Parte seconda
Sfoglio L’amante di Lady Chatterley insieme ad Angelo. Gli chiedo di indicarmi le pagine che riflettono, in qualche modo, momenti veri della sua storia. Riconosce questi passi iniziali che si riferiscono al guardacaccia Mellors:
«... Le toccò il corpo soffice e caldo e, per un momento, le sfiorò l’ombelico con un bacio. E dovette entrare subito in lei, entrare nella pace terrestre del suo corpo tenero e arrendevole. Fu per lui il momento della pace perfetta, quell’entrare nel corpo della donna.»
«... L’uomo sedette di nuovo sulla ramaglia e prese in silenzio la mano di Connie, che si voltò a guardarlo. “Abbiamo goduto insieme, questa volta” disse. Lei non rispose. “È bello quando accade così. La maggior parte della gente passa la vita senza conoscere questo.” Parlava quasi come in sogno.»
E questa è Connie che riflette:
«Che peccato che, per la maggior parte, gli uomini fossero così infantili, così pieni di vergogna come Clifford. E anche come Michaelis! Entrambi erano sessualmente infantili e umilianti. Il supremo piacere dello spirito! Che cos’è per una donna? Che cos’è in realtà anche per un uomo? Rende ogni cosa confusa e infantile, anche lo spirito. Occorre sensualità, schietta sensualità, anche per purificare e ravvivare lo spirito. La schietta, ardente sensualità... Ah Dio, che cosa rara è un uomo! I più non sono che cani: trotterellano, si annusano, si accoppiano. Aver trovato un uomo che non aveva paura né vergogna...»
A Connie il compito di interpretare il sentimento di Frieda per Angelo:
«... Lo adorava fino a sentirsi sciogliere le ginocchia nel camminare. Nel suo corpo e nelle sue viscere era contenta e viva, ora, vulnerabile e senza difesa nella sua adorazione per lui, come la più ingenua delle donne. “È un bambino” si diceva. “È come se fosse un bambino in me.” Ed era vero. Era come se il suo ventre fosse sempre stato chiuso, e si fosse aperto e riempito di nuova vita, quasi un peso, eppure adorabile. “Se avessi un bambino” pensava. “Se lo sentissi dentro di me in forma di bambino!” E le sue membra si scioglievano a questo pensiero...»
Angelo commenta:
«Ma quando Lawrence prese a insinuarsi nel nostro rapporto, penso che il bambino che Frieda si sentiva dentro, fosse piuttosto lui, David.»
In una lettera di Clifford, le ragioni che spinsero Lawrence a pilotare Frieda:
«Mi sembra assolutamente vero che il nostro mondo, che ci appare come la superficie di tutte le cose, è in realtà il fondo di un oceano insondabile... Noi stessi non siamo che una strana fauna sottomarina, ricoperti di squame, che si nutre di rifiuti come i gamberi... Ma talvolta l’anima s’innalza con un colpo d’ala, come un gabbiano, nella luce, estasiata, dopo aver languito nelle profondità sottomarine...»
Nel fondo di un oceano insondabile nasce l’”intrigo” di Lawrence, che raffigura se stesso in una descrizione di Clifford:
«Da parte sua era un puro abbandono, nel quale smarriva tutta la sua virilità, sprofondato di nuovo in uno stato infantile, che in realtà era perverso... l’esaltazione della perversità... Lei era insieme eccitata e vergognosa, amava e detestava insieme quello stato di cose, tuttavia non lo respinse mai né lo rimproverò. Una più stretta intimità fisica si stabilì fra loro, un’intimità di perversione, che faceva di lui un fanciullo dall’apparente candore... Quell’uomo fanciullo pervertito... sottile come un ago, impenetrabile come un pezzo d’acciaio... Aveva un’astuzia, una durezza quasi trascendentali, e il pugno fermo e sicuro... Quel rotolarsi nelle emozioni intime, quella rinuncia completa alla sua virilità gli conferivano una seconda natura, fredda, visionaria, un’incredibile lucidità.»
Angelo conferma:
«Sì, è la confessione sincera di quando David condusse il suo gioco: “Oltre la Settima Porta”... Fu Henry Miller a parlarmi della Settima Porta. Il giorno che venne a farci visita nella casa di Taos.»
