Secondo quadrimestre
Cyrano in gonnella e stivaloni
Se l’insegnante sopravvive ai mutamenti e alle trasformazioni del suo rapporto coi ragazzi, sempre dinamico e in perpetuo divenire, può mettersi a disposizione degli studenti anche per qualche minima dritta sentimentale. Può insomma, per un intervallo al mese, vestire i panni dell’eroe di Rostand e avere parte attiva in qualche pateracchio.
Viola detta Strafiga, intuibilmente, non è una brutta bambina. Ella è mora e ha gli occhi profondi come un pozzo profondo. Quando ti guarda, ti sventaglia i ciglioni davanti come faceva l’aristogatta Duchessa col suburbano Romeo, e ti manda in crisi. Non sto parlando di me, è evidente, ma dei suoi coetanei dotati di pimpino.
Cecino, per esempio.
Cecino deve il suo nome al protagonista immortale dell’omonima fiaba tramandataci da Calvino, il quale scrive infatti che una donna, mentre faceva cuocere una pentolata di ceci, se ne sentì chiedere una scodella in elemosina da una vecchina. La donna rifiutò a brutto muso dicendole: “Brava: se li do a te non li mangio io” e allora la vecchina la punì maledicendola: “Per dispetto, che tutti i tuoi ceci diventino figlioli”. E infatti la disgraziata si ritrovò la casa piena di bambini che gridavano, strillavano, piangevano e urlavano. Ma la donna non perse tempo: con un mortaio cominciò a schiacciare tutti quei bambini e ne fece tipo una purea di ceci. Li sterminò tutti, tranne uno, Cecino. Anzi, quello lo adottò e lo mandò a portare il pranzo a suo marito che stava lavorando. Ora, quello che non successe a quel ragazzo piccino come un cecio voi non ve lo potete nemmeno immaginare. Ve ne dico solo una: a un certo punto un lupo inavvertitamente lo ingoiò e quando Cecino dallo stomaco gridò “al lupo! al lupo!” l’animale s’impaurì, credendo di avere dell’aria nella pancia, e fece di tutto per espellerla, scoreggiando come un indemoniato.
Sono settimane ormai che Cecino non guarda più me, mentre spiego alla lavagna, ma si lascia dominare da un torcicollo che lo obbliga verso destra, nello spasmodico tentativo di incontrare gli occhi di Viola. Viola, al momento, guarda costantemente altrove.
Cecino è il primo caso in questa classe che s’innamora veramente.
Stenta ad arrivare al metro e trenta, ma ama col cocente ardore che portò Cristiano a corteggiare Rossana. Ora, siccome, come Cristiano, langue di tutta un’impalcatura linguistica che invece gli tornerebbe molto utile, io ho deciso di entrare virtualmente nella compagnia teatrale della sua vita e vestirmi, per una volta, da Cyrano.
La commedia comincia durante un intervallo in classe.
«Cecino è fantastico» sibilo nell’orecchio di Viola Strafiga, «non ho mai conosciuto un ragazzo più simpatico e promettente di lui. È un po’ bassino, forse, ma crescerà. E poi fa tanti sport, gioca a rugby e coltiva la passione della moto: scommetti che diventerà bellissimo da grande? Da parte mia non ho dubbi: se avessi undici anni mi ci fidanzerei e cercherei di raggiungere accanto a lui l’età matrimoniabile.»
«Professoressa, io spero invece che il suo fidanzato non somigli a quello sgorbio» dice Viola, spietata, crudele, inclemente come solo le donne belle sanno essere.
Alla fine della lezione, Cecino mi raggiunge e mi fa: «Profe, ho visto che all’intervallo discuteva con Viola: non è che parlavate di me?».
page_no="108" «No Cecino» gli mento con le lacrime agli occhi «ma se vuoi il mio consiglio, tu devi darti più da fare con quella ragazza: devi agire, fare qualcosa per lei, qualcosa per farti notare, qualcosa che la colpisca.»
All’uscita, quell’imbranato la balzella appostato dietro l’angolo e la riempie di schiuma carnascialesca, stelle filanti e coriandoli di carta riciclata.
L’amore a scuola
Alcuni dei miei più grandi amori sono nati a scuola.
