L'amore si impara
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L'amore si impara

  1. 384 pagine
  2. Italian
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L'amore si impara

Informazioni su questo libro

Un amore felice non è - quasi mai - un puro colpo di fortuna. L'incontro tra uomo e donna è sempre un evento complesso, in cui si scontrano diversi egoismi ed entrano in gioco pregiudizi, paure e vecchi schemi di comportamento. Insomma, per sapere come affrontare il "nemico" sul suo stesso terreno (e possibilmente prenderlo al laccio) è essenziale imparare a conoscerlo. Questo libro, frutto del lungo rapporto epistolare tra l'autrice e le lettrici delle sue rubriche giornalistiche, insegna trucchi e strategie per conquistare l'uomo dei sogni e vivere per sempre felici e contenti.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2012
Print ISBN
9788817048927
eBook ISBN
9788858627211

PARTE PRIMA

COME CONQUISTARE UN UOMO

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INTRODUZIONE

« Nessuno nasce imparato » è un modo di dire che da bambina mi suscitava una curiosa ilarità e oggi mi sembra un piccolo gioiello di saggezza. Ahinoi, disatteso: l’impazienza dei tempi non indulge con gli apprendisti, e vuoi per presunzione, vuoi per legittima difesa, ci buttiamo in ogni situazione convinti di saperne abbastanza per cavarcela.
È così anche coi sentimenti. E forse peggio: qui nessuno ci chiede referenze né ci insegna il mestiere. Le attrazioni sono istintive, la coppia aperta, la maternità naturale e la buona riuscita del matrimonio e dei figli un po’ dipendono dalla fortuna e un po’ da come siamo riuscite ad arrangiarci nel ruolo di compagne e di madri.
Io penso che molte cose si potrebbero anche prevedere, aggiustare, pilotare: in un solo verbo, imparare. Quel che mi imbarazza, e assolutamente non vorrei arrogar [??] è il ruolo di «maestra». Per spericolatezza e stupidi[??]tà ho commesso molti errori prima di approdare a un legame appagante: sarebbe perciò ridicolo che ora salissi in cattedra a pontificare e dare lezioni.
Anche se ringrazio chi mi chiede interviste televisive, [??]scoli e libri ritenendomi generosamente una « esperta » dei sentimenti, sono soltanto un’autodidatta che ha pre[??]ceduto per tentoni e abbagli.
Con una chance in più rispetto alle compagne di disavventura: le migliaia di lettere che ho ricevuto parlando, per circa vent’anni, con le donne: le lettrici di Anna prima, quelle di Più Bella poi. Lo considero, più che un bagaglio professionale, un patrimonio umano preziosissimo: le lezioni di vita più spontanee e salutari che ho ricevuto, quelle che mi hanno fatto capire che nell’amore bisogna essere generose, audaci, leali ma anche « sapienti ».
Il rapporto con un uomo è, sostanzialmente, una guerra. Si deve combattere contro egoismo, paura, viltà, riluttanze. Spesso contro la Mamma e il ricordo (o l’alibi o i ricatti) di un’altra. Talvolta contro noi stesse: resistenze ed egoismi li abbiamo anche noi. Ne deriva che, come tutte le guerre, questo rapporto esige tattiche d’aggiramento, tecniche di tregua e strategie d’emergenza: le tre fasi di ogni legame (conquistare, mantenere, riprendersi) che abbiamo suddiviso in tre volumi.
Sono le famose « lezioni » che ho imparato e che mi limito a illustrarvi. Mettendoci, di mio, una piccola avvertenza: a differenza di tutte le altre guerre, in quella con l’uomo non debbono esistere né vincitori né vinti. Come nei buoni affari (e un amore felice è il migliore che si possa fare nella vita), l’esito deve essere ugualmente soddisfacente per entrambi i partner.
Buona lettura e... buona fortuna.
Maria Venturi

