Cuore di mostro
eBook - ePub
Disponibile fino al giorno 9 Jan |Scopri di più

Cuore di mostro

  1. 266 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub
Disponibile fino al giorno 9 Jan |Scopri di più

Cuore di mostro

Informazioni su questo libro

Per capire il desiderio di distruzione di certe persone bisognerebbe scavare tra le loro macerie interiori. È quello che fa con competenza, sensibilità e profonda umanità Maria Rita Parsi, psicoterapeuta e scrittrice, raccontando storie di orrori dal punto di vista dei cosidetti "mostri".
Il libro ripercorre l'iter psicologico che ha portato un figlio, un padre, una madre, un adolescente, all'esplosione di follia con la quale hanno violato, distrutto e massacrato altre persone, familiari o estranee. L'autrice spiega le radici della furia distruttrice che si abbatte su famiglie apparentemente "normali" come l'estrema difesa contro i traumi, i rifiuti e le violenze. E individua lo spartiacque tra "normalità" e "follia", evidenziando anche i segnali premonitori di tragedie, spesso annunciate ma che si possono anche prevenire.

Domande frequenti

Sì, puoi annullare l'abbonamento in qualsiasi momento dalla sezione Abbonamento nelle impostazioni del tuo account sul sito web di Perlego. L'abbonamento rimarrà attivo fino alla fine del periodo di fatturazione in corso. Scopri come annullare l'abbonamento.
No, i libri non possono essere scaricati come file esterni, ad esempio in formato PDF, per essere utilizzati al di fuori di Perlego. Tuttavia, puoi scaricarli nell'app Perlego per leggerli offline su smartphone o tablet. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Perlego offre due piani: Essential e Complete
  • Essential è l'ideale per studenti e professionisti che amano esplorare un'ampia gamma di argomenti. Accedi alla libreria Essential, che include oltre 800.000 titoli di comprovata qualità e bestseller in vari settori, tra cui business, crescita personale e discipline umanistiche. Include tempo di lettura illimitato e voce standard per la sintesi vocale.
  • Complete: perfetto per studenti e ricercatori esperti che necessitano di un accesso completo e illimitato. Accedi a oltre 1,4 milioni di libri su centinaia di argomenti, inclusi titoli accademici e specialistici. Il piano Complete include anche funzionalità avanzate come la sintesi vocale premium e l'assistente di ricerca.
Entrambi i piani sono disponibili con cicli di fatturazione mensili, semestrali o annuali.
Perlego è un servizio di abbonamento a testi accademici, che ti permette di accedere a un'intera libreria online a un prezzo inferiore rispetto a quello che pagheresti per acquistare un singolo libro al mese. Con oltre 1 milione di testi suddivisi in più di 1.000 categorie, troverai sicuramente ciò che fa per te! Per maggiori informazioni, clicca qui.
Cerca l'icona Sintesi vocale nel prossimo libro che leggerai per verificare se è possibile riprodurre l'audio. Questo strumento permette di leggere il testo a voce alta, evidenziandolo man mano che la lettura procede. Puoi aumentare o diminuire la velocità della sintesi vocale, oppure sospendere la riproduzione. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Sì! Puoi utilizzare l'app di Perlego su dispositivi iOS o Android per leggere quando e dove vuoi, anche offline. È perfetta per gli spostamenti quotidiani o quando sei in viaggio.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app.
Sì, puoi accedere a Cuore di mostro di Maria Rita Parsi in formato PDF e/o ePub. Scopri oltre 1 milione di libri disponibili nel nostro catalogo.

Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2010
Print ISBN
9788804530206
eBook ISBN
9788852011504

Parte prima

Il grido della belva

Riccardo
cuore di pietra

Riccardo è in manicomio giudiziario da quindici anni. Iniziò a uccidere quando aveva diciannove anni, assassinando un adolescente ritardato. Poi, con cadenza annuale, uccise quattro bambini dai tre ai sette anni. A ventiquattro anni si laureò e decise di intraprendere la stessa professione del padre adottivo. I suoi delitti, allora, non erano stati ancora scoperti. Si parlava di un maniaco, di un mostro che si aggirava nei pressi del paese nel quale Riccardo viveva. Un mostro che attirava i bambini con qualche scusa per poi ucciderli senza pietà. Un mostro che si beffava della polizia, delle famiglie, della cittadinanza. Un mostro certamente del «luogo». Il giorno prima di iniziare a lavorare nello studio del padre adottivo, Riccardo tentò nuovamente di uccidere un bambino. Fu, però, scoperto prima di commettere il crimine. Nel corso delle indagini confessò, con evidente sollievo, anche tutti i suoi precedenti delitti chiedendo di essere condannato e di rimanere «per sempre» in carcere. «I mostri» disse «bisogna tenerli in gabbia. Oppure ucciderli per uccidere il mostro che hanno dentro.»
Non ho ricordi prima degli otto anni, prima di quel compleanno, in brefotrofio. Mi vedo riflesso nello specchio del bagno, sto piangendo. Le lacrime mi scendono lungo le guance, mi bagnano la camicia, le mani e poi finiscono nel lavandino. Piango per il dolore fisico che provo. Un dolore acutissimo, all’ano. Piango perché la suora ci ha appena detto che, durante la notte, all’improvviso, è morto Padre A., il vecchio cappellano che ci faceva catechismo e ci confessava. Piango e ricordo di provare anche un senso di liberazione. Un senso di sollievo che mi sale da dentro, dallo stomaco su per la gola e mi esplode caldissimo sulle guance. Le ho rosse. Anzi, vermiglie per un’emozione intensa che, ormai, non può più essere trattenuta.
Quel rossore ce l’ho ancora, mi è sempre rimasto stampato sul volto. Come una vergogna, come un segnale di allarme perennemente acceso. Voi dovete condannarmi, dovete farmi restare per sempre in carcere e curarmi. Perché, altrimenti, se esco, lo rifarò. Ucciderò di nuovo. Con il piacere di farlo. Con il piacere di vedere, negli occhi dei ragazzini che implorano, la paura di chi non può difendersi dalla violenza, il terrore di chi sta per essere ucciso. Gli occhi della morte che è più forte della vita, della morte che domina e distrugge.
Il giorno dopo andammo al funerale del prete. Accanto a me, come sempre, c’era Gino. Ricordo che mi guardava con curiosità e un po’ sorrideva. Anche lui sembrava sollevato. Quando ci fu l’elevazione, pianse e mi strinse forte la mano. Non so perché tra noi ci fosse quell’intesa. Sembrava una sorta di complicità, la condivisione di un segreto. Quello stesso pomeriggio vennero in visita dei signori che mi volevano adottare. La madre superiora mi mandò a chiamare verso le tre mentre stavo per entrare nella grande aula dove si studiava tutti insieme. Avevo una mela in tasca. Una mela rossa che avevo conservato per la merenda. Suor Benedetta me la tolse e la infilò nella tasca del suo grembiule. Non voleva che quelli vedessero che portavo in giro la frutta dopo aver mangiato. Provai una rabbia fortissima. E stavo per pestare i piedi e gettarmi a terra come al solito, quando un pensiero – lo ricordo benissimo, quel pensiero! – mi fermò: forse, se «quelli» mi avessero considerato un ragazzino buono, educato, gentile, avrei potuto lasciare il brefotrofio e avere una famiglia, essere il figlio di qualcuno. L’altro dentro di me, l’altro che sempre mi parla, mi consiglia, mi spinge, disse: «Stai tranquillo, non ti agitare. Devi fare in modo che ti vogliano come figlio e che ti portino via».
