II
La rabbia e il cervello
Parliamo del cervello, e spieghiamo come nasce la rabbia e che cosa succede quando essa si scatena.
Chi detta legge nel nostro cervello, chi tiene banco per esprimere o inibire la rabbia, è quello che potremmo definire «il circuito della rabbia», e cioè la corteccia prefrontale, l’amigdala e l’ipotalamo, e altri centri nervosi. È una sorta di quartier generale, caratterizzato da competenze diverse, ognuna delle quali è coinvolta, a modo suo, nel favorire o frenare i comportamenti rabbiosi e aggressivi.
In questo contesto l’amigdala gioca un ruolo centrale, perché rappresenta il principale «sponsor», sostenitore della rabbia. All’amigdala si oppone, esercitando una funzione di controllo, di freno, la corteccia prefrontale, che agisce come una sorta di «tutor biologico», in quanto cerca di ostacolare, impedire gli impulsi, i gesti e le azioni improvvise che emergono nei vari contesti e conflitti.
Il sistema limbico, e soprattutto l’amigdala, controlla alcune emozioni primarie come la rabbia e la paura. In che modo agisce l’amigdala?
L’amigdala è in sostanza una sorta di aggregato, raggruppamento di neuroni che abita nel cosiddetto «sistema limbico», un circuito all’interno del cervello preposto a realizzare le principali emozioni espresse dall’essere umano. È infatti il luogo dove le emozioni, come la paura, il panico, l’aggressività, l’ostilità, e la rabbia stessa, vengono concepite e prendono forma. Da qui parte l’impulso che ci fa agire rapidamente quando incombe un pericolo, una minaccia, un’insidia. L’amigdala – ne abbiamo due, una per ogni emisfero cerebrale – è specializzata in questioni istintivo-emotive. Essa è raggiunta da stimoli di diversa natura, che vengono rapidamente analizzati, valutati in concerto con altri centri nervosi per decidere quale dovrà essere la risposta più congrua, opportuna da dare. Per quanto riguarda la rabbia nel mondo animale, questa emozione ha una sua utilità evolutiva perché finalizzata a ribadire i confini territoriali, il prestigio sociale e la gerarchia all’interno del gruppo, nonché il diritto all’accoppiamento per la sopravvivenza e il mantenimento della specie. Se asportassimo l’amigdala dal cervello di un animale, questi non avrebbe più reazioni dettate dalla rabbia e dalla paura. Anche nel caso di noi esseri umani, la rabbia ci mantiene in uno stato di allerta e ci conferisce la giusta motivazione per affrontare qualsiasi pericolo o ostilità presente all’interno o all’esterno dell’ambiente in cui viviamo.
Dunque, immaginiamo che all’amigdala, che è una specie di centralino a cui arrivano chiamate di diversa natura e provenienza, giunga un’emozione rozza, non mediata: la rabbia.
La rabbia, in realtà, è una risposta a uno stimolo, a una parola, a una provocazione, a una spinta, o a un atto palesemente ostile, aggressivo. In quel momento vengono contemporaneamente interpellati, in una sorta di «consiglio di guerra», la corteccia prefrontale, l’amigdala e l’ipotalamo, che detengono un po’ la leadership del nostro cervello. Quando arriva lo stimolo, tra i primi a essere consultata è la corteccia prefrontale, in quanto costituisce la parte più saggia e ragionevole, che è in possesso di una maggiore esperienza, e quindi invoca prudenza. L’obiettivo finale è quello di raggiungere un compromesso vantaggioso fra le tre componenti del nostro cervello e concordare tra loro la risposta migliore a qualcosa che ha suscitato una certa attenzione e paura.
page_no="36" Si tratta di una sorta di stanza dei bottoni.
Sì, una specie di cabina di regia, di plancia di comando dove vengono pianificate le decisioni, che potranno essere quella di esprimere una rabbia furiosa o, al contrario, di riflettere e prendere tempo.
