La Certosa di Parma
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La Certosa di Parma

  1. 608 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

Peripezie e incertezze, amori e avventure interiori del giovane Fabrizio del Dongo, dalla battaglia di Waterloo alla prigionia nella Certosa di Parma. Il primo romanzo moderno, capolavoro di Stendhal.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2010
Print ISBN
9788804489993
eBook ISBN
9788852010989

Libro secondo

Con le sue grida continue, questa repubblica ci impedirebbe di godere della migliore monarchia.

La Certosa di Parma (cap. XXIII)

Capitolo XIV

Mentre Fabrizio andava a caccia dell'amore in un paesino intorno a Parma, il fiscale generale Rassi, che non immaginava di averlo così a portata di mano, continuava a seguire il suo caso come se l'istruttoria riguardasse un liberale: finse di non trovare testimoni a discolpa, o meglio li fece sparire con le minacce; e finalmente, dopo un meticoloso lavoro che gli era costato quasi un anno, un venerdì, circa due mesi dopo il rientro di Fabrizio a Bologna, la marchesa Raversi, in un tripudio di gioia, annunciò pubblicamente nel suo salotto che la sentenza emessa un'ora prima contro il piccolo del Dongo stava per essere presentata al principe per l'approvazione e la firma. Pochi minuti dopo la duchessa già sapeva quel che aveva detto la sua nemica.
"Deve essere servito proprio male dai suoi agenti, il conte!" pensò. "Solo stamattina era sicuro che la sentenza non sarebbe stata pronunciata prima di una settimana. Ma forse non gli dispiacerebbe tenere lontano da Parma il mio giovane gran vicario... e invece" aggiunse canterellando "lo vedremo tornare e un giorno sarà il nostro arcivescovo!" Poi chiamò il cameriere e disse:
«Riunite tutti i domestici in anticamera, anche i cuochi; andate dal comandante di piazza, chiedete il permesso per quattro cavalli di posta, e che siano attaccati entro mezz'ora!» Subito le donne della casa si affaccendarono nei preparativi; la duchessa si infilò in fretta un vestito da viaggio; per suo ordine, il conte non doveva saperne nulla: il piacere di prenderlo un po' in giro le dava un nuovo brio.
«Amici,» disse ai domestici radunati in anticamera «ho appena saputo che il mio povero nipote sarà condannato in contumacia per aver osato difendersi da un pazzo scatenato: era Giletti l'uomo che voleva ucciderlo. Ognuno di voi sa quanto sia dolce e inoffensivo il carattere di Fabrizio. Indignata da una simile offesa, io me ne vado, parto per Firenze: vi lascio la paga di dieci anni, ma se avrete qualche difficoltà, scrivetemi; finché avrò uno zecchino, ci sarà qualcosa anche per voi.»
Lo pensava veramente, quello che diceva, e quando finì di parlare i domestici piangevano; anche lei aveva gli occhi lucidi; continuò con voce commossa: «Pregate per me e per monsignor Fabrizio del Dongo, primo gran vicario della diocesi, che domattina verrà condannato ai lavori forzati o... e forse sarebbe la cosa meno stupida, a morte!».
Il pianto dei domestici si fece irrefrenabile, i singhiozzi diventarono grida, c'era quasi aria di rivolta; la duchessa salì in carrozza e si fece portare al palazzo del principe. Malgrado l'ora insolita, chiese al generale Fontana, l'aiutante di campo in servizio, di sollecitarle un'udienza. Ma non era in abito di corte, e l'aiutante parve allibito. Il principe, invece, non sembrò sorpreso né tanto meno irritato da una simile richiesta. "Tra poco vedremo quei begli occhi piangere!" pensava, fregandosi le mani. "Viene a domandarmi la grazia! Finalmente la vedrò umiliata, quella bella donna orgogliosa! Era insopportabile, con quelle sue ariette indipendenti... ha degli occhi che parlano, e alla minima contrarietà sembrava sempre che mi dicesse: Napoli o Milano sono molto, molto più piacevoli della vostra cittadina!... Non regno su Napoli o Milano, lo so, ma la nostra gran dama vuole chiedermi qualcosa cui tiene enormemente, e che dipende soltanto da me! L'avevo sempre detto che dall'arrivo di quel nipote sarebbe venuto fuori qualcosa di buono!"