Entrai nel refettorio e li vidi. Lui era alto, magro, calvo. Sembrava indispettito, nervoso, a disagio. Lei era bionda, grassa, emozionata. Nessuno dei due mi guardava negli occhi. Io, invece, cercavo di incontrare il loro sguardo per capire se mi avrebbero scelto. Mi sentivo un pacco, pronto per essere spedito lontano. Chissà dove! La madre superiora mi venne incontro. Mi mise la mano sulla testa e disse: «Questo è Riccardo». Nessuno sorrise alle sue parole di presentazione e il peso di quella mano all’improvviso mi sembrò insopportabile. Perciò scossi la testa, mi allontanai da lei e andai verso la donna bionda e grassa. Le toccai l’orlo dell’abito bianco e la chiamai: «Mamma, mamma!». Ci fu un lungo attimo di silenzio. Così iniziò l’equivoco. La donna bionda e grassa si commosse, mi abbracciò. Profumava di violetta. Un odore insopportabile. L’uomo si piegò verso di lei, un po’ per contenerla, un po’ per unirsi alla sua commozione. Lui, però, non era coinvolto. La scena non l’aveva toccato. Era distaccato e io sentivo la sua indifferenza allungarsi fino al centro del mio stomaco. Una palla bianca, poi grigia, poi nera. Un gomitolo di ansia che andava da me a lui e mi diceva che anche quell’uomo mi rifiutava.
Gli uomini. Io odio gli uomini, eppure li ho sempre cercati. Ma da bambino, in brefotrofio, tra le suore, c’era solo quel vecchio prete! Ancora oggi, ogni volta che penso a lui, un velo avvolge i miei ricordi. Lo vedo morto nella bara, vestito di nero. Un ministro di Dio che raggiunge il suo Dio. È lui il dominatore della morte: Dio. E con lui i suoi ministri. Quel prete è morte e male per me. Sento questo, ma non ne conosco il motivo. È stato lui il primo uomo con il quale ho avuto a che fare.
Poi c’è stato l’uomo che mi ha adottato, il marito della donna bionda. Li ho chiamati: «Mamma e papà», ma non li ho mai considerati genitori. Al contrario, ho sempre provato rabbia e indifferenza nei loro confronti. Rabbia, perché erano loro a poter decidere di me, della mia vita, del mio futuro. Io dovevo «comunque» adattarmi se volevo uscire dal brefotrofio, dovevo far finta che mi piacessero, dovevo mostrare di provare affetto per loro. Dentro di me, però, sentivo soltanto distacco. Il mio cuore era di pietra proprio come dicevano le suore e si scioglieva soltanto per odiare. L’odio scorreva dentro di me come un fiume ed era rosso, caldo. Un calore che mi avvolgeva, come un abbraccio, come un indumento di lana. L’odio mi faceva star bene. Mi proteggeva dal freddo della solitudine e mi faceva sentire intero. Anzi, sentivo di essere Riccardo soltanto quando odiavo. E odiare voleva dire immaginare di fare tante cose orribili agli altri, non appena, con la loro indifferenza, con la loro disapprovazione o con le loro pretese ingiuste, cercavano di infastidirmi, di opprimermi. Desideravo decapitarli, smembrarli, sporcarli, vederli morire di paura e di rabbia. Vederli morire senza che nessuno potesse soccorrerli.
Alla fine mi scelsero. La donna bionda e grassa diventò mia madre. L’uomo, che era già un nemico, diventò mio padre. Ma non voleva che lo chiamassi «papà» bensì Luciano. Lui mi avrebbe chiamato Riccardo. «Riccardo fai questo! Riccardo stai zitto! Riccardo non ti ribellare.» E nonostante i controlli effettuati dagli assistenti sociali per vedere come mi trattavano e se mi fossi ben inserito nella famiglia adottiva e nell’ambiente sociale che vi gravitava intorno, Luciano mi picchiò da subito. Ceffoni quando facevo i capricci, calci quando mi buttavo a terra. Io, però, ero più forte dei suoi maneschi tentativi di correggermi. Urlavo, battevo i piedi, mi rotolavo sul pavimento, battevo la testa contro il muro. Oppure, come in brefotrofio, sfondavo a pugni i vetri delle finestre e delle porte, o i muri della mia stanza, e piangevo fino a perdere i sensi. Poi, per un paio di giorni, restavo inebetito al punto che non potevo neppure andare a scuola.