Nel precedente libro sugli attacchi di panico abbiamo spiegato che, di fronte a un pericolo, le reazioni dell’uomo sono due: l’attacco o la fuga. Ma esiste una terza possibilità: il cosiddetto «freezing», cioè l’immobilità, la paralisi. In ogni caso si producono inizialmente alcune reazioni fisiologiche, come una forte sudorazione, l’aumento della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca. E arriva poi il momento di agire di fronte a un avversario che ci minaccia: possiamo paralizzarci o fuggire, e in questi casi la rabbia non viene utilizzata e rimane dentro di noi, oppure affrontare il nemico e combattere, dando libero sfogo alla rabbia.
Sì, perché di fronte a una minaccia, a un pericolo reale, il nostro cervello dispone di opzioni diverse: rispondere subito in modo rapido, violento, improvviso, o realizzare che non è il caso di farlo, perché per esempio capisce all’istante che il nostro avversario è molto più forte di noi. E allora per non rischiare, o per salvare la vita, è meglio rinunciare alla lotta o fuggire. Ecco, nel momento in cui riflettiamo, valutiamo bene ciò che è più opportuno, vantaggioso per noi, prevale nel nostro cervello il contributo della corteccia prefrontale, una sorta di «pace-maker della prudenza». Essa cerca di evitare che le nostre risposte siano troppo rapide e impulsive, perché questo potrebbe tradursi in un danno irreparabile per noi. E per fare ciò vieta all’amigdala di passare all’attacco, ci convince che ciò che è accaduto non è poi così grave e frena la rabbia, impedendo che si sprigioni, perché a quel punto ci farebbe reagire, e sarebbe poi troppo tardi per fermarci. Scongiurato lo scontro, possiamo tentare di affrontare il problema in modo diverso, per esempio cercando pacificamente un accordo a parole.
page_no="37" Ecco, dunque, l’importanza delle esperienze passate e della memoria. Il cervello apprende e si trasforma.
Occorre prendere atto una volta per tutte che il nostro cervello è in possesso di una qualità straordinaria, quella di essere un organo in grado di modificare in modo continuo e flessibile la sua architettura, la sua struttura, arrivando a plasmare, modellare se stesso. Questa caratteristica, che dura per tutta la vita, ha letteralmente rivoluzionato molte delle nostre certezze, conoscenze scientifiche relative al funzionamento del cervello. Si è visto infatti che, ogni volta che ci muoviamo, parliamo, ascoltiamo, o compiamo qualsiasi altra azione, lasciamo un’impronta in quest’organo che, da quel momento in poi, non sarà più lo stesso, perché avrà cambiato la sua configurazione e il suo assetto.
In effetti, il concetto di plasticità cerebrale ha rappresentato una vera e propria rivoluzione, perché fino ad allora si era convinti che le persone nascessero con un patrimonio neuronale stabilito, fisso e immutabile, con il quale avrebbero dovuto fare i conti fino alla morte.
Oggi questo concetto è stato smentito, perché si è dimostrato che il cervello non solo è un organo mutevole, che cambia, ma che alcune funzioni, come la memoria, l’apprendimento, il modo di pensare e di agire, vengono costantemente influenzate, modificate dall’interazione, comunicazione tra il cervello e l’ambiente.
È questo il concetto di organo mutevole e plastico, giacché esso si comporta, al suo interno, come una sorta di pendolo, di «organo in movimento», che oscilla, risponde agli stimoli, ed è disposto ad assumere un equilibrio diverso, attraverso la creazione di nuove sinapsi, ponti di contatto tra neurone e neurone, tra agglomerati, costellazioni di neuroni, tra zone diverse del nostro cervello, pronte a modificare le connessioni, i contatti tra loro, pur di scambiare informazioni preziose e di assolvere a nuove funzioni. Il cervello possiede una frenetica plasticità nei primi anni di vita di ogni persona, che diventa ancora più esuberante durante l’adolescenza, ma che comunque, seppure in misura minore, ci accompagna per tutta la vita.
Quindi non si dovrebbe mai smettere di sollecitare costantemente il cervello?
