L’appartamento è in centro, in uno stabile decoroso che avrebbe però bisogno di parecchi interventi di manutenzione. Il quartiere è quello di San Salvario, diventato da anni, insieme alla zona di Porta Palazzo, il primo approdo di extracomunitari soprattutto neri o magrebini. La convivenza con la popolazione originaria è stata agli inizi molto difficile e spesso conflittuale; sparivano mercerie e cartolerie sostituite da kebab, transfer money e phone center; gli schiamazzi e le risse si infiammavano appena calava il buio e le bottiglie di birra che decoravano ogni angolo di marciapiedi si trasformavano spesso in armi da combattimento. Poi la situazione si è normalizzata o quasi, ma il quartiere resta comunque in ampia parte area di spaccio e di prostituzione, il che spiega perché Mariangela sia riuscita ad acquistare un bel bilocale a una cifra ridicolmente bassa rispetto ai valori di mercato nelle zone limitrofe. Nel suo palazzo, oltre alla dozzina di famiglie italiane, abitano due senegalesi grossi e tosti che lavorano come guardiani di supermercati, due ragazze somale che fanno le colf, un paio di nigeriane che si sono conquistate un pezzo di strada tra Moncalieri e Trofarello e tre magrebini di cui tutti ignorano ma presumono l’attività. Attività che comunque non ha portato disturbo a nessuno, perché i tre compari hanno avuto l’avvertenza di gestire il loro business lontano da casa, in modo da evitare rischi inutili. In quanto a Mariangela, subito dopo il suo arrivo è stata per così dire adottata non solo dai due senegalesi, che si sono prestati ad aiutarla nello striminzito trasloco e che intervengono a suo favore per i lavori di fatica, ma anche dalla sua vicina di ballatoio, la vedova Teresa Bergamini, che aveva vissuto settimane d’ansia quando l’appartamento, dopo essere stato ristrutturato, era stato messo in vendita e c’era il rischio che i nuovi vicini fossero fracassoni, malviventi o tossici. Che respiro di sollievo quando era comparsa davanti alla sua porta Mariangela, che non solo era una bella ragazza dall’aria rispettabile, anzi come si dice pulita, ma che aveva pure avuto la finezza di portare una scatola di cioccolatini per iniziare un rapporto di buon vicinato!
Mettere su casa era stato per Mariangela fonte di piacere prolungato e profondo, nonostante le fatiche cui si era sobbarcata, prima fra tutte quella di imbiancare le pareti e ripulire alla perfezione i pavimenti, che i muratori della ristrutturazione non avevano trattato con troppi riguardi. Ma che soddisfazione le dava la prospettiva che, col tempo, avrebbe potuto arredarla a suo gusto, la nuova casa, senza centrini di pizzo, senza cuscini con federe multicolori all’uncinetto, senza bomboniere esposte come ninnoli nella vetrinetta e soprattutto senza i mobili falso-antichi che i suoi avevano creduto simbolo di distinzione e di elevazione sociale! Mobili ingombranti e poco funzionali, i cui spigoli erano responsabili di mille lividi, mobili arcigni che non invitavano all’allegria, ma che erano “Rinascimento”, a detta dei suoi, che per fortuna se li erano portati dietro in Calabria, anche se il trasloco gli era costato una fortuna. Erano i mobili del loro matrimonio, di una lunga porzione della loro vita, delle speranze che li avevano accompagnati negli anni e abbandonarli sarebbe stato come tradire il proprio passato. Senza contare che né Mariangela né Giuseppe li avevano voluti.
Lei si era accampata lì come una profuga, con la rete e il materasso della sua camera di ragazza, uno stendino al posto del vecchio armadio (troppo brutto!), due sedie che si proponeva di far fuori il più presto possibile, il tavolino di plastica ex bianca che stava sul terrazzino della casa dei suoi, uno scaffale su cui aveva appoggiato un fornello a gas da campeggio e tante tante cassette per banane che aveva raccattate al mercato di piazza Madama Cristina, e poi foderate e riempite di tutti gli altri suoi beni. Il trasloco era avvenuto sul furgoncino di Nevio, un suo amico, che gliel’aveva fatto gratis una domenica mattina, e quando avevano cominciato a scaricare erano arrivati in soccorso i due mazinga senegalesi, forse attratti e insieme impietositi dalla miseria di quelle masserizie. La vedova Bergamini per fortuna era a messa grande, se no si sarebbe probabilmente ricreduta sull’affidabilità della nuova vicina.
