Ritratto di signora
eBook - ePub

Ritratto di signora

  1. 752 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Ritratto di signora

Informazioni su questo libro

Quello che innamora è l'eleganza con cui Henry James sa farsi beffe del più umano fra i desideri umani: l'aspirazione alla felicità. 'Sai dove stai andando, Isabel Archer?' si chiedono tutti i personaggi, spettatori del suo destino esattamente come noi. In fondo questo romanzo non è solo un ritratto di signora. Forse, come Madame Bovary, è anche un sottile ritratto della stupidità, spesso pericolosamente simile all'intelligenza. - Caterina Bonvicini

Scelto da 375,005 studenti

Accedi a oltre 1 milione di titoli a un prezzo mensile contenuto.

Studia in modo più efficiente con i nostri strumenti dedicati.

Informazioni

Editore
BUR
Anno
2011
eBook ISBN
9788858614686
Print ISBN
9788817107013
RITRATTO DI SIGNORA
PREFAZIONE DELL'AUTORE
Il Ritratto di signora, al pari di Roderick Hudson, fu iniziato a Firenze durante i tre mesi trascorsi colà nella primavera del 1879. Come Roderick e come l’Americano era destinato alla pubblicazione nell’“Atlantic Magazine”, dove cominciò a uscire nel 1880. Differiva tuttavia dai due precedenti in quanto aveva trovato un’altra strada aperta, mensilmente, nel “Macmillan Magazine”: il che doveva essere per me una delle ultime occasioni di pubblicazione simultanea a puntate nei due paesi, che le condizioni in via di mutamento dei rapporti letterari fra Inghilterra e Stati Uniti non avevano ancora alterato. È un lungo romanzo, e io impiegai molto tempo a scriverlo. Ricordo che fui ancora molto occupato con esso l’anno seguente, durante un soggiorno di parecchie settimane a Venezia. Abitavo alla Riva degli Schiavoni, in cima a una casa vicino al vicolo che conduceva a San Zaccaria; la vita rivierasca, la meravigliosa laguna si stendevano dinanzi a me, e l’incessante chiacchierio veneziano saliva alle mie finestre; alle quali, mi sembra, venivo spinto senza posa nella vana irrequietezza della composizione, quasi per vedere se dal canale azzurro spuntasse alla vista la nave apportatrice di qualche buon suggerimento, di qualche frase migliore, di un rivolgimento più felice del mio argomento, d’un tocco più fedele per la mia tela. Ricordo però vivamente che la risposta strappata più spesso da quegli appelli irrequieti era l’ammonimento, abbastanza scoraggiante, che i siti romantici e storici come quelli di cui abbonda l’Italia offrono un aiuto discutibile alla concentrazione dell’artista allorché non devono esserne argomento essi stessi. Sono troppo ricchi di vita propria, e troppo carichi dei propri significati per aiutarlo semplicemente a cavarsela con una frase zoppicante; lo distolgono dal suo piccolo problema per attirarlo verso i loro, tanto più grandi; sicché dopo un poco, mentre li invoca nel suo imbarazzo, egli si sente come se stesse chiedendo a un esercito di gloriosi veterani di aiutarlo ad arrestare un venditore ambulante che gli ha dato il resto sbagliato.
Vi sono pagine del libro che, a rileggerle, mi hanno riportato davanti agli occhi l’irta curva dell’ampia Riva, le larghe macchie di colore delle case a balconcini e la ripetuta ondulazione dei piccoli ponti gibbosi, segnata dal crescere e dal calare, con l’onda, del ticchettio di passi dei pedoni visti di scorcio. I passi e le grida veneziane (qualunque discorso, dovunque proferito, ha qui la nota acuta di una chiamata attraverso l’acqua) salgono ancora alle finestre, rinnovando l’antica impressione dei sensi incantati e della mente divisa, frustrata. Come mai luoghi che parlano tanto all’immaginazione non offrono subito a questa la particolare cosa di cui ha bisogno? Ricordo di esser caduto più volte, in paesi bellissimi, in questo genere di stupore. La verità vera è, credo, che così invocati essi dicono fin troppo, dicono più di quanto se ne ha bisogno nel dato caso; sicché dopo tutto ci si trova a lavorare in modo meno adeguato, per quanto riguarda il quadro circostante, che non in un ambiente neutro e modesto a cui possiamo prestare noi stessi qualcosa della nostra visione. Un luogo come Venezia è troppo superbo per questo genere di carità: Venezia non prende in prestito ma dona, magnificamente. Per noi è un enorme guadagno, ma per approfittarne dobbiamo essere o del tutto fuori servizio, o soltanto a suo servizio. Tali, e così pieni di rimpianto, sono questi ricordi; sebbene nell’insieme, senza dubbio, il nostro libro, la nostra “fatica letteraria” in genere dovrebbe avvantaggiarsene. Spesso uno sforzo d’attenzione buttato via si rivela, alla lunga, straordinariamente fecondo. Tutto dipende da come l’attenzione è stata ingannata, è stata sperperata. Vi sono inganni prepotenti, insolenti; altri ve ne sono che strisciano insidiosamente. E credo che perfino nell’artista più astuto ci sia sempre una buona fede abbastanza ingenua, un fervore abbastanza ansioso per impedirgli di stare in guardia contro i loro inganni.
