Emma (Mondadori)
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Emma (Mondadori)

A cura di Anna Luisa Zazo. Con scritti di Walter Scott e John Halperin

  1. 576 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Emma (Mondadori)

A cura di Anna Luisa Zazo. Con scritti di Walter Scott e John Halperin

Informazioni su questo libro

Pubblicato per la prima volta nel 1815, Emma è l'ultimo romanzo che Jane Austen vide edito e, a giudizio unanime della critica, il suo capolavoro. La protagonista, Emma Woodhouse è una giovane donna bella, ricca e intelligente; figlia della benestante borghesia inglese, diventa amica di Harriet Smith, una donna di ben diverse fortune. Ma Emma, senza tener conto della differenza di classe sociale, si ostina a voler trasformare l'amica in una donna di grande fascino, un essere costruito a sua immagine e somiglianza. E nel frattempo non esita a intrecciare un flirt con un giovanotto, Frank Churchill...
Romanzo di grande complessità, costruito su un intreccio di storie e personaggi, Emma è tra i romanzi della Austen quello che ottenne fin dal suo apparire la maggior risonanza; esso segna il vertice dell'arte dell'autrice, che raggiunge, pur all'interno di una struttura ancora settecentesca, uno stile di estrema eleganza e nitore. Un grande classico della letteratura europea presentato in una nuova traduzione e con apparati introduttivi inediti.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2010
Print ISBN
9788804510222
eBook ISBN
9788852010033