Dopo le spese per gli allacciamenti, l’apertura del mutuo e la parcella del notaio le restavano ancora cinque milioni: decise di tenerne da parte la metà per le evenienze impreviste (la madre l’aveva educata all’insegna del non si sa mai, e qualcosa di quell’insegnamento le era comunque rimasto impresso) e di spendere l’altra metà, che non era una grossa cifra, per l’arredamento, ma senza fretta.
Il primo acquisto fu un letto di ferro da una piazza e mezza scovato da un rigattiere al mercato del Balon e comprato dopo una contrattazione da suk, in cui era riuscita a spuntare dal venditore un prezzo incredibile grazie al fatto che era giovane, carina e sorridente. Gliel’aveva anche portato a domicilio, il venditore, sperando forse in una mancia in natura, ma lei aveva schierato a difesa la vedova Bergamini, ormai conquistata del tutto, gabellandola come zia. Dopo, su quel letto, ci aveva lavorato di spazzola di ferro per grattare la ruggine, l’aveva verniciato col Ferox, gli aveva passato una mano di cera e l’aveva lucidato: era diventato uno splendore, soprattutto con la coperta bianca di picchè che le aveva regalato Barbara. E sempre Barbara le aveva fatto avere, qualche mese dopo, un divano letto di design, reduce da un’esposizione, con lo sconto verace del sessanta per cento sul prezzo di listino, un divano da signori che non si sarebbe potuta permettere senza l’intervento dell’amica. Ma perché un divano letto e non un semplice divano?, le aveva però chiesto. Perché abiti in un bilocale e se vengono a trovarti i tuoi dove li fai dormire? o dove dormi tu? per terra? e poi due posti letto in più servono sempre, chissà mai cosa ti può capitare in futuro…, era stata la risposta. Allora Mariangela non sapeva cosa le sarebbe capitato in futuro, e dei due posti in più non sapeva che farsene.
Dopo il divano era arrivato un regalo congiunto di Silvia e Barbara, quattro belle sedie e un tavolo, e poi, a intervalli di mesi, aspettando le occasioni e risparmiando parecchio sullo stipendio, quasi tutto il resto.
Un anno e più in giostra, sulle montagne russe dei mercatini, sul toboga dell’esplorazione delle vetrine, sull’otto volante degli acquisti lungamente meditati e pregustati. La casa che diventava sempre più sua, prendeva la sua impronta, diventava il nido, la sicurezza, la protezione, e in casa lei si aggirava la sera con un sorriso di compiacimento, canticchiando o addirittura accennando passi di danza sulla musica di canzoni trasmesse alla radio. In quell’anno e poco più nei suoi pensieri quasi non c’era stato altro: di un uomo al suo fianco non sentiva il bisogno perché le sue occupazioni le bastavano; dai dottori si trovava bene, anche se continuava, di tanto in tanto, a rispondere a offerte di lavoro per un posto di segretaria o di responsabile delle vendite, ma ogni volta gli annunci nascondevano qualche magagna – contratto a termine, sede fuori città e mal servita dai mezzi pubblici, stipendio al di sotto di ogni decenza.
Poi, l’ebbrezza della casa cominciò poco a poco a svanire, la necessità di risparmiare a farsi meno pressante e Mariangela si concesse qualche uscita serale in più, soprattutto nei fine settimana: una pizza, o un film, o un giro in un paio di pub, spesso con Silvia e Barbara, o una notte in discoteca, con un desiderio sottinteso ma ovvio, quello di trovare un ragazzo o un uomo con cui condividere le uscite, di cui innamorarsi e con cui fare l’amore. Nel giro della compagnia che aveva ripreso a frequentare i più erano coppie variamente stabili, ma c’erano pure due ragazzi scompagnati, due single, che cominciarono immediatamente a darsi da fare, ma con modi così rozzi e insieme goffi, che la indussero a scartarli subito, con gentilezza, ma senza finzioni, così come aveva accantonato, nei mesi precedenti, altre avance casuali, perché tutta presa dal pensiero della casa.
Poi, si mette di mezzo il caso. Un portafogli ritrovato, una buona azione da compiere, che dopo alcuni mesi si rivela una beffa maligna, uno schiaffo all’onestà, un tranello del diavolo, ammesso che ci si creda. Un portafogli da uomo in pelle marrone: novantaduemila lire più spiccioli, carta di credito Visa, bancomat, tessera sanitaria, patente. Maurizio Venturini, nato a Roma, trentadue anni, residente a Torino in via Giolitti 46.
