III
Nascita di una passione
Goluàs si chiamava così perché quando una cosa gli piaceva non riusciva più a smettere di farla.
Bruges era la città dov’era nato e cresciuto, e tutto, lì, sembrava governato da forze maniache del controllo. Ma la verità, per come la si conosce nei vicoli, è che la gioia non è mai frutto di un’attenta amministrazione.
Visitandola si potrebbe pensare che sia stata costruita da un mago dei mattoncini Lego, e che spenda l’intero fatturato ricavato dalla vendita di merletti in spazzini iperattivi. Uccellini lindi volatilizzano le briciole, nuvole perfette pascolano su tramonti fiamminghi, donne coi tacchi passeggiano sui pavé senza il rischio di sprofondare nei ricordi dei cavalli da carrozza, nutriti a carote e dissetati a limonate astringenti.
Sembra perfetta, la vita di Bruges, superate le alluvioni, ricostruita la diga. Il suo mercato del pesce profuma, e i salici piangono solo di felicità.
Il giorno del tredicesimo compleanno di Goluàs, il padre gli aveva regalato un pacchetto di sigarette, la prima edizione della Physiologie du goût di Brillat-Savarin e un pomodoro maturo. Da allora, ogni giorno della sua vita adulta era stato consacrato all’abbinamento dei suoi maggiori piaceri: cibo, lettura e fumo.
Queste passioni nulla avevano a che vedere con quelle dei suoi genitori, due ricchi ereditieri, storici fiamminghi appassionati di modellini di navi e francobolli, che riempivano l’enorme casa come la stiva della Bismarck nel bel mezzo dello sciopero dei postini.
Goluàs non condivideva niente con loro a parte quella magione in rovina: le decine di bottiglie contenenti piccoli velieri in salamoia sfidavano i cavalloni dei raccoglitori di cartoline spalancati sul tappeto. Il padre di Goluàs le collezionava per ricavarne esotici francobolli provenienti dai luoghi più disparati, dai meandri di Kuala Lumpur fino ai bordelli del Kerala.
Spiaggiati in cima a mensole e librerie, invece, giacevano cumuli di manuali pratici su dentellatura e nodi scorsoi.
Il ragazzino si era abituato a tornare a casa da scuola e farsi esplodere nell’ampio ingresso, seminando scarpe, zaini e cappotti, lasciando bicchieri macchiati di vecchi caffellatte sulla scrivania e sporcando di cera il bordo della vasca da bagno, ideale porta candele durante le lunghe sedute di meditazione notturna in compagnia di Tin Tin.
La cera calda colava giù per la capace conca della vasca, e sarebbe stato impossibile anche solo pensare di scrostarla, così come era arduo trovare un modo per eliminare i chewing gum appiccicati ai bordi del letto, gli adesivi sulle finestre e la polvere umidiccia che ricopriva Goluàs e la sua stanza. Non solo nessuno provava a pulire ma la regola, sepolta sotto cumuli di sporcizia, era quella di chiudere gli occhi davanti al lento disastro che li stava inghiottendo, accartocciandosi ognuno nelle proprie manie. Nessuno voleva accorgersi della muffa nelle tazze impilate nel lavandino della cucina, degli avanzi di cioccolato fondente imbiancato dal tempo e dalla polvere, di quanto fossero distanti l’uno dall’altro, sempre più presi a restringere il campo visivo al punto da non vedere altro che minuscole imbarcazioni, minuscoli francobolli ed enormi abissi privati.
Un giorno, però, lo squallore di casa Goluàs venne investito da un fascio di luce nuova.
Ci sono alcuni pesci che vivono nei fondali dei mari più profondi dove nessun altro pesce sano di mente si avventurerebbe mai, così per poter sopravvivere attirano le ignare prede con una lucina che hanno conficcata nel cranio. La preda, curiosa e positiva, si avvicina scendendo sempre più giù finché… zac! L’orrenda creatura degli abissi la divora.