Capitolo uno

L’ANIMALE UOMO

L’uomo, inteso come maschio, è l’animale meno mutevole del creato. Mi dispiace dissociarmi, ma non credo affatto che l’evoluzione e la rivoluzione della femmina lo abbiano reso più cauto o più aggressivo o più insicuro di quanto fosse un tempo. Abbiamo semplicemente compiuto un’operazione di disturbo al suo habitat, costringendolo a venire allo scoperto con atteggiamenti e difetti che ieri nessuno gli contestava e oggi, stando a quanto fidanzate e mogli raccontano, sembrano assai restii a correggere.
Il presuntuoso, il mammone, l’eterno indeciso, il nevrotico, l’avaro, lo spericolato, il carrierista, l’infedele (eccetera eccetera) esistono da sempre, e sono esemplari che a mio avviso non si estingueranno mai. I problemi derivano dal fatto che, noi sì, siamo cambiate.
A differenza del maschio, eravamo rimaste una specie «imperfetta» a cui ora sono stati dati artigli ed ali. La nuova donna di cui tanto si parla esiste davvero (negli strati sociali più elevati, s’intende). Se non riesce a difendersi e a volare è perché non ha ancora imparato a fare buon uso delle armi di cui dispone.
Da quel che credo di aver capito, buona parte delle nostre infelicità amorose deriva da un errato modo di intendere la sicurezza di sé e il concetto di parità. E val la pena di soffermarsi su questo concetto. Sia le giovanissime alla prima esperienza sia le ultratrentenni con un vissuto alle spalle, «indottrinate» da manuali barricaderi o etiche inneggianti al rigore e all’autostima, vanno verso l’uomo con un atteggiamento inconsapevolmente o scientemente ostile.
La compiacenza, la piccola finzione e la civetteria vengono ritenute strumenti di seduzione sorpassati e insultanti. Lui deve apprezzarci e volerci per come realmente siamo, assunto di per sé nobile ma in pratica traumatico, in quanto non esiste più mediazione o cuscinetto nell’impatto maschio-femmina. A ciò si aggiunge quella ipervalutazione della sicurezza che spesso sconfina nella presunzione.
Confondendo la civetteria con la compiacenza, ci rifiutiamo non solamente di correggere le nostre rigidità e i nostri difetti (operazione che peraltro migliorerebbe tutti i rapporti affettivi e di lavoro) ma anche di mostraŕci comprensive, tolleranti e gentili come vorremmo che l’uomo si mostrasse con noi. Salvo poi sentirci stupite e confuse se un «lui» che sembrava tanto preso e assiduo, superato l’incanto dei primi incontri bruscamente si defila.
Le frizioni sfociano nel conflitto nel momento in cui ci proponiamo di dar vita a un rapporto paritario. Intendiamoci, sarebbe masochistico e sbagliato se perpetuassimo la religione della «superiorità» del maschio rinunciando a far valere i nostri diritti e le nostre esigenze. Ma qui torniamo al punto di partenza.
L’animale uomo non è cambiato e la parità non gli è congenita: è un nuovo modo di vivere la coppia e il rapporto con la donna in genere che gli imponiamo contro la sua volontà e in alcuni casi anche con la coercizione. Deve abituarsi e «sforzarsi» di essere collaborativo, attento, rispettoso, tenero, autocritico, gentile. Giustamente lo pretendiamo. Ma perché mai ci rifiutiamo di fare lo stesso sforzo nei suoi confronti? Forse perché abbiamo paura di decadere nelle vecchie civetterie e malizie?
Eppure anche l’uomo simula, compiace, tenta di porgersi al meglio: la recita fa parte della seduzione, e il più delle volte i cambiamenti sostanziali passano attraverso gli atteggiamenti formali. Tutto ciò che deriva da cattive abitudini o pessima educazione può essere rivisitato e corretto.
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Se il carattere si possa cambiare o no è controverso: personalmente opto per la corrente di pensiero più disfattista. Non ho avuto molti uomini, ma quei pochi che ho amato li ho lasciati come li avevo trovati. E non mi pare proprio che l’ultimo, col quale vivo da venticinque anni, sia granché cambiato: è rimasto il classico marito double-face, meticoloso, instancabile, simpaticone e disponibile sul lavoro e con gli amici; disordinato, pantofolaio, cieco e sordo a ogni provocazione in casa.
A quel che sento, sono in ottima compagnia: e da qui deriva la convinzione (se permettete ve la porgo come certezza) che esistono caratteristiche e difetti strutturali assolutamente immodificabili. Come, del resto, sono anche alcune qualità.
L’amore, è risaputo, se non lo viviamo come una schiavitù o una guerra ci fa sentire onnipotenti ed euforiche. Raramente ci rende cieche come certa letteratura vorrebbe. I difetti di un uomo li vediamo, eccome. Ma anziché fermarci per cercare di capire se, e fino a che punto, potranno disturbarci, ci buttiamo con ardore incoraggiate da due diverse fedi. La prima: nessuno è perfetto e comunque le cose che di lui mi piacciono sono superiori a quelle che non mi piacciono. La seconda: detesto certe cose che lui dice e fa, tuttavia io lo cambierò.
Né la religione della generosità né quella dell’efficientismo sono purtroppo confortate dal miracolo. L’esperienza dimostra che con il passare del tempo l’insofferenza prevarica la tolleranza e la giòia delle cose che piacciono è sopraffatta dalla rabbia di quelle che non piacciono. Milioni di donne possono confermarvi che l’egoista non diventerà mai generoso, il mammone non reciderà mai il cordone ombelicale che lo lega alla figura materna, il vile non sarà mai capace di atti coraggiosi e autorevoli, il carrierista non posporrà mai le esigenze del capo a quelle della partner e così via.
A questo punto la morale della prima «lezione» dovrebbe essere chiara: prima di conquistare un uomo, chiedetevi se ne vale la pena.

