I sensi incantati
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I sensi incantati

  1. 280 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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I sensi incantati

Informazioni su questo libro

Caduto in una profonda fase di depressione, l'autore viene miracolosamente risvegliato alla vita dall'influenza di Miriam, una sensitiva in grado di incantare i sensi dell'uomo, restituendogli la voglia di vivere grazie agli slanci di una potente sensualità.
Una vicenda "magica", realmente vissuta in prima persona dallo scrittore, narrata in un libro di grande suggestione.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2010
Print ISBN
9788804434665
eBook ISBN
9788852011306

Seconda parte

1.
Quella prima notte, col suo avvio prodigioso, ma soprattutto con la grazia che aveva animato gli atti più semplici, o semplificato gli atti più complessi, mi aveva lasciato un senso di sommesso trionfo: entrata nella mia vita, Miriam avrebbe dovuto restituirle quel tanto di meraviglia da rendermela di nuovo desiderabile...
Un compito provvidenziale, ne ero sicuro.
Ma non fu così. Il percorso, da sinuoso, si fece difficile; il fiato di sollievo diventò un ansioso respiro. Per alcune settimane, Miriam si mantenne imprevedibile, e io mi vidi costretto a ubbidire al suo sfuggirmi, ricomparire, farsi ora reale con la sua capacità di illudermi in momenti privilegiati, ora quasi immateriale, fino a dubitare che esistesse:
«Abbiamo rischiato di perderci» le rivelo, adesso che è cominciata la nostra convivenza. E le confesso: «All’inizio, ho avuto paura di te».
Camminare per Roma ci piace sempre, e Miriam mi conduce a scoprire come essa sia piena di metamorfosi, una città maga: dai cataloghi del “Mirabilia Urbis”, che nei secoli stupirono il mondo, agli enigmi della Domus Aurea; dalla “Risata del Colle delle Maghe” agli angoli segreti delle “Beltà Peccatrici”, fino alla Bocca della Verità, il mascherone che, secondo il “Mirabilia”, pronunciava oracoli.
Siamo capaci, io e Miriam, di camminare per ore, fra la folla come verso gli orizzonti vuoti con silenzi primordiali. Ed è unendo i miei passi ai suoi che più liberamente mi viene di confidarmi:
«Perché mi sconcertavi, mi tenevi con l’animo sospeso?» insisto. «Non so perdonarti quella tua sottile crudeltà...»
Lei sorride confusa, non smentisce.
Vorrei dirle che mi afferra una sensazione di freddo alle mani, quando penso ai primi tempi con lei: la stessa che provavo allora, e mi faceva sentire più solo che mai. Il caldo del sole, in questa bella mattina, scende sulla pelle e oltre, come in fondo al pensare; ma non raggiunge le mie mani... Alla base di una siepe, vediamo una bambina che siede sull’erba. Sembra che dorma. In realtà, prende il sole a occhi chiusi e il suo volto estatico, il suo atteggiamento solitario, sono paradossalmente da adulta.
«Toccale le mani» mi invita Miriam.
Tocco le mani della bambina. Posate sulla veste dove il sole scotta, sono gelide. Non capisco come Miriam abbia potuto intuire, a distanza, questo gelo innaturale che mi lega, d’improvviso, a un piccolo essere che mi pareva remoto da me, chiuso in una sua beatitudine assoluta. E mi chiedo quale conflitto di emozioni possa, nella bambina, assomigliare al mio, tanto che non mi sento più isolato.
È così che Miriam risponde ai dubbi e alle inquietudini che non riesco a dimenticare: servendosi di folgorazioni indirette, sostitutive delle parole, che la riscattano, ai miei occhi, anche dalle ambiguità di cui mi ha fatto oggetto in passato.
Non diversamente, a sorpresa, sa rendermi allegro, facendomi trovare in situazioni dove l’arguzia e la stramberia popolare sono come un venticello che trascina via il mio pensiero molesto, ne fa un aquilone con la sua coda di congetture.
Siamo usciti, oggi, per sapere a quale razza appartenga Salomone. Gli abbiamo scattato una fotografia, che tengo in una tasca della giacca. Ci appare la scritta: “Romana Uccelleria... Uccelli di tutte le razze”: veniamo accolti da un uomo piccolo, calvo, che si aggira fra le gabbie dove i volatili si arruffano di contentezza per il cibo che va distribuendo. Una coppia di una piccola specie gli vola addosso con gioia:
«Venite» ripete.