Il principe camminava su e giù per lo studio, abbandonandosi deliziato alle più rosee previsioni. Il generale Fontana era rimasto sulla porta, impalato come un soldato al presentat'arm; vedendo come al principe brillavano gli occhi, e ricordando l'abito da viaggio della duchessa, pensò a un imminente crollo della monarchia. Il suo stupore fu al colmo quando udì il principe che gli diceva: «Chieda alla signora duchessa se può aspettare un pochino, diciamo un quarto d'ora!». Il generale aiutante di campo fece un perfetto dietro-front come se stesse alla parata, e uscì. Il principe sorrise di nuovo: "Fontana non è abituato a vederla aspettare, la nostra orgogliosa duchessa! Adesso le parlerà del quarto d'ora d'attesa, e con la sua faccia sbalordita preparerà senza saperlo il fiume di lacrime che tra poco vedremo versare qui dentro!". Fu un quarto d'ora delizioso per il principe; camminava nello studio a passi lenti e misurati, regnava. "Soprattutto, devo stare attento a non dire una parola a sproposito; malgrado quel che sento per lei, non devo scordare che è una delle dame più in vista della corte. Come si comportava Luigi XIV quando, per qualche motivo, non era contento delle principesse sue figlie?" e fissò intensamente il ritratto del gran re.
La cosa più divertente era che il principe non pensava nemmeno a chiedersi se doveva o no concedere la grazia, e che tipo di grazia. Dopo una ventina di minuti, il fido Fontana riapparve sulla porta; taceva. «La duchessa Sanseverina può entrare!» gridò il principe con aria teatrale. "E adesso cominciano le lacrime!" pensò; per meglio prepararsi allo spettacolo, tirò fuori il fazzoletto.
La duchessa non era mai stata così vivace, così bella; sembrava avesse meno di venticinque anni. Vedendola avanzare a passi rapidi e leggeri, sfiorando appena il tappeto, il povero aiutante di campo credette quasi d'impazzire.
«Sono davvero imperdonabile, Altezza!» disse la duchessa con la sua voce limpida e gaia. «Mi sono presa la libertà di presentarmi davanti a lei in un abito non precisamente conveniente: ma Sua Altezza mi ha abituata a una tale bontà che oso sperare ancora una volta nella sua benevolenza!»
La duchessa parlava piuttosto adagio: voleva godersi lo spettacolo della faccia del principe. Era deliziosa, le era rimasto ancora qualcosa della commozione e della dignità di poco prima: traspariva dal portamento della testa e dalla posa delle braccia. Il principe parve come fulminato. Con una vocina stridula e strozzata balbettava: «Come! Come!». Dopo la prima frase cerimoniosa, quasi per mostrarsi deferente, la duchessa gli lasciò tutto il tempo di rispondere; poi continuò:
«Oso sperare che Sua Altezza Serenissima si degni di perdonare la sconvenienza del mio abbigliamento!» Ma c'era troppa ironia nei suoi occhi, il principe non lo sopportò; si mise a guardare il soffitto: segno, per chi lo conosceva, del più profondo imbarazzo.
«Come! Come!» continuava a dire. Poi ebbe la gioia di formulare una frase intera: «Si sieda, signora duchessa!» e con un certo garbo le avvicinò una poltrona. La duchessa parve gradire la gentilezza e moderò gli sguardi.
«Come! Come!» ripeteva il principe agitandosi nella poltrona, dove sembrava non riuscisse a trovare la giusta posizione.
«Vorrei approfittare dell'aria fresca della notte per partire» cominciò la duchessa. «E siccome ritengo che si tratterà di un'assenza piuttosto lunga, non ho voluto lasciare lo Stato di Sua Altezza Serenissima senza prima ringraziarla di tutte le bontà che si è degnata di avere verso di me per cinque anni.» A queste parole, il principe finalmente capì, e diventò pallido: nessuno soffriva più di lui quando le cose non andavano secondo le sue previsioni. Poi assunse un'aria maestosa, degna del ritratto di Luigi XIV che aveva davanti agli occhi. "Era ora!" pensò la duchessa. "Ha deciso di fare l'uomo!"
«E qual è il motivo d'una partenza tanto improvvisa?» chiese il principe con voce già più ferma.
«Ci pensavo da tempo» rispose la duchessa «e un certo insulto fatto a Monsignor del Dongo, che domani sarà condannato a morte o ai lavori forzati, mi ha deciso ad anticipare la partenza.»
«E dove andrà?»
«A Napoli, credo.» Poi aggiunse: «Non mi resta che prendere congedo da Sua Altezza Serenissima e ringraziarla umilmente delle sue passate bontà». Si alzò. Aveva un'aria così decisa che il principe capì che tra due secondi sarebbe finito tutto; dopo una così smagliante partenza, qualsiasi tentativo di accomodamento diventava impossibile; non era donna da ritornare sui suoi passi. Le corse dietro.