Introduzione

Nel riferirsi al nuovo romanzo che si preparava a scrivere (Emma, iniziato nel 1814 e pubblicato, come di consueto, in 3 volumi nel 1815), Jane Austen descrive l’eroina come un personaggio “che non sarà molto gradito a nessuno se non a lei”. La frase1 potrebbe apparire sin troppo nota perché sia necessario ricordarla. Tuttavia, rimane una frase chiave, forse un’autentica chiave di lettura, che non sembra possibile ignorare se si vuole entrare appieno nel mondo di Emma; o, come converrebbe piuttosto dire, nei mondi di Emma, poiché il romanzo, il penultimo completato dall’autrice e l’ultimo che lei vide pubblicato, è tra i più complessi e “misteriosi” tra quanti Jane Austen abbia scritto.
Sarà innanzi tutto necessario chiedersi quale peso si debba dare alle parole di Jane. Non tutti i critici sono pronti ad accettare come chiave di lettura i commenti con i quali l’autrice illustra alcuni dei suoi romanzi. Si pensi all’affermazione che Mansfield Park ha come tema “l’ordinazione sacerdotale”: senza dubbio uno degli argomenti del romanzo, ma appare arduo vederlo come il principale.
Tuttavia, Jane Austen lo scrive in una lettera alla sorella Cassandra, e l’espressione può essere intesa senza troppo impegno critico, e, se non in chiave scherzosa, quanto meno in quella chiave di “lessico familiare” tra lei e la sorella che ampliava o definiva il significato di un’affermazione per quel che le due sorelle sapevano e comprendevano l’una dell’altra, senza necessità di doverlo esplicitamente dire.2
Al contrario, la frase che annuncia la scarsa amabilità (agli occhi degli altri) del personaggio Emma ha un suono diverso, e, poiché non esprime un’interpretazione ma un’intenzione, e un’intenzione difficile e singolare, credo possano esservi pochi dubbi che abbia agli occhi dell’autrice, e debba di conseguenza avere agli occhi di chi legge, un peso irrefutabile, tale che da questa frase si debba o, quanto meno, si possa in verità partire per decifrare l’enigma Emma.3
Poiché di un enigma si tratta, e non dei meno ardui.
È l’autrice a mettere sull’avviso il lettore.
Il romanzo deve venir “risolto” come si risolve un indovinello, una sciarada, come Emma nel capitolo IX risolve la sciarada composta da Elton; come Emma e Frank Churchill, con la gelosa attenzione del signor Knightley e la riluttante collaborazione di Jane Fairfax, interpretano le parole nel capitolo XLI.
Ma, d’altro canto, il romanzo non può venir risolto, o non come si crede possa esserlo; così come Emma risolve la sciarada, ma si inganna sul suo autentico significato; e nuovamente si inganna sul significato nascosto delle parole che Frank Churchill sottopone a Jane; senza dire che dell’ultima parola, sottoposta da Frank a Jane, e sdegnosamente rifiutata da quest’ultima, non viene data al lettore alcuna soluzione.4
Un enigma, dunque, un enigma da risolvere e tuttavia irrisolvibile.
Non per il modo in cui è scritto. Lo stile austeniano raggiunge qui il suo punto più alto e perfetto: limpido; chiaro; mirabilmente espressivo; illuminato da una luce piena che soltanto in pochi brani degli ultimi capitoli si vela di malinconici chiaroscuri; perfettamente funzionale a ogni personaggio,5 e tuttavia unificato dalla presenza costante dello sguardo di Emma (e dell’autrice?6) che abbraccia e in qualche modo avoca a sé ogni realtà; di cristallina chiarezza e di mirabile fluidità e varietà nel rendere quel costante movimento che anima i romanzi di Jane Austen e che è in lei il movimento stesso della vita.
No, non vi è nulla di enigmatico nella scrittura del romanzo (se non l’enigma perennemente irrisolto della perfezione). L’enigma è nella natura del romanzo, nell’intrecciarsi delle vicende, nel giustapporsi dei personaggi, nella loro natura.
Sembra a questo punto inevitabile tornare alla frase dell’autrice («Mi preparo a creare un’eroina che non sarà molto gradita a nessuno se non a me»), frase che a sua volta richiede di venir risolta.
All’apparenza l’autrice ha tenuto fede al suo proposito ben oltre i termini nei quali lo esprime. A iniziare dall’eroina, il romanzo non ha personaggi autenticamente positivi, o tali da suscitare l’immediata simpatia del lettore.
I lettori della Austen sanno che non vi è in questo alcuna effettiva novità. I personaggi sgradevoli, i “mostri” di Jane Austen, espressione degli autentici e nascosti orrori del quotidiano contrapposti ai falsi e melodrammatici orrori dell’invenzione narrativa,7 sono, si intende, una caratteristica essenziale della sua opera, e trovano qui perfetta espressione nei due Elton, e in quell’amabile vecchio signore – il padre di Emma – il cui assoluto egoismo non conosce limiti.
Ma negli altri romanzi, nelle sue grandi “commedie nere”, ai “mostri” Jane Austen contrappone personaggi palesemente destinati a catturare la simpatia del lettore, prima ancora di aver compiuto quel percorso di riconoscimento di sé che è il tema unificatore della sua narrativa: Catherine Morland ed Henry Tilney (Northanger Abbey) fanno da contraltare al generale Tilney e all’avida e grottesca Isabella Thorpe; Anne Elliot (Persuasione) riscatta i “mostri” della sua famiglia, il padre e la sorella Elizabeth. E gli esempi, si intende, potrebbero continuare.
Qui, al contrario, se dobbiamo prendere alla lettera la sua frase, non vi sono personaggi positivi – “positivi” non nel senso morale,8 ma da un punto di vista puramente letterario, tali da potere e dover attirare le simpatie di chi legge, permettendo quell’identificazione del lettore con il personaggio che è condizione indispensabile per una lettura soddisfacente.
Tuttavia, si è detto, la frase, metafora dell’intero romanzo, è una frase-enigma, che è necessario risolvere. Risolvere alla luce della vicenda e degli altri personaggi femminili di Jane Austen.
Quando, negli ultimi capitoli del libro, Emma giunge alla comprensione di sé e si accusa amaramente dei suoi errori, trovando, nella «decisione di condursi meglio», la sola possibile fonte di consolazione futura:
la sola fonte da cui poteva trarre una sorta di consolazione o di quiete era la decisione di condursi meglio, e la speranza che, per quanto inferiore al passato in vivacità e gaiezza potesse essere l’inverno seguente e ogni futuro inverno della sua vita, l’avrebbe trovata più razionale, più consapevole di se stessa, e le avrebbe lasciato, quando fosse trascorso, meno cose da rimpiangere [...],