Dopo la morte di Lawrence, nel 1931, Angelo e Frieda si imbarcarono per gli Stati Uniti e raggiunsero Taos, nel New Mexico. Qui si stabilirono nella fattoria dove sarebbero rimasti per venticinque anni. La costruzione sorgeva ai margini del deserto: dieci miglia la dividevano da Kiowa Ranch, la baita in legno e muratura che aveva ospitato Lawrence e Frieda prima del loro ultimo viaggio in Europa. Era stato Lawrence ad affrescare la baita e, in parte, a costruirla. Sulla facciata, aveva dipinto un enorme bisonte.
Angelo ricorda:
«La baita era la seconda tappa di un breve pellegrinaggio per chi veniva a trovarci. E nella casa di Taos arrivavano un po’ tutti: gli amici famosi di David, gli Huxley in particolare, giornalisti, seccatori, persino giovani coppie da altri continenti, semplicemente per dirci grazie in quanto L’amante di Lady Chatterley li aveva illuminati nella loro sessualità... La terza e ultima tappa stava più in alto, verso la montagna. Bisognava arrampicarsi fra i pini e farsi largo fra gli sterpi per raggiungere il mausoleo con il sarcofago di David.»
Angelo si tortura le mani:
«L’ho costruito io il sacrario, con queste mani che erano state da muratore. Io ho impastato nel cemento le ceneri di David, accanto alla sua macchina da scrivere e a una scultura che raffigura la Fenice, il suo simbolo.»
Gli occhi di Angelo tornano presenti su di me, come da una grande distanza:
«Le ceneri di David... Ottenerle fu un’altra avventura e forse un mio colpo di genio. Spero di poterle raccontare anche questo.»
«Henry Miller...» lo sollecito.
«Miller non era stato fra gli amici di David. Ma, sulle sue opere, aveva avuto un fitto scambio epistolare con Anaïs Nin e aveva scritto un saggio che lui stesso definiva “selvaggiamente monumentale, un macello di idee”. Con acutezza di giudizio, secondo me. Uno di quelli che hanno visto più giusto.»
«Cosa accadde il giorno della sua visita?»
«Forse David mi aveva contagiato col suo sesto senso. Fatto è che non appena Miller entrò in casa e mi fissò con quello sguardo che ti scavava dentro, capii che sapeva tutto... Tutto, intendo, di me e di Frieda, anche la più intima e scandalosa verità che ci aveva uniti nel nome di David.»
«Come poteva saperlo? Frieda, forse...»
«Sì, lei, probabilmente. Provava un gusto morboso a confidare i suoi segreti, anche i meno confessabili, quando un uomo le piaceva. E Miller era un uomo che l’affascinava. Comunque sia, Miller mi espose, con lucidità, il disegno capzioso che David aveva ordito soprattutto nei miei confronti, quel disegno di cui abbiamo parlato più di una volta, ma per allusioni e dettagli...»
Quando tocca realtà che definisce «al calor bianco», Angelo sa raccontare con particolare efficacia. Mentre ascolto le sue parole, mi sembra di vederlo, Miller, nel salotto della casa di Taos, dove si aggira lasciato solo (ma spiato con discrezione) da Frieda e da Angelo. È attratto da ogni cosa. Sfiora i tasti del pianoforte sul quale Frieda improvvisava le arie e le canzoni che Lawrence, brusco, le ordinava di suonare, per venirne sollecitato nella vena creativa. Apre l’armadietto a vetri che contiene esemplari stampe documenti preziosi, e Frieda e Angelo lo sentono ridere mentre legge la lettera inviata da David a Caterina Carswell, in merito alla prima edizione privata di Lady Chatterley, stampata nel 1928 a Firenze:
«Ho composto un romanzo. A parole è indecentissimo. Una signora fiorentina aveva accettato di batterlo a macchina. Ne ha battuto cinque capitoli, poi mi ha lasciato in asso. Dice che non può continuare, che è troppo disgustoso!»