Cercando di riscoprire qui, per identificarlo, il germe della mia idea, mi accorgo che non consisteva in nessuna presunzione d’intreccio (nome nefando), in nessun balenare nella fantasia d’una serie di relazioni, in nessuna di quelle situazioni che, per una logica tutta loro, si mettono immediatamente in moto per il favolista, a ritmo di marcia o di corsa, con un ticchettio di passi vivaci; ma tutt’affatto nel senso di un unico personaggio, che aveva il carattere e l’aspetto di una giovane donna particolarmente interessante alla quale bisognava aggiungere tutti i consueti elementi di un “soggetto”, e certamente di una sistemazione e d’un ambiente. Quasi altrettanto interessante della giovane donna stessa nei suoi momenti migliori è per me, devo ripeterlo, questo proiettarsi della memoria sul fatto del sorgere, nell’immaginazione, di una siffatta apologia per un motivo. Sono queste le grandi attrattive dell’arte del favolista: queste forze di espansione appiattate in attesa, queste esigenze di germogliare, nel seme, queste bellissime decisioni, da parte dell’idea accarezzata, di crescere il più alto possibile, di slanciarsi nella luce e nell’aria e là fittamente fiorire; e quasi allo stesso grado, queste belle possibilità di riscoprire, da qualche buona posizione del terreno conquistato, l’intima storia della faccenda, di rintracciarne e ricostruirne i passi e gli stadi. Ho sempre ricordato intensamente una osservazione che colsi, anni or sono, sulle labbra di Ivan Turgenev circa la propria esperienza sull’origine del quadro creato dall’immaginazione. Questo cominciava quasi sempre, per lui, con l’immagine di una persona, o di alcune persone, che gli fluttuavano dinanzi spronandolo, tanto la figura attiva quanto la figura passiva, interessandolo e imponendosi a lui proprio com’erano e per quello che erano. Le vedeva, in tal modo, come disponibles1; le vedeva soggette alle vicissitudini e alle complicazioni della vita; e le vedeva vividamente, ma poi doveva trovare per esse le relazioni giuste, quelle che più sarebbero servite a metterle in luce; e immaginare, inventare, scegliere e mettere insieme le situazioni più utili e favorevoli allo spirito di quelle creature stesse, le difficoltà che con maggior probabilità avrebbero prodotto o patito.
“Arrivare a questo è arrivare alla mia storia,” disse “ed è così che io la cerco. Il risultato è che sono accusato di non avere abbastanza ‘storia’. A me sembra di averne tanta quanta ce ne vuole per presentare i miei personaggi e mostrare le loro scambievoli relazioni, perché questa è la mia misura delle cose. Se li guardo abbastanza a lungo li vedo avvicinarsi, li vedo piazzati, li vedo impegnati in questa o quell’azione, alle prese con questa o quella difficoltà. Come si presentano, e come si muovono, parlano e si comportano, sempre nell’inquadratura che ho trovato per loro, è il mio modo di render ragione di essi; modo di cui oso dire, ahimè, que cela manque souvent d’architecture2. Ma io preferisco avere troppo poca architettura anziché troppa, quando c’è il pericolo che s’ingerisca nella mia concezione della verità. I francesi, naturalmente, ne amano più di quanto io non ne dia, poiché per il loro genio hanno tanta abilità per essa, e certo ognuno deve dare tutto quello che può. Quanto poi all’origine di quei germi soffiati dal vento, chi può dire, come chiedete voi, da dove vengano? Dovremmo andare troppo indietro, troppo lontano, per saperlo. Che vengono dai quattro punti del cielo, che sono lì, quasi a ogni svolta della strada, non è tutto quello che possiamo dire? Si accumulano, e noi non facciamo che frugarvi in mezzo, selezionarli. Sono il respiro stesso della vita: e con ciò intendo dire che la vita li soffia a suo modo su di noi. Sono perciò, in certo senso, prescritti e imposti: fluttuano nella nostra mente con la corrente della vita. Ciò riduce tanto spesso all’idiozia la disputa del critico a proposito del soggetto da voi scelto, quando non ha lo spirito di accettarlo. Indicherà allora – poiché il suo compito è appunto quello di indicare – quale avrebbe dovuto essere? Il en serait bien embarrassé3. Ma quando mette in rilievo che cosa ho fatto (o non sono riuscito a fare) con esso, questa è tutt’altra cosa: qui è nel suo campo. Gli abbandono la mia architecture,” concluse il mio illustre amico “anche tutta.”
Così quel bellissimo genio; e io ricordo con soddisfazione la gratitudine che traevo da quanto diceva sulla fortissima suggestione che può esercitare la figura isolata, il personaggio indipendente, l’immagine en disponibilité4. Mi dava maggior incoraggiamento di quanto non me ne avesse mai dato nessuno per seguire quella benedetta abitudine dell’immaginazione, quel gusto d’investire un individuo immaginato, o conosciuto, una coppia o un gruppo di individui, della proprietà e dell’autorità germinali. Anche io ero tanto più consapevole, in precedenza, dei miei personaggi che della loro sistemazione: genere d’interesse troppo preliminare, del tutto preferenziale, in quello che mi colpiva nell’insieme come un mettere il carretto davanti al cavallo. Potevo invidiare lo scrittore ricco d’immaginazione, siffatto da vedere prima la sua favola e in seguito scorgere gli agenti di essa, ma non emularlo; tanto poca importanza davo a qualunque favola che non aveva assolutamente bisogno dei suoi agenti per essere lanciata; tanto poca importanza davo a qualunque situazione che non traeva il proprio interesse dalle persone in essa collocate, e quindi dal modo con cui queste l’affrontavano. Vi sono, credo, metodi di così detta presentazione, fra i romanzieri a cui sembra abbia arriso il successo, per i quali la situazione non dipende minimamente da quell’appoggio; ma io non ho perduto il senso del valore che ebbe per me l’am...

Indice dei contenuti

  1. Cover
  2. Occhiello
  3. Frontespizio
  4. Introduzione
  5. Cronologia
  6. Bibliografia
  7. Ritratto di signora
  8. Note