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SI DECOLLA!
Se volete vedere ricchi che si comportano proprio da ricchi, andate davanti alla St Henry’s School for Boys in un qualsiasi giorno feriale alle tre del pomeriggio. Nulla li fa impazzire più di ritrovarsi con altri ricchi, magari anche più di loro. Accompagnare e andare a prendere i figli alla scuola privata è un momento elettrizzante, un’occasione per affermare la propria posizione, mostrare i propri beni e far vedere agli altri genitori che ci si situa al top del top a livello mondiale.
Mentre correvo alla partita di mio figlio dopo le lezioni, la mia auto fu affiancata da un lungo corteo di SUV neri, monovolume e auto con autista. Quel giorno avevo dovuto saltare un incontro di lavoro, ma nulla avrebbe potuto trattenermi. Il viale era fiancheggiato da alberi di ginkgo e palazzi di pietra e davanti al grande edificio scolastico si era già creato un assembramento. Chiamai a raccolta tutte le mie forze per inoltrarmi in quel mare di genitori: papà in abiti da banchiere che abbaiavano nel cellulare e mamme con incantevoli occhiali da sole e braccia toniche, molte delle quali con pargoli elegantissimi al loro fianco. I bambini ricoprivano un ruolo importante nell’esibizione di superiorità dei genitori: venivano mostrati nei loro abitini a punto smock, traghettati dal tutor francese alla lezione di violoncello, valutati come bestiame da premio a una fiera.
Parcheggiato davanti alla scuola con il finestrino fumé dell’auto mezzo abbassato, un gigante della cosmesi leggeva di sé su una rivista di gossip. Mentre lui finiva l’articolo, la sua bambina di quattro anni guardava un DVD di Barbie su un piccolo schermo calato dal soffitto dell’auto. La tata in divisa bianca inamidata aspettava paziente sul sedile anteriore che lui le dicesse di accompagnare sua figlia dentro la scuola.
A qualche metro di distanza dall’edificio, da una pingue Mercedes S600 argentata sbucarono tacchi da dieci centimetri rivestiti di lucertola verde e diretti verso il marciapiede. L’autista lampeggiò con i fari gialli. Scorsi una gonna di tweed marrone attillata su una coscia ben tornita e subito dopo una donna sui trenta che scuoteva la chioma color miele mentre l’autista faceva uno scatto da sprinter per aiutarla a scendere.
“Jamie! Jamie!” gridò Ingrid Harris agitando la mano fresca di manicure. Dozzine di pesanti bracciali d’oro le scesero lungo il braccio tintinnando rumorosamente.
Cercai di ripararmi gli occhi dal riverbero del sole. “Ingrid, per favore. Ti voglio tanto bene, ma non è il momento. Devo andare alla partita di Dylan!”
“È da un po’ che ti rincorro!”
Mi tuffai nella folla sapendo che lei mi avrebbe seguito.
“Jamie, per favore, aspetta!” Ingrid mi raggiunse, lasciando che l’autista se la vedesse con i suoi due bambini in lacrime seduti in macchina. Respirò profondamente, come se fosse duramente provata dai cinque metri che separavano la Mercedes dal marciapiede. “Uh!” Non dimentichiamo che questa gente posa i piedi sul marciapiede il più raramente possibile. “Grazie a Dio eri a casa ieri sera!”
“Nessun problema. Ci sono sempre.”
“Henry ti è davvero molto grato” disse Ingrid.
L’autista corpulento prelevò dalla Mercedes i due bambini e li depose sul marciapiede con delicatezza, come se mettesse delle uova in un cestino. “Quelle quattro pillole di tranquillante sono state provvidenziali! Henry doveva andare a caccia con alcuni clienti per cinque giorni, il decollo per l’Argentina era previsto alle dieci di sera ed era in piena frenesia!”
“Jamie.” Amavo quest’altra voce: la mia amica Kathryn Fitzgerald. Arrivava da Tribeca e indossava jeans e scarpe da tennis francesi. Come me, non era una di quelle cresciute nell’Upper East Side che non avevano mai toccato la maniglia di una porta in vita loro. “Sbrigati. Cerchiamo di sederci nelle prime file.”
Mentre salivamo le scale di marmo, una Cadillac Escalade bianca accostò al marciapiede. Si capiva lontano un chilometro che là dentro c’erano i figli di un amministratore delegato. Un autista aristocratico con tanto di bombetta fece il giro dell’auto per aprire la porta ai quattro rampolli McAllister stipati nel SUV. I piccoli scesero, ognuno tenuto per mano dalla propria tata filippina.