«Ma lei sa bene, signora duchessa,» disse prendendole una mano «sa bene quel che ho sempre provato per lei! Dipendeva solo da lei dare un altro nome alla mia amicizia... È stato commesso un assassinio, questo nessuno può negarlo; ho affidato l'istruttoria ai migliori giudici.»
A quelle parole, la duchessa mutò del tutto atteggiamento; in un istante qualsiasi traccia di rispetto o di apparente cortesia scomparve dal suo viso: era una donna oltraggiata, adesso, una donna oltraggiata che sa di avere di fronte un uomo in malafede. C'era collera e anche disprezzo nelle parole che scandì lentamente:
«Lascio per sempre gli Stati di Sua Altezza Serenissima per non sentire mai più parlare del fiscale Rassi e di tutti gli infami assassini che hanno condannato a morte mio nipote e tanti altri; se Sua Altezza Serenissima non vuole rendermi amari gli ultimi momenti che passo vicino a un principe cortese e spiritoso, quando non è ingannato da chi lo circonda, la prego umilmente di non ricordarmi quei giudici infami, che si vendono per mille scudi o per una croce!»
Era stata splendida. Fu soprattutto la sincerità con cui aveva parlato a impressionare il principe; per un attimo temette di vedere la sua dignità compromessa da un'accusa ancor più diretta, ma alla fine si accorse di provare qualcosa non del tutto sgradevole: la ammirava! In quel momento la duchessa era d'una bellezza sublime. "Dio, com'è bella!" pensò il principe. "A una donna simile devo pur perdonare qualcosa!... Non credo che ne esista un'altra così in tutta Italia... ma sì, forse con un po' di abilità potrei anche farne la mia amante! C'è una bella differenza tra lei e quella specie di pupattola della Balbi, che continua a rubare ogni anno almeno trecentomila franchi ai miei poveri sudditi!... Ma ho sentito bene? Ha detto: condannato mio nipote e tanti altri." La collera affiorò; poi, dopo una pausa di silenzio, disse con tono altero, degno del suo rango: «E cosa bisognerebbe fare perché la signora non parta più?».
«Qualcosa che lei non può fare, perché non ne è capace!» rispose la duchessa con un'ironia amara, carica di evidente disprezzo.
Era fuori di sé, il principe, ma il suo mestiere di sovrano lo aveva abituato a resistere agli impulsi incontrollati. "Devo avere questa donna," pensava "devo averla perché è un mio diritto; poi la farò morire di disprezzo... Se esce di qui, non la rivedo più." Ma, sconvolto dalla rabbia e dall'odio, non riusciva a trovare le parole adatte per soddisfare se stesso e convincere la duchessa a non abbandonare immediatamente la sua corte. "Non posso continuare a ripetermi e neppure fare un gesto ridicolo!" e andò a mettersi tra la duchessa e la porta. Poco dopo sentì bussare timidamente.
«Chi è l'imbecille,» urlò, fuori di sé, imprecando con quanto fiato aveva in corpo «chi è l'imbecille che si permette d'imporre qui dentro la sua stupida presenza?» Il povero generale Fontana si affacciò, pallidissimo e sconvolto; con l'aria d'un uomo in agonia balbettò: «Sua Eccellenza il conte Mosca sollecita l'onore d'essere ricevuto».
«Che entri!» gridò il principe. Mosca lo stava ancora salutando, ma lui lo interruppe:
«Eccoci qua! La signora duchessa Sanseverina stava annunciandomi che lascerà Parma oggi stesso per andare a vivere a Napoli! E oltre a tutto mi dice delle insolenze!»
«Ma come?» disse Mosca impallidendo.
«Perché? Non ne sapeva niente, lei, di questo progetto?»
«Assolutamente! Ho lasciato la signora alle sei, ed era allegra, contenta...»
Le sue parole produssero sul principe un effetto incredibile. Guardò Mosca: era sempre più pallido. Capì che non era complice del colpo di testa della duchessa. "Ma allora" pensò "la perdo per sempre... e se ne va tutto, insieme a lei, il piacere di possederla, la mia vendetta... A Napoli si divertirà col suo nipotino a fare epigrammi sulla grande ira del piccolo principe, il principe di Parma!" Guardò la duchessa: sul suo viso c'era collera e disprezzo; stava fissando il conte Mosca, e i delicati contorni della bocca esprimevano il più amaro compatimento. Sembrava che volesse dirgli: Non sei altro che un vile cortigiano! "Ma in questo modo non ho più nessun mezzo per trattenerla! Se esce da questa stanza l'ho perduta, e