Pio XII
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Pio XII

Un papa nelle tenebre

  1. 432 pagine
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Pio XII

Un papa nelle tenebre

Informazioni su questo libro

Tra i più grandi pontefici dei tempi moderni, Eugenio Pacelli è passato alla storia soprattutto per il suo controverso comportamento nei confronti del nazismo. In molti l'hanno accusato di aver testimoniato troppo tiepidamente lo sdegno e la condanna della Chiesa nei confronti di quel crimine spaventoso contro l'umanità che è stato l'Olocausto. La Santa Sede sapeva cosa stesse avvenendo in Germania, fin dal 1941. Eppure Pio XII tacque: già nunzio apostolico a Monaco e Berlino, conosceva anche troppo bene i retroscena del Terzo Reich e sapeva che un suo intervento esplicito non avrebbe risolto nulla, anzi avrebbe peggiorato la situazione. Scelse così il silenzio come male minore. E i nuovi documenti dell'Archivio segreto vaticano messi a disposizione degli studiosi da papa Wojtyla nel febbraio 2003 costituiscono le prove definitive che discolpano il "papa del silenzio" davanti al tribunale della Storia.

Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2010
Print ISBN
9788804528791
eBook ISBN
9788852012884
Argomento
Storia

Parte seconda

LA STELLA DI SION
Il prezzo del silenzio

I

Ogni cardinale si era ritirato durante la notte in una cella numerata estratta a sorte, ma ben pochi di quegli abitacoli erano comodi e accoglienti. Alcune celle si trovavano molto in alto, tra la seconda e la terza loggia del palazzo, e per arrivarvi bisognava salire molte scale. Per un gesto di riguardo, Pacelli aveva potuto usufruire del suo vecchio appartamento, dai mobili imballati, nel quale aveva trascorso nove anni da segretario di Stato. Formalmente anche il suo appartamento era considerato una cella e recava un numero, il 13. Tutte le finestre erano ermeticamente chiuse e oscurate, né era consentito avvicinarvisi, secondo le regole di segretezza del conclave. Si trovavano nell’appartamento con Pacelli sia suor Pasqualina, sia le altre due consorelle addette al suo servizio.
Al mattino i cardinali, richiamati dal suono d’una piccola campana, tornarono in «Sacellum Sixtinum», come essi dicevano, e si accinsero ad affrontare il primo scrutinio. Erano le ore 11 del 2 marzo. In quello stesso giorno Pacelli compiva sessantatre anni. Sessantatre erano pure i cardinali in conclave, compresi lui stesso e l’americano O’ Connell ch’era arrivato in ritardo da Honolulu. Scrutinate le schede si constatò che si erano concentrati sul suo nome trentasei suffragi. Non erano sufficienti all’elezione che richiedeva la maggioranza dei due terzi dei cardinali, e si ebbe la prima fumata nera. Gli erano mancati sei voti. Un po’ di paglia bagnata era stata gettata nella stufa dove immediatamente vennero bruciati i foglietti con i voti. I votanti dovevano scrivere il nome del cardinale prescelto su una scheda che recava una dicitura in latino: «Eligo in Summum Pontificem Em.mum D.num Card...» (Eleggo come Sommo Pontefice l’Eminentissimo Signor Cardinale...). Dovevano altresì scrivere il proprio nome su un lembo della scheda da ripiegare, con il reciproco impegno di mantenere il segreto sul voto. Era proibito votare per se stessi, pena l’annullamento della scheda. Prima di deporre la scheda in un grande calice d’argento, i cardinali, genuflessi, erano obbligati a pronunciare una formula di rito: «Chiamo a testimone Cristo Signore, il quale mi giudicherà, che il mio voto è dato a colui che, secondo Dio, ritengo debba essere eletto».
