I love shopping a New York
eBook - ePub

I love shopping a New York

  1. 308 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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I love shopping a New York

Informazioni su questo libro

Per Becky Bloomwood la vita non potrebbe essere migliore: ha un fidanzato che la adora e un entusiasmante lavoro come consulente di una trasmissione televisiva, e sta anche scrivendo il suo primo libro. E come se ciò non bastasse, le si offre la possibilità di trasferirsi a New York. È l'occasione che aspettava da anni, l'inizio di una nuova vita, l'avverarsi di un sogno. Becky non sta più nella pelle: il Museo d'Arte Moderna, il Guggenheim... e soprattutto le mille luci sfavillanti dei negozi. Bloomingdale's, Tiffany, la quinta Avenue: ovunque ci sono offerte sensazionali. Basta comprare solo quello che serve, questo è il suo motto. Certo che quando si tratta di un vero affare...
I love shopping a New York segna la conferma del talento umoristico di Sophie Kinsella, capace con il suo sguardo affettuoso e divertito di mettere a fuoco le nostre debolezze, svelare i nostri sogni segreti, e farci sentire un po' meglio.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2010
eBook ISBN
9788852011214

1

Okay. Niente panico. Niente panico. È solo questione di mantenere la calma, organizzarsi e decidere esattamente cosa portare. E poi sistemare tutto per benino nella valigia. Insomma, non sarà poi così difficile, no?
Mi allontano di un passo dal letto ingombro e chiudo gli occhi nell’assurda speranza che, se lo desidero abbastanza intensamente, l’ammasso di vestiti si trasformi come per magia in pile di abiti ordinatamente piegati. Come in quegli articoli sulle riviste in cui ti spiegano come andare in vacanza con un solo pareo e trasformarlo abilmente in sei mise diverse. (Il che, ho sempre pensato, è una truffa perché, d’accordo che il pareo costa dieci sterline, ma poi loro lo abbinano con un sacco di altri pezzi che ne costano centinaia. E noi lettrici non dovremmo notarlo!)
Ma quando riapro gli occhi l’ammasso è ancora là. Anzi, sembra addirittura aumentato, come se, mentre non guardavo, i miei abiti fossero segretamente saltati fuori dai cassetti per precipitarsi sul letto. Ovunque volga lo sguardo, per tutta la stanza, ci sono enormi grovigli di… be’, di roba. Scarpe, stivali, T-shirt, riviste… una confezione regalo di Body Shop che era in svendita, un corso Linguaphone di italiano che devo assolutamente iniziare, un aggeggio per la sauna facciale… e, posati in bella vista sulla toeletta, una maschera da scherma e un fioretto che ho acquistato ieri per sole quaranta sterline in un negozio di articoli usati.
Prendo in mano il fioretto e tento un affondo contro la mia immagine riflessa nello specchio. È stata una vera coincidenza perché sono anni che desidero darmi alla scherma, fin da quando ho letto quell’articolo sul «Daily World». Lo sapevate che gli schermidori, fra gli sportivi, hanno in assoluto le gambe più belle? Inoltre, se sei davvero esperto, puoi sempre fare la controfigura in un film e guadagnare un sacco di soldi! E così sto pensando di trovarmi qualcuno nelle vicinanze che mi dia lezioni di scherma, e poi perfezionarmi: sono sicura che non dovrebbe volerci molto.
E dopo – questo è il mio piano segreto –, una volta ottenuto il fioretto d’oro, o quel che è, scriverò a Catherine Zeta Jones. Avrà pur bisogno di una controfigura. E perché non dovrei essere io? Probabilmente per lei un’inglese è meglio. Magari mi richiamerà per dirmi che guarda assiduamente i miei interventi televisivi, sulla tivù via cavo, e che ha sempre desiderato conoscermi! Non sarebbe fantastico? Sono sicura che andremmo perfettamente d’accordo e scopriremmo di avere lo stesso senso dell’umorismo eccetera eccetera. Salterò su un aereo per raggiungerla nella sua lussuosissima casa, conoscerò Michael Douglas e giocherò col loro bambino. Staremo bene insieme, rilassati come vecchi compagni di scuola, e qualche rivista farà un servizio sugli amici delle persone famose, finendo per parlare anche di me, e magari mi chiederanno di…