Miller scruta i quadri di Lawrence, i dipinti del grande scandalo londinese, appesi intorno. Esclama a voce alta, proprio per farsi ascoltare:
«Degni del rogo, ma non perché scandalosi. Semplicemente perché brutti! D’altra parte, guai se uno fosse genio in tutto. Di Leonardo ne è esistito uno solo. E piuttosto stucchevole nella sua perfezione.»
Angelo sopraggiunge e vorrebbe replicare: quei quadri hanno un’anima, imperfetti forse, ingenui, ma con un’anima. La voce di Miller spegne il suo risentimento. È sommessa, umile quando chiede di poter raggiungere la seconda stazione del pellegrinaggio, Kiowa Ranch:
«Entrammo in quelle stanze abbandonate. Fra topi morti e pipistrelli stramazzati, ragnatele fitte. Non c’era luce elettrica. Facevo luce con una lanterna che dava alle ragnatele un colore rossosangue, lampi d’oro brunito... Vidi Miller agitare le braccia, non tanto per strappar via le ragnatele che lo avvolgevano da ogni parte come tentacoli che volessero soffocarlo, quanto per allontanare da sé quelli che gli apparivano demoni e fantasmi. Si dibatteva, gridava: “Eccoli i demoni e i fantasmi erotici di Lawrence! Ecco come la morte riduce le orge visionarie di un genio! La morte non è che uno sghignazzo della vita, quando vede la sua creatività uguagliata da quella dell’uomo”... Io intanto pensavo: questo signor Miller è un gigione. Invece mi sbagliavo. Me ne resi conto quando ci trovammo di fronte al monumento funebre di David.»
Miller fissò la Fenice che spiccava in alto. Il sole, al tramonto, creava un effetto magico intorno alla scultura che dal bianco accecante passò al rosso, al primo viola delle ombre. Miller appariva commosso e si rivolse a Ravagli sorprendendolo, perché lo chiamò dolcemente per nome:
«Angelo...»
Angelo si avvicinò, non meno turbato:
«Sai perché Lawrence scelse, a simbolo, la Fenice?»
Angelo non se l’era mai chiesto.
«Perché, come il favoloso uccello d’Arabia, lui sapeva che si sarebbe dato la morte sul rogo che stava preparando con le sue mani, torturandosi intimamente, lavorando troppo, viaggiando troppo, non curando a dovere la sua malattia, tuttavia sicuro di rinascere un giorno dalle sue ceneri... Quelle ceneri che ora stanno murate di fronte a noi.»
Miller si inginocchiò. Tremava quando disse:
«Questa è la porta dell’Ade, come dice Omero. Credo che Lawrence l’abbia superata con la serenità che gli veniva dall’aver assolto al suo compito. Aveva intuito il segreto che anima le leggi della specie umana. Aveva condiviso la forza primitiva di queste leggi, di cui Dio si serve non avendo altro mezzo che il maschio e la femmina.»
Tornò a fissare Angelo:
«La porta più odiosa da superare fu invece, per lui, la Settima, che lo indusse ad affondare, da vivo, nelle “profondità marine” della perversione. Oltre quella soglia, egli inscenò il suo teatro vizioso, e tu e Frieda foste i suoi attori designati a interpretare ogni forma di rapporto carnale... Si augurò persino che Frieda conoscesse, con te, gli orgasmi che lui non poteva più darle, che non le aveva mai dato in tutta la loro potenza. E per Lawrence l’orgasmo femminile era l’essenza stessa dell’energia vitale; era il “blu fondo del sole”, l’“azzurra aureola della vita”...
Vi spinse oltre quella porta con un tumulto di contraddizioni: cinismo e “tenerezza fallica”, come la definiva, voyeurismo diventato frenesia paranoica, e con rimorso. Il vero scellerato è l’uomo che prova rimorso, perché conosce bene cos’è la purezza... E vide in te, Angelo, la figura amata e odiata del padre, in cui aveva identificato l’istinto, la virilità, la sensualità primitiva. E vedendo in Frieda la liberazione dalla madre, che gli aveva dato un amore coercitivo. Con una fobia puritana, aveva preteso da lui assurdi “fioretti”, e quando lo puniva si comportava con paralizzante freddezza, insinuando nella sua psiche infantile un senso di colpa irreversibile.