In quel primo tentativo avevano votato per Pacelli gli stranieri, con in testa i tedeschi, e gli avevano dato il voto non più di dieci o undici dei trentacinque cardinali italiani, tra i quali si potevano certamente annoverare Canali, Pizzardo, Piazza – come suoi tenaci alfieri – insieme a Maglione, Tedeschini, Dalla Costa, Salotti, Marchetti Selvaggiani. Gli era mancato il sostegno di Schuster, che lavorava per una propria elezione, e di alcuni altri cardinali di curia. L’appoggio dei cardinali tedeschi non era in linea con le opinioni dei nazisti a Berlino dove il «Morgenpost» scriveva che l’elezione di Pacelli non sarebbe stata ben vista in Germania in quanto egli già con papa Ratti si era rivelato un «oppositore del nazismo».
Un informatore della polizia fascista sosteneva che nella redazione dell’«Osservatore romano» si dava per certa la sconfitta di Pacelli. Sembrava che gli oppositori fossero per un papa meno politico e meno duttile, cioè meno diplomatico e più deciso nelle sue battaglie, almeno quanto il predecessore. Tuttavia al secondo scrutinio Pacelli guadagnò cinque voti, che gli provenivano da altri cardinali italiani impressionati dal plebiscito degli stranieri. Arrivò a quota quarantuno, ma senza raggiungere, per una sola scheda, il quorum necessario dei due terzi. Ci fu quindi una nuova fumata nera. Al di fuori del conclave serpeggiava una strana voce. Si diceva che Pacelli era stato eletto papa già da quello scrutinio, ma che egli stesso, sconcertato dalla fulminea designazione e preoccupato per aver ottenuto la maggioranza di un solo voto, aveva richiesto e ottenuto dal sacro collegio di ripetere la prova.
Era ormai passato mezzogiorno, e fu deciso di rinviare al pomeriggio la terza votazione. I cardinali tornarono nelle loro celle, Pacelli raggiunse il suo appartamento. Con suor Pasqualina parlò delle ultime casse che ancora dovevano essere chiuse. «Le chiuderemo domani, Eminenza. Siamo tutte molto stanche», azzardò a dire la suora. E lui, di rimando: «No, no. Perché perdere tempo? Ci riposeremo quando tutto sarà finito». Poi si mise a tavola, ma non bevve che un bicchiere d’acqua. Scese nel cortile di San Damaso e, immerso nella lettura del breviario, passeggiò per poco meno d’un’ora. Appariva pallido. Pallido, ma tranquillo.
Nel pomeriggio i cardinali si avviavano nuovamente nella Cappella Sistina. Pacelli camminava soprappensiero, quasi a occhi chiusi. Doveva scendere lo scalino che separa l’Aula dei Paramenti dalla Sala Ducale, ma non ci fece caso pur essendo padrone del luogo. Mise un piede in fallo e cadde a terra, senza riuscire a sorreggersi al cardinale di Boston, O’ Connell, che gli era al fianco. Il cardinale di Parigi, Verdier, non poté trattenersi dall’esclamare: «Il vicario di Cristo in terra!». Pacelli subito si alzò, mentre portava una mano al braccio sinistro dolorante.
Ripresi i loro posti nella Cappella Sistina, i cardinali diedero avvio al terzo scrutinio. L’esclamazione di Verdier, nella sua serafica ironia, preannunciava il risultato finale e dimostrava che nel sacro collegio la scelta era idealmente già compiuta. Sempre Verdier pochi giorni prima, all’atto della morte di Pio XI, aveva fatto un’osservazione sulla gravità del momento. «La Chiesa», aveva detto, «va verso tempi così agitati che il nuovo papa dovrà essere o un Eroe o un Santo».