Bell’uomo, a quanto risulta dalla foto tessera, che in genere trasforma tutti in criminali lombrosiani o in dementi reduci da elettrochoc. Bruno, occhi chiari, tra il grigio e l’azzurro, bocca e mento volitivi, viso ossuto. Mariangela ha trovato il portafogli sotto il cordolo del marciapiedi, seminascosto dal paraurti della sua macchina e la decisione più ovvia sarebbe quella di andare alla sezione dei vigili di quartiere e affidarlo a loro, ma quegli occhi grigioazzurri la inducono a scegliere un’altra strada. Entra nel bar più vicino, ordina una spremuta d’arancia e chiede di consultare la guida telefonica: nessun Maurizio Venturini in via giolitti. Potrebbe arrendersi, e invece la difficoltà la stimola: sono le sette e mezzo di sera, forse lo troverà a casa. Un tentativo solo, mercanteggia con se stessa, e se non lo trovo, se in casa non c’è nessuno, lascio perdere e vado dai vigili.
È davanti al portone di via Giolitti e sta cercando il cognome sulla pulsantiera dei citofoni, quando un uomo le si affianca, infila una chiave nella serratura e, tenendo semiaperto il battente, si volta e le chiede se vuole entrare.
«Maurizio Venturini?» chiede Mariangela che lo ha riconosciuto.
«Sì, perché?»
«Perché ho trovato questo» spiega lei mostrandogli il portafogli.
Lui lo guarda sorpreso, fruga nella tasca dei pantaloni e si arrende all’idea che è il suo e che l’ha ritrovato prima di essersi accorto di averlo perso, scuote la testa come per rimproverarsi, dice finalmente grazie tendendo la mano per prenderlo e poi ne controlla rapidamente il contenuto: soldi, carta di credito, bancomat, tessera sanitaria, patente: c’è tutto. Infine, come rendendosi conto della sua laconicità, le chiede se può offrirle un aperitivo, ma nell’invito non c’è calore, è solo una formula di cortesia, una specie di sdebitamento. Soprattutto non l’ha guardata, o meglio, ha come sorvolato sul suo aspetto, senza dedicargli la minima attenzione.
Mariangela ha un moto di dispetto, non tanto perché si è scomodata invano risparmiandogli la noia di bloccare la carta di credito e di fare la denuncia di smarrimento, ma perché, abituata com’è a sentire gli sguardi ammirati degli uomini sul suo corpo e sul suo viso, la mancanza d’interesse di lui le sembra una specie di insulto.
«No, per carità, non si disturbi» risponde piccata ma con un gran sorriso.
Allora lui si rende conto di essersi dimostrato quasi scortese e cerca di rimediare:
«Mi scusi, è che… che non so come ho fatto a perderlo.»
«Io lo so ancor meno di lei. Se vuole posso dirle dove l’ho trovato.»
«Sì, dove?»
«All’inizio di via Livorno, quasi davanti al coloraio. Sotto il cordolo del marciapiedi.»
«Ah, ecco, devo averlo infilato male nella tasca dei pantaloni.»
Nel frattempo l’ha finalmente guardata davvero: una bella ragazza, che gli ha fatto un gran favore senza averne il minimo obbligo.
«Senta, davvero non lo vuole, un aperitivo?» chiede in modo molto più caloroso di prima, con un sorriso come di scusa.
Un bel sorriso, pensa lei, la foto non era bugiarda. Nell’insieme un uomo niente male, alto, spalle larghe, corporatura probabilmente atletica sotto il maglione e il giubbotto, gambe lunghe, belle proporzioni. Uno che le donne non deve far fatica a trovarsele, e forse è per questo che non l’ha filata subito, ma poi si è accorto che anche lei è tutt’altro che da buttar via.
«Vada per l’aperitivo, è l’ora giusta. Ah, mi chiamo Mariangela.»
«E io Maurizio, ma lei lo sa già. Che ne dice se ci diamo del tu?»
L’aperitivo li ammorbidisce, li fa entrare subito in confidenza. A dire il vero, è lei la più sciolta, la più incline a parlare di sé, e questo contrasta con il suo comportamento abituale nei confronti degli uomini, dato che in genere preferisce stare un po’ sulle sue, sia per antica astuzia femminile, sia per...