Le tate indossavano pantaloni e magliette bianche e scarpe dello stesso colore con la suola di para. In quel gruppo serrato c’erano tanti bambini e tate da sembrare un millepiedi che si inerpicava su per la scale di marmo.
Alle tre e cinque la scuola aprì i battenti e i genitori, senza dare nell’occhio ma con una certa irruenza, sgomitarono per entrare. Salendo le quattro rampe di scale che portavano alla palestra sentii arrivare l’eco di giovani voci maschili e lo stridio delle scarpe da ginnastica. La squadra della quarta classe della St Henry’s School for Boys, in divisa bianca e blu, si stava già riscaldando. Cercai velocemente con lo sguardo il mio Dylan, ma non lo vidi in campo. Alzai gli occhi sulla folla alla mia destra. Le mamme e i papà della scuola di Dylan cominciavano a prendere posto su un lato delle gradinate. Sparpagliati tra loro c’erano i fratelli dei componenti della squadra con le loro tate, che sembravano rappresentare ogni paese delle Nazioni Unite. Di Dylan neanche l’ombra. Alla fine lo individuai rannicchiato su una panca vicino alla porta dello spogliatoio. Era ancora vestito coi calzoni kaki e la camicia bianca button down col colletto slacciato, il blazer blu buttato accanto a lui sulla panca. Mi vide e mi lanciò una rapida occhiata, poi distolse lo sguardo. Mio marito Phillip assumeva la stessa identica espressione quando era arrabbiato o si sentiva forzato a fare qualcosa.
“Dylan! Sono qui!”
“Sei in ritardo, mamma.”
“Tesoro, non sono in ritardo.”
“Be’, parecchie mamme sono arrivate prima di te.”
“Fuori c’è una coda lunghissima, e io non ho potuto evitarla. Ci sono ancora un sacco di mamme che stanno entrando dopo di me.”
“Non mi importa.”
“Tesoro, dov’è la divisa?”
“Nello zaino.” Riuscivo a percepire le onde di cocciutaggine e tensione emanate da mio figlio.
Sedetti accanto a lui. “È ora di metterla.”
“Non ne ho voglia.”
Il signor Robertson, l’allenatore, ci raggiunse. “La sa una cosa?” mi disse alzando le braccia in aria, esasperato. “Non ho intenzione di costringerlo tutte le volte a infilarla. L’ho minacciato di non farlo giocare, ma la divisa non sono riuscito a fargliela mettere comunque. Se lo vuole proprio sapere, suo figlio si sta rendendo ridicolo...”
“Non si tratta di essere ridicoli, okay?” Questo tizio non era mai entrato in sintonia con Dylan. Lo presi da parte. “Ne abbiamo già parlato: prima della partita Dylan è a disagio. Ha nove anni. È il primo anno che gioca in una squadra.” L’allenatore, per nulla commosso, si allontanò. Allora cinsi Dylan con il braccio.
“Tesoro, il signor Robertson non è la mia persona preferita, però ha ragione. È ora di mettere la divisa.”
“Io non gli piaccio per niente.”
“A lui piacciono tutti i ragazzi allo stesso modo, e anche se è duro, vuole solo che tu giochi.”
“Be’, io non gioco.”
“Neanche per me?”
Dylan mi guardò scuotendo la testa. Grandi occhi marroni e lineamenti decisi, folta capigliatura scura perennemente scarmigliata. Sorrideva con la bocca più che con gli occhi.
“Dylan, sbrigati!” Douglas Wood, un bambinetto odioso con le lentiggini e i capelli a spazzola, camminava verso di noi dondolando goffamente il massiccio didietro. “Cosa c’è che non va, Dylan?”
“Niente.”
“Be’, come mai non sei ancora in divisa?”
“Perché la mamma doveva parlarmi. È colpa sua.”
Il signor Robertson, irritato con Douglas perché aveva interrotto il riscaldamento e con mio figlio per il suo rifiuto di giocare, marciò verso di noi pompando coi gomiti. “Forza, ragazzo, è ora. Andiamo.” Raccolto lo zaino, tirò Dylan per una mano verso lo spogliatoio. Lui mi guardò, gli occhi al cielo, e lo seguì controvoglia trascinando la divisa sul pavimento. Tornai sulla gradinata, con il cuore pesante.
Kathryn, che era andata avanti per tenermi il posto, gesticolava verso di me dalla quinta fila sul lato dei sostenitori della St Henry’s School for Boys. Aveva due gemelli che frequentavano la stessa classe di Dylan, e una figlia all’asilo. I gemelli, Louis e Nicky, stavano litigando per una palla; l’allenatore si chinò e fischiò forte nelle loro orecchie per farli smettere. Kathryn si alzò per assistere meglio alla disputa e la sua lunga coda di cavallo bionda oscillò sulla giacca scamosciata un po’ frusta. Quando riuscii a raggiungerla dopo essere scivolata lentamente davanti a una ventina di persone, lei si sedette dandomi una strizzata al ginocchio.