Lawrence volle portare questo senso di colpa all’esasperazione. Vedendovi superare quella Porta, avrebbe molto sofferto, lo sapeva. Sofferto anche di gelosia perché, a suo modo, vi amava entrambi. Ma restava convinto che non esisteva altro modo per risvegliare la sua fantasia che si andava estenuando, riportandola a creare.»
Nei giorni seguenti, Angelo cercò di chiarirsi meglio – attraverso le parole di Miller – la personalità di David:
«Lawrence, da un lato, fu mirabile nel concepire quel misticismo erotico così profondamente nuovo e rivoluzionario per la nostra civiltà. Dall’altro, dimostrò di non aver mai praticato, nella realtà, non solo la trasgressione sessuale, ma anche la sessualità stessa spinta fino all’eros... Mai fatto sesso con la forza selvaggia che pure esaltava con il suo culto fanatico del primitivo. Nella pratica, era ingenuo come un ragazzino. Perciò, sulla pagina, cadde spesso nella retorica e nel semplicismo. Lo prova il personaggio di Connie: a volte, vien voglia di squartarla.»
Questo il pensiero di Miller, il quale difendeva con accanimento Lawrence dalla morale corrente, che lo considerava un depravato, un miserabile. Un miserabile, tuttavia, che annotava in segreto:
«... La mia malattia mi ha reso impotente anche come scrittore? Prego Dio, qualunque dio, che non sia così... In questo momento, loro due, lo so, si stanno amando in fondo a quel corridoio buio della villa... Ho aperto i rubinetti del gas... Fisso i rubinetti del gas aperti, facendo forza su di me per non chiuderli, mentre mi eccito con mille fantasie infuocate su loro due, e la mia fantasia torna ad essere superba. Ingigantisce, dentro il mio sangue, ogni possibile atto, ogni orgasmo, ogni frase e parola a cui quei due corpi nudi stanno dando vita, a così poca distanza da me... E quei due corpi diventano il mio corpo, è dentro il mio corpo, non in quella camera, che si stanno amando.»
Angelo non conosceva quelle confessioni che ora lo sgomentavano. Chiese a Miller, d’istinto, quale fosse il modo più giusto per ricordarlo, David. Si sentì rispondere:
«Lawrence è quello che consiglia al giovane che sta per sposarsi: “Sii sempre solo”, solo con il senso di superiorità della propria coscienza virile, sembra di capire, “Sii dolce con lei se lei è dolce, ma se tenta di importi la sua volontà, o non sta alla tua, picchiala”... E per Dio, tu ne sai qualcosa, Angelo. Lui picchiava davvero Frieda. Quante volte l’hai vista apparire col naso sanguinante, gli occhi blu? Questa non era letteratura, vero?»
«No, non lo era.»
«Ma Lawrence è anche l’angelo ferito che quando viene a sapere che Frieda lo ha tradito con quel John Middleton Murry, falso amico e orecchiante critico, va ugualmente a un ricevimento dei Murry, e poi a tavola, davanti a tutti, appoggia la testa sul braccio e non ha esitazione e ritegno: piange come può piangere un bambino che ha perduto la madre.»
...
È questo il ristorante di cui Angelo è cliente abituale.
Ma non c’è mai stata, a dirigerlo, nessuna “Chiacchierina ridente”, come s’inventò Bianca:
«Sì, la Cirlincìna è esistita» sorride Angelo. «Ma il ristorante l’aveva a Tredozio. Racconto spesso la sua storia, e Bianca ne resta affascinata. Il Cirlìn, questa parola magica, che è poi quel ridere un po’ da ragazzini che ti prende così, senza ragione, le è entrato nell’orecchio come una canzoncina di quelle che ti sorprendi a canticchiare quando meno te l’aspetti... È stata una delle mie prime ragazze, la “Chiacchierina ridente”, e il riso ce l’aveva davvero nel sangue. Si andava a far l’amore con lei quando si aveva la testa piena di nuvole e di guai, e il Cirlìn li faceva sparire.»
Stanotte non divaghiamo sull’arte del sorriso nel locale deserto, i clienti se ne sono andati tutti, il mare s’incapriccia, sbatte forte sulla riva. Fissiamo la porta del ristorante:
«Fu da quella porta che mi apparve Lawrence la