No, perché gli faremmo un’offesa. Oggi le neuroscienze stanno progressivamente svelando i segreti e i vantaggi della plasticità cerebrale, fino a qualche tempo fa ancora incomprensibili. Ciò apre, naturalmente, scenari inediti e suggestivi sia in ambito terapeutico, sia nel campo della prevenzione e della riabilitazione di quest’organo. Infatti si è visto che particolari stimoli e sollecitazioni di tipo biologico e fisico possono contribuire a far recuperare certe importanti funzioni, come per esempio il linguaggio, l’equilibrio, il movimento, che erano andate perdute o compromesse a causa di un danno a carico del nostro cervello.
Se, dunque, quest’organo viene sollecitato e allenato, può giungere a un recupero totale o parziale anche di altre funzioni, come l’attenzione, la concentrazione, l’apprendimento, la memorizzazione.
Che ruolo gioca oggi l’età in questo discorso?
L’età non conta e non deve rappresentare un limite o un alibi. La plasticità ci riconsegna il cervello come un organo in grado di migliorare le sue prestazioni, se stimolato e sollecitato in modo adeguato. E allora, per esempio, lo svolgimento di una regolare, costante attività fisica e mentale può essere una sfida, uno stimolo in più, che sarà di notevole aiuto per il funzionamento e l’equilibrio di quest’organo. E questo, come dimostrano alcune ricerche, è possibile a qualsiasi età con l’allenamento continuo, attraverso il mantenimento di alcuni interessi come leggere, scrivere, avere degli hobby.
Insomma, attraverso una vita di relazione soddisfacente, si ha un netto miglioramento del rendimento del nostro cervello.
page_no="39" Oggi è possibile studiare i substrati neurologici delle emozioni. Con quali strumenti?
Oggi disponiamo di un apparato di sofisticati mezzi tecnologici ideati, principalmente, per studiare e approfondire le conoscenze sul nostro cervello. Questi strumenti, sfruttando a vario livello i fenomeni fisici che avvengono all’interno di quest’organo, sono in grado di produrne immagini suggestive. Le metodiche più utilizzate sono soprattutto la Risonanza magnetica funzionale, la Pet e la Spect, che in modo diverso «indagano», raccogliendo una sorta di dossier fotografico, un film, con informazioni visive su alcune funzioni svolte dal nostro cervello. La più spettacolare è senza dubbio la Risonanza magnetica funzionale, grazie alla quale è possibile documentare, «filmare» il cervello in azione, mostrando in un certo senso il «respiro» di quei neuroni impegnati in una delle molteplici attività di quest’organo, proprio nel momento in cui vengono compiute. Il risultato finale è che si «illuminano», si accendono, in particolare quelle parti del cervello direttamente impegnate a svolgere una data funzione.
Gli stimoli che vengono presentati alla persona che si sottopone a questi esperimenti sono solo verbali, oppure anche olfattivi, visivi…
Possono essere cibi, oppure immagini o odori. Insomma, tutto ciò che stimola i nostri sensi.
A volte, però, queste tecnologie vengono utilizzate per scopi diversi da quelli scientifici, di ricerca, cioè per usi, diciamo, più «commerciali». Gli stimoli somministrati alle persone in tali esperimenti servono per testare le loro risposte a quesiti specifici.
Gli stimoli utilizzati possono essere i più disparati: cibi, fotografie, oppure profumi, un brano musicale o addirittura uno slogan, e poi verificare contemporaneamente che cosa succede nel loro cervello. Se, cioè, in quel momento si «accende» la zona del gradimento o quella del disgusto. I risultati così ottenuti vengono successivamente elaborati, analizzati e poi sfruttati per creare campagne commerciali mirate, ma sono anche utilizzati dai cosiddetti «consulenti d’immagine» per far ottenere alti indici di successo e di popolarità ai personaggi che si rivolgono a loro.
Queste tecniche non vengono utilizzate solo a scopi commerciali, ma servono anche per studiare alcuni disturbi neurologici. Ne abbiamo già parlato in «Panico».
Certo, sono molto utili, oltre che necessarie per individuare, localizzare quali aree del cervello sono coinvolte in particolari disturbi. Nel caso dell’attacco di panico, mostrando per esempio le immagini della zona del cervello che si «attiva» quando è in corso una crisi, possono aiutare a chiarire le idee, e cioè a stabilire una volta per tutte che l’attacco di panico non è un capriccio o un’invenzione di chi ne soffre, ma una malattia a tutti gli effetti, che merita rispetto e, soprattutto, una cura adeguata. E questo non è poco.