«Ciao, Bex!» Con un sussulto, le immagini felici di me che rido con Michael e Catherine svaniscono e la mia mente torna bruscamente alla realtà. Suze, la ragazza con cui divido l’appartamento, sta entrando nella mia camera, paludata in un vecchio pigiama a disegnini cachemire. «Cosa stai facendo?» mi chiede, incuriosita.
«Niente!» rispondo, affrettandomi a posare il fioretto. «Stavo… sai… è solo per tenermi in forma.»
«Ah, capisco…» fa lei, vaga. «Allora, come vanno i preparativi?» Va alla mensola del camino, afferra un rossetto e comincia a passarselo sulle labbra. Suze ha questa abitudine… gira per la mia stanza, prende in mano le cose, le osserva, le rimette a posto. Sostiene che le piace farlo perché non sai mai cosa potresti trovare, come dal rigattiere. Ma sono sicura che lei lo dice in senso buono.
«Vanno benissimo. Devo solo decidere che valigia portare.»
«Oh» fa Suze, voltandosi verso di me. Ha un labbro pitturato di rosa acceso e l’altro no. «E se prendessi quella piccola chiara? Oppure la sacca da viaggio rossa?»
«Io pensavo di portare questa» e tiro fuori da sotto il letto la valigia rigida nuova color verde acido. L’ho comprata nel weekend ed è assolutamente fantastica.
«Wow!» Suze spalanca gli occhi. «Bex! Ma è bellissima! Dove l’hai presa?»
«Da Fenwicks» dico, con un sorriso soddisfatto. «Non è splendida?»
«È la più bella che abbia mai visto!» conviene lei, sfiorandola con la punta delle dita. «Ma… quante valigie hai, adesso?» Alza lo sguardo verso l’armadio, sul quale sono avventurosamente impilati una valigia di pelle marrone, un baule laccato e tre beauty-case.
«Be’…» mi stringo nelle spalle, «qualcuna.»
Credo di averne comprate un po’ troppe ultimamente. Ma il fatto è che per secoli non ne ho avute. Possedevo solo una vecchia sacca di tela. Poi, qualche mese fa, ho avuto questa incredibile rivelazione da Harrods, un po’ come san Paolo sulla via di… Mandalay. Valigie. E, da allora, ho cercato di riguadagnare il tempo perduto.
E comunque, lo sanno tutti che delle buone valigie sono un investimento.
«Faccio il tè» propone Suze. «Ne vuoi una tazza?»
«Oh, sì, grazie! E un KitKat?» aggiungo. Suze ride.
«Un KitKat di sicuro.»
Recentemente un amico di Suze ha dormito per qualche giorno da noi, sul divano, e prima di andarsene ci ha lasciato una confezione di KitKat da cento pezzi, che è un bellissimo regalo di ringraziamento, ma questo vuol dire che non facciamo altro che rimpinzarci di KitKat tutto il tempo. D’altro canto, come mi ha fatto notare Suze ieri sera, più ne mangiamo prima finiscono… quindi in un certo senso è più salutare farne fuori il maggior numero possibile.
Suze esce dalla stanza e io torno a dedicarmi ai miei bagagli. Dunque. Concentriamoci. Non dovrebbe volerci molto. Quello che mi serve è un guardaroba essenziale e ridotto all’osso per una minivacanza nel Somerset. Ho anche preparato un elenco, che dovrebbe rendere le cose più semplici.
Jeans: due paia. Facile. Un paio grunge, un paio non troppo grunge.
T-shirt…
Anzi, facciamo tre paia di jeans. Devo assolutamente portare i miei Diesel nuovi, sono troppo belli, anche se mi stringono un po’. Li metterò solo qualche ora la sera.
T-shirt…
Ah, dimenticavo i jeans tagliati e ricamati di Oasis. Non li ho indossati neppure una volta. In realtà non contano perché praticamente sono shorts. E poi i jeans non occupano spazio, no?
Okay, direi basta jeans. Posso sempre aggiungerne un paio all’ultimo momento, se serve.
T-shirt: assortite. Vediamo… Bianca, ovvio. Grigia, come sopra. Nera corta, canotta nera (Calvin Klein), altra canotta nera (Warehouse, ma non lo dimostra), rosa senza maniche, rosa lucida, rosa…
