
eBook - ePub
Kay Scarpetta (Versione italiana)
- 480 pagine
- Italian
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Kay Scarpetta (Versione italiana)
Informazioni su questo libro
Abbandonato il suo lavoro di patologa forense a Charleston, in South Carolina, Kay Scarpetta viene convocata dal dipartimento di polizia di New York per esaminare Oscar Bane, un paziente dell'ospedale psichiatrico di Bellevue accusato di omicidio. Costui ha espressamente fatto il suo nome e non intende parlare con nessun altro. Davanti a Kay sostiene di non essere l'autore del delitto e le racconta una storia incredibile, secondo la quale le ferite che ha sul corpo sarebbero state provocate durante l'uccisione di Terri Bridges, la sua ragazza, da qualcuno che lo ha spiato, seguito, studiato e che infine ha aggredito lui e Terri. Oscar potrebbe essere uno psicopatico e mentire, ma le torture e le mutilazioni che Terri ha subito non sono false. Così, assieme allo psicologo forense Benton, da poco suo marito, e alla nipote Lucy, Kay comincia un'indagine che attraversa le strade della città e gli angoli più oscuri di Internet, per scoprire che l'omicida potrebbe essere in realtà molto più vicino di quanto si creda...
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LetteraturaCategoria
Letteratura poliziesca e gialli1
Frammenti di tessuto cerebrale, simili a lanugine umida e grigia, punteggiavano le maniche del camice macchiato di sangue della dottoressa Kay Scarpetta. Si sentivano lo scroscio dell’acqua corrente nei lavabi d’acciaio e il ronzio della sega Stryker, e nell’aria aleggiava polvere d’osso fine come farina. Tre tavoli erano occupati, e si attendevano altri cadaveri. Era martedì 1° gennaio, il giorno di capodanno.
Kay Scarpetta non aveva bisogno di eseguire un esame tossicologico per capire che il suo paziente aveva bevuto parecchio, prima di spararsi premendo il grilletto del fucile con l’alluce. Nell’attimo in cui lo aveva aperto, era stata investita dall’odore putrido dell’alcol semidigerito. Agli inizi della sua carriera di anatomopatologa, si era chiesta se portare alcolisti e drogati a fare un tour in obitorio potesse essere un buon sistema per indurli a smettere. Chissà se vedendo un cranio aperto come un portauovo e sentendo la puzza dello champagne post mortem si sarebbero convertiti alla Perrier? Purtroppo, non era così che funzionava.
Osservò il suo vice, Jack Fielding, che sollevava in blocco gli organi interni dalla cavità toracica di una studentessa universitaria rapinata e uccisa davanti a un bancomat. Si aspettava che desse in escandescenze da un momento all’altro. Durante la riunione mattutina dello staff, Fielding aveva commentato rabbiosamente che la vittima aveva la stessa età di sua figlia, anche lei campionessa di atletica e iscritta al primo anno di medicina. Quando si lasciava prendere troppo da un caso diventava poco professionale.
«Non si usa più affilare i bisturi?» urlò Fielding.
La lama oscillante della sega Stryker strideva, e l’inserviente che stava aprendo un cranio replicò gridando: «Le pare che ne abbia il tempo?».
Fielding gettò il bisturi sul carrello con un gesto rabbioso. «Non si può lavorare così, cazzo!»
«Buon Dio, dategli uno Xanax o qualcosa del genere.» L’inserviente fece leva con uno scalpello per scoperchiare la calotta cranica.
Kay Scarpetta posò un polmone sulla bilancia e ne annotò il peso su un Dot-Paper con una smartpen. Non usava più penne a sfera e fogli di carta: le nuove tecnologie le permettevano, quando tornava nel suo studio, di trasferire direttamente testi e disegni sul computer. Tuttavia non esistevano ancora strumenti capaci di registrare il flusso dei pensieri, perciò Kay, una volta terminata l’autopsia e dopo essersi tolta i guanti, era costretta a dettarli a un registratore. Dirigeva un istituto moderno e dotato di tutto ciò che lei considerava essenziale in un mondo che ormai non riconosceva, dove la gente credeva che la medicina legale fosse quella mostrata negli sceneggiati televisivi e dove la violenza non era più un problema sociale, ma una guerra.