il lettore sente nel personaggio un’eccessiva severità verso se stessa. Le sue colpe appaiono a chi legge meno gravi di quanto non appaiano a lei.
Quali sono in verità le caratteristiche che dovrebbero renderla così poco gradita?
Il suo snobismo sociale è forte, ma non più radicato di quello dell’amabilissima Anne Elliot in Persuasione. La sua spiritosa impertinenza è vivissima, ma non più pronunciata di quella che fa di Elizabeth la più attraente delle sorelle Bennet in Orgoglio e pregiudizio. La sua fantasia (lei stessa si definisce una “imaginist”) è a volte lasciata troppo libera, ma è senza dubbio ben più controllata di quella della fresca e incantevole Catherine Morland in Northanger Abbey.
Se Emma ha una “colpa” che gli altri personaggi femminili di Jane Austen non hanno, è forse quella di essere felice?
Emma Woodhouse sembrava riunire in sé alcuni dei vantaggi migliori dell’esistenza [...].
Ma non si tarda a comprendere che anche la frase iniziale del romanzo è un enigma che va risolto, e se ne trova immediata indicazione in quel verbo “sembrare”: Emma, «bella, intelligente e ricca», ma desolatamente sola, non è felice.
Se dunque le “colpe” e le caratteristiche negative di Emma non sono più gravi di quelle di altri personaggi femminili di Jane Austen, la frase di commento può avere un solo vero significato. Come la presenza di indovinelli, rebus, sciarade è un’indicazione al lettore dell’enigma che il romanzo costituisce, così quella breve “lettera di intenti” deve probabilmente venire in certa misura «rovesciata al modo di un guanto di capretto»,9 e presa come un avvertimento, quasi un segnale che indichi la strada: se il personaggio di Emma non riuscirà gradito a nessuno, non è perché sia, meno di altri personaggi, gradevole, ma perché richiede, per poter riuscire gradito, una costante attenzione, una attenta interpretazione, a cui quella frase invita.
Come il romanzo che la sua figura domina, anche la «bella, intelligente e ricca» Emma, che
aveva vissuto quasi ventun anni in questo mondo con scarsissime occasioni di dispiacere o dispetto [...],
è un enigma che va risolto.
E va risolto, non guardando oltre le apparenze, ma, secondo il caratteristico realismo di Jane Austen che parte da quello che è percepibile dai sensi per costruire i suoi personaggi, per scavare nella loro intima essenza, esaminando attentamente e interpretando correttamente le apparenze; e qui “apparenze” non deve venir inteso come l’opposto di “sostanza” o di “realtà”, ma, alla lettera, come il modo in cui la realtà appare, vale a dire si manifesta.
Per quante critiche le sia valso questo suo atteggiamento di tranquillo realismo, è dopo tutto difficile non ammettere che per uno scrittore l’apparenza, il modo in cui si manifesta la realtà, non può non essere il punto di partenza per studiarsi di comprenderla e di restituirla nella realtà dell’invenzione narrativa. L’assoluta invenzione può, e forse deve, ignorare l’apparenza; la reinvenzione di un mondo reale proiettato nel mondo immaginario del romanzo non può non partire da quel che i sensi percepiscono.10
Se dunque la frase va intesa come una sorta di segnale perché noi comprendiamo di trovarci di fronte a un romanzo in qualche modo problematico – poiché Emma è a un tempo uno dei personaggi austeniani più complessi, più completi, più analizzati nel loro cammino di riconoscimento/espiazione – e a un enigma da risolvere, sarà allora necessario cogliere e comprendere i frammenti significativi dai quali, come in una sciarada, emergerà l’intero, la vera Emma.
A una lettura attenta, gli indizi, gli elementi della sciarada da risolvere sono numerosi, disseminati lungo tutto il romanzo a partire dal capitolo I:
In verità, gli autentici inconvenienti della condizione di Emma erano la possibilità eccessiva di fare a modo suo e un’eccessiva tendenza a pensar bene di sé; tali erano gli svantaggi che minacciavano di corrompere la purezza delle sue molte gioie. Ma nel momento presente il pericolo era così inavvertito che lei era ben lontana dal vedere quegli svantaggi sotto una luce sfavorevole.
Vi è naturalmente molta ironia in questa frase, ma le parole chiave, da cogliere e custodire per giungere alla soluzione dell’enigma, sono qui: “nel momento presente”.
Velatamente (e quale enigma non rivela, se non velatamente, gli elementi che porteranno alla soluzione?) la frase annuncia che la situazione cambierà, che Emma dovrà percorrere un cammino che la porterà a vedere in una luce diversa, forse sfavorevole, quei vantaggi.
È il cammino del riconoscimento di sé che abitualmente percorrono i personaggi della Austen. Ma qui vi sono due elementi da sottolineare.
Il percorso di riconoscimento/espiazione viene annunciato: a indicare la maggiore complessità del romanzo e la maggiore consapevolezza dell’autrice.
Il percorso verso il riconoscimento di sé viene di consueto compiuto dai personaggi positivi, gradevoli e graditi: a indicare che il personaggio Emma potrà non essere “gradito” perché più complesso e inafferrabile di altri, non per una sua intima incapacità di esserlo.
Poco più avanti ci viene indicato, in un dialogo tra il signor Knightley e la signora Weston, due figure fondamentali nella vita di Emma, uno dei modi che condurranno Emma al riconoscimento di sé:
Vorrei vedere Emma innamorata e non certa di essere ricambiata; le gioverebbe.
È quanto accade, sebbene accada non nella realtà, ma nella (erronea) consapevole...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Introduzione. di Anna Luisa Zazo
  4. Cronologia
  5. Bibliografia
  6. Nota alla traduzione
  7. EMMA
  8. I
  9. II
  10. III
  11. IV
  12. V
  13. VI
  14. VII
  15. VIII
  16. IX
  17. X
  18. XI
  19. XII
  20. XIII
  21. XIV
  22. XV
  23. XVI
  24. XVII
  25. XVIII
  26. XIX
  27. XX
  28. XXI
  29. XXII
  30. XXIII
  31. XXIV
  32. XXV
  33. XXVI
  34. XXVII
  35. XXVIII
  36. XXIX
  37. XXX
  38. XXXI
  39. XXXII
  40. XXXIII
  41. XXXIV
  42. XXXV
  43. XXXVI
  44. XXXVII
  45. XXXVIII
  46. XXXIX
  47. XL
  48. XLI
  49. XLII
  50. XLIII
  51. XLIV
  52. XLV
  53. XLVI
  54. XLVII
  55. XLVIII
  56. XLIX
  57. L
  58. LI
  59. LII
  60. LIII
  61. LIV
  62. LV
  63. Note
  64. Emma. di Walter Scott
  65. I mondi di “Emma”: Jane Austen e Cowper. di John Halperin
  66. Copyright