenzio assoluto. Si alzò, andò verso la finestra e provò un’assurda repulsione per quel philodendron aggrovigliato. Qualcosa di feroce, come una pianta carnivora che si nutrisse di vite altrui.
Tornò a sedersi. Ancora silenzio. Ma cosa si aspettava? Urla di dolore, laghi di sangue, sirene dell’ambulanza, irruzione dei carabinieri? Una tragedia dell’aborto clandestino da pagina di cronaca nera? Quattrocentomila lire, il ginecologo abile e senza troppi scrupoli, l’anestesia: Nadia aveva saputo organizzarsi anche in questo, senza rischi e senza sperperi di tipo clinica di lusso o volo a Londra.
Le dieci e quaranta. L’ostetrica Marchetti entrò di corsa. «Venga, è finito. Non si spaventi, la sua amica si sta svegliando ed è un po’ agitata per via dell’anestesia. Benedette ragazze, potevate dirmelo che è allergica, il ginecologo se l’è presa con me.»
L’avevano portata in una stanzetta con due brande divise da un tendone. Aveva i pugni stretti attorno alla testa e si contorceva mugolando, come se le fosse cascata addosso tutta la sofferenza del mondo.
«Oh Dio, sta male, chiami qualcuno!» urlò Paola.
«Ragazza, non facciamo piazzate. Fra dieci minuti la sua amica si sveglia e starà benissimo. Sta benissimo anche adesso, gliel’ho detto che è una reazione dell’anestesia.»
dp n="11" folio="13" ? «È sicura? Non c’è pericolo?»
«Macché pericolo. Guardi, sta già meglio.» Infatti, di colpo, Nadia aveva smesso di sussultare. Aprì gli occhi. «E finito?»
«Sì, cara» disse l’ostetrica. «Adesso porto un bel caffè a tutt’e due e tra un quarto d’ora ve ne potete tornare a casa. Contente?»
Appena la donna fu uscita, Paola si curvò su Nadia e le tese le braccia, incapace di trattenere i singhiozzi. Nadia la respinse brusca: «Cristo, ci mancano le tue lacrime. Che c’entri tu? Ti capiterà mai di abortire, nella vita? Se perdi dieci chili di peso, se ti levi di dosso quei tuoi schifosissimi tailleur, probabilmente troverai un bravo ragazzo che ti sposa e al primo figlio ricoprirà il comodino di gladioli rossi».
Più che la cattiveria, fu quella valanga di parole, quell’improvviso ritorno alla lucidità a sbalordire Paola. «Perché dici queste cose? Credi che non capisca che cosa stai provando in questo momento?»
«Ma cosa vuoi capire, tu. Ogni mese vai in banca a ritirare i soldi che il paparino edile ti fa accreditare dall’Algeria, ogni tre mesi te ne vai a Venezia a fare l’esamino di belle arti e conosci la vita attraverso i raccontini che illustri per i tuoi giornali per signore. Fattelo dire, bellezza, tu non sei una donna, sei una vegetale. Vigliacca se in un anno mi è riuscito di fare una risata o una bella lite con te!»
«Posso trovare un’altra sistemazione, andare in un residence. Scusami.» Paola si accorse che le lacrime le scendevano da sole, incontrollabili.
«Scusami tu. Sono piena di veleno e di schifo e me la sono presa con te. Ti giuro che non penso niente di quello che ho detto. Se stamattina non ci fossi stata tu... Se tu non vivessi con me...»
«Hai sentito molto male, Nadia?»
«No, niente. Appena il ginecologo è entrato, l’ostetrica mi ha infilato un ago nel braccio e sono partita. Il bambino non potevo tenerlo, capisci? Davide è zeppo di problemi e non potevo dargli anche questo. Le femministe mi sbranerebbero, ma la realtà è questa. Dargli un bambino voleva dire farmi inzuppare la spalla delle sue lacrime, dei suoi "come facciamo?". Oppure assistere al suo delirante ottimismo: "Potremmo affidarlo a mia madre, sarà pazza di gioia all’idea di avere un nipotino".»
«Ma tu vuoi bene a Davide...» Era per metà un’affermazione, per metà una domanda.
«Gli voglio bene, certo, e mi piace stare con lui. Persino quando mi piange sulla spalla. Ma l’amore è un’altra cosa. Non mi sono mai innamorata di nessuno e a volte penso di amare soltanto me stessa. Ti faccio orrore?»
«Ma cosa dici. Mettiti tranquilla, ora.»
«L’anestesia mi rende loquace. Otto anni fa feci l’appendicite e quando mi svegliai, ricordo, trattenni per un’ora la suora facendole la storia della mia adolescenza. Scappò via quando le dissi che per anni mi ero masturbata ogni giorno. L’anestesia mi fa l’effetto del vino. In anestesia veritas» scherzò. Poi, subito, allarmata: «Ma, Paola, questo non vale per quanto ti ho detto prima. Davvero non pensavo niente di quello che ti ho detto».