Iniziò a sezionare il polmone e prese mentalmente nota del fatto che, come prevedibile, presentava una pleura viscerale liscia e luccicante e un parenchima rosa opaco, atelectasico, con una modesta quantità di schiuma rosa. Oltre a questo, non si notavano grosse lesioni e la vascolarizzazione polmonare era nella norma. Si interruppe quando vide entrare Bryce, il suo giovane segretario amministrativo, con la faccia schifata. Non era un tipo schizzinoso e ormai si era abituato a quello che succedeva lì dentro; doveva solo essere risentito per qualche motivo. Bryce prese una manciata di fazzoletti di carta dal dispenser e se la avvolse attorno alla mano, prima di sollevare la cornetta del telefono nero appeso alla parete, sul quale brillava una lucina rossa.
«Benton, ci sei ancora?» chiese. «È qui vicino a me, con un coltellaccio in mano. Di sicuro ti avrà accennato alle specialità del giorno. La studentessa della Tufts è la peggiore: l’hanno ammazzata per duecento dollari. Uno dei Bloods, dei crips o di qualche altra banda di stronzi. È stato ripreso dalle telecamere di sorveglianza. Al telegiornale non passano altro. A mio avviso non dovrebbe occuparsene Jack: va fuori di testa. E poi il suicida, sì. Tornato dall’Iraq senza un graffio, in perfetta forma. Buone feste, e spassatela, mi raccomando…»
Kay Scarpetta si scostò la mascherina dal viso e si levò i guanti insanguinati gettandoli poi nel bidone rosso dei rifiuti biologici. Si lavò con cura le mani nel profondo lavandino d’acciaio.
«Tempo pessimo, su tutti i fronti» continuò Bryce ciarliero sempre rivolgendosi a Benton, che non amava le chiacchiere. «Siamo al completo, e Jack è depresso e irritabile. Te l’ho già detto? Forse dovremmo fare qualcosa. Magari offrirgli un weekend nel tuo ospedale di Harvard. Probabilmente avremmo diritto a uno sconto famiglia…»
Kay gli prese il telefono e gettò i fazzoletti di carta nella spazzatura.
«Piantala di dare addosso a Jack» disse a Bryce.
«Secondo me ha ricominciato a prendere steroidi: per questo è così di cattivo umore.»
Kay voltò le spalle a lui e a tutto il resto. «cos’è successo?» chiese a Benton.
Si erano parlati all’alba. Il fatto che lui l’avesse richiamata poche ore dopo, mentre era in sala autopsie, non lasciava presagire nulla di buono.
«Abbiamo un problema, temo» rispose Benton.
Le stesse parole che aveva usato la sera prima, quando Kay era tornata a casa dalla scena del crimine del bancomat e lo aveva trovato che si metteva il cappotto per andare all’aeroporto a prendere il volo Boston - New York. Il dipartimento di polizia di New York aveva un problema e lo aveva convocato con urgenza.
«Jaime Berger vorrebbe che ci raggiungessi.»
Il solo sentire quel nome la innervosiva e le provocava un senso di soffocamento. Non tanto per il procuratore di New York in sé, quanto perché Jaime Berger era legata a un passato che Kay avrebbe preferito dimenticare.
Benton aggiunse: «Prima arrivi, meglio è. Magari potresti prendere il volo dell’una».
L’orologio appeso alla parete segnava quasi le dieci. Kay avrebbe dovuto portare a termine l’autopsia, farsi una doccia, cambiarsi e passare da casa. “Cibo” pensò. Minestra di ceci, mozzarella, polpette, pane. Cos’altro? La ricotta con il basilico fresco che a Benton piaceva tanto sulla pizza. Tutti manicaretti che aveva preparato il giorno prima, non potendo immaginare che avrebbe passato la sera di Capodanno da sola. Nel loro appartamento di New York sicuramente non c’era niente da mangiare. Quando era solo, Benton comprava tutto in gastronomia.