Se riuscii a resistere un mese tra le mura dell’asilo religioso a cui da piccola mi aveva iscritto la mamma fu proprio perché lì c’era anche Stefano Occhispenti. Ma, come dicevo, dopo un mese tolsi le tende perché amare va bene, ma con le suore tra i piedi nemmen morta.
Fu però alle elementari che io scoprii il sentimento universale e ne percepii il potenziale distruttivo.
Il fuoco, il calore, le vampe dell’amore mi furono rivelate da Madre Natura solo quando mi trovai in classe con Andrea Occhidipece.
Tutte le mie compagne adoravano Alessandro Occhidicielo, un biondino coi capelli da paggio. A me quel bambino non provocava la minima scarica ormonale.
Al contrario quando intravedevo, anche in lontananza, Andrea Occhidipece, il cuore mi si arrampicava su per la gola e mi si accucciava sulle tempie, provocandomi dentro un vergognoso tu-tum, che io ero convinta si sentisse anche da fuori.
All’epoca dei fatti che sto per raccontare, Andrea era bellissimo. Tenebroso e serio, sfoderava raramente un sorriso sbieco a cui io davo un valore inestimabile, come si fa con tutte le cose centellinate di questo mondo.
Lo guardavo in quel grembiulino nero col fiocco azzurro sempre storto e disfatto e ricordo che, alla precoce età di sei anni e otto mesi, desideravo coprirgli la faccia di bacini.
Chiaramente mi guardavo assai bene dal palesare il mio turbamento e anzi, quando qualche compagno mi chiedeva: “Ma a te chi ti garba?” io rispondevo: “A me nessuno”.
Lui, poi, era ancora più rustico di me e le bambine non le degnava di uno sguardo.
Un giorno commisi l’errore di confidare alla mia compagna di banco che, sì, insomma, a dire il vero, a me qualcuno mi garbava, eccome.
«Me lo immagino» disse Elisa Lacopiona «sarà Alessandro Occhidicielo: piace a tutte, anche a me.»
«Niente affatto» dissi io «a me piace Andrea Occhidipece, che non piace a nessuno ma in realtà è il più bello del mondo senza ombra di dubbio.»
Lei ci pensò su per qualche minuto e poi, col volto illuminato, disse: «Ma lo sai che hai ragione? Da questo momento piacerà anche a me».
L’avrei strangolata.
Mica perché aveva deciso a tavolino di farsi piacere un altro bambino, ma perché da quando l’aveva deciso, faceva di tutto per farglielo capire, servendosi – nel più estremo dei casi – perfino dei compagni di banco limitrofi ad Andrea.
«Elisa c’ha detto di dirti che le garbi te!» gli riportavano loro.
«E allora?» rispondeva lui.
Io soffrivo in silenzio e depositavo il mio dolore su pagine e pagine di diario. I blog all’epoca non c’erano: non oso pensare a cosa avrei pubblicato se quello strumento infernale mi fosse stato familiare.
Un pomeriggio d’inverno, tornando dal supermercato in macchina coi miei genitori, approfittai dell’appannatura del vetro per confidare all’abitacolo che “io amo Andrea e ci voglio andare a vivere insieme”. Neanche allora concepivo l’idea del matrimonio e mi accontentavo di una felice e consapevole convivenza. Subito la mia mamma si voltò e svergognò le mie intimità intimando: «Cancella codeste stupidate e non fare la cretinetta».
Ma io lo amavo. Lo amavo davvero. Con un trasporto totale e una passione estremamente adulta. Se per esempio oggi confronto il mio amore per Fidanzato Belpelato con quello che provavo allora per Andrea, in quanto a intensità e convinzione non ci vedo tutte queste differenze. Qualcuno potrebbe ipotizzare che mi sono dimenticata di crescere. Fidanzato Belpelato potrebbe offendersi. Ma che vi devo dire: è così.
Il mio amore per quel bambino durò l’intero quinquennio elementare.
Quando ci portavano in giardino, io lo guardavo giocare coi compagni. Quando la maestra lo chiamava interrogato, io lo guardavo scrivere alla lavagna. Quando mi vennero le prime mestruazioni durante una lezione di Grammatica, lui guardò turbato il mio grembiulino bianco macchiato di sangue.
Verso la fine del quinto anno, la maestra formò delle coppie per farci realizzare dei lavori da portare in dono ai genitori.
Io fui messa con Andrea.
