Okay. Niente panico. Ce la posso fare. È assolutamente alla mia portata. È solo questione di spostarsi un po’ verso sinistra, sollevare appena, e poi spingere con forza. Insomma, non sarà poi così difficile far entrare un mobile bar in un taxi, no?
Afferro il mio acquisto con decisione, faccio un bel respiro profondo e spingo, ancora una volta senza successo. È una limpida giornata invernale al Village, una di quelle giornate in cui l’aria sa di dentifricio e ogni respiro ti fa restare senza fiato. La gente se ne va in giro imbacuccata, ma io sto sudando. Sono paonazza e le ciocche di capelli sfuggite dal colbacco nuovo mi cadono sulla fronte e sugli occhi. Avverto su di me gli sguardi divertiti delle persone sedute dietro la vetrata del caffè Jo-Jo, sull’altro lato della strada.
Ma non ho intenzione di arrendermi. So che ce la farò.
Devo farcela. Non ho nessuna intenzione di pagare l’astronomica cifra del trasporto, visto che abito dietro l’angolo.
«Guardi che non entra.» Il tassista sporge la testa dal finestrino e mi rivolge un’occhiata scettica.
«Invece sì. Ho già fatto passare due gambe…» Do un’altra spinta violenta. Se solo riuscissi a farci stare anche le altre due! Ma è come convincere un cane a entrare dal veterinario.
«E poi non sono assicurato» aggiunge il tassista.
«Non importa. Sono solo due isolati di distanza. Lo tengo fermo io. Andrà tutto bene.» Il tassista inarca le sopracciglia e si pulisce i denti con uno stecchino sudicio.
«Pensa davvero di starci anche lei?»
«Mi stringerò. In qualche modo farò!» Esasperata, do un’altra spinta al mobile e lo incastro contro il sedile anteriore.
«Ehi! Se mi danneggia il taxi me lo paga.»
«Scusi» dico, senza fiato. «Aspetti che ci riprovo. Credo di averlo infilato con un’angolazione sbagliata.»
Con la massima delicatezza lo sollevo per la parte anteriore e lo tiro fuori dal taxi, arretrando sul marciapiede.
«Che diavolo è quella roba?»
«È un mobile bar degli anni Trenta! Guardi, la parte superiore si abbassa…» Sgancio il pannello anteriore e, con un moto di orgoglio, gli mostro l’interno art déco, tutto rivestito di specchi. «Qui ci vanno i bicchieri… e qui ci sono due shaker per i cocktail, fatti su misura…»
Lo accarezzo con la mano. Nell’attimo in cui l’ho visto nella vetrina di Arthur’s Antiques ho capito che dovevo averlo. So bene che Luke e io abbiamo fatto il patto di non comprare altri mobili per l’appartamento, ma questo è diverso. Un vero mobile bar, proprio come nei film di Fred Astaire e Ginger Rogers! Darà una nuova impronta alle nostre serate. Ogni sera, Luke e io prepareremo un Martini e balleremo al suono di vecchi dischi, godendoci il tramonto. Sarà così romantico! Dovremo cercare uno di quei vecchi grammofoni con la tromba e cominciare a collezionare settantotto giri. E io dovrò comprarmi qualche abito vintage.
E forse la gente prenderà l’abitudine di fare un salto da noi la sera per un aperitivo. Diventeremo famosi per le nostre spumeggianti serate. Il «New York Times» farà un articolo su di noi! Sì! “L’ora dell’aperitivo reinterpretata con nuova eleganza nel West Village. La raffinata coppia inglese Rebecca Bloomwood e Luke Brandon…”
La portiera del taxi si spalanca con un rumore sordo. Sorpresa, vedo scendere il tassista.
«Oh, grazie» gli dico, riconoscente. «Una mano è proprio quello che mi ci voleva. Se avesse una corda, potremmo legarlo sul tetto…»
«Ma che mano e mano! Io me ne vado.» L’uomo richiude con violenza la portiera del passeggero e risale a bordo.
«Ma non può andarsene così! È contro la legge! Lo ha detto anche il sindaco!»
«Il sindaco non ha parlato di mobili bar» ribatte lui, mettendo in moto.
«Ma come faccio a portarlo a casa?» esclamo, indignata. «Aspetti! Torni indietro!» Ma il taxi si sta già allontanando a tutta velocità lungo la strada, lasciandomi sul marciapiede col mio mobile bar.
E adesso cosa faccio?
Bene. Riflettiamo. Forse potrei riuscire a trasportarlo fino a casa. Non è poi così lontano.
Allungo le braccia più che posso, e riesco ad afferrarlo su entrambi i lati. Lo sollevo lentamente da terra, faccio un passo in avanti e immediatamente lo mollo. Dio, come pesa! Credo di essermi stirata un muscolo.
D’accordo, così non ce la faccio. Ma potrei comunque farlo arrivare fino a casa. È sufficiente spostare in avanti le gambe di destra, poi quelle di sinistra… poi di nuovo…
Ecco, funziona. È un po’ lento come metodo, ma se prendo il ritmo…
Lato sinistro… lato destro…
Il segreto sta nel non preoccuparsi di quanto si procede, ma di farlo in modo regolare. Arriverò a casa senza neppure accorgermene.
Una coppia di adolescenti in giaccone imbottito mi supera ridendo, ma io sono troppo presa per reagire.
Lato sinistro… lato destro…
«Senta» dice una voce infastidita alle mie spalle. «Potrebbe evitare di bloccare tutto il marciapiede?» Mi volto e, con orrore, vedo avvicinarsi una donna in cappellino da baseball e scarpe da ginnastica con almeno dieci cani al guinzaglio, tutti di razze e taglie diverse.