Il cardinale patriarca di Lisbona, Gonçalves Cerejeira, precedeva per ragioni protocollari Pacelli e gli era quindi assai vicino. Durante le prime votazioni lo aveva visto completamente assorto in se stesso, quasi che il conclave non lo riguardasse. Apparendo ormai chiare le conclusioni, Pacelli si era messo a pregare con fervore: «Domine Jesu, miserere mei!». Era accanto a lui anche il cardinale Lavitrano, inizialmente candidato al soglio, il quale cercava di animarlo dicendogli che l’elezione avrebbe significato un segno di predilezione del Signore, e lui rispondeva: «Ma è pure una tremenda responsabilità!».
Lo scrutinio volgeva al termine. Gli eminentissimi padri videro Pacelli pallido e commosso, come «impietrito e terrificato in una profonda preghiera». Non c’erano più dubbi, egli era il nuovo papa. Aveva ottenuto quarantotto voti, sei più del necessario. Il che equivaleva a un’elezione trionfale, sebbene Pacelli, visto che ci si trovava, avrebbe ormai preferito una votazione plebiscitaria. Avevano votato per lui cardinali di varia estrazione, dal liberale Verdier all’ultraconservatore Baudrillart. L’ottantenne decano, Granito di Belmonte, nel mettergli al dito l’anello piscatorio, gli chiedeva: «Acceptasne electionem de Te canonice factam in Summum Ponteficem?». Pacelli rispondeva: «Accepto». E subito aggiungeva: «Accipio in crucem», accetto come una croce. Contemporaneamente si piegavano tutti i baldacchini che sormontavano i seggi. Soltanto il suo restava alzato. Quindi il decano gli domandava quale nome intendesse darsi: «Quo nomine vis vocari?», ed egli diceva: «Pius XII», richiamando nel proprio nome quello del predecessore.
Ora il mondo poteva conoscere i risultati del rapidissimo conclave, sicché alle ore 17,27 dal vecchio fumaiolo, che in una strana forma ad angolo retto sovrastava la Cappella Sistina, si levò uno sbuffo di fumo bianco. Sconfinata era l’esultanza dei duecentomila romani che si erano raccolti ondeggiando nella piazza di San Pietro, fra le braccia del colonnato del Bernini. Alle ore 18 e sette minuti il cardinale Caccia Dominioni, uno dei tre porporati che nel conclave avevano svolto il ruolo di Capi d’Ordine, si affacciava al balcone centrale della basilica di San Pietro addobbato con un bianco arazzo orlato di rosso. Davanti ai microfoni dava l’annuncio che, pur ripetuto nei secoli innumerevoli volte, appariva sempre nuovo: «Annuntio vobis gaudium magnum. Habemus Papam!...». Seguiva una sospensione che, pur brevissima, moltiplicava l’ansia nell’animo della gente. «Chi è, chi è il papa?», si chiedevano i romani nella piazza. E il nome fu detto: «Eminentissimum ac Reverendissimum Dominum Eugenium, Sanctae Romanae Ecclesiae Cardinalem Pacelli, qui sibi nomen imposuit Pium Duodecimum». Esplose un boato di gioia.
Nella sacrestia della Cappella Sistina, detta «stanza delle lacrime», era già avvenuta con grande lentezza e gravità la vestizione del nuovo papa il quale, fra le tre tuniche di diversa misura disposte su un piccolo tavolo, aveva scelto naturalmente la più lunga. Forte era il contrasto fra l’abito bianco pontificale e il damasco scarlatto delle pareti. Altrettanto forte era stato il contrasto fra la solennità del momento e l’intervento del medico del conclave, il dottor Aminta Milani, chiamato a curare l’escoriazione a un dito causatagli dalla caduta nella Sala Ducale. Il nuovo papa aveva cinto i fianchi con una fascia di seta bianca, indossato il rocchetto di pizzo, la mantellina scarlatta, lo zucchetto di velluto e le pantofole dorate e tempestate di gemme.