Non avevo il coraggio di guardarlo negli occhi. Lui invece, quando fummo soli l’uno di fronte all’altra, seduti nei nostri banchini, ebbe il coraggio di chiedermi: «Ma a te ti piace qualcuno?». Io dissi: «Sì». Lui disse: «È qualcuno di questa classe?». Io risposi: «Sì». Lui chiese ancora: «Ma è Alessandro Occhidicielo?». Io dissi: «No». Lui disse: «E allora chi è?!». Io dissi: «Non te lo dico».
Allora lui ebbe una pensatona.
«Facciamo così» propose con quell’aria seria da filosofo romantico «prendiamo due pezzi di carta e li copriamo con la mano, tu ci scrivi sopra il nome di quello che ti piace e io ci scrivo sopra il nome di quella che piace a me, poi togliamo la mano insieme, ti va bene?»
Io pensai: “Come minimo scrive il nome di quella ladra di Elisa Lacopiona”. Ma accettai lo stesso di giocare a quel gioco masochista.
Quando, in perfetta sincronia, spostammo la mano per svelare i nomi scritti, lui lesse il suo nome sul mio foglio e io lessi il mio sul suo.
Lo abbandonai al suo banchino e fuggii non mi ricordo più nemmeno dove. L’anno dopo andai alle medie e m’innamorai di un altro.
Perché lo chiamassero Grillo, non lo so.
Forse per la vivacità estrema, il sempiterno dinamismo, l’agitazione corporea intrinseca e metafisica.
Lo conoscevo da sempre. Era cugino di uno che abitava nel palazzo dove sono nata e cresciuta e veniva spesso a giocare con lui, nell’atrio a pianterreno. Quando m’incrociava, mi tirava le trecce bionde e mi diceva: “Brutta!”.
Al Palazzetto dello Sport, dove tutti e due ci allenavamo, mi guardava giocare a basket e mi gridava: “Imbranata!”.
Nei corridoi della scuola che frequentavamo, all’intervallo m’inseguiva e mi diceva: “Stronza!”.
Poi, quell’estate, al campeggio estivo della parrocchia, mi prese una mano da sotto il poncho e me la strinse forte. Quindi, nell’oscurità del cinemino al chiuso, mentre il prete proiettava non so che pellicola socialmente impegnata, si fece vicino e mi baciò sulla bocca.
Zero lingua e respiro mozzato.
Erano i tempi in cui ci si chiedeva: “Ti vuoi mettere con me?”. Ma il Grillo fu modernissimo in questo, perché non me lo chiese: lo lasciò intendere a tutti e quindi intesi anch’io. Mi stava accanto, ma alla distanza, con quel suo fare sempre a metà tra l’oltraggio e l’adorazione, la violenza e la dolcezza, l’odio che rende forti e l’amore che indebolisce.
Eravamo adolescenti, era quello il nostro linguaggio.
La sera in cui, rientrando nelle casette di legno dove si dormiva divisi in gruppi secondo criteri anagrafico-sessuali, mi ficcò la lingua in mezzo ai denti, gli ammollai un cazzotto alla bocca dello stomaco e me ne andai lasciandolo seduto su quel tronco, dove con ogni probabilità egli proseguì da solo.
Ebbi tutta la nottata per meditare sull’accaduto e anche il giorno seguente, prima che, tornato il buio, gli ce la ficcassi io, ora che avevo preso coraggio e soprattutto gusto.
Pomiciammo un’estate intera, ascoltando Genesis e Pink Floyd.
Lui era tutto quello che si possa desiderare a tredici anni: un campione del canestro, un vento nella corsa, un istrione sul palco, un artista con le tastiere, un seduttore con le bambine.
Lo amavo come si ama a quell’età. Follemente.
Mi lasciò in autunno perché (così ebbe ad argomentare) non gli facevo toccare le poppine. Vedrai, non ce le avevo.
Di sicuro non mi amava, non in quella maniera folle di cui si diceva poc’anzi. Lo ammaliavano i miei colori, questo sì lo so per certo perché me lo confidò più volte: il pallore epidermico, l’iride d’asfalto, il capello di grano. Lui era la mia antinomìa e non si desidera se non ciò che è opposto a noi.