Tratta i suoi ospiti canori da direttore d’orchestra che insegua un fantasioso spartito musicale, e le gabbie sono gli strumenti. Batte sulle sbarre di alcune come sui tasti di un pianoforte, subito accarezza altre sbarre come le corde di un’arpa. Così si compone, intorno a me e a Miriam, un’ouverture. Dicono che gli uccelli cantano per far sapere che il luogo è occupato, ma questa sinfonia è talmente cortese che sembra dirci: entrate pure nel nostro regno...
L’uomo piccolo mi chiama vicino a sé. Mi indica una rondine marina che dorme ancora nel chiasso dei suoi simili. Il maschio non ha ancora cantato – mi spiega – e la compagna aspetta: il maschio sta rannuvolato sotto il tetto della gabbia. Basta un tocco del venditore perché anche qui il duetto si alzi. Le rondini marine si alternano con tanta perfezione che se la luce non fosse così viva intorno alle bestiole stagliate come pietre azzurro cupo, si stenterebbe a crederla reale.
Il negozietto si trasforma in un teatro.
Non meno di me, Miriam ne è incantata. È un “allegro” che ci conquista e l’uomo piccolo si accorda con le sue creature canticchiando:
“Là ci darem la mano, – Là mi dirai di sì...” E poi: “Batti, batti, o bel Masetto...”.
Invasi da una prediletta memoria di archi, flauti, fagotti, io e Miriam siamo spinti a ripetere mentalmente, col venditore, l’“andante grazioso” del Don Giovanni mozartiano:
“Ah, lo vedo, non hai core! – Pace, pace, o vita mia!”
E ancora.
“Sia preparato tutto a una gran festa.”
“Ah, Masetto, Masetto...”
Usciamo con mille suoni che ci stordiscono, mentre l’uomo piccolo ride e ci fa un cenno di saluto da dietro la vetrina.
Mi accorgo, dopo un po’, che la fotografia scattata a Salomone sta ancora nella tasca della mia giacca. Ce ne siamo dimenticati e non sapremo di che razza sia il mio fedele compagno... Ci avviamo verso casa. Mi sembrano inverosimili – ma quanto, invece, furono veri – i giorni che seguirono alla scoperta dell’inspiegabile nota nel quaderno aperto sul tavolo dello studio, scritta con la mia calligrafia.
Cerco di ricostruirli, quei giorni, di chiarirne il senso.
2.
Presi a frequentare le lezioni di Miriam.
Nella sede dell’“Universo nel tempo”, affondata in un giardino dell’Isola Tiberina, si cominciava citando, dall’Inno della Creazione:
“In principio c’era il buio, nascosto dal buio.”
Seguiva, da parte del gruppo, l’Elogio della luce: una preghiera di gratitudine per gli antichi dèi solari.
Basandosi sulle teorie più avanzate, Miriam raccontava quindi episodi dell’evoluzione stellare, come fossero pagine di un vangelo; fin dall’origine delle stelle più remote e dalla nascita del Sole. Ripeteva la formula:
“Conosci l’universo e conoscerai te stesso.”
Ma con quali sorprese, a quale prezzo? Scoprivamo, infatti, le anomalie della creazione che rendono perplessi sull’idea di un Dio infallibile, e Miriam insisteva su uno dei maggiori enigmi che aspettano di essere risolti: la materia oscura, il quinto elemento, che vede la fisica delle particelle elementari farsi erede della “quinta essentia” dell’antica filosofia. Essa sfugge all’osservazione di microscopi e telescopi, ma permea il cosmo, dallo spazio interstellare alle cellule dei nostri corpi. Secondo le più recenti osservazioni scientifiche, ogni entità celeste percepibile dagli attuali strumenti di rilevazione rappresenta una minima parte della sostanza astrale. È la massa oscura la vera protagonista della storia del cosmo, e la sorte dell’universo dipende da lei, dalla sua quantità ignota e, potremmo dire, dalla sua decisione: espandersi, durare per sempre? Oppure regredire e restringersi fino allo zero di un catastrofico collasso?
Un conflitto incommensurabile, e quanto mai in atto, fra il tutto e il nulla, in cui io proiettavo l’irrisorio, personale caso della mia incertezza.
In questa dimensione di materia sconosciuta e sfuggente, Miriam conduceva gli esperimenti con gli adepti sensitivi, facendosi mediatrice delle forze psichiche latenti e ancora inutilizzate in noi, che un tempo venivano attribuite a dèi, santi, demoni e streghe. Mi rendevo conto che nessuno era stato in grado di convincermi, con altrettanta chiarezza ed elementi concreti, che la parapsicologia altro non è che l’indagine scientifica sulle funzioni della personalità umana situate oltre i confini della coscienza.