Oh, Dio. Non capisco proprio perché le persone non possano portarsi fuori il cane da sole. Voglio dire, se non gli va di camminare, perché non si prendono un gatto o dei pesci tropicali?
Mi sono addosso. Guaiscono e abbaiano in un intreccio di guinzagli e… No, non ci posso credere! Un barboncino ha alzato la zampa contro il mio splendido mobile bar!
«Fermo!» strillo. «Porti subito via quel cane!»
«Su, vieni, Flo» dice la donna, lanciandomi un’occhiata ostile mentre trascina via i cani.
Oh, è inutile. Non sono neppure arrivata alla fine della vetrina dell’antiquario, e sono già esausta.
«Allora» dice una voce secca alle mie spalle. «Non è che per caso ha cambiato idea sulla consegna?»
Mi volto e vedo Arthur Graham, il proprietario di Arthur’s Antiques, appoggiato allo stipite della porta, tutto elegante in giacca e cravatta.
«Non saprei.» Mi appoggio al mobile bar, cercando di assumere un’aria disinteressata, come se avessi mille altre possibilità, compresa quella di restarmene lì ferma in mezzo al marciapiede. «Forse.»
«Sono settantacinque dollari, ovunque a Manhattan.»
Ma io non abito ovunque a Manhattan, vorrei gridare. Io sto proprio dietro l’angolo!
Arthur mi rivolge un sorriso implacabile. Sa di aver vinto.
«Okay.» Ammetto la sconfitta. «Potrebbe essere una buona idea.»
Arthur chiama un tizio in jeans, che si avvicina infastidito e solleva il mobile bar come se fosse di carta. Li seguo all’interno del negozio caldo e affollato di oggetti, e mi scopro a guardarmi attorno un’altra volta, come se non fossi uscita da lì solo cinque minuti fa. Adoro questo posto. Da qualunque parte ti giri, c’è qualcosa che vorresti avere. Come quella fantastica poltrona di legno intagliato, o quel copridivano in velluto dipinto a mano… e quella pendola! È semplicemente straordinaria. E ogni giorno arrivano articoli nuovi.
Non che io venga qui ogni giorno.
Era solo così per dire.
«Ha fatto un ottimo acquisto» osserva Arthur, indicando il mobile bar. «Lei ha davvero occhio.» Mi sorride e scrive qualcosa su un biglietto.
«Non saprei» rispondo, con una lieve alzata di spalle.
Ma suppongo che non abbia tutti i torti. Tutte le domeniche guardavo Antiques Road Show in tivù con la mamma, quindi un po’ di esperienza devo essermela fatta.
«Quello è un bel pezzo» dico, con l’aria di chi se ne intende, accennando con la testa a una specchiera dalla cornice dorata.
«Sì» dice lui. «Certo, è moderna…»
«Be’, certo» mi affretto ad aggiungere.
Ovviamente l’avevo capito. Volevo solo dire che era un bel pezzo nonostante fosse moderno.
«È per caso interessata ad accessori anni Trenta per completare il suo mobile bar?» mi chiede Arthur alzando lo sguardo. «Brocche… bicchieri? Talvolta ci capitano dei pezzi davvero deliziosi.»
«Ma certo!» rispondo, con un gran sorriso. «Naturalmente.»
Bicchieri degli anni Trenta? Voglio dire, chi preferirebbe bere da un misero bicchiere moderno quando ne può avere uno d’epoca?
Arthur sta aprendo un grosso registro rilegato in pelle con la scritta COLLEZIONISTI e io mi sento pervadere da una calda sensazione di orgoglio. Sono diventata importante! Ora sono una collezionista!
«Signorina R. Bloomwood… articoli da bar del 1930. Ho il suo numero, quindi, se dovesse arrivarmi qualcosa, la chiamerò.» Arthur scorre la pagina. «Qui vedo che lei è interessata anche a vasi di vetro veneziano…»
«Oh! Mmm… sì.»
Me n’ero dimenticata. A essere sincera non so neppure dove sia finito il primo che ho comprato.
«Nonché a orologi da tasca del diciannovesimo secolo…» Sta scorrendo la pagina con un dito. «Shaker… cuscini a mezzo punto… Nutre ancora un interesse vivo per tutti questi oggetti?» chiede, alzando lo sguardo.
«Be’…» Mi schiarisco la gola. «A essere sincera, non sono del tutto sicura a proposito degli orologi. E nemmeno degli shaker.»
«Capisco. E i cucchiaini da marmellata dell’epoca vittoriana?»
Cucchiaini da marmellata? Cosa diavolo me ne faccio di vecchi cucchiaini da marmellata?
«Sa cosa le dico?» rispondo con aria ispirata. «Credo che d’ora in poi mi concentrerò soltanto sugli articoli da bar degli anni Trenta. Meglio una sola collezione ma buona.»
«Decisione molto saggia.» Mi sorride e comincia a cancellare alcune voci dalla lista. «Ci vediamo.»
Quando esco in strada, fa un freddo cane e dal cielo comincia a scendere qualche fiocco di neve. Ma io mi sento bruciare di soddisfazione. Che investimento fantastico! Un autentico mobile bar degli anni Trenta… e presto avrò un’intera collezione di articoli da bar! Sono davvero fiera di me stessa.
Dunque, per cosa ero uscita, oggi?
Ah, sì. Due cappuccini.
Viviamo insieme a New York da un anno in un appartamento nella West 11th Str...