Capitolo due

AL CUORE SI COMANDA

Io non credo, e l’ho scritto mille volte, alle attrazioni fatali. Prima che il cuore diventi ingovernabile creandosi «delle ragioni che la ragione non conosce» c’è tutto il tempo per correggere il tiro e darsi alla fuga: se non lo si fa è per masochismo o per ignoranza. Il primo è incurabile, alla seconda si può porre rimedio imparando.
Che cosa? Per cominciare, che a ciascuna di noi corrisponde un certo tipo d’uomo (ma lo stesso discorso vale anche volto al maschile). Ciò non significa che il partner debba avere le nostre idee, i nostri gusti, la nostra estrazione sociale, le nostre aspirazioni: il che, per inciso, renderebbe il rapporto abbastanza noioso. Quel che conta è che il suo modo di essere sia compatibile con il nostro; in parole semplici, che non vi sia incompatibilità tra quelle aspirazioni e quei valori che giustamente vengono definiti esistenziali.
Una ragazza che si proietta nel matrimonio ponendo la fedeltà ai vertici delle aspettative non potrà mai costruire un’unione serena con un partner che è negato alla monogamia; una donna determinata, anticonformista e sicura non riuscirà mai a sentirsi bene accanto a un compagno dal temperamento crepuscolare e rinunciatario; una carrierista che guarda al lavoro come a uno strumento irrinunciabile per la sua realizzazione avrà (e arrecherà) molti problemi lasciandosi travolgere dall’amore per un uomo che sogna una famiglia tradizionale.
In natura come nelle dinamiche sentimentali tutto ha una precisa funzione: l’attrazione sessuale è finalizzata alla procreazione, l’urgenza di parlare e «raccontarsi», che caratterizza i primi mesi di un rapporto, ha lo scopo di consentire la verifica di affinità o rigetti. Il piacere di intrigare e di recitare non deve far perdere di vista questo scopo. Nascondere come si è veramente, o rifiutarsi di vedere come è fatto l’altro, è dissennato.
Tre anni fa una lettrice mi scrisse disperata: alla vigilia delle nozze aveva «scoperto» che avrebbe dovuto convivere con la suocera. Era stata fidanzata due anni: di che cosa avevano parlato, lei e il suo ragazzo? Com’era possibile che (con tutto il rispetto per le suocere...) una simile catastrofe non fosse mai stata ventilata?
Ribadendo la lezione numero uno: una intelligente’ esplorazione risparmia la fatica di conquiste dispersive o rovinose. L’«intelligenza» include ovviamente lucidità e buonsenso. Va da sé che l’uomo ideale esiste soltanto nei sogni e che bisogna adattarsi a convivere con qualche difetto.
Ma anche qui vale la regola della compatibilità, da applicare con criteri del tutto personali. Esistono disattenzioni, vizietti, lacune o manie di per sé irrilevanti verso i quali, tuttavia, una donna (ma anche un uomo!) può avere una avversione esagerata e quasi paranoica. Io, per esempio, non avrei mai potuto sposare un fanatico dello stadio; se vado in casa di amici e stanno guardando una partita alla tivù divento isterica perché sono visceralmente allergica al calcio.
Un mio amico, per fare un altro esempio, rifiuta di convivere con la donna a cui è legato da dodici anni perché lei è allegramente e spudoratamente disordinata mentre lui è un fanatico del motto «ogni cosa al suo posto e ogni posto in ordine». Non so se lei non l’ha ancora lasciato perché è pazzamente innamorata o perché lui è miliardario. Sta di fatto che così ha un futuro, mentre se insistesse per la coabitazione l’aspetterebbe un inferno di brevissima durata.
Noi donne in particolare siamo assai spesso portate a sopravvalutare il ruolo della fortuna quando vediamo una collega, o una conoscente, o un’amica costruirsi un rapporto sentimentale più felice del nostro. Oppure ad attribuirle subdole capacità di civetteria e di malizia se, a differenza di noi, riesce senza fatica ad attirare l’attenzone dell’uomo che le interessa.
Sottovalutiamo la realtà che, fatte salve eccezionali bellezze o travolgenti personalità, la maggior parte delle donne deve affrontare i nostri medesimi problemi e le nostre medesime resistenze nei rapporti con l’altro sesso. L’esito più felice dipende esclusivamente dall’arte, congetturata o appresa, di mirare al bersaglio giusto.