Luciano voleva che mia madre mi riportasse al brefotrofio. «Questo pazzo» diceva «non lo voglio. Chissà di chi è figlio! Chissà che avanzo di galera era il padre, che donnaccia era la madre!» Io me ne stavo sul letto, semiaddormentato, febbricitante. Mi sentivo come sdoppiato ed ero finalmente buono. Dopo quelle crisi di violenza, infatti, per un po’ di tempo mi sentivo più calmo, avevo voglia di tenerezza, di essere amato e di amare. Mia madre diceva che sembravo un’altra persona, un altro bambino: quello che avrebbe voluto come figlio; quello che desiderava veder crescere e che avrebbe reso felice anche Luciano, suo marito. Io, allora, mi sforzavo di rimanere in quello stato di grazia, in quella condizione di disponibilità verso gli altri che mi faceva sentire perfino amabile.
Ma la belva restava dentro di me. La sentivo ruggire, rinchiusa, pronta a sferrare l’attacco decisivo contro le sbarre della prigione che invano cercavo di erigere, per arginare la sua furia. Quella belva era infame, cattiva, violenta. Disperata. Quella belva aveva sete di sangue. Del mio, di quello degli altri. Tante volte ho pensato che l’unica soluzione sarebbe stata uccidermi. O farmi uccidere. Poi, però, non ci sono mai riuscito. La belva era vitale. Voleva vivere a tutti i costi. Anzi, sopravvivere e dominare. Quella belva non avrebbe permesso mai a nessuno di domarla né avrebbe mai perdonato l’umiliazione che mi avevano inflitto. L’umiliazione di essere stato in balia prima di genitori che non mi avevano voluto, che mi avevano messo al mondo, abbandonato e dimenticato, e poi di altri genitori che, invece, mi avevano scelto per riempire i loro vuoti, per dare un senso alla loro vita, per garantirsi una continuità nel tempo che la vita aveva loro negato. L’umiliazione di essere venuto al mondo non desiderato né benvoluto. E dopo quelle umiliazioni, ne erano venute tante altre. Ancora oggi mi capita di passarle in rassegna mentalmente: sento voci, lampi di luce attraversano i miei pensieri. E poi è come se il mio corpo fosse nuovamente colpito da schiaffi, calci, pugni, sputi. E sento sempre quel dolore acutissimo all’ano.
Non ricordo, però, se prima degli otto anni qualcuno mi avesse picchiato, umiliato, torturato, perseguitato. Forse è successo, in brefotrofio. Forse sono state le suore, forse gli inservienti. Io non lo so. Invece, dopo gli otto anni, quando fui adottato, fu Luciano che prese l’abitudine di picchiarmi per calmare le mie crisi di nervi. Io ne avevo talmente paura che se lui era in casa non mi ribellavo. Appena usciva, però, iniziavo a urlare. Mia madre aveva paura di me. Ottenevo da lei tutto quello che volevo poiché temeva che mi sentissi male. Ma, soprattutto, aveva paura che Luciano mi riportasse al brefotrofio. All’inizio, pensavo che avesse questo timore perché mi voleva bene; perché mi aveva scelto e mi desiderava come figlio. Crescendo, invece, ho capito che temeva di fare brutta figura con i responsabili dei servizi sociali, con i parenti, con gli amici. Aveva insistito a tal punto per avere un figlio – un bambino che non la facesse sfigurare di fronte alle amiche, che la introducesse a pieno titolo nel mondo delle madri, un figlio da addomesticare a suo piacere – che per lei sarebbe stato inaccettabile ammettere di aver fatto una cattiva scelta.