Che cosa succede durante questi esperimenti? Si illuminano delle parti del cervello? Che cosa si vede?
Si evidenzia, in modo chiaro, quali zone del cervello si accendono maggiormente durante una determinata attività o in risposta a un particolare stimolo, giungendo così a stabilire, indirettamente, la loro specifica funzione, ma anche il significato che tutto ciò assume alla luce di un dato esperimento.
La Risonanza magnetica funzionale è una delle più innovative, preziose tecnologie per studiare il funzionamento del nostro cervello. Per tanto tempo quest’organo è stato un mistero, una specie di scatola nera impenetrabile. Adesso, con questa e altri innovativi strumenti, è possibile ottenere, in un certo senso, il «reality show» del nostro cervello, osservandolo proprio nel momento in cui una data persona sta compiendo o provando qualcosa, come per esempio un’intensa emozione.
Consente quindi, in tempo reale, di misurare il grado di attività di una determinata parte del cervello.
Sì, e può essere utilizzata anche nel caso di malattie, come l’ictus e le neoplasie, per capire cosa succede nel cervello del paziente dopo aver subìto danni così importanti. È molto utile anche per lo studio di alcune malattie neurodegenerative del cervello, come per esempio il morbo di Alzheimer o il morbo di Parkinson. Ma il suo impiego più innovativo è per approfondire l’origine e la localizzazione dei principali sintomi di alcune malattie psichiatriche, come la schizofrenia, la depressione, le fobie, le ossessioni e le malattie accompagnate da impulsi di varia natura.
E che cos’è l’elettroencefalografo?
È un apparecchio che registra l’attività elettrica di alcuni neuroni, soprattutto quelli della corteccia cerebrale, rilevando variazioni di segnale elettrico che vengono registrate da elettrodi applicati in alcuni punti precisi della testa. Si usa per diagnosticare disturbi come l’epilessia, ma può essere utile anche per individuare emorragie, infiammazioni, tumori del cervello. Inoltre viene utilizzato nei disturbi del sonno.
Uno studio elaborato dallo University College di Londra ha condotto all’individuazione e alla mappatura di una sorta di circuito cerebrale dell’odio. Attraverso una risonanza magnetica, facendo osservare al soggetto in esame delle foto di una persona odiata, si illuminavano le aree dette «putamen» e «insula».
Le aree del putamen e dell’insula sono i luoghi del nostro cervello che si accendono, in particolare, quando siamo in preda al sentimento dell’odio o proviamo disgusto. Più intenso e forte è l’odio che si prova, e più intensa è l’attività di questi centri.
Quindi, anche solo guardare la fotografia della persona odiata…
… fa «brillare», mette in risalto queste zone del cervello, facendole entrare in uno stato di allerta. Ma in realtà viene sollecitata anche quella parte del nostro cervello, l’ippocampo, in cui è archiviato, depositato il ricordo e l’emozione negativa che quella persona ci ha già suscitato, procurato nel passato. Un ricordo che quest’organo si guarda bene dal cancellare.
page_no="42" Tutti questi studi che si stanno effettuando negli ultimi tempi sul cervello per individuare le varie aree cerebrali del panico, dell’odio, dell’amore, porteranno in futuro alla possibilità di intervenire sulle singole emozioni?
Innanzitutto ci consentiranno di completare la mappa della sconfinata geografia del nostro cervello, da cui dipende uno degli aspetti più affascinanti e misteriosi dell’essere umano, quello che riguarda il mondo delle nostre emozioni. E poi ci aiuteranno a comprendere meglio, a «vedere» come e perché compiamo certi gesti, azioni, e che cosa si «inceppa», in un determinato momento, facendoci perdere il controllo di noi stessi. Se riuscissimo, per esempio, a individuare con precisione la zona del cervello da cui si sprigiona un impulso distruttivo, potremmo cercare in futuro di raggiungerla con farmaci mirati e selettivi in grado di scongiurare tempestivamente che ciò si verifichi, prevenendo così la comparsa di disturbi o comportamenti pericolosi. E potremmo anche verificare se, dopo aver curato quella persona, tali aree saranno ritornate a funzionare in modo normale.