Al termine della cerimonia della vestizione Pio XII tornava nella Cappella Sistina dove per la prima volta sedeva sulla sedia gestatoria che simboleggiava la suprema dignità papale. Attorniato dal michelangiolesco Giudizio Universale che campeggiava sulle pareti, i cardinali in ginocchio gli rendevano la loro prima e umile adorazione in rappresentanza dell’intero mondo cattolico. Subito dopo, lasciata la Sistina, il nuovo pontefice, il duecentosessantesimo vicario di Cristo, comparve sul balcone centrale dal quale aprendo solennemente le braccia a imitazione della croce – egli stesso raffigurava una grande, bianca croce – e levando lo sguardo al cielo impartì la benedizione apostolica Urbi et Orbi tra la commozione e le manifestazioni di entusiasmo della gente. Il suo volto lungo e scavato era quanto mai esangue in una intensa e infinita concentrazione che ne faceva l’immagine d’un doloroso interprete di tutte le pene umane.
A quel balcone era già apparso al momento dell’elezione il suo predecessore Pio XI che aveva ripreso l’antica usanza interrotta nel 1870 a causa della lotta fra Stato e Chiesa. Nella piazza si propalava rapidamente la sensazione che Pacelli fosse stato eletto plebiscitariamente al primo scrutinio. Ma in realtà quattordici cardinali, per lo più italiani, non lo avevano votato, escludendo il voto che verosimilmente egli aveva dato all’ascetico arcivescovo di Firenze, Dalla Costa, il preferito dal regime ritenendolo ancor più malleabile. Per ammissione dello stesso Pacelli, persino la scelta del nome, Pio XII, stava a dimostrare che, data la rapidità della decisione presa dai cardinali, egli non aveva avuto il tempo di pensarne un altro, per cui si era collegato al papa che aveva amato con abnegazione e servito con ardore, nonostante la diversità di temperamento.
I romani avevano un papa «romano de Roma», un papa loro concittadino, e ne erano felici. Gli abitanti del rione Borgo, una sorta di popolosa anticamera della basilica di San Pietro, erano i più entusiasti. Per tanti anni i «borghigiani» avevano lamentato che Pio XI avesse riempito la Santa Sede di lombardi, ne avesse fatto la «Città del Vaticano milanese». Non ne potevano più, ma ora avevano alfine un papa romano. Un tale evento non si era più verificato dal 1670 quando era asceso al soglio Clemente X, non Innocenzo XIII ch’era nato a Poli. L’elezione del cardinale Emilio Altieri aveva però richiesto cinque mesi, invece per Pacelli era bastato un solo giorno. E ciò non succedeva da tre secoli, dal 1534 con l’elezione di Paolo III. Né dal 1667 assurgeva al pontificato un segretario di Stato, da quando cioè fu papa Clemente IX. Si diffondeva l’opinione che Pacelli avesse anche sfatato la massima «Nemo pontifex in Curia» – che ricalcava una famosissima sentenza evangelica, «Nemo propheta in patria» –, e che avesse soprattutto neutralizzato una credenza popolare secondo la quale chi entrava papa in conclave ne usciva ancora cardinale.
Ma non poteva dirsi che Pacelli fosse il candidato sicuro alla successione di Pio XI, poiché, nonostante la fulmineità del conclave, l’opposizione d’un forte nucleo di cardinali italiani e di curia poteva metterne in forse l’elezione. Nemmeno lui era certo dei risultati, e lo dimostrava il proposito espresso a suor Pasqualina di partire per la Svizzera all’indomani del conclave. Quando in quel memorabile pomeriggio tornò nel suo appartamento con indosso la veste bianca pontificale, disse con semplicità a suor Lehnert e alle due consorelle che si gettavano ai suoi piedi: «Loro vedono come mi hanno combinato!». Poi, dando uno sguardo ai mobili imballati e alle casse di documenti – alcune carte gli servivano subito – aggiunse: «Questo almeno avrei potuto risparmiarvelo!».
Tra le note del Tu es Petrus, quelle del Te Deum e con l’Oremus, il mattino successivo ancora una volta nella Sistina si svolse una sacra funzione. Al termine il dodicesimo Pio lesse non senza trepidazione la sua prima allocuzione che conteneva un’invocazione alla pace e un affettuoso messaggio rivolto ai cristiani dissidenti. Definì la pace «dono sublime del Cielo, frutto della carità e della giustizia». Esortò ad essa gli uomini e le nazioni attraverso il «fraterno aiuto scambievole, l’amichevole collaborazione e le cordiali intese per i superiori interessi della grande famiglia umana». Sempre in nome della pace elevò al Signore una speciale preghiera per i sovrani, per i governanti, per tutti coloro cui incombeva «l’altissimo onore e il peso gravissimo di guidare i popoli nelle vie della prosperità e del progresso». Rivolgendosi indiscriminatamente a tutti, egli dava la sua prima dimostrazione di volersi mantenere neutrale. In tema più specificamente religioso parlò infine ai dissidenti. «In questo solenne momento», disse, «il Nostro pensiero corre anche a tutti quelli che sono fuori della Chiesa, ai quali farà piacere sapere che il Papa innalza per essi a Dio ottimo massimo preghiere e voti di ogni bene».
Con le persone a lui più vicine, il nuovo papa si compiaceva che nel suo stesso cognome fosse contenuta la parola pace, che significasse la pace del cielo – Pax coeli – e che fin nello stemma di famiglia figurasse una colomba, con un ramoscello d’ulivo nel becco, mentre sorvolava i colli di Roma. Alla significativa raffigurazione araldica aggiunse le parole già prescelte al momento della consacrazione a vescovo: Opus iustitiae pax, la pace frutto della giustizia. Già in sant’Agostino, il preferito fra i santi fin dagli anni della prima giovinezza, aveva letto una straordinaria definizione della pace, tranquillitas ordinis.
I cardinali, gli arcivescovi, i vescovi ricevevano l’impressione di non aver mai visto Pacelli prima di allora in tutta la nobiltà del suo portamento, l’ascetismo e l’intensità di fede. Ieratico, si disse subito. Egli appariva immerso in un alone di misticismo con il suo eloquio di grande giurista dagli accenti latineggianti, ciceroniani. Era molto dissimile dal predecessore, che aveva un’oratoria nervosa, fatta di scatti, di accelerazioni e di improvvise cesure. Un giornale londinese scrisse: «Il conclave ha eletto papa il più esperto e brillante diplomatico della Curia». Un quotidiano parigino annotava: «L’uomo asceso alla cattedra di Pietro è più di un diplomatico. È un asceta che avrebbe preferito rinunciare a questo onore. È un mistico, è il più zelante servitore dell’ideale cristiano, un difensore dello spirito contro il materialismo». Uno scrittore francese osservava: «Pio XII offre la visione di un essere che sta al di sopra delle cose materiali, che solleva le cose verso il cielo con le mani per offrirle a Dio in olocausto».
Il suo diretto predecessore, nel farne un segretario di Stato, gli aveva detto: «È il Suo spirito di pietà e di preghiera che fra l’altro Ci ha decisi a questa nomina». Furono invece critici i giornali tedeschi. Il berlinese «Der Angriff», che rifletteva le opinioni di Goebbels, scriveva: «Pacelli condurrà una crociata contro le nazioni a regime forte, contro il fascismo e il nazionalsocialismo». Difatti in America il «New York Times» osservava che le dittature non ne gradivano l’elezione, mentre sir Robert Vansittart del Foreign Office si esprimeva in termini meno positivi ritenendo che Pacelli avrebbe cercato di «temporeggiare» con Hitler e Mussolini.
Il profetico Malachia lo aveva designato come «Pastor angelicus». Intorno a Malachia, il santo irlandese dell’undicesimo secolo, si era formata una leggenda secondo la quale il prelato aveva avuto una visione dei papi che si sarebbero susseguiti da Celestino II in poi fino alla fine del mondo in coincidenza con il Duemila. A ognuno di essi aveva dedicato un vaticinio in latino, per un totale di centoundici pontefici. Il predecessore di Pacelli era indicato con il motto «Fides intrepida», con il numero d’ordine centocinque, e quindi secondo la sua profezia dovrebbero succedere al «Pastor angelicus» soltanto altri cinque pontefici, gli ultimi, designati con i motti «Pastor et nauta», «Flos florum», «De medietate lunae», «De labore solis», e infine «De gloria olivae».
Malachia si era altresì esercitato in un’apocalittica previsione. Diceva che la storia della Sacra Romana Chiesa si sarebbe conclusa con l’ascesa al soglio di un papa – sarà un negro – che oserà chiamarsi Pietro Romano o Pietro II. Egli avrebbe guidato il suo gregge in mezzo a innumerevoli tribolazioni che si sarebbero concluse con la distruzione della città dai sette colli e con una condanna emessa contro il suo popolo da un giudice implacabile. Amen. La Chiesa parla però di apocrife profezie falsamente attribuite al santo dalla fine del Cinquecento, tanto che i motti appaiono spesso in contrasto con gli elementi della realtà storica oltre che insulsi. Comunque il vaticinio di «Pastor angelicus» indicato per Pacelli piacque molto ai fedeli fin dal primo momento.
Il 12 marzo si svolse la festa dell’Incoronazione, e piazza San Pietro era nuovamente affollata fino all’inverosimile. Il nuovo pontefice apparve sulla soglia della basilica dall’alto della sedia gestatoria. I romani esclamavano entusiasti: «È un bel papa», ripetendo le parole di Pio XI che già se lo era immaginato su quella sedia. Nella cittadina di Onano, dove sapevano molte cose su di lui e soprattutto dei suoi anni giovanili, i più anziani commentavano sorridendo: «Se Lucia gli avesse detto sì, oggi non lo avremmo avuto nostro pontefice». Così dicendo ricordavano i sentimenti amorosi di Eugenio per quella ragazzetta, Lucia appunto, che gli aveva anche ispirato un romantico sonetto d’amore.
Al culmine della cerimonia gli fu imposta la tiara ornata di tre corone che lo faceva «il padre dei sovrani e dei re, il reggitore dell’intero orbe terrestre, il vicario del Salvatore». Proprio in quel solenne giorno Pacelli ebbe la conferma di quanto in quel momento fosse profondo il dissidio con la Germania nazista, poiché fra i rappresentanti ufficiali delle quaranta nazioni presenti alla sacra cerimonia mancava la delegazione tedesca. Il Führer aveva così voluto dimostrare il suo odio per la Chiesa e la rabbia per l’elezione di un pontefice che osava contraddire la potenza del nazismo. Il giornale «Das Reich» aveva scritto che, «se papa Ratti era ebreo per metà essendo la madre un’ebrea olandese, Pacelli lo era al cento per cento».
La Wilhelmstrasse incaricava tuttavia l’ambasciatore presso la Santa Sede, Diego von Bergen, di portare al nuovo eletto le congratulazioni del Führer e del governo del Reich. Quelle congratulazioni dovevano essere formulate «oralmente». Nelle istruzioni al diplomatico si precisava che i complimenti erano consueti, e che «in considerazione del ben noto atteggiamento dell’ex cardinale Pacelli verso la Germania e il movimento nazionalsocialista, non dovevano essere formulati in maniera particolarmente calda».

II

Pio XII, prendendo possesso dell’appartamento pontificio al terzo piano del palazzo apostolico, apportò alcune modifiche alla disposizione dei mobili. Lo scrittoio, che originariamente fronteggiava una finestra alla quale Pio XI volgeva le spalle, ora si trovava alla destra della porta d’ingresso, nella stessa posizione preferita da Pio X e Benedetto XV. Quello scrittoio, che con Pio XI era ingombro di carte, di libri, di giornali e di piccoli oggetti d’ogni tipo, ora si mostrava nitido, come il tavolo del più ordinato fra gli uomini di gusto teutonico. Non cambiò invece la disposizione dei mobili nella camera da letto, così come volle usare il letto sul quale il suo predecessore era morto. Sul tavolo d’un piccolo salotto d’attesa mise egli stesso una foto che lo ritraeva fanciullo, affettuosamente appoggiato alla madre.
Tra i colori Pacelli preferiva il bianco. Di nero sul suo tavolo c’erano soltanto l’inchiostro e un nettapennini che lui usava prima di mettersi a scrivere per assicurarsi che nel pennino – era un perry – non si fosse infilato qualche fastidioso peluzzo. Non appena aveva finito di scrivere, puliva nuovamente il pennino «perché altrimenti si arrugginiva e graffiava il foglio». Bianchi dovevano essere i fiori che rallegravano la sua mensa e il tavolo di lavoro e che ornavano l’altare. Bianco era il telefono sullo scrittoio, bianca la macchina da scrivere. Bianco era lo scacciamosche di crine di cavallo dal manico d’avorio. I suoi pasti erano sempre frugali e rapidi, e anch’essi sovente in bianco. Mangiava riso, beveva latte sotto lo sguardo attento di suor Pasqualina che serviva a tavola. Pensava a tutto lei, e fu lei a introdurre nell’appartamento pontificio alcuni lieti canarini insieme a un pappagallo brontolone, che il papa, francescanamente, accolse volentieri. Uno di quei canarini, dono di monsignor Kaas, si chiamava Gretchen, come aveva suggerito la suora, e gli si andava a posare sulla spalla mentre egli si faceva la barba. Usava un rumoroso rasoio elettrico, uno dei primi a Roma, che aveva avuto in dono dal cardinale Spellman. Anche al pappagallo fu imposto un nome tedesco, Dompfaff. Il papa chiese perché mai lo si dovesse chiamare «canonicaccio», che era la traduzione italiana di Dompfaff, e fu Kaas a spiegare la cosa dicendo: «Proprio come certi canonici, mangia molto e canta poco».
La figura severa di Pio XII, il gesto misurato, l’incedere solenne apparivano in stridente contrasto con la passione che egli nutriva per la velocità. In automobile voleva che l’autista premesse a tavoletta il pedale dell’acceleratore. La sua grossa macchina nera, con la targa SCV 1, sfrecciava nelle strade di Roma e raggiungeva Castel Gandolfo in un lampo. SCV: Stato della Città del Vaticano, che i romani traducevano: Se Cristo Vedesse, considerando troppo lussuose l’automobile e la vita del pontefice. All’interno di ognuna delle sue automobili, alla destra del tronetto in velluto cremisi, egli aveva a disposizione un quadro di comandi con otto bottoni con le scritte che corrispondevano ad altrettanti ordini per l’autista: «avanti», «indietro», «adagio», «forte», «destra», «sinistra», «ferma», «Vaticano». Il tasto preferito era il «forte», per cui l’autista doveva spesso superare anche i centoventi chilometri orari con evidente soddisfazione del papa, il quale aveva fatto di una parola – «Presto!», «Presto!» – il suo motto quotidiano. Né, quando era ancora cardinale negli anni di Nuvolari, un incidente lo aveva indotto a rinunciare alla velocità, o meglio all’incalzante desiderio di fare ognora presto. L’autista da lui stimolato premeva sempre più l’acceleratore della macchina e a una curva, per una brusca frenata, Pacelli, urtando contro il sedile anteriore, vide andare in frantumi le lenti dei suoi occhiali.
Ci fu uno strano personaggio che chiedeva al pontefice di sostituire le sue automobili con un asinello. E si presentò all’Arco delle Campane, un ingresso del Vaticano, trascinando un somarello che a suo dire era quello stesso cavalcato da Gesù Cristo nei suoi viaggi in Galilea. Glielo aveva affidato...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Dedica
  5. IL MALE MINORE
  6. Parte prima. LA CROCE DI CRISTO. Verso il soglio
  7. Parte seconda. LA STELLA DI SION. Il prezzo del silenzio
  8. Parte terza. LA SPADA DI FUOCO. La crociata anticomunista
  9. Parte quarta. POST MORTEM. Il tribunale della Chiesa
  10. ITINERARIO BIBLIOGRAFICO

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