«Lo so. Ma ora mettiti tranquilla» Paola ripeté.
«Sono tranquilla. Avevo una paura pazza di star male, di sentirmi scavare l’utero. Invece è andato tutto benissimo. La sofferenza mi fa schifo. I preti dicono che migliora le anime, io invece dico che le indurisce. Mi fa schifo anche far soffrire gli altri. Questo figlio, per esempio: cosa gli avrei potuto dare? Con che diritto lo buttavo nell’esistenza?»
«Nadia, nessuno ti condanna. Almeno, non io. Ti senti davvero bene, adesso?»
«Benissimo!» cinguettò, rispondendo per lei, l’ostetrica Marchetti. Era entrata in quel momento reggendo due tazzine a ghirigori da cui usciva il fumo del caffè appena fatto.
«Dieci minuti e possiamo chiamare un taxi» aggiunse la donna. «Se ha qualche perdita non si preoccupi, è normale.» Porse a Nadia una busta di carta velina: «Ci sono dentro cinque capsule, ne prenda una ogni sera per cinque sere. Una settimana di riposo e non ci pensi più». Poi, con un sorriso complice: «E un’altra volta stia più attenta. Benedette ragazze, parlate tanto di pillola ma continuate a restarci che è un piacere!».
Nadia sbottò: «E a lei va bene, no? E anche al ginecologo che viene a casa sua invece di fare gli aborti gratis in ospedale».
«E già, l’aborto legale. Ma cosa credete che risolva? Prendiamo lei, cara ragazza. Ieri sera mi telefona e stamattina è già a posto. Tutto bello, sicuro, veloce. Cosa crede, che all’ospedale le avrebbero detto: "Venga domattina, cara?". Che l’avrebbero trattata con la mia gentilezza? Che dopo il raschiamento le avrebbero portato un buon caffè appena fatto? Fra vent’anni, forse. Ma intanto si va avanti così. L’ho costretta io, a abortire? Sono stata io a fare l’amore senza precauzioni? Oppure a dirle: "Non vada in ospedale, venga a casa mia"?. E allora, cara ragazza, si risparmi le sue battutine. Ora vi chiamo il taxi» concluse dignitosamente l’ostetrica Marchetti.
II
Era un monolocale per definizione snob dell’architetto che due anni prima l’aveva subaffittato a Nadia. In realtà a Paola, fin dal primo giorno, era apparso uno stupendo e vero appartamento, sia pure di proporzioni ridotte. Cucina abitabile con le pareti zeppe di pensili in legno naturale e di poster; bagno piastrellato e accessoriato Richard Ginori; una stanzetta adibita a studio, con tre muri occupati da scaffali e l’angolo di lavoro di Nadia (macchina da scrivere su tavolo fratino autentico).
Il monolocale era una grande stanza di sessanta metri quadrati abilmente divisa in zona notte e zona giorno. La zona notte era su una pedana ricoperta di moquette marrone: due ampi divani zeppi di cuscini, un prezioso cassettone con collezione di caffettiere antiche e, posato in sapiente casual, un tv 16 pollici.
Nella zona giorno, su un enorme tappeto turco arancione-blu-ruggine, era sistemato un tavolo rotondo, bianco, con sei sedie ricurve e sofisticamente tozze; le pareti erano praticamente nascoste dai quadri che si arrampicavano fino al soffitto. Allineate davanti alle portefinestre che empivano di luce i sessanta metri quadrati, un’orgia di piante verdi e fiorite.
L’angolo di lavoro di Paola era stato ricavato da una nicchia; la luce pioveva sul cavalletto da un lucernario dorato. Quattro, cinque ore le bastavano per illustrare i racconti di cui leggeva, nelle fotocopie datele dalle redazioni, le trame, i colpi di scena, gli ambienti.
Non lavorava per bisogno. O meglio, lavorava per il bisogno di fare qualcosa. Suo padre, "l’edile", come Nadia l’aveva chiamato quel maledetto giorno di due settimane prima, le mandava dall’Algeria ottocentomila lire al mese. Centomila le dava a Nadia per contribuire all’affitto e il resto le bastava per il vitto, per i libri, per l’università e per gli "schifosissimi tailleur" che erano poi gonne, camicette, golfini di cachemire, giacche.
In jeans si sentiva a disagio. Anzi, ridicola. Se tu perdessi dieci chili di peso, le aveva detto Nadia. Sempre in quel maledetto giorno.
Sono cattiva e ingiusta, si disse Paola. Non dovrei continuare a rimuginare su quelle parole. Eppure, da quel giorno di due settimane prima, qualcosa era cambiato dentro di lei. Insieme all’embrione di Nadia era morto il suo pigro, fatalistico senso di inutilità quotidiana.
"Sei un’araba" le aveva detto Nadia la prima volta che si erano incontrate, sul rapido Milano-Venezia. E forse era davvero così. Fino a un anno prima aveva ...