Io, poi, da bambino ero anche bello. Avevo i boccoli biondi, la pelle chiara, gli occhi azzurri. Per la mia età ero alto e avevo il collo molto lungo e mia madre lo considerava un tratto aristocratico del mio aspetto. «Sembri un cigno» diceva. Ed era molto compiaciuta della mia bellezza. Peccato che, per quanto grazioso, io non fossi «buono». Quelle mie crisi di nervi, infatti, rovinavano tutto. Facevano naufragare i suoi sogni, la deludevano. Tra noi, però, c’era comunque una certa intesa. E, poi, io le tenevo sempre compagnia nel letto quando Luciano non c’era. Voleva che l’abbracciassi, che mi accoccolassi tra le sue braccia e le mettessi la testa sul seno. A volte, quando era più stanca e Luciano tornava tardi, voleva che dormissi ai suoi piedi, come un cagnolino, fino a quando lui rientrava. Mi sentivo trattato come un animale da compagnia o come un essere di seconda categoria, venuto da un luogo vergognoso con il peso dell’abbandono sulle spalle. E dovevo sopportare tutto questo per non essere nuovamente abbandonato.
Ma, a volte, proprio non ce la facevo. Anzi, più passava il tempo meno riuscivo a controllare le crisi di rabbia che mi assalivano come improvvise, indomabili tempeste. Per questo motivo, dopo un anno mi portarono dallo psicologo. Quel dottore somigliava a Luciano: era alto, stempiato, aveva modi sgarbati e mi guardava come se fossi trasparente.
Un’altra cosa che faceva esplodere il mio odio era sentirmi ignorato, pensare di non valere niente, di passare senza lasciare traccia nel cuore e nella vita degli altri. Lo psicologo sembrava indifferente. A volte sdrammatizzava con garbo le paure che Cora gli rivelava di fronte a me perché io non dicevo una parola. Mia madre, invece, insisteva per assistere a tutti i colloqui e poi faceva domande, lanciava strane occhiate al dottore, ammiccava, si agitava, diventava triste. Era soprattutto lei a cercare il conforto della terapia. Era insicura, spaventata, certamente delusa per avermi adottato senza prendere in considerazione la possibilità che quella scelta si sarebbe potuta trasformare in un problema quotidiano, in una minaccia, in una sconfitta, nella fine dei suoi sogni, delle sue speranze di «normalità». Cora non aveva potuto avere figli. Le erano sempre morti al terzo o al quarto mese di gravidanza. A trentacinque anni aveva avuto l’ultima gravidanza e aveva perso il bambino: l’aveva partorito di sei mesi, vivo. Ma era spirato subito. Così, mi considerava il sostituto dei suoi figli morti e questo mi faceva sentire più forte di tutti quei bambini che i miei genitori adottivi non erano riusciti a generare.
Io, del resto, ero venuto al mondo nonostante tutto. Mia madre, infatti, avrebbe potuto abortire. Invece, mi aveva lasciato vivere per poi abbandonarmi in brefotrofio. Ma io ero sopravvissuto anche a quell’abbandono. Forse per dare un figlio a una donna che ne aveva persi tanti. Io credo nel Destino, ma credo soprattutto nel fatto che non bisogna forzarlo. Volere le cose a tutti i costi non porta bene. Mia madre Cora, comunque, desiderava che io guarissi dalle mie crisi di nervi. Per questo accettò il consiglio dello psicologo e mi portò da un neuropsichiatra. Quel dottore mi diede delle pillole per calmarmi. Dormivo molto. Ero quasi sereno e mi ero liberato degli incubi che, quasi ogni notte, venivano a torturarmi. In quegli incubi, c’era sempre un uomo anziano, nudo dalla cintola in giù, che mi rincorreva per uccidermi. Aveva in mano un coltello e, nella corsa, vedevo i suoi genitali ciondolare come il pendolo di un orologio antico. Sapevo che quel vecchio si chiamava Giordano. A volte mi raggiungeva e mi uccideva – a quel punto, mi svegliavo tutto sudato, urlando, vedendo ancora il sangue delle ferite che schizzava da tutte le parti –, a volte, invece, riuscivo a sfuggirgli, ma poi cadevo nel vuoto dall’alto di una rupe o dalla vetta di un monte.