Si può dire che lo stesso accadde quando all’apice dello sfascio piombò in casa Juanito, l’addetto alle pulizie sudamericano.
Per il padre di Goluàs, un uomo panciuto che per empatia con i suoi idoli marinai si nutriva di rum e carne secca, vivere nella melma della sua casa non era un problema fintanto che tale melma fosse prodotta da lui medesimo. Non lo disturbava affatto l’odore di insalata di mare dei suoi calzini, anzi, lo avvicinava di più alle sue fantasie di battaglie navali; così come spostava con sguardo imperturbabile le slavine di bucato che invadevano ogni superficie disponibile, ogni volta che voleva sedersi o farsi un sonnellino.
Mal tollerava, però, il disordine altrui. Il fastidio che covava per giorni veniva sfogato affrancando centinaia di quaderni da collezione, aiutandosi, anziché con la canonica spugnetta imbevuta di colla, con un getto di vapore bollente che gli usciva fischiando dalle narici.
Il giorno in cui arrivò Juanito, il padre di Goluàs era intento a sfogare la propria ira incollando a un foglio di carta di riso un francobollo armeno di particolare bellezza.
Con gli occhi decuplicati da un paio di lenti d’ingrandimento – invenzione sua, brevettata a Liegi – che teneva sul naso grazie a un complicato sistema di catenelle per occhiali e colla vinilica, l’uomo si godeva con la lingua fuori tutte le sfumature filigranate dei suoi feticci prediletti, tentando di non far caso al marasma che colonizzava l’ingresso. E la sala da pranzo. E il bagno. E ogni camera da letto.
A bloccare la pesante porta di legno, che a Goluàs ricordava sempre una grossa tavoletta di cioccolato, c’era una matassa inestricabile di scarpe e lacci e maglioni e fenicotteri di stoffa fucsia riempiti di sabbia, vecchi telefoni e scope, e vasi di rose, e libri friabili come millefoglie; di album di fotografie della madre e dei suoi set di minuscole pinzette, create originariamente per infilare flotte nelle bottiglie, riconvertitesi con il tempo in armi contro i piedi nudi dei malcapitati che si aggiravano al buio in cerca di biscotti al caramello. Inutile dire che il cerotto usato per una medicazione sommaria andava poi ad appiccicarsi vita natural durante alla cera colata sui bordi della vasca. E così via.
E Goluàs padre questo non lo poteva soffrire, e per non soffrirne incollava, grattando via i granelli di polvere e i minuscoli insetti che talvolta andavano a impigliarsi nelle dentellature delle sue creaturine affrancate, proprio come il sottile e maligno pensiero del caos andava a infiltrarsi perfidamente tra le pieghe del suo cervello, intossicandogli la pace e i raccoglitori. Questo finché la filatelia non bastava più e il suo mondo di carta dal sapore di calamaro non veniva schiacciato dai quintali di cose con cui sua moglie e quel pappataci di suo figlio si ostinavano a riempire la casa che lui aveva ereditato, che suo padre aveva a sua volta ricevuto da suo nonno che, durante la prima guerra d’indipendenza, l’aveva sequestrata a quei kruising dei francesi. Gente poco avvezza alla navigazione che aveva voluto costruirla come una barca, e non c’era riuscita.
Ci sarebbero voluti gli spagnoli, o gli italiani. Loro sì che avrebbero pensato a sigillare gli spifferi, e avrebbero insistito con le martellate sugli stipiti, lasciando fuori i rivoli e la melma di Bruges, sepolta viva dall’umidità.
Invece quei fighetti l’avevano costruita aperta, la casa. Con le finestre grandi come usava a Parigi, i muri sottili che traspiravano muffa, e poco ci mancava che nel bagno si autogenerassero colture di mitili. Appena il fiume si alzava – cosa che succedeva spesso in una città che per secoli era rimasta sommersa dalle acque gelide e che sembrava provare sempre più spesso nostalgia dei fondali – i piedi si raggrinzivano nei calzini, i francobolli si staccavano dai fogli come pellicine dalle dita di un ansioso, e il disordine apocalittico non faceva che peggiorare le cose.