Quando andai al liceo, mi sforzai di dimenticarlo, o ne avrei sofferto in misura inconsolabile e dannosa per i miei studi classici, ma non lo dimenticai nemmeno quando morì, una notte di primavera, dopo anni di calvario, per un cancro spietato che si portò via quella testa di capelli e di idee.
Gli amori che nascono a scuola, c’hanno tutto un altro gusto. È l’ambiente stesso a renderli speciali, gli spazi, il contesto.
L’amore che nasce a scuola, nasce pubblico. Anche se lei negherà di amare lui, loro se ne accorgeranno, a causa della convivenza quotidiana e della confidenza straordinaria che fiorisce tra quelle mura.
Per la ragazza che s’innamora a scuola, la scuola diventa all’improvviso un luogo favolistico. Tutto è più bello, anche i gabinetti, soprattutto quello dei maschi, perché ci piscia lui.
Le lezioni sono obnubilate da questo sentimento che lei avverte crescerle in petto, da quei due occhioni che lui si sente puntati sulla nuca e da uno strano coniglio che gli si muove nelle mutande. Solo le ore di Letteratura hanno un senso e meritano di essere seguite, perché gli innamorati sono convinti che tutte le poesie siano state scritte per loro.
Talora la scuola si oppone ai neonati amori e grida allo scandalo. È il caso di quei presidi che vietano il bacio passionale e slinguazzato (con rifrullo) nei corridoi, in aula, davanti al portone della scuola. Fanno benissimo.
Perché il bello dell’amore a scuola è che non puoi consumarlo nemmeno superficialmente, guai! Puoi solo lavorarci con la testa, farti i soliti castelli (preferibilmente in aria) e aspettare il pomeriggio per pomiciare.
Siccome poi, quando uno ama, si convince di poter fare a meno anche del cibo, io riconosco gli studenti innamorati guardando il loro girovita.
Aurora Bellicapelli per esempio sta diventando l’ombra di se stessa. Magrissima, spesso ammusonita, triste, mesta, attraversa quella fase in cui si crede che amore sia uguale a dolore. Ella sospira, langue, guarda nel vuoto e piange.
«Hai voglia di parlarmene?» le ho chiesto.
Lei mi guardato attraverso la pozza delle lacrime che aveva negli occhi, poi spingendo avanti il mento ha indicato qualcuno dietro di me.
Mi sono voltata per guardare chi ci fosse e ho visto Leonardo Impavido.
È pazza di lui. Nessuno la capisce più di me.
Onanisti di tutto il mondo
Agli anni della scuola risale però anche la scoperta dell’autoerotismo.
Che sia di gruppo, che sia in un mistico solipsismo, i ragazzini iniziano a ramazzarsi il pisello in questi anni strategici. Analogamente, è probabile che anche le ragazze si sfiorino la farfallina. La differenza tra i due è che i primi lo racconteranno senza problemi, le seconde non lo ammetteranno mai nemmeno sotto tortura.
Mentre aspettavano l’arrivo di Collega Bricolage, i ragazzi parlavano del più e del meno.
Giulia Melatiro parlava di cinturine, borsette e lucidalabbra, Aurora Bellicapelli di pantacollant, danza e ballerine, CiccioEdo invocava un piatto di pastasciutta al pomodoro piccante, Impavido lucidava ad alitate il casco da motociclista regalo natalizio di suo padre, Michela Mestruata e Valentina Ancoranò discorrevano di quel fico in iii c, Margherita Rompi non discorreva di niente e con nessuno perché raramente qualcuno vuole discorrere con lei di qualche cosa.
In fondo alla classe, il giovane Onanista (che renderemo ancor più anonimo per il rispetto della privacy), rivolto a un turbatissimo Lucianino, pronunciava le seguenti parole, che virgoletteremo come si fa con le citazioni nella tesi di laurea.
“Io tutti i giorni mi tiro delle gran seghe nel bagno di casa mia. I miei genitori non lo sanno, infatti lo faccio quando loro sono a lavorare. Me ne tiro anche una decina al giorno, tu vedessi che spettacolo, poi vengo e mi esce una roba strana, mi pulisco con la carta igienica e dopo sto benissimo. A volte me le tiro anche a scuola, in bagno. Tu te le tiri mai?”
Pare che Lucianino non sapesse minimamente di cosa stesse parlando Onanista.
Il Fato prescrisse che Timida Carlotta, seduta accanto a Lucianino, udisse le proposizioni ...