Abbiamo parlato dell’amigdala come di un fattore importante nello scatenamento della rabbia. Effettuando alcuni esami su un serial killer americano, che poi si è suicidato, si è visto che aveva un tumore al cervello che premeva sull’amigdala. Questo dimostrerebbe dunque la forte correlazione fra l’amigdala e l’espressione della violenza?
Questo significa che alcuni danni, alcune lesioni in particolari zone del cervello possono, in una persona fino ad allora perfettamente normale, cambiarle radicalmente il carattere, rendendola capace di compiere all’improvviso gesti impulsivi, violenti, senza la minima possibilità di controllo. E l’amigdala, per le funzioni che svolge, è certamente uno dei punti più «nevralgici», sensibili a questi cambiamenti, perché è senza dubbio uno dei luoghi chiave, quello in cui la rabbia, l’aggressività e la violenza prendono forma.
page_no="43" È vero che anche l’ippocampo svolge un ruolo importante per le emozioni? Ho letto che in caso di stress, o dopo un trauma, l’ippocampo si modifica, si restringe.
Sì, uno stress prolungato e di forte entità è in grado, alla lunga, di modificare la conformazione, l’aspetto dell’ippocampo, una zona del cervello che viene spesso indicata come una dei principali centri della memoria e dell’apprendimento, ma che è anche coinvolta, insieme all’amigdala, in alcune emozioni come il panico e la paura. Anche un forte trauma può incidere sulla morfologia, le dimensioni e il funzionamento di questo importante centro nervoso, perché i neuroni di cui è composto sono strettamente legati alle esperienze, alle emozioni e ai ricordi più significativi della nostra esistenza. Ci sono casi di persone, per esempio, che ricordano perfettamente il loro primo attacco di panico o un’aggressione avvenuta tanti anni prima, proprio perché l’ippocampo ha registrato quell’esperienza come un’emozione particolare e contribuisce a fissarla per un lunghissimo periodo nella memoria. Quando subiamo uno stress che si protrae, che dura nel tempo, il nostro organismo mantiene elevato un ormone, il cortisolo, una sorta di sentinella permanente, che vigila, fino a quando lo stress non si estingue, non si esaurisce.
Anche nel capitolo precedente ha parlato del cortisolo, che viene spesso definito l’«ormone dello stress».
È un ormone che viene rapidamente prodotto, nel giro di pochi minuti, dalle ghiandole surrenali nelle situazioni di stress sia fisico sia psichico. La sua presenza è molto preziosa, all’inizio, per il rendimento e l’efficienza del nostro organismo, quando dobbiamo affrontare un pericolo, ma a lungo andare può alterare le nostre difese immunitarie, come pure causare improvvisi cambiamenti della glicemia, della pressione arteriosa e del metabolismo.
Ho letto che il dottor Graeme Fairchild dell’Università di Cambridge, coordinatore di una ricerca pubblicata sulla rivista «Biological Psychiatry», ha rilevato un’associazione tra alcune forme di violenza e bassi livelli di cortisolo nel sangue. Sembra che, nelle situazioni che sottopongono a stress psicofisico l’individuo, la secrezione di cortisolo aiuti a controllare le emozioni, soprattutto gli impulsi violenti. Chi produce più cortisolo, e più velocemente durante l’evento, è dunque in grado di ragionare con maggiore calma ed equilibrio. Lei che ne pensa?
Indubbiamente il cortisolo ha un’importanza cruciale nelle situazioni di stress, perché svolge un po’ il ruolo di «regista» assoluto quando viviamo circostanze che possono mettere a rischio la nostra salute e sicurezza. Infatti, questo ormone ha effetti molto più duraturi di altre sostanze (come l’adrenalina e la noradrenalina), quando l’organismo è sotto scacco, sotto pressione, per un’insidia di varia natura. Ciò è positivo perché in questo modo le situazioni di pericolo possono essere affrontate in maniera ottimale, senza rischiare di rimanere sguarnit...