Inclinata. Soprattutto, i francesi l’avevano costruita inclinata.
Non c’era che il rum per evitare di impazzire, non c’era che berne in gran quantità in onore di Colombo e Marco Polo, e di Amundsen. Mijn meneer, persino quel norvegese mangia baccalà valeva bene una sorsata, e che gli cascassero le palle degli occhi, pure i francesi avevano avuto i loro navigatori, e allora giù altro rum, anche se a camminare nel corridoio dovevi aggrapparti alle pareti e a tutti i santi che conoscevi per non finire sbalzato fuori.
Storta, ecco com’era quella casa. Ecco perché tutte quelle minuscole navi e barchette e scialuppe e gondoline stavano così bene a tossicchiare sulle mensole sotto tre dita di polvere. Tutti gli altri, invece, dovevano imparare a storcere i piedi e a non rimettere, per le maree, il troppo rum o la vergogna. Bisognava essere navigatori esperti, marinai, mozzi e cambusieri, ma soprattutto bisognava essere capitani perché una nave va tenuta dritta sulla rotta… e in ordine.
Solo che Juanito, il cui popolo come una donna pigra aveva sempre e solo subìto la conquista, il fondamentale segreto dell’equilibrio non lo sapeva.
Ormai ubriaco come un salmone, il padre di Goluàs si accorse che c’era qualcuno alla porta solo a metà di Quindici uomini sulla cassa del morto, motivetto che allietava l’atmosfera casalinga ogni volta che qualcuno suonava il campanello.
«È aperto!» sbraitò, e con un movimento solo Juanito planò dentro, franando sul mucchio di oggetti accatastati sulla soglia, intrappolato nella rete di casa Goluàs come un’acciuga disgraziata in mezzo alla mattanza.
La casa cambiò.
Come da referenze, sventolate a mo’ di bandiera bianca dal pallido naufrago, il «giovane ragazzo, magari non di bell’aspetto ma pulito» era in grado di: spazzare, far risplendere suppellettili di qualsiasi materiale, dal legno al travertino al quasi oro, compiere dodici volte il giro del mondo in una mattina a bordo di una lucidatrice, lavare i piatti, esibirsi in miracoli con un po’ di limone e bicarbonato.
Ma ciò che colpì la famiglia più di ogni altra cosa fu l’ultima voce di quel lungo elenco, tre parole che avrebbero rivoluzionato la loro esistenza e che furono decisive nel determinare l’assunzione del ragazzo: fare il bucato.
Niente più ceste implose, addio alla ricerca cieca e disperata di mutande pulite nei cassetti straripanti di tutto fuorché di biancheria, e benvenute distese placide di lenzuola stirate. Benvenuti pavimenti sgombri, profumi di lavanda e detersivi abrasivi, benvenute credenze lucide e pile perfette di camicie rigide come merluzzi sotto sale.
«Benvenuto Juanito» furono le uniche parole che i genitori di Goluàs gli concessero, commossi, prima di piazzarlo a togliere ragnatele dallo sgabuzzino e tornare ognuno nei propri labirinti di barchette miniaturizzate e francobolli ingigantiti.
Il cuore di tutti si era placato grazie al promettente rumore della lavatrice in funzione.
E pazienza se l’ultima nota scritta in caratteri minuscoli in fondo al foglio strapazzato suonasse più come un allarmato avvertimento che come una semplice precisazione.
«Juanito non sa assolutamente cucinare.»
A forza d’ingoiare pastoni di tapioca e cioccolato, carne stracotta e scondita, e rare apparizioni di verdura esanime, la madre di Goluàs si convinse che valeva la pena di spiegare a Juanito almeno la ricetta delle moules frites, il piatto nazionale belga, ovverosia patatine fritte e cozze bollite. Qualcosa però doveva essersi perso nella traduzione, perché due o tre volte a settimana la povera famiglia si vedeva servire cozze fritte e patatine bollite, una robaccia indigeribile che il più delle volte finiva ancora intatta nei canali della bella Bruges, scaricata dallo sciacquone come un atto di vergogna.