Dio solo sa cosa andrà a dire a Napoli sui miei giudici... con quello spirito, con quell'incredibile capacità di convincere chiunque, le crederanno tutti! Grazie a lei mi farò la fama del tiranno buffone, che di notte si alza per guardare sotto il letto..." Allora, con abile manovra, finse di voler camminare per calmarsi e andò di nuovo a mettersi davanti alla porta; il conte era a tre passi da lui, ma così pallido, disfatto e tremante che dovette appoggiarsi alla spalliera della poltrona su cui si era seduta la duchessa all'inizio dell'udienza, e che il principe, in un momento di rabbia, aveva spinto lontano. Il conte era innamorato: "Se parte, io la seguo," pensava "ma lei mi vorrà? questo è il problema!".
Alla sinistra del principe, la duchessa, in piedi a braccia incrociate e strette sul petto, lo guardava con sorprendente impertinenza; era pallidissima, adesso, e il bel colorito che un attimo prima la animava era scomparso.
A differenza degli altri due, il principe aveva la faccia tutta rossa e pareva agitatissimo: con la sinistra giocherellava freneticamente con la croce del gran cordone; con la destra si carezzava il mento.
«Che si fa?» disse al conte, senza sapere cosa stesse facendo lui stesso, e solo per l'abitudine di consultarlo su tutto.
«Non so, Altezza Serenissima...» disse il conte con l'aria di chi esala l'ultimo respiro. Riuscì a malapena a rispondere. Udire quella voce flebile fu la prima consolazione per l'orgoglio ferito del principe: una gioia minima, che però gli suggerì una frase felice, almeno per il suo amor proprio.
«Bene,» disse «dei tre, il più ragionevole credo di essere io. Voglio dimenticare completamente la mia posizione: parlerò da amico.» E aggiunse, con un sorriso di condiscendenza, nel più puro stile Luigi XIV: «Da amico che parla ad amici! Signora duchessa, cosa dobbiamo fare per farle dimenticare una decisione tanto intempestiva?».
«Non saprei davvero,» rispose la duchessa con un gran sospiro «proprio non saprei... Parma mi disgusta talmente...» Non c'era traccia di ironia, nelle sue parole: si capiva che parlava con assoluta sincerità.
Il conte si voltò bruscamente verso di lei; il cortigiano, in lui, era scandalizzato. Rivolse al principe uno sguardo supplichevole. Dignitoso e imperturbabile, l'altro lasciò passare un minuto, poi si rivolse al conte:
«Vedo che la sua affascinante amica è completamente fuori di sé. È comprensibile, adora suo nipote.» E, voltandosi verso la duchessa, aggiunse con uno sguardo galante e l'aria di chi sta recitando la battuta d'una commedia: «Cosa bisogna fare per piacere a quei begli occhi?».
La duchessa aveva avuto il tempo di riflettere; con voce calma e lenta, come se stesse dettando il suo ultimatum, disse:
«Sua Altezza scriverà una lettera molto cortese, come sa fare tanto bene; dirà che, non essendo convinto della colpevolezza di Fabrizio del Dongo, primo gran vicario dell'arcivescovo, non firmerà per nessun motivo la sentenza che tra poco le presenteranno, e che quell'ingiusto procedimento non avrà seguito in futuro.»
«Come ingiusto esclamò il principe, paonazzo di rabbia.
«E non è tutto!» ribatté la duchessa con la fierezza di un'antica romana. «Stasera stessa e qui guardò l'orologio «sono già le undici e un quarto! Stasera stessa Sua Altezza Serenissima farà sapere alla marchesa Raversi che la consiglia vivamente di andare in campagna a riposarsi delle fatiche che deve esserle costato un certo processo di cui parlava proprio oggi, nel suo salotto!» Il principe camminava su e giù per la stanza; era furibondo.
«S'è mai vista una donna simile?...» gridava. «Mi manca di rispetto!»
La duchessa rispose con garbo perfetto:
«In vita mia non ho mai pensato di mancare di rispetto a Sua Altezza Serenissima; Sua Altezza ha avuto la grande benevolenza di dire che avrebbe parlato da amico. Del resto, non ho nessuna voglia di restare a Parma!» aggiunse, guardando il conte Mosca con supremo disprezzo. Fu il suo sguardo a convincere il principe, indeciso fino a quel momento: certo, le parole della duchessa sembravano esigere un impegno; ma lui alle parole non aveva mai dato peso.