Quasi portati per mano attraverso il loro desiderio d’infinito, e introdotti come nella profondità di uno specchio (così Miriam definisce l’uscita dalla comune percezione e il passaggio alla consapevolezza cosmica), gli adepti si producevano al massimo dei loro poteri paranormali. Perciò io assistevo a esperimenti “indescrivibili”, nel senso letterale e non retorico: impossibile esprimerli con i consueti simboli del nostro linguaggio.
Gli esempi che posso citare, valgono come tali, e ritengo le citazioni del tutto inadeguate.
Del primo caso che mi vide coinvolto in un fenomeno di sdoppiamento proiettivo, Miriam mi consegnò la registrazione. Ascolto spesso, nel silenzio della mia casa, quella voce affondata, oltre che nella serenità, in un’assoluta purezza emotiva – non saprei definirla altrimenti – che dà i brividi, commuove, trasmettendo la potenza magnetica che la sta conducendo nel mistero.
So perfettamente che la voce non è mia, ma del giovane che fece da medium – un giovane sofferente, come me, di una depressione che lo imprigionava – eppure in essa si identificano il mio stato d’animo e, appunto, una commozione di tutto me stesso, che mi procurano una completa felicità di liberazione. La registrazione comincia:
“... improvvisamente, intorno a me, tutto riposa nella quiete della mia mente. Mi domando cosa stia per accadere. Sono seduto come sulla riva di un lago, e so che è una sera di aprile, una sera che già ho vissuto, perché vi accadde qualcosa di particolarmente bello della mia vita, anche se non ricordo, se ne ho solo un sentimento... Mi accorgo di crescere. Tento di alzarmi, ma non a riesco. Ho invece l’impressione di abbandonare il mio corpo, di fluire fuori dal mio corpo, diventando tutt’uno con l’erba, l’aria... Non ho mai provato una simile pace, mi sento in salvo... È questa la condizione che mi meritavo, per il fatto stesso di essere nato... Il mio corpo, chiaramente visibile, è rimasto indietro; giace laggiù, sulla riva del lago: ne provo infinito desiderio, ma so che posso non farvi ritorno...”
Fra i fenomeni che si producevano, anche manifestazioni sonore senza causa fisica: musiche medianiche. C’era un pianoforte, ma nessuno si accostava alla tastiera: l’armonia magica fasciava lo strumento, come il raggio di luce dalla vetrata, isolandolo in un suo incantesimo. “La musica” afferma Schopenhauer “è un’immediata oggettivazione della volontà, come l’Universo.” E Borges annota: “La musica non ha bisogno del mondo”. Questi concetti si traducevano – al nostro ascolto – nella concretezza delle note che colmavano l’aria con un supremo equilibrio delle leggi del ritmo.
Anche l’Aldilà diventava un sentimento del possibile. Di più: un sentimento familiare:
«Non si è soli... Laggiù non si è soli, credetemi.»
La voce insinuante di Miriam ci invitava a immaginare, come in una favola, una piccola valle, tranquilla, dove uno, se vuole, può stendersi sull’erba, sotto una luna d’estate, come io facevo quando la madre di mia madre si portava la gatta sotto il braccio e si avventurava per il giardino.
«Perché questa è l’eternità... Un’attesa semplice, che sembra assurda, di qualcosa che però si avvera.»
Miriam evocava fra i presenti il “Lazzaro” di cui parla il Vangelo, e che è in ciascuno di noi. Per rassicurarci, traduceva nei termini di una semplicità convincente – e in una pietà reciproca che ci faceva sentire troppo degni della vita per esserne esclusi – svariate teorie, in particolare il credo di Einstein: nella dimensione contraddittoria dell’universo “finito ma illimitato”, ogni evento, anche la morte, ha probabilità di manifestarsi diversamente dalle nostre convinzioni. L’importante è non chiudere la porta alla fantasia, madre della scienza...
Gli esseri che, sotto i miei occhi, comunicavano medianicamente con le ombre dei morti, non ricorrevano agli espedienti della necromanzia e non avevano nulla di Saul che, nel biblico Libro dei Re, interroga attraverso la Strega di Endor lo spirito di Samuele. Erano, al contrario, umanissime donne che, servendosi dell’alfabeto di un pianto dettato da amori perduti – dove la nostalgia per un marito o un figlio defunti si fondeva con la gioia di ritrovarli, come accade che la pioggia sia filtrata dal sole – ci davano prova che la sopravvivenza esiste e nessuno, di quanti conobbero la complicata macchina dell’esistenza, viene lasciato in balìa di se stesso.