Un giorno, lo psicologo aveva risposto a Cora che gli chiedeva con insistenza il significato di quell’incubo, che io mi sentivo perseguitato dal mio passato. Il «vecchio» rappresentava, insomma, la mia vecchia vita. Anzi, ora che me lo aveva spiegato un po’ alla volta, non avrei più fatto quel brutto sogno. Invece, l’incubo si ripresentò, anzi si intensificò, fino a quando il neuropsichiatra non mi curò con i farmaci. Il primo periodo buono della mia vita iniziò quando i farmaci cominciarono a fare effetto. Ci vollero un paio di mesi e, poi, mi sentii decisamente meglio. Anzi, mi sembrava di poter capire i miei guai, di affrontare i problemi che avevo senza quella confusione in testa, senza quell’odio, senza quel rancore sordo che mi avvelenavano ogni momento della vita, anche quelli lieti, anche le situazioni, le relazioni, gli avvenimenti, i rapporti dei quali avrei potuto godere. Infine, non esplodevo più. La belva dentro di me era calma. Potevo ragionare con lei, parlarle e perfino accarezzarla con le mani dei pensieri, anzi sentivo che mi era grata per l’aiuto che le davo. Mi affezionavo alle persone, riuscivo a chiedere, a manifestare bisogni, desideri, emozioni, senza avere né paura né rabbia, senza più crisi di nervi. Anche Luciano se ne accorse e, per un po’, mi guardò con occhi diversi. Ma Cora non sopportava di vedermi prendere quei farmaci. L’idea che fossi malato la infastidiva molto e le cure alle quali mi dovevo sottoporre le ricordavano, forse, l’errore che aveva commesso adottandomi. Mia madre, infatti, non accettava di aver sbagliato. E, inoltre, non voleva assumersi la responsabilità di quello che io ero veramente senza le cure: un bambino disperato e folle, un bambino rabbioso, vendicativo, invidioso, crudele. Un bambino che aveva rinunciato a sperare, che temeva e odiava gli adulti, che non riusciva a farsi accettare dai compagni, che diffidava di tutti.
Cora cercava di nasconderlo anche a se stessa e continuava a impormi di diventare il figlio che lei avrebbe voluto. Così, per compiacerla, per non perdere l’unico appoggio che la vita mi offriva, io iniziai a fingere. Un po’ alla volta, vedendomi più calmo e così cambiato, Cora mi tolse i farmaci e non mi portò più dal neuropsichiatra. In compenso, continuammo a frequentare lo psicologo con il quale lei parlava dei suoi guai, mentre io giocavo seduto in un angolo. Di quelle sedute ho un vago ricordo: frammenti di discorsi, frasi sussurrate delle quali afferravo appena il significato mentre disegnavo o mi esercitavo a smembrare, con le mani sporche di plastilina, i pupazzi, gli animali, gli oggetti che poco prima avevo costruito.
Poi, una volta, dopo tre anni che andavo da lui, Cora chiese allo psicologo se sarei mai guarito. Lui non rispose. Mi guardò a lungo. Quando distolsi lo sguardo dal suo, però, vidi con la coda dell’occhio che aveva l’aria di uno che dubitava. Fu per me un colpo durissimo. Un altro uomo che non aveva fiducia in me! Un altro uomo che mi giudicava male, che mi tradiva. Per alcuni giorni ripresi ad avere crisi di nervi. Poi, mi calmai. Lo decisi da solo. Non volevo più avere bisogno di nessuno. Non volevo più tornare dallo psicologo. Avrei finto di essere cambiato, domato, guarito. Avrei fatto la parte del figlio perfetto, quello che Cora e Luciano desideravano. E, però, nell’ombra, avrei coltivato la furia della mia belva e, al momento opportuno, mi sarei vendicato di tutto e di tutti. Avrei fatto pagare al mondo il delitto di non avermi saputo comprendere.