Discussero ancora un po', e alla fine il conte Mosca ebbe l'ordine di scrivere il gentile bigliettino sollecitato dalla duchessa. Omise la frase quell'ingiusto procedimento non avrà seguito in futuro. "Non è necessario," pensò il conte "basta che il principe prometta di non firmare la sentenza che gli presenteranno." Il principe firmò, ringraziandolo dell'attenzione con un'occhiata.
Il conte commise un grosso sbaglio: il principe era stanco e avrebbe firmato qualsiasi cosa, anche perché gli sembrava di aver fatto una discreta figura. Del resto, per lui l'essenziale della faccenda stava tutto in queste parole: "Se la duchessa parte, la corte mi diventerà insopportabile in meno d'una settimana". Il conte notò che il principe aveva corretto la data con quella del giorno dopo. Guardò la pendola, era quasi mezzanotte. Interpretò la correzione di data come un desiderio un po' pedante di dar sfoggio di precisione e buon governo. Riguardo all'esilio della Raversi, non ci fu la minima difficoltà: il principe provava un gusto folle a esiliare la gente.
«Generale Fontana!» gridò, socchiudendo la porta.
Il generale entrò: la sua faccia sbalordita esprimeva una tale curiosità che la duchessa e il conte si guardarono divertiti e con quello sguardo fecero la pace.
«Generale Fontana,» disse il principe «salga nella mia carrozza che aspetta sotto il colonnato; vada dalla marchesa Raversi e si faccia annunciare. Se è a letto, dica che viene da parte mia, entri nella sua camera e ripeta queste precise parole: "Signora marchesa Raversi, Sua Altezza Serenissima la invita a partire domattina prima delle otto per il suo castello di Velleja. Sua Altezza le farà sapere quando potrà tornare a Parma".»
Poi cercò d'incontrare lo sguardo della duchessa, che, invece di ringraziarlo, come si aspettava, gli fece una riverenza molto rispettosa e uscì in fretta.
«Che donna!» esclamò il principe, voltandosi verso il conte Mosca.
Il conte, felicissimo per l'esilio della marchesa Raversi, che facilitava tutte le sue manovre come ministro, discusse una buona mezz'ora da cortigiano consumato; voleva consolare l'amor proprio del sovrano, e si congedò soltanto quando riuscì a convincerlo che tutta l'aneddotica su Luigi XIV non aveva più bella pagina di quella che aveva appena offerto ai suoi futuri storici.
Tornata a casa, la duchessa si chiuse in camera; disse di non far entrare nessuno, nemmeno il conte. Voleva stare sola con se stessa e ripensare alla scena appena avvenuta. Aveva agito d'impulso, solo per la soddisfazione del momento; ma avrebbe potuto scegliere qualsiasi altro comportamento e lo avrebbe portato fino in fondo: in ogni caso, non si sarebbe mai pentita o tanto meno rimproverata, una volta presa una decisione. Del resto, era proprio quel suo carattere che faceva di lei, a trentasei anni, la più bella donna della corte.
Dalle nove alle undici aveva creduto con la più sincera convinzione di lasciare per sempre Parma: e così si mise a pensare a cosa potesse offrirle di piacevole la città, come se fosse appena tornata da un lungo viaggio.
"Il conte, poveretto, che buffa faccia aveva quando il principe gli ha annunciato la mia partenza... ma, a parte tutto, è tanto caro, ce ne sono pochi come lui!... Avrebbe lasciato tutte le sue cariche per seguirmi... Del resto, cosa ha mai avuto da rimproverarmi in questi cinque anni? Niente, assolutamente niente! Quante donne maritate sull'altare potrebbero essere altrettanto tranquille davanti al loro signore e padrone? Certo, bisogna ammettere che non si dà mai arie, non è mai noioso, non fa mai venire voglia di tradirlo; quando è con me sembra sempre che si vergogni del suo potere... che faccia aveva, davanti al suo signore e padrone! Se fosse qui, gli darei un bacio. Ma non me la sentirei mai di mettermi a consolare un ministro che ha dato le dimissioni: sono malattie, quelle, da cui si guarisce solo con la morte... e che fanno morire! Che disgrazia sarebbe per un giovane diventare ministro! Devo scrivergli, devo esporgli tutte queste cose ufficialmente, prima che si metta in urto col principe... Ma dimenticavo i miei bravi domestici!"
Suonò. Le donne stavano ancora facendo le valigie; la carrozza era già sotto il portico, si caricavano i primi bagagli. I domestici che non erano occupati nei preparativi stavano intorno alla carrozza con le lacrime agli occhi. L...

Indice dei contenuti

  1. Avvertenza
  2. Libro primo
  3. Libro secondo
  4. Indice