Le avventure di Huckleberry Finn
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Le avventure di Huckleberry Finn

  1. 361 pagine
  2. Italian
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Le avventure di Huckleberry Finn

Informazioni su questo libro

Huckleberry Finn è l'anti-Tom Sawyer. Egli è un meraviglioso realista, per il quale esiste soltanto la distesa delle cose che si vedono, si sentono e si toccano. Il suo sguardo non è quello di Alice, che presenta il mondo dietro lo specchio; e nemmeno di Pinocchio, che porta con sé la coscienza che esistono gesti più agili di quelli dell'uomo. - Pietro Citati

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2011
eBook ISBN
9788858611562
Print ISBN
9788817153096
LE AVVENTURE DI HUCKLEBERRY FINN
AVVERTENZA
Coloro che cercheranno di trovare uno scopo in questa narrazione saranno processati; coloro che cercheranno di trovarvi una morale saranno banditi; coloro che cercheranno di trovarvi una trama saranno fucilati.
Per ordine dell’autore
G. G., Direttore dell’Ufficio Decreti.
A questa Avvertenza fa seguito, nell’originale, la seguente Nota esplicativa: “In questo libro viene usato un certo numero di dialetti, e precisamente: quello dei negri del Missouri, la forma dialettale più rigorosa delle foreste del Sud-ovest, il dialetto corrente ‘Pike-County’ e quattro sue varietà modificate. Le sfumature non sono state date in maniera casuale, o per congettura, ma con la massima diligenza, grazie all’aiuto e alla guida attendibilissima di una personale familiarità con quelle diverse forme di linguaggio.
“Fornisco questa spiegazione perché senza di essa molti lettori penserebbero che tutti i personaggi cerchino di parlare nello stesso modo, senza riuscirci.”
Tale Nota presenta scarso significato per il lettore italiano, che non può cogliere le particolari forme lessicali del testo; la diamo quindi in calce, avvertendo tuttavia che tali forme abbiamo cercato di rendere anche nella nostra traduzione.
CAPITOLO PRIMO
Voi non sapete nulla di me, a meno che non abbiate letto un libro chiamato Le avventure di Tom Sawyer; ma non importa. Quel libro fu scritto dal signor Mark Twain, che per lo più disse la verità. C’erano delle esagerazioni, ma per lo più egli disse la verità. Questo non dimostra nulla. Non ho mai conosciuto nessuno che una volta o l’altra non dicesse bugie, eccetto zia Polly, o la vedova, o forse Mary. Zia Polly – la zia di Tom, cioè – e Mary, e la vedova Douglas: in quel libro ci sono tutte, ed è un libro per lo più sincero; con qualche esagerazione, come ho già detto.
Be’, il libro finiva così: Tom e io trovavamo i soldi che i ladri avevano nascosto nella caverna e diventavamo ricchi. Ci toccarono seimila dollari a testa, tutti in oro. Disposto a pile, era un fantastico mucchio di denaro. Bene, il giudice Thatcher lo depositò in banca, dove ci fruttava un dollaro ciascuno tutti i giorni dell’anno. La vedova Douglas mi prese per figlio, affermando che m’avrebbe incivilito; ma era ben duro vivere sempre in casa, considerando quanto fossero squallidamente metodiche e corrette le abitudini della vedova; così, appena non ne potei più, me la svignai. Di nuovo nei miei vecchi stracci e nel mio bottaccio, mi sentii libero e soddisfatto. Ma Tom Sawyer mi venne dietro e disse che stava per formare una banda di ladri, e che io avrei potuto unirmici solo se fossi tornato dalla vedova a fare il ragazzo a modo. Così ritornai.
La vedova pianse per me, chiamandomi povera pecorella smarrita e in un mucchio di altri modi, ma senza mai avere l’intenzione di offendermi. Mi infilò daccapo nei vestiti nuovi, e io non potei far altro che sudare, e sentirmi tutto impacciato. Allora ricominciò la solita storia. La vedova suonava la campana per la cena, e dovevate arrivare in tempo. Poi, a tavola, non potevate mangiar subito; prima si doveva aspettare che la vedova, chinato il capo, brontolasse un po’ sulle cibarie, benché non ci fosse niente da ridire. Cioè, niente eccetto che ogni cosa era cucinata per conto suo. Con un barile di avanzi è diverso; la roba si mescola, i sapori si fondono, e il risultato è migliore.
Dopo cena, la vedova tirò fuori il suo libro è m’insegnò di Mosè e dei papiri; sudai sette camicie per scoprir tutto di lui; ma di lì a poco le scappò detto che Mosè era morto da un sacco di tempo; allora me ne infischiai, perché i morti non m’interessano.
Ben presto, mi venne voglia di fumare e ne chiesi il permesso. La vedova non me lo diede. Disse che era un’abitudine volgare e poco pulita, e che dovevo provare a smettere. Certa gente è fatta proprio così. Ce l’ha con una cosa senza sapere di che si tratta. Lei si preoccupava di Mosè, che non le veniva niente ed era inutile a tutti in quanto, capite, era defunto; eppure attribuiva una quantità di colpe a me, perché facevo qualcosa che invece aveva del buono. E per giunta soleva annusare tabacco, ma certo ciò era lecito perché lo faceva lei.