Fu allora che iniziai a prenderli in giro, a disprezzarli. Fu allora che compresi con quanta facilità le persone sbagliano nel giudicare gli altri. Nessuno capiva niente di nessuno. Nessuno aveva la chiave del cuore altrui. Nessuno poteva rischiarare l’ombra di un altro. La mia opera di distruzione iniziò così. Vivevo sdoppiato, esaltato, solo. Molto spesso, di notte, non dormivo. E fantasticavo. Facevo piani diabolici per la distruzione degli altri. Li definivo fino nei minimi dettagli, visualizzavo ogni passaggio, e poi li ripassavo a mente, più volte, come una lezione da imparare e non scordare mai più, affinché gli altri fossero puniti attraverso il dolore e la disperazione che avrei procurato loro. Spesso invocavo anche le forze dell’odio che sentivo dentro, e credevo a tal punto in quei rituali ideati da me che finivo per sentirmi veramente potente. Pertanto sarei rimasto nell’ombra a tramare contro gli altri, senza essere scoperto. Infatti, nessuno sembrava in grado di smascherarmi, di combattermi, di rivelare al mondo la mia nascosta malvagità. Anzi, gli adulti intorno a me erano convinti di avermi in pugno, ormai sottomesso, educato, asservito alla loro volontà. Ma io ero potente e loro non lo sapevano! Al contrario, credevano di essere forti, capaci, generosi e potenti ai miei occhi. Io, invece, conoscevo ogni loro debolezza e miseria. Ogni loro incapacità. Li consideravo stupidi, volgari, perdenti. Ed ero io a guidarli, a fare in modo che precipitassero, di equivoco in equivoco, di errore in errore, nel baratro. Erano loro a dover soccombere, non io! Erano loro che, dall’alto, sarebbero caduti in basso. Li avrei distrutti, avrei decretato la loro fine, confondendoli, mettendoli dapprima gli uni contro gli altri e poi in conflitto con se stessi.
Così, da fragile divenni duro, da debole forte, da vittima carnefice, da preda cacciatore. Iniziai a mentire senza dire bugie, a utilizzare le paure e le menzogne altrui per seminare zizzania, ad aizzare competizioni, a ricattare. Luciano e Cora litigavano continuamente senza sospettare che molti di quei litigi nascevano proprio dalle «trappole» che preparavo per loro. A volte, si trattava di una frase inopportuna, di un incidente che, casualmente, rivelava una dimenticanza, un errore; di un piccolo intrigo; di una spesa inadeguata fatta da lui o da lei. Tutto, insomma, mi serviva per creare, in casa, un clima di tensione e di conflitto, per provocarli, per diventare il testimone disincantato della loro inadeguatezza. Erano adulti infantili, incapaci di fare i genitori. Proprio come i loro amici! Ben presto, fui in grado di vivere due vite: una con loro, apparentemente domato e una soltanto mia, appartata, fatta di rituali, sogni a occhi aperti e pensieri ossessivi. Quei sogni, quei pensieri si ripetevano quotidianamente, come la proiezione di un film e da essi speravo di compiere, un giorno, una magia: il successo e il potere per me. In quei sogni e in quei pensieri, infatti, io dominavo tutti e tutti mi erano sottomessi. Ero un dittatore che aveva in pugno la mente di tutti gli esseri umani, proprio come nei cartoni animati e nei film di fantascienza che amavo tanto. Mi piacevano, soprattutto, gli alieni pericolosi: quelli che possedevano poteri sconosciuti agli uomini ed erano capaci di impossessarsi del loro corpo e della loro anima, trasformandoli e assoggettandoli a loro piacimento. E, a forza di vedere film e cartoni animati, a forza di leggere libri di fantascienza, divenni un esperto.