Sorrise. “Appena in tempo.”
“Meno male.” Mi presi la testa stanca tra le mani.
Dopo qualche attimo, la formazione della Wilmington Boys School irruppe dalla porta della palestra come un esercito invasore. Osservai mio figlio esitante tenersi arretrato rispetto agli altri giocatori. I suoi compagni di squadra, tutti negli ultimi fuggevoli anni che separano l’infanzia da quell’età ingrata che è l’adolescenza, correvano sudati avanti e indietro. Solo di rado lanciavano la palla a Dylan, soprattutto perché lui non li cercava con gli occhi e trotterellava sempre ai margini della squadra, alla larga dal trambusto. Il fisico smilzo e le ginocchia nodose rendevano i suoi movimenti decisamente poco aggraziati, come quelli di una giraffa che procede a piccoli passi.
“Dylan non sta giocando bene.”
Kathryn mi guardò. “Nessuno di loro gioca bene. Guardali, riescono di rado a centrare il canestro. Non sono ancora abbastanza forti.”
“Già. Immagino di sì. Lui è proprio giù di corda.”
“Ma non lo è sempre. Solo a volte” precisò Kathryn.
Barbara Fisher, seduta nella fila davanti, si voltò verso di me. Indossava jeans attillati, una camicetta bianca inamidata con il colletto alzato a sfidare la legge di gravità e un pullover fucsia a trecce dall’aria costosa. Era abbronzatissima e magra come una scultura di Giacometti.
“Oh, guarda chi c’è alla partita: la mammina ape operosa.”
“Per lui è molto importante” scattai guardando al di sopra della sua testa verso i ragazzini.
Barbara si sollevò di un palmo per impedirmi la vista e poter aggiungere qualcosa. “Al comitato di beneficenza della scuola si diceva che per te dev’essere dura non poter mai partecipare alle attività di Dylan.”
Com’era irritante.
“A me piace lavorare. Ma se tu preferisci non lavorare, non farlo, posso senz’altro capire. Probabilmente te la godi di più.”
“Tu non lo fai per soldi, ovviamente. Phillip è un avvocato di grande successo.” Stava sussurrando, o almeno così credeva, ma tutti quelli vicini a noi poterono sentire. “Insomma, non penso che il tuo contributo economico sia davvero significativo.”
Guardai Kathryn alzando gli occhi al cielo. “In realtà il mio stipendio è piuttosto buono, Barbara. Comunque, no. Non lavoro per i soldi, ma perché mi piace. Diciamo che ho una vena competitiva. E adesso vorrei concentrarmi su Dylan perché anche lui sa essere competitivo, e sono sicura che gli fa piacere se lo guardo giocare.”
“Fai pure, allora.”
Kathryn mi diede un pizzicotto tremendo sul braccio perché odiava Barbara più di quanto la odiassi io. Sobbalzai per il dolore e la colpii forte sulla spalla.
“L’Incredibile Barbara non è riuscita a parlare del suo nuovo aereo” mi sussurrò in un orecchio. “In caso ti sia sfuggito l’avviso in bacheca, ad Aaron hanno consegnato questa settimana il jet Falcon 2000.”
“Ne sentirò parlare presto, sono sicura” risposi fissando il campo da gioco. Dylan ora stava cercando di intercettare un tiro, ma l’altro giocatore lo scartò abilmente e andò a canestro. Fischietto: fine del riscaldamento. Tutti i ragazzi si radunarono in due gruppi ai bordi del campo.
“Sai cos’è veramente odioso?” sussurrò Kathryn.
“Un sacco di cose.”
“Loro non riescono a dire semplicemente: “Alle tre partiamo per il weekend”, il che significherebbe che partono alle tre del pomeriggio in macchina, in barca, con un volo di linea, o altro.” Si spostò più vicino a me. “No, vogliono che una cosa sia ben chiara: loro hanno il jet privato. Così, si mettono improvvisamente a parlare come il loro pilota: “Oh, partiamo per il weekend, si decolla alle tre”.” Scosse la testa con un largo sorriso. “Come se a me fregasse qualcosa di quello che fanno.”