Ai genitori di Goluàs non importava. Come avrebbe potuto, dal momento che il padre si cibava di stringhe di manzo essiccato e la madre veleggiava nelle boccette curandosi del mondo come un cieco della fotografia?
Goluàs soffriva, sepolto nel letto e nella solitudine di una casa che non riconosceva più come sua, ora che le collezioni di suo padre erano ordinate per data, i piatti per dimensione e la vita per priorità.
Lo si vedeva passeggiare per le strade tutte le mattine, fino alla vetrina del tabaccaio, un francese dal chiosco traboccante di delizie, per fermarsi e chiedere la sua marca preferita di sigarette.
«Le solite, petit?»
«Le solite, Gauloises. E un pacchetto di caramelle dure alla lavanda.»
Goluàs mangiava mentre leggeva saggi su Flegel, immaginando i pani croccanti e la frutta succosa delle sue nature morte; s’ingozzava di carne trita strinata imparando a memoria le teorie di Freud. Sulla sua copia dei Tre saggi sulla teoria sessuale si potevano ancora trovare le tracce del grasso di manzo colato dagli hamburger, come prova à porter di una fase orale mai del tutto superata.
Sgranocchiava biscotti di nocciole inseguendo il Corsaro Nero, facendolo inciampare sulle briciole, contribuiva al naufragio del Pequod con maremoti di caffellatte e torta inzuppata, ingrassava regine a furia di ditate di marmellata, estingueva il fuoco dei draghi della mitologia normanna con nubi di zucchero a velo e benediceva il lieto fine delle fiabe con una coltre di semolino piovuta dagli gnocchi malamente arrostiti da Juanito.
Ben presto, la sola immaginazione non gli bastò più. Così decise di cominciare a cucinare per diventare un cuoco, per rendere reali i suoi desideri.
Cominciò a intrufolarsi in cucina di nascosto da Juanito, seguendo col cuore in gola il credo di Savarin: «Il piacere della tavola è di tutte le età, di tutte le condizioni sociali, di tutti i paesi e di tutti i giorni; può associarsi a tutti gli altri piaceri, e resta ultimo a consolarci della loro perdita».
Il ragazzino ripeteva quella grande verità come fosse un mantra, pasticciando con la farina e lo zucchero di canna, grattugiando mandorle trovate nel sottobosco della dispensa, creando prima sgorbi immangiabili e poi, piano piano, a forza di assaggi e sbagli, realizzando i primi timidi piatti commestibili della sua vita.
Una lunga foglia di indivia grigliata sulla quale si ergeva solitario un uovo sodo.
Un’unica patata bollita, con la buccia, tagliata a metà e cosparsa di burro fuso ed erba cipollina.
E poi piccoli pesciolini fritti nella pastella alla birra.
Cominciò a essere orgoglioso delle sue creazioni, a notarne i delicati progressi, a gustare con piacere i suoi piccoli panini al sesamo seguendo i balzi forsennati di Tin Tin lungo i vicoli acciottolati del Belgio spumoso.
Eppure, mentre sfogliava il capolavoro dell’Artusi in una rara edizione in lingua italiana, sentiva che gli mancava ancora qualcosa.
Prese l’abitudine di fuggire sempre più spesso, allungando le uscite per comprare le sigarette e gli ingredienti per cucinare fino all’ora di pranzo, e poi fino a cena; e più avanti scappava di casa anche a merenda e a colazione per ricordare alla sua pancia che c’era qualcosa di meglio là fuori, qualcosa che valesse la pena digerire.
Aveva quindici anni, la voglia di esprimersi a tartufi, e nessun soldo.
Era costretto a rubacchiare dalla borsa dei suoi genitori e ad accontentarsi di tenere...