Un po’ per giorno, radunai intorno a me un gruppetto di seguaci. I ragazzini che sceglievo e che mi sceglievano erano sempre i più emarginati, ragazzini fragili, difficili, strani, comunque deboli, e facilmente influenzabili, che si lasciavano sedurre dalle storie che raccontavo loro, ispirandomi ai libri o inventandole, cercando di assecondare i loro desideri più nascosti. Mi sembrava, infatti, di comprendere bene quali domande, curiosità, bramosie si nascondessero dietro l’interesse per gli argomenti che proponevo. Ispirandomi a fumetti pornografici che circolavano a scuola, sotto il naso dei religiosi mescolavo con abilità storie di orrore e sessualità, accoppiamenti di animali, donne e alieni. Alla fine delle elementari, infatti, mia madre aveva voluto iscrivermi a una scuola di preti dove rimanevo durante la settimana a semiconvitto. Tornavo a casa la sera ed ero libero soltanto la domenica. La vita del semiconvitto mi ricordava, per certi versi, quella che avevo fatto in brefotrofio. Così mi ci adattai subito, come se fosse un percorso noto che dovevo ripetere. E, anzi, mi tornarono anche in mente brevi flash di episodi dolorosi dei miei primi anni di vita dei quali, peraltro, non ricordo quasi nulla con precisione. Soprattutto si ripeteva l’immagine di un letto a baldacchino con le tende bianche da cui mi sembrava uscissero invocazioni e pianti. Forse il mio pianto.
La scelta di Cora, comunque, era stata dettata da due esigenze: farmi stare di più con i ragazzini della mia età e separarmi da mio cugino, intenzione che, però, non compresi subito. Aldo era il figlio della sorella di Cora e mi aveva sempre dimostrato una grande simpatia. Era figlio unico, aveva cinque anni meno di me e mi considerava un fratello maggiore. Quando aveva tre anni ero stato io a iniziarlo al gioco del dottore. Non ci avevano mai scoperto e così quel gioco piacevolissimo era continuato senza impedimenti. Un po’ alla volta, eravamo diventati intimi. Era arrendevole come una bambina. Così giocavamo anche a marito e moglie e lui faceva la donna. Quando avevamo rispettivamente otto e tredici anni, Aldo raccontò a sua madre i nostri giochi. Lo fece con molta naturalezza poiché nessuna inibizione sessuale gli era mai stata palesemente imposta dai suoi genitori i quali lo seguivano molto, lo portavano sempre con loro e mai avrebbero immaginato che, proprio in casa di parenti, sarebbe potuta accadere una cosa tanto sgradevole. Mia madre e sua sorella furono allarmate dai racconti di Aldo ma io non ne seppi nulla. Non mi interrogarono né mi punirono. Mi trattarono, invece, come si fa con un essere pericoloso, da emarginare con calma e discrezione, evitando che se ne accorga. A Luciano e al padre di Aldo non fu detto nulla. Gli uomini di casa non entrarono in quella faccenda che fu risolta da Cora spedendomi al semiconvitto.
Quando Aldo chiedeva di me, Cora e sua madre gli dicevano che ormai io ero grande, dovevo rimanere a studiare fuori casa e che lui non poteva più giocare con me come prima. Anch’io, naturalmente, sentivo la mancanza di Aldo: i giochi con lui erano talmente piacevoli che mi eccitavo al solo ricordo. Ormai eiaculavo regolarmente tra le lenzuola del letto e Cora doveva essersene accorta. Dopo molti mesi, un giorno di estate, infine, riuscii finalmente a trovarmi solo con Aldo. Subito gli chiesi di giocare insieme. Aldo mi guardò in modo strano e non accettò. Disse soltanto che lui aveva parlato dei giochi che facevamo con la sua mamma e che lei gli aveva detto che ormai eravamo troppo grandi per continuare a farli. E che, se io glielo avessi nuovamente proposto, doveva dirmi di no. Aggiunse, infine, che anche Cora lo sapeva e la pensava allo stesso modo. Ricordo di aver provato un violento bruciore sulle guance. Mi vergognai, ebbi paura. Mi sentii scoperto. E mi resi conto che tutto questo era avvenuto alle mie spal...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Dedica
  5. Avvertenza
  6. Introduzione: Le fiabe dei mostri
  7. Parte prima: Il grido della belva
  8. Parte seconda: Cronache dall’Inferno
  9. Indice