Sua sorella, la signorina Watson – una zitella discretamente magra e occhialuta che abitava con lei da poco – si occupò di me con un sillabario. Mi mise sotto con una certa severità per circa un’ora, poi la vedova le disse di riposarsi. Non ne potevo più. Trascorse un’ora mortalmente noiosa, e diventai irrequieto. La signorina Watson diceva: “Non poggiare i piedi lì, Huckleberry” e “non strascicarli a quel modo... siedi composto”; e subito dopo: “Non sbadigliare e non stiracchiarti così, Huckleberry. Perché non cerchi di comportarti bene?” Infine mi parlò del Luogo Brutto, e io dissi che avrei voluto trovarmici. Allora montò su tutte le furie, ma io non avevo avuto intenzione di offenderla. Volevo solo andare da qualche parte, avere una possibilità; non ero stato specifico. Ciò che avevo detto, secondo lei, era male; lei non l’avrebbe detto per niente al mondo, perché intendeva vivere in modo da andare nel Luogo Bello. Bene, non vedendoci alcun vantaggio, stabilii che non avrei fatto nulla per seguirla. Ma mi guardai dal dirlo, perché ne sarebbero venuti fuori solo guai.
Una volta cominciato, continuò a parlarmi del Luogo Bello. Quel che ci si faceva era gironzolare tutto il giorno, suonando l’arpa e cantando in continuazione. In conseguenza, non m’impressionò gran che. Ma non lo dissi. Le domandai se pensava che Tom ci sarebbe andato; rispose che non sarebbe assolutamente accaduto. Ne fui contento, perché volevo che Tom e io restassimo assieme.
La signorina Watson seguitava a riprendermi, così mi stancai e mi venne la malinconia. Di lì a poco, fecero entrare i negri e pregarono. Infine si andò tutti a letto. Salii in camera mia con un mozzicone di candela, che posai sul tavolo. Quindi sedetti presso la finestra, cercando di immaginare qualcosa di allegro, ma fu inutile. Mi sentivo tanto solo che desiderai d’essere morto. Le stelle luccicavano, e nei boschi le foglie avvizzivano più tristi che mai; un gufo, in lontananza, si lamentava per qualcuno che era morto, mentre un succiacapre e un cane piangevano qualcuno moribondo; il vento cercava di sussurrarmi qualcosa che non riuscii a capire, e così mi vennero i brividi. Distante nei boschi, sentii il rumore di un fantasma che non riesce a far capire quel che ha in mente, ed è costretto ad aggirarsi in afflizione ogni notte, non potendo riposare in pace nella tomba. Ero tanto depresso e spaventato che desiderai della compagnia. Poco dopo, un ragno mi s’arrampicò sulla spalla; lo scrollai via e cadde sulla candela, dove prese fuoco e, prima che potessi muovermi, s’incenerì. Non c’era bisogno che nessuno mi dicesse che quello era un terribile brutto segno apportatore di sventura, così mi prese una tale fifa da perder quasi i vestiti per la tremarella. Mi alzai ed eseguii tre giri, facendomi la croce ogni volta, e poi mi legai un ciuffo di capelli col filo, in modo da tener lontane le streghe. Ma non avevo fiducia. Tutto questo lo si fa quando, trovato un ferro di cavallo, invece di inchiodarlo sulla porta, lo si perde; ma non avevo mai sentito che fosse in qualche modo utile per scongiurare le disgrazie quando s’ammazza un ragno.
Tornai a sedermi, tremando tutto, e tirai fuori la pipa per una fumatina; la casa era immersa nel silenzio, e la vedova non l’avrebbe saputo. Bene, trascorso un bel po’, sentii in lontananza l’orologio del paese battere dodici colpi: don, don, don... e poi ci fu più silenzio di prima. Subito dopo, un ramoscello scricchiolò, giù fra l’oscurità degli alberi: qualcosa si muoveva. Mi irrigidii in ascolto. Un debole “miao-miao” giunse dal basso. Magnifico! Feci “miao-miao” anch’io, più piano possibile. Spensi la candela, scavalcai il davanzale, e mi trovai sul cornicione. Poi scivolai fino a terra e strisciai fra gli alberi, dove, naturalmente, mi aspettava Tom Sawyer.
CAPITOLO SECONDO
Ci allontanammo in punta di piedi lungo un sentiero fra gli alberi, verso l’estremità del giardino della vedova, abbassando la testa per non grattarcela contro i rami. Passando davanti alla cucina, inciampai in una radice e feci rumore. Ci appiattimmo al suolo e restammo fermi. Jim, il grosso negro della signorina Watson, sedeva sulla soglia della cucina; potevamo vederlo chiaramente perché aveva una luce alle spalle. Si alzò, allungando il collo, e restò in ascolto per un minuto. Poi disse:
“Chi essere là?”
Ascoltò ancora un po’; quindi scese con cautela e si fermò proprio fra noi due; avremmo quasi potuto toccarlo. Be’, era da parecchi minuti che non c’erano rumori, e che ce ne stavamo tutti là, uno vicino all’altro. Cominciò a prudermi un punto della caviglia; e subito dopo la schiena, proprio fra le spalle. Mi pareva che se non mi fossi grattato sarei morto. Da allora, l’ho notato un sacco di volte. Se vi trovate con gente per bene, o a un funerale, o cercate di dormire quando non avete sonno... se siete in qualunque posto dove non è corretto grattarsi, be’, vi pruderanno più di mille punti. Ben presto, Jim disse:
“Ehi, chi essere tu? Dove essere? Che mi prendere un colpo se non avere sentito qualcosa. Be’, me sapere che cosa fare. Me sedere qui finché non sentirlo daccapo.”
E così sedette a ter...

Indice dei contenuti

  1. Cover
  2. Occhiello
  3. Frontespizio
  4. Introduzione
  5. Cronologia
  6. Bibliografia
  7. Le avventure di Huckleberry Finn
  8. Note
  9. Sommario