«Vieni direttamente al Bellevue» le disse. «Puoi lasciare i bagagli nel mio ufficio. Ho già la tua valigetta.»
Kay riusciva a malapena a sentirlo sopra lo stridore ritmato di un bisturi che veniva affilato con ampi gesti aggressivi. Suonò il campanello e sullo schermo del sistema di sorveglianza a circuito chiuso apparve una manica scura appoggiata al finestrino di un furgone bianco di una ditta di consegne.
«Qualcuno va ad aprire, per favore?» gridò Kay.
Nel reparto detentivo del moderno Bellevue Hospital Center, Benton, con l’auricolare, parlava alla moglie, che si trovava a circa trecento chilometri di distanza.
Le spiegò che la sera prima, molto tardi, nel reparto di psichiatria forense era stato ricoverato un uomo. Poi disse: «La Berger vuole che lo visiti tu».
«Di cosa è accusato?» chiese Kay.
In sottofondo, Benton sentiva voci indistinte e i rumori tipici di quello che spiritosamente definiva “il cantiere di decostruzione” di Kay. «Per ora, di niente» rispose. «Ieri sera c’è stato un omicidio molto insolito.»
Fece scorrere un testo sul monitor del suo computer.
«Vuoi dire che il mio intervento non è stato richiesto in maniera formale?» Kay scandiva le parole alla velocità del suono.
«Non ancora. Ma è importante che tu veda immediatamente quell’uomo.»
«Avrebbero dovuto visitarlo subito, appena ricoverato. Qualsiasi prova materiale ormai si sarà persa, o quanto meno sarà contaminata.»
Benton continuò a far scorrere le informazioni sul video, rileggendole e domandandosi in quale modo parlargliene. Dal tono, era chiaro che Kay era all’oscuro di tutto; Benton sperava che non lo venisse a sapere da qualcun altro e che Lucy lasciasse gestire a lui la faccenda, come le aveva chiesto, nonostante fino a quel momento non ci fosse riuscito granché bene.
Jaime Berger era stata molto professionale quando gli aveva telefonato pochi minuti prima, e Benton aveva dedotto che non fosse a conoscenza dei meschini pettegolezzi apparsi su Internet. Non sapeva neppure lui perché le avesse taciuto la cosa: eppure non gliene aveva parlato, anche se avrebbe dovuto dirle la verità ormai da tempo. Avrebbe dovuto spiegarle tutto quasi sei mesi prima.
«Ha solo ferite superficiali» spiegò a Kay. «È in isolamento, e si rifiuta di parlare e di collaborare finché non verrai tu. Jaime non vuole che gli si facciano pressioni e ha deciso di aspettare te, dato che è quanto lui ha chiesto…»
«Da quando in qua si fa quello che vuole il detenuto?»
«pubbliche relazioni, motivi politici… E comunque non è un detenuto, come tutti gli altri ricoverati in questo reparto, del resto. È un “paziente”.» Si rendeva conto che erano banalità, ma si sentiva agitato. Non era da lui, pensò. «Come ho detto, non è stato accusato di alcun crimine. Non c’è un mandato, non c’è niente di niente. È un semplice ricovero, e non possiamo costringerlo a restare nemmeno per settantadue ore, perché non ha firmato il consenso. Al momento, non abbiamo ragioni di trattenerlo. Forse dopo il tuo intervento cambierà qualcosa, ma ora come ora è libero di andarsene quando gli pare.»
«E ti aspetti che io trovi elementi che consentano alla polizia di accusarlo formalmente di omicidio? Come sarebbe a dire: “Non ha firmato il consenso”? aspetta un attimo. Questo paziente è entrato di sua spontanea volontà in un reparto detentivo a condizione di potersene andare quando gli pare?»