Da ragazza ho appassionatamente amato L’antologia di Spoon River di Edgard Lee Masters. Straziata da una cotta incorrisposta, ero affascinata dal bellissimo verso, i nostri cuori rispondono a stelle che non vogliono saperne di noi... Con il passare degli anni ho prosaicamente capito che nel firmamento amoroso «non vogliono saperne di noi» solamente le stelle che gravitano in orbite diverse dalle nostre.
Anche gli uomini hanno le loro preferenze e le loro idiosincrasie. E, del tutto sprovvisti del nostro zelo missionario o della nostra generosa capacità di adattamento, una volta sospettati in noi atteggiamenti o difetti che non amano girano alla larga. È quanto dovremmo imparare a fare, esattamente come hanno fatto le «sorelle» cosiddette fortunate. Il loro primo successo è aver accuratamente aggirato l’insuccesso di una conquista «impossibile», consapevoli dei limiti e delle inadeguatezze che esse mostravano agli occhi di un determinato tipo d’uomo.
Con questo non voglio certamente dire che, individuato il partner idoneo, i giochi siano fatti. Innanzitutto ho la vaga sensazione che il colpo di fulmine, ribattezzato feeling, stia diventando un fenomeno sempre più raro. Forse perché presuppone uno stato di grazia osteggiato da stanchezza e stress; forse perché esige un’atmosfera che discoteche, cene superaffollate e luoghi di conoscenza e incontro in genere non facilitano; forse perché nell’era dell’efficientismo e del computer si è cinicamente perduta la fede nel miracolo; forse perché i martellanti inviti a dimagrire, correre, migliorare fino a costruirci un’immagine di irresistibile richiamo ci ha riempiti (uomini e donne) di complessi di inadeguatezza e di colpa, cosicché tendiamo a ripiegarci in noi stessi anziché rizzare le antenne...
Sta di fatto che di flirt o legami nati da folgorazione o rapimento mi giungono notizie sempre meno frequenti. A questo fenomeno relativamente nuovo si aggiunge la ben nota riluttanza dell’animale maschio. Come incontra una donna che lo attrae, anziché approfondire le ragioni di questo interesse cerca criticamente i motivi per cui è ingiustificato. Lei ha un tono di voce troppo alto, è troppo estroversa, non è ordinata, non è affidabile, è possessiva, non controlla le sue emozioni... Eccetera eccetera.
Talvolta rilutta autofustigandosi. È il ragazzo, oppure l’uomo, del genere «non son degno di te». Credo che tutte voi ne abbiate conosciuto almeno uno e ancora ricordiate quei discorsi che vi facevano impazzire di impotenza, infelicità e rabbia: meriti un compagno migliore, con me non saresti mai felice, io sono condannato a vivere solo, cerca di dimenticarmi.
L’altro giorno, mettendo ordine in un vecchio armadio in cui non mettevo mano da secoli, ho trovato una valigia piena di lettere, telegrammi e nastri: i reperti di un incubo che (ancor oggi non so se per amore folle o testardaggine monumentale) si è trasformato in un legame solido e sereno.
Venticinque anni fa l’attuale compagno della mia vita non si riteneva, per l’appunto, degno di me. Inutilmente tentavo di convincerlo che ero bruttina, rompiscatole, spendacciona, disorganizzata, cocciuta, avventata, umorale, anche un po’ stupida e, se. non bastasse, di tre anni più vecchia di lui e con due gemelline sulle spalle.
Via posta e mangianastro lui continuava a ripetere che io ero «unica» (oddio, nel mio genere lo ero!), che lui non avrebbe mai potuto darmi quel che gli chiedevo perché «non era fatto» per vivere in due (anzi, in quattro) e non era «adatto» (sic) alla felicità. Che lo dimenticassi, perciò. Sì, ciao. Tirai fuori il peggio (o il meglio) di me e alla fine, io stremata e lui senza fiato, arrivammo al compromesso di tentare.
Guardandolo oggi, e riesumando quei lontani ricordi, mi chiedo da dove mai gli fossero venute certe convinzioni: sta di fatto che ha dimostrato una prodigiosa capacità di adattamento. Non solo alla felicità, ma a tutti i comfort del quotidiano che vanno dalla poltrona al buon pranzetto, dalle pantofole alla pennichella. Adora le gemelle, con le quali ha fatto fronte unico contro di me, fa anche trecento chilometri di macchina per tornare a dormire a casa (lui dice «con me») e pur dando prova di essermi legatissimo ha purtroppo smesso di ritenermi «unica». Si lamenta che spendo, rompo, parlo senza rifle...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. PARTE PRIMA - COME CONQUISTARE UN UOMO
  4. PARTE SECONDA - COME TENERSI STRETTO UN UOMO
  5. PARTE TERZA - COME RICONQUISTARE UN UOMO
  6. Appendice - IL TEST DELLE PROBABILITÀ