Mi fermo, con in mano una pila di T-shirt piegate, pronte a essere trasferite nella valigia. Sto facendo una cosa stupida: come posso sapere ora quale mi verrà voglia di indossare? Il segreto delle magliette è che al mattino le scegli secondo l’umore, come i cristalli o gli oli dell’aromaterapia. Pensate un po’ se mi svegliassi con la voglia di mettermi la T-shirt “Viva Elvis” e non l’avessi con me?
Sapete una cosa? Credo proprio che le prenderò tutte. Voglio dire, qualche maglietta non occuperà poi quel gran posto, no? Non mi accorgerò neppure di averle portate.
Le infilo tutte in valigia, e ci aggiungo anche un paio di top sperando che siano di buon auspicio per il tempo.
Ottimo. Questo approccio “essenziale” funziona benissimo. Okay. E ora?
Dieci minuti più tardi, Suze entra nella stanza con due tazze di tè e tre KitKat. (Abbiamo stabilito che quattro barrette a testa francamente non bastano.)
«Ecco qua» dice, e poi mi guarda preoccupata. «Bex, ti senti bene?»
«Benissimo.» Sono un po’ affannata. «Sto solo cercando di piegare questo gilet.»
Ho già messo in valigia una giacca di jeans e una di pelle, ma a settembre non ci si può fidare del tempo: un momento c’è il sole e fa caldo, un attimo dopo potrebbe anche mettersi a nevicare. E se Luke e io decidessimo di fare una passeggiata proprio in campagna? Senza contare che sono secoli che ho questo meraviglioso gilet imbottito di piume di Patagonia e l’ho messo soltanto una volta. Cerco nuovamente di piegarlo, ma mi scivola dalle mani e cade a terra. Dio, questo mi ricorda i campi estivi con le Coccinelle, quando tentavo inutilmente di infilare il sacco a pelo nella sua custodia.
«Quanto hai detto che stai via?» chiede Suze.
«Tre giorni.» Rinuncio a ridurre il gilet al volume di una scatola di fiammiferi e quello torna di scatto alla sua forma originale. Sconfitta, mi lascio cadere sul letto e bevo un sorso di tè. Quello che non capisco è: come fanno gli altri a preparare bagagli ridotti? Si vedono sempre questi uomini d’affari che salgono in aereo con una valigetta grande quanto una scatola da scarpe su ruote e un’espressione soddisfatta. Come fanno? Hanno abiti magici che si restringono? O forse esiste un modo segreto per piegare gli indumenti in modo da farli diventare piccolissimi?
«Perché non porti anche la sacca?» suggerisce Suze.
«Dici?» Guardo incerta la valigia straripante. Ora che ci penso, forse non ho bisogno di tre paia di stivali. Né di una stola di pelliccia.
E poi mi viene in mente che Suze va via quasi ogni fine settimana e porta con sé solo un piccolo borsone floscio. «Suze, come fai a preparare i bagagli, tu? Hai un metodo speciale?»
«Non saprei. Probabilmente faccio ancora come ci hanno insegnato alla scuola di Miss Burton. Si sceglie una mise per ogni occasione e ci si attiene a quella.» Comincia a contare sulle dita. «Tipo… viaggio d’andata, cena, piscina, partita a tennis…» Mi guarda e aggiunge: «Ah, e ogni pezzo dovrebbe essere usato almeno tre volte».
Dio, Suze è un genio. Lei sa tutte queste cose. A diciotto anni i suoi genitori l’hanno mandata alla scuola di Miss Burton, che è un istituto molto “in” di Londra, dove ti insegnano come ci si rivolge a un vescovo e a scendere da un’auto sportiva indossando una minigonna. È perfino capace di fare un coniglio col fil di ferro.
Comincio a buttar giù in fretta qualche idea generale su un pezzo di carta. Così è molto meglio. Molto meglio che infilare in valigia roba a casaccio. In questo modo non porterò abiti superflui, ma solo il minimo indispensabile.

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. I love shopping a New York
  4. Capitolo 1
  5. Capitolo 2
  6. Capitolo 3
  7. Capitolo 4
  8. Capitolo 5
  9. Capitolo 6
  10. Capitolo 7
  11. Capitolo 8
  12. Capitolo 9
  13. Capitolo 10
  14. Capitolo 11
  15. Capitolo 12
  16. Capitolo 13
  17. Capitolo 14
  18. Capitolo 15
  19. Capitolo 16
  20. Capitolo 17
  21. Capitolo 18
  22. Ringraziamenti
  23. Copyright