«Ti spiegherò meglio quando ci vediamo. E no, non mi aspetto che trovi qualcosa. Nessuno si aspetta nulla, Kay. Ti sto solo chiedendo di venire perché è una situazione molto complessa. E Jaime Berger ci tiene molto.»
«Però al mio arrivo questo tizio potrebbe essersene già andato.»
Benton intuì il commento inespresso di Kay: avrebbe voluto fargli notare che non si stava comportando come lo psicologo forense freddo e imperturbabile che conosceva da quasi vent’anni. Ma lei era sul lavoro e non era sola. Non gli avrebbe domandato cosa cazzo gli era preso.
«Non se ne andrà prima del tuo arrivo» le disse.
«Non capisco perché si trovi lì.» Kay non mollava.
«Nemmeno noi l’abbiamo capito fino in fondo. In poche parole, quando gli agenti sono intervenuti sulla scena del crimine, ha insistito per essere trasferito al Bellevue…»
«Come si chiama?»
«Oscar Bane. Ha detto che l’unica persona da cui si sarebbe lasciato fare una valutazione psicologica ero io. Così mi hanno convocato e, come ben sai, sono partito subito per New York. I medici lo spaventano. Soffre di attacchi di panico.»
«Come mai ti conosce?»
«perché conosce te.»
«Me?»
«Ha consegnato i vestiti alla polizia, ma dice che se vogliono cercare prove materiali sul suo corpo – e, ripeto, non c’è un mandato – dovrai essere tu a esaminarlo. Speravamo che dopo un po’ si calmasse e accettasse di farsi vedere da un medico legale di qui. Invece è irremovibile. Sostiene di essere terrorizzato dai medici. Soffre di odinofobia e disabiliofobia.»
«Cioè ha paura del dolore e di spogliarsi davanti a qualcuno?»
«Soffre anche di calliginefobia. È intimorito dalle belle donne.»
«Ora capisco perché ha chiesto di me.»
«Ovviamente, voleva essere una battuta. Pensa che tu sia bellissima e sicuramente non ha paura di te. Sono io che dovrei averne.»
Era la verità. Benton non voleva che Kay lo raggiungesse né che mettesse piede a New York.
«Ricapitolando, Jaime Berger vuole che prenda un aereo nel bel mezzo di una bufera di neve per venire a visitare in un reparto detentivo un paziente che non è stato accusato di nessun reato…»
«Se riesci a partire da Boston, il tempo qui è bello. Fa solo un gran freddo.» Benton guardò fuori dalla finestra: il cielo era grigio.
«Lascia che finisca di occuparmi del mio sergente riservista, che è rimasto vittima della guerra in Iraq ma lo ha capito solo dopo essere tornato a casa. Ci vediamo a metà pomeriggio» replicò.
«Fai buon viaggio. Ti amo.»
Benton chiuse la comunicazione e ricominciò a far scorrere il testo sul monitor, su e giù, leggendo e rileggendo; come se, a furia di guardarlo, quell’articolo anonimo potesse diventare meno offensivo, meno brutto, meno odioso. “Ferisce più la spada che la lingua” diceva sempre Kay. Forse era vero all’Istituto di medicina legale, ma non nell...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Kay Scarpetta
- Capitolo 1
- Capitolo 2
- Capitolo 3
- Capitolo 4
- Capitolo 5
- Capitolo 6
- Capitolo 7
- Capitolo 8
- Capitolo 9
- Capitolo 10
- Capitolo 11
- Capitolo 12
- Capitolo 13
- Capitolo 14
- Capitolo 15
- Capitolo 16
- Capitolo 17
- Capitolo 18
- Capitolo 19
- Capitolo 20
- Capitolo 21
- Capitolo 22
- Capitolo 23
- Capitolo 24
- Capitolo 25
- Capitolo 26
- Capitolo 27
- Capitolo 28
- Capitolo 29
- Capitolo 30
- Capitolo 31
- Capitolo 32
- Capitolo 33
- Capitolo 34
- Capitolo 35
- Copyright
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