Quando io, proveniente dalla media borghesia americana, sposandomi entrai a far parte dei membri dell’Upper East Side, ne fui ovviamente intimidita. I miei genitori, con le immancabili comode scarpe da passeggio e il marsupio intorno alla vita, mi ricordavano fin troppo spesso che era meglio non lasciarsi inghiottire da questo nuovo ambiente, e che a Minneapolis, dove ero nata, la vita sarebbe stata più felice. Benché abbia cercato di adattarmi per amore di mio marito, non sono mai riuscita ad abituarmi alle persone che nella conversazione lasciano cadere il nome del pilota del loro aereo privato come se fosse una colf. “Ho pensato di fare un salto a Cape Cod per cena, così ho chiesto a Richard di tenersi pronto per le tre.”
Dylan era sulla panchina con almeno altri dieci compagni di squadra quando il signor Robertson lanciò la palla in aria per dare inizio alla partita. Grazie a Dio, Dylan appariva eccitato. Parlava al bambino accanto a lui indicando il centro del campo. Mi rilassai un attimo e respirai profondamente.
Due minuti dopo, un bicchierino con il beccuccio mi rimbalzò sulla spalla per finire in grembo a Kathryn. Ci voltammo entrambe. “Mi scusi!” disse una tata dal forte accento filippino. Il millepiedi McAllister cercava di introdursi nella fila dietro di noi. Due dei bambini più piccoli ragliavano come asini. Questo era il genere di cose che mandava in bestia Kathryn. Anche se abituata ai comportamenti talvolta scorretti dei suoi figli, non tollerava la mancanza di rispetto dei rampolli viziati di Park Avenue verso le loro tate.
Le guardò e poi si voltò verso di me. “Cosa devono sopportare quelle poverette. Adesso lo faccio. Sì, adesso chiedo loro in che modo si stabilisce quale divisa indossare a seconda dei momenti del giorno per vedere cosa rispondono.”
“Piantala, Kathryn, per favore. Cosa ti importa?”
“Ma no! Vuoi dirmi che una come te, fissata con le liste di ogni genere, non vuole saperlo?” Kathryn sorrise. “La prossima volta che sei a casa di Sherry per una festa di compleanno, infilati in cucina e vai al banco vicino al telefono. C’è un manuale rilegato composto da diverse sezioni colorate che si è fatta battere al computer dalla segretaria di Roger. Istruzioni per tutto ciò che riguarda l’andamento della casa, anche la minima cosa, intendo.”
“Per esempio?”
“Pensavo non ti interessasse.”
“Okay. Magari un pochino.”
“Orari per i turni della servitù, in parte sovrapposti: primo turno, dalle sei del mattino alle due del pomeriggio; secondo turno, dalle nove alle cinque; terzo, dalle quattro a mezzanotte. Orari per gli animali di casa, per chi porta i cani a spasso e chi li lava. Direttive sugli abiti dei bambini: quali devono essere piegati e quali appesi. Disposizione negli armadi di guanti e sciarpe per l’autunno, per l’inverno e per la montagna. Dove appendere i costumi da principessa nella cabina armadio in cedro una volta stirati. Sì, hai sentito bene, dopo che sono stati stirati. I diversi servizi di porcellana da usare per colazione, pranzo, cena, e anche a seconda delle stagioni: con conchiglie per l’estate, foglie per il giorno del Ringraziamento e ghirlande per Natale. Non riesco a ricordarmi neppure la metà delle cose che contiene. Mai vista una cosa del genere.
“Ma sai cos’è ancora più vomitevole?” aggiunse. “Mi piacerebbe mettermi comoda sotto le coperte e, prima di prendere sonno, sorbirmi ogni maledettissima parola di quel manuale folle insieme a una bella tazza di tè caldo.”
Dopo mezz’ora, la tensione in campo era alta. All’improvviso la Wilmington segnò e la folla scattò in piedi con un boato. Mi alzai per vedere meglio e a momenti caddi su quel bel personaggio di Barbara Fisher. Poi la Wilmington rubò di nuovo la palla alla St Henry’s. Il mio Dylan, per una volta in sincronia con la squadra, cercava furiosamente di intercettarla mentre gli avversari continuavano a passarsela. Mancavano pochi attimi alla fine del primo tempo. La Wilmington era in testa di un punto. Uno dei suoi giocatori fece un ardito tentativo di segnare di nuovo, ma la palla colpì il ferro del canestro. Fu riagguantata e tirata una seconda volta, ma rimbalzò sull’angolo inferiore del tabellone a cento all’ora proprio verso Dylan, che riuscì miracolosamente a prenderla. Era sbalordito. Impietrito. Valutò la distanza del canestro dalla parte opposta del campo: chilometri e chilometri per poter segnare. Poi riuscì a crearsi...