Dopo la morte, l’uomo entra in una dimensione che già si trova nell’ambito della sua anima e si fa immensa, progressiva come la materia oscura che ci permea; in essa, egli obbedisce alla “grande legge dell’affinità”, ossia incontra coloro che gli sono simili per intensità interiore: saranno i suoi compagni dell’Oltre, a loro agio con lui, come in una confortante casa comune.
Ricordando quei giorni vissuti negli spazi che il giardino dell’Isola Tiberina racchiude quasi fossero un castello incantato creato dai suoi stessi labirinti, sarei tentato di riportare tutto ciò di cui fui testimone, e parlerei dell’“aura” che, secondo i Sensitivi Maggiori, si rende visibile intorno al corpo delle persone, degli sconcertanti effetti prodotti dalla chiaroveggenza, dalla telepatia, dalla precognizione, dalla telecinesi.
Ma questa tentazione si scontra, in me, col disagio e il timore – da cui non mi sono liberato – di ingenerare l’idea dell’assurdo. Eppure ho la certezza di non essere caduto affatto nel plagio da suggestione, chiamato “contagio psichico”, che comunque costituisce, già di per sé, un fenomeno inquietante: è il sotterraneo legame che può unire le creature pensanti, condizionandone azioni e atteggiamenti.
Le provocazioni esoteriche di Miriam avevano due scopi: sollecitare il senso del meraviglioso e scuotere lo spirito dalla tirannia dell’intelletto, con le sue categorie “Io-non io”, “Dio-mondo” (solo purificando la mente dal carico di ignoranza e volgarità accumulato in questa e in altre vite anteriori, si può trascendere ogni dualismo). Ma mi chiedevo quale fosse il fine ultimo.
Mi fu chiaro, via via, che si trattava di una messinscena di cui Miriam era l’abile, ispirata regista. Il suo era un teatro della stupefazione e dell’immaginario, con la differenza che le pièces non interpretavano, nella finzione, gli accadimenti arcani, ma ne producevano il verificarsi. Il teatro, è stato scritto, non può vivere nella luce della verità, ma di ombre, trappole, maschere, falsi sentimenti alla ricerca di quelli veri. Con Miriam, ciò si rivelava inesatto. Gli attori di cui si serviva, infatti, recitavano in una luce di verità, sia pure particolare, smascherando in tal modo l’inattendibilità, il grottesco persino, del reale quale crediamo che sia, le sue convenzionali apparenze.
Le visioni messe in scena da Miriam trasformavano l’ottica e mettevano in crisi le certezze proprio di quel mondo che stavo condannando con tutto me stesso, a cui dovevo il mio male.
Le recite avevano fine con la voce di Miriam che tornava alle formule rituali dell’inizio:
“... gli dèi solari, che ebbero esatto un intuito dell’universo, vennero crocefissi e pianti dalle donne, per poi resuscitare. Troviamo, nei loro culti, l’acqua che si muta in vino, il camminare sulle acque. Ciò che comparirà, in seguito, nel rito cristiano...
Gesù subì l’influenza degli Esseni, alla cui setta apparteneva San Giovanni Battista. Gli Esseni conoscevano perfettamente gli dèi solari e il verbo di Osiride, di Krishna; questo verbo era chiamato ‘Il mistero del Figlio dell’Uomo e del Figlio di Dio’... Ma la differenza fra il Cristianesimo e le religioni solari, per quanto sublimi, è fondamentale: gli altri dèi si lanciavano nelle fiamme e morivano per guadagnare l’immortalità, mentre Cristo, già padrone del suo essere immortale, muore per salvare l’umanità...”
I cancelli della sede del gruppo si chiudevano.
Miriam era sempre l’ultima ad uscire. La prendevo sottobraccio e lei, come già era accaduto quando ci eravamo conosciuti, subito si trasformava in un’amica dimentica di ruoli e funzioni, in un’altra completamente diversa da quella di poco prima.
Ci frequentammo sempre più spesso.
Ma fu addentrandomi in questa “normalità” di Miriam, che mi trovai a interrogarmi, perplesso e poi inquieto, su ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Prima parte
  5. Seconda parte
  6. Terza parte
  7. Ultima parte
  8. Indice