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  1. 343 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

1943: il quattordicenne Giovanni fissa sull'album da disegno gli ultimi giorni del fascismo, il bombardamento di Roma del 19 luglio, la deportazione degli ebrei il 16 ottobre. 1963: Andrea, tredici anni, attraversa col padre, su un Maggiolino decappottabile, l'Italia del boom. 1980: l'undicenne Luca registra sulle cassette del suo mangianastri l'anno terribile del terremoto in Irpinia, del terrorismo, dell'assassinio di John Lennon. 2025: l'adolescente Nina vuole costruire la sua vita preservando le esperienze uniche e irripetibili di coloro che l'hanno preceduta. Quattro generazioni della stessa famiglia, quattro ragazzi colti ciascuno in un punto di svolta (l'esperienza della morte e della distruzione, la malattia di una madre perduta e ritrovata, il tradimento degli affetti, la rivelazione dell'amore) che coincide con momenti decisivi della recente storia italiana, o si proietta in un futuro di inquietudini e di speranze. Il nuovo romanzo di Walter Veltroni intreccia voci, destini, ricordi, eventi, oggetti-simbolo, canzoni, fi lm, sentimenti e passioni che vengono da giorni e luoghi perduti, eppure così familiari. Forse perché quelle voci siamo Noi.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2011
Print ISBN
9788817035545

1943
L’estate

Giovanni avrebbe passato ore a guardarlo. Era incantato dalla magnifica perfezione di quell’oggetto. Una concessione alla meccanica, e dunque al progresso, in quell’isola senza tempo che è Villa Borghese. L’idrocronometro del Pincio era diventato per lui una meta fissa. Quell’anno la scuola era finita prima del solito, a causa della guerra. Al mattino si svegliava presto, quando Cesare e Francesco, i suoi due fratelli gemelli, uscivano rumorosamente per andare a scaricare cassette di frutta ai Mercati generali. Si alzava che il padre era già al lavoro e la madre a fare la fila con la tessera in mano, per cercare di conquistare un po’ di carne o di zucchero. Così lui si ritrovava solo. Gli piaceva, quel modo di cominciare la giornata. Si sentiva padrone, a quattordici anni, del suo tempo. Si sentiva padrone di quel luogo, anche solo per poche ore. Al loro rientro, tutti gli altri membri della famiglia sarebbero stati più importanti di lui.
Allora apriva la finestra e per un po’ stava a sentire le voci della piazzetta del quartiere. Ormai le conosceva a memoria. Riconosceva il modo di salutarsi e poteva prevedere le frasi, sempre le stesse, con le quali la gente del rione rendeva omaggio a un nuovo giorno. Qualche volta sorrideva prima che le pronunciassero, quelle frasi. In fondo l’idea che fuori ci fosse quel mondo sempre uguale mitigava la sensazione di solitudine che la casa deserta induceva. Giovanni si preparava una tazza di orzo accompagnata da un piccolo pezzo di pane, che tagliava a fette per farlo durare di più. Da quel tozzo una volta era riuscito a tirar fuori addirittura ventidue fettine. Il che prolungava la rassicurante possibilità di pensare, mangiandolo, che ce ne fosse ancora.
Giovanni aveva fame, come tutti. E quando d’inverno era a scuola aveva freddo, come tutti. Durante le lezioni lui e i suoi compagni battevano i piedi sul pavimento per riscaldarsi. A quelli del piano di sotto poteva sembrare una disciplinata marcia da sabato fascista. Invece era il solo modo per evitare i geloni. I professori capivano e, in verità, battevano i piedi anche loro. Perché il freddo, cattivo ma equanime, non conosceva gerarchie.
Ma quella mattina, il primo giorno di giugno, faceva caldo. Molto caldo. Dalla finestra, mentre si sporgeva con la tazza in una mano e una fetta di pane nell’altra, poteva vedere il suo piccolo mondo. Le botteghe, le donne che cucivano sedute sulle sedie portate da casa, i bambini che giocavano a nizza.
Sembrava tutto normale, in quell’inizio di estate del 1943. Ma lui sentiva che non era così, che di lì a poco non sarebbe stato così. Si era abituato a convivere con una minaccia sottile, invisibile, costante. Persino a casa sua, dove a ricordarglielo c’erano quei fogli di carta azzurra incollati all’interno delle finestre per evitare che le luci della sera fossero viste dagli aerei nemici. Ma era solo una minaccia remota, un rischio lontano. Roma era la città del papa. E, come non bastasse, era la città del Colosseo. Dunque, come tutti dicevano, nessuno avrebbe mai bombardato il Vaticano o il Foro Romano.
Giovanni uscì di casa e, arrivato in fondo alle scale, rivolse un cenno di saluto al portiere che proprio in quel momento stava facendo un nuovo buco alla cintura.
«Caro Giovanni, siamo arrivati davvero al foro di Mussolini.»
Lui sorrise, prese la sua Bianchi Viaggio, saltò in sella e partì. Era la cosa che più gli piaceva al mondo. Pedalare, con il gusto di guadagnarsi luoghi lontani, faticando. Pedalare, con il rumore della bicicletta, ora a ruota libera, che fende l’aria. Andare, il vento in faccia e tra i capelli. Andare, perché ovunque c’è qualcosa da scoprire.
Andare, perché Giovanni aveva voglia di capire. Di conoscere, conquistare. Era curioso. Curioso di quel tempo febbricitante. Curioso della sua stessa paura, sospesa nell’aria come i fiocchi di neve che aveva visto cadere, per la prima volta in vita sua, tre anni prima.
Era la notte della vigilia di Natale. Giovanni aveva scostato per un attimo la grande tenda che calavano al tramonto. «Mamma, nevica!» Erano rimasti così. Dietro quella finestra, al buio, a vedere i fiocchi, misti a pioggia, che scendevano. Il giorno dopo la piazzetta del rione era completamente silenziosa. Non poteva essere a causa del Natale. La gente del ghetto non aveva ragioni per festeggiare.
Ma lui e la sua famiglia erano cattolici. E per loro, quei quattro centimetri di neve a terra sembravano, in quel giorno speciale, un segnale speciale. Tutto era bianco, come la tonaca del papa. La mattina, davanti a quello spettacolo di candido silenzio, si inginocchiarono tutti, su ordine del padre. E pregarono. Il ragazzo fece l’errore di sempre, alla fine. Si segnò con la sinistra. Non gli entrava proprio in mente.
L’incanto di quella notte era stato però rapidamente consumato. Le notizie dal fronte, le difficoltà di trovare qualcosa da mangiare, avevano cambiato l’umore, anche in famiglia.
Quel giorno Giovanni non voleva pensarci. Mentre attaccava la salita del Pincio, ritto sul sellino, doveva immaginare che tutto fosse normale, semplice, aperto. Che il suo futuro fosse bianco come quella neve a Natale e non nero come l’oscuramento. Saliva orgoglioso, con i pedali che ogni tanto gli sfuggivano, sbucciandogli la caviglia. Saliva potente, perché sapeva dove andare. Lasciò alla sua sinistra la giostra in legno, ché non poteva permettersi neanche un giro, e raggiunse il suo obiettivo. Quando si fermò e appoggiò la bici alla panchina verde, proprio sotto il busto di Dante, si sentì contento.
Ora percepiva solo il rumore del suo respiro e quello dell’acqua che scorreva. E pensò. Pensò che quel rivolo usciva da un tubo grazie a un complesso sistema di vaschette, molle, bilancieri, pendoli, e così attivava il movimento delle lancette con una precisione che toglieva il fiato. La natura, incontrandosi con l’intelligenza dell’uomo, trasformava l’acqua in tempo. L’idrocronometro univa poeticamente tre movimenti: la cascatella, le lancette e quel signore – proprio quello che sta cominciando a correre e si tiene il cappello pigiato sulla testa – che ha gettato un’occhiata all’orologio ad acqua e ha accelerato il passo. In definitiva è un ruscello d’acqua che provoca la corsa di un uomo. Movimento per movimento. In mezzo, la geniale fatica del cervello umano.
Immerso in questi pensieri, Giovanni completò la sua mattina perfetta. Dal piccolo portapacchi della sua Bianchi slegò un blocco per disegni. Dal taschino della camicia estrasse una matita. Si sedette sulla panchina. Sentiva solo il rumore dell’acqua dell’orologio e le voci dei bambini che giocavano a palla poco lontano. Era il momento di realizzare un altro prodigio: trasformare il movimento di quei bambini in un’immagine. E poi portarli a casa e chiuderli in un cassetto. E ancora ritrovarli tra qualche anno, adulti sulla carta. E rivedere esattamente quell’attimo, il ragazzo più grande, calzettoni giù, che tira in porta con una rovesciata acrobatica. Bambini per sempre. Una irripetibilità, quel gesto, resa eterna. Meravigliosa, come l’acqua che fa correre i signori con il cappello pigiato sulla testa.
Ma l’acqua era scorsa tanto da spostare il tempo al punto che Giovanni aveva scelto per andare via. Guardò l’idrocronometro, ripose la matita nel taschino, legò di nuovo con lo spago il blocco dei disegni sul portapacchi della sua Bianchi Viaggio.
Fin da quando era piccolo sua mamma diceva che era «curioso come uno scimpanzé». Il che lo aveva, a conferma, molto incuriosito. Cosa facevano mai gli scimpanzé per essere un leggendario esempio di curiosità? Lo aveva chiesto al maestro delle elementari. Che, per tutta risposta, gli aveva rifilato una bruciante bacchettata sulle dita.
Comunque la mamma non sbagliava. E con la gamba destra sospesa in aria nell’atto di scavalcare la canna per raggiungere il pedale, si guardò intorno un’ultima volta.
Giovanni usava solo la matita nera, ma era un maestro dei grigi. Quel colore era per lui tutti i colori. Ne poteva fare tante tonalità diverse. Aveva imparato, da solo, a dosare l’inclinazione della matita e la pressione delle dita in modo tale che nessun grigio fosse uguale a un altro. Quando finiva il disegno, lo vedeva in grigio ma lo leggeva a colori. Sapeva perfettamente che quella tonalità particolare voleva dire giallo e quell’altra rosso. E poi, aveva pensato, il grigio è il punto di sintesi tra il giorno, bianco, e la notte, nera. Forse tra il bene e il male, almeno come venivano rappresentati sul libro di catechismo.
Giovanni aveva percepito che qualcosa stava cambiando. Lo si avvertiva persino leggendo le barzellette sul «Corriere dei Piccoli», quelle che fruttavano, agli autori che le inviavano su cartolina, un compenso di 30 lire. Quelle barzellette invece di farlo ridere gli facevano venire una grande tristezza: «Tonino mi segue al rifugio, con la faccina pallida. Lo incoraggio, ma egli afferrato alla mia gonna, solleva i suoi occhietti lacrimosi e mi dice: “Mammina, stringiti a me e non aver paura”» oppure «Teresa lascia aperta sbadatamente la porticina della gabbia e i due canarini volano via. Pierino se ne accorge e dà l’allarme: “Mammina, i canarini sono… sfollati”».
La gente parlava male del fascismo e del duce. Gli rimproveravano la guerra che l’Italia stava perdendo e la fame che strizzava a tutti lo stomaco. Una volta in un bar aveva sentito uno dire sottovoce a un altro: «L’hai saputa l’ultima? Sai quali sono i quattro pilastri del regime? Fascismo, aeronautica, marina, esercito: F.A.M.E.». Ma nessuno dei due aveva riso. Forse, pensava Giovanni, questo è il tempo del grigio. Il tempo in cui il nero non basta più e il bianco non è sufficiente.
Anche i capelli di suo padre erano diventati grigi. Ogni volta che tornava a casa, Alfredo chiamava a raccolta i figli e la moglie, Maria, e parlava. Aveva cominciato a farlo da un po’ di tempo. Era da dieci anni a servizio, come maggiordomo, di un alto gerarca del fascismo, ministro del duce, che abitava in una grande casa del quartiere Coppedè, sorto negli anni Venti tra via Po e via Arno. A Giovanni quel nome faceva molto ridere e gli sembrava strano che un rione si chiamasse come l’architetto che lo aveva progettato. E quando il padre gli descriveva il quartiere, a lui sembrava di sognare. Avrebbe voluto avere tutte le matite del mondo, tutti i grigi del mondo per disegnare ciò che il maggiordomo, fortunato, vedeva ogni giorno.
Per prima cosa gli interni dell’appartamento del gerarca: le maioliche di smalto colorato in cucina, il parquet di legno in soggiorno, i mosaici pompeiani nei bagni. E poi gli oggetti: il grammofono, la libreria con le ante in vetro e sugli scaffali tante bottiglie di tutti i colori che contenevano liquidi di tutti i colori. Ma Alfredo raccontava soprattutto, con un misto di sorpresa e rapimento, l’atmosfera magica di quel quartiere. A Giovanni, abituato alle stradine e ai vicoli del ghetto e agli arredi umili e spogli, sembrava un mondo irreale, un mondo di fantasia.
Sensazione che trovava conforto in un altro racconto, che si era fatto ripetere mille volte. Nel quartiere Coppedè, che lui da piccolo chiamava Coccodè, esisteva un villino delle Fate. Una meraviglia misteriosa e incantata che aveva popolato le sue fantasie infantili e che, diceva, ancora stregava i suoi pensieri. Sembra ci fossero dipinti di persone illustri, ritratti di Dante Alighieri, api e putti, stemmi di casati, immagini di navi, aquile, leoni, cavalli, uva e angeli. E poi Romolo e Remo e la lupa. Una enciclopedia in muratura. E poi, poco distante, un altro edificio che tutti chiamavano il palazzo del Ragno.
Giovanni avrebbe dato ogni cosa per vedere quei luoghi che gli suscitavano un senso di inquietudine. Ci si entrava attraverso un arco, come nell’antica Roma. E proprio lì, nel palazzo degli Ambasciatori, un edificio imponente costruito un anno prima della marcia su Roma, c’era la residenza del gerarca dove Alfredo si spaccava la schiena ogni giorno, da dieci anni.
Giovanni la sera spesso si addormentava pensando a quell’universo sconosciuto e affascinante. Cercava di capire cosa c’entrassero Dante e Romolo con una costruzione moderna. Concludendo questi pensieri notturni in due modi. Con una considerazione razionale: forse quell’architetto, inventando un mondo a parte, aveva voluto usare il passato come un catalogo, un repertorio da restituire ai contemporanei. La seconda conclusione era un gesto: portava, istintivamente, la mano all’altezza del petto, cercando la sua matita. Il suo ruvido pigiama grezzo aveva un taschino all’altezza del cuore. Ma era vuoto.

Era ancora lì, sotto l’orologio ad acqua, con la gamba in aria in direzione del pedale quando si accorse che i bambini avevano smesso di giocare al pallone e si erano seduti, le gote rosse e i capelli bagnati di sudore. Parlavano tra loro. Uno, all’improvviso, si alzò e cominciò a urlare:
«Eccoli, arrivano».
Aveva spalancato le braccia e ora le teneva rigide muovendole come le ali di un aereo. Un altro, come fossero d’accordo, mise le mani quasi giunte al petto e simulò, con la bocca, il rumore di una mitragliatrice.
«Ti prendo, ti prendo, cretino di un americano.»
Il primo bambino si fermò e restò immobile. Aveva lo sguardo improvvisamente trasformato. Un misto di paura e durezza si scagliava fuori da quegli occhi innocenti. Guardò il ragazzino-mitragliatrice e gli sibilò:
«Il cretino sei tu. Non prenderemo mai niente. Dobbiamo solo sperare che non vengano».
Con il che girò le spalle agli amici e cominciò a correre forte, quasi scappasse da qualcosa. Fu quella, per Giovanni, la conferma del valore di quello che lui chiamava «lo sguardo finale».
Era un’abitudine che aveva preso un giorno al ghetto. Aveva disegnato, seduto a terra con le spalle appoggiate al muro di un palazzo, quelle scene di vita quotidiana che tanto gli piacevano. Era soddisfatto di sé. Il disegno assomigliava molto a quello che i suoi occhi vedevano. Era riuscito a rendere bene il movimento della gente che si incrociava salutandosi, le teste reclinate all’indietro, il sorriso un po’ sbarazzino delle ragazze con i vestiti a fiori, i bambini che giocavano, una macchina scura che passava, i panni stesi. L’unica nota di fantasia era l’aggiunta di se stesso, alla finestra della sua casa, che guardava fuori. In fondo non c’era nulla di disonesto in questo. Sarebbe stato lì, come al solito, se non avesse deciso, questa volta, di disegnare dal livello della strada. Ma in quella scena c’era qualcosa che lo aveva turbato, che non riusciva a razionalizzare.
Come se i suoi occhi avessero rilevato un’anomalia ma si fossero dimenticati di recapitarla al cervello. Come se, tra tutti quei movimenti normali, ce ne fosse uno diverso. Lo aveva visto, lo sapeva. Ma non lo aveva capito. Solo dopo, quando risalì a casa e si mise nella posizione che aveva aggiunto – lui, alla finestra, che guarda – riuscì a decifrare con chiarezza la sensazione che, in quella scena di vita quotidiana, ci fosse qualcosa di sfuggente, di sgusciante. In un angolo della piazza, un gruppo di ragazzi stava uscendo dal ristorante del Fantino, muovendosi con la stessa circospezione con cui li aveva visti entrare. Con loro c’era una giovane, una sola. Era anche lei in sintonia con il carattere furtivo di quel piccolo corteo. Eppure, ora Giovanni lo capiva, indossava, insieme a un abitino colorato in contrasto con il grigio dei suoi amici, un sorriso fiero, quasi altezzoso. Di lei, nel quartiere, si diceva che fosse una traditrice, una spia, «una ebrea che si era messa con i fascisti». Lui non sapeva se era vero o se invece, come sosteneva il padre, erano malignità di donne meno belle e meno disponibili di lei. Però ora, razionalizzando quella sensazione, aveva forse messo a posto un tassello della piccola storia. La piccola storia di una piccola piazza, in un piccolo rione, in una grande città, in una gigantesca confusione in cui non si capiva più chi avesse ragione e chi torto. O, per dirla con Giovanni, chi fosse il bianco e chi il nero.
Anche Alfredo era confuso. Per anni fascista sincero e convinto ora, a casa, si lasciava andare a qualche dubbio e a qualche inquietudine. Li riferiva a voce bassa alla moglie e ai due figli grandi mentre Giovanni, curioso, ascoltava dietro una porta. In fondo Alfredo stava seguendo, come una decalcomania, le mutazioni dell’umore e dei sentimenti del gerarca presso cui serviva con infinita devozione e senso del dovere.
Lui ascoltava i discorsi, mentre portava il tè e i pasticcini. Erano frammenti, il tempo di fare il giro degli ospiti, di offrire un bignè, di porgere un tovagliolo. Ma prima di tornare in cucina aveva percepito almeno uno stato d’animo, un clima. E man mano che passavano i giorni della guerra, l’orizzonte, nel palazzo degli Ambasciatori, si faceva sempre più scuro.
Il gerarca, prima impeccabile nella magnifica divisa che Alfredo si garantiva fosse costantemente ben stirata e inamidata, ora appariva al suo maggiordomo, non di rado, in abiti borghesi, dimessi. Qualche volta persino in vestaglia. La situazione, raccontava Alfredo in casa, aveva cominciato a cambiare da quando era apparso chiaro che stavano perdendo la guerra. I rovesci in Africa, la disfatta di El Alamein e la caduta di Tripoli a gennaio avevano reso coriandoli quei sogni di impero che avevano entusiasmato l’Italia. Poi, alla fine dello stesso mese, a Stalingrado i nazisti erano stati sanguinosamente respinti. Gli italiani si eran...

Indice dei contenuti

  1. Cover
  2. Rizzoli best
  3. Frontespizio
  4. 1943: L’estate
  5. 1963: La primavera
  6. 1980: L’autunno
  7. 2025: L’inverno
  8. Ringraziamenti
  9. Citazioni da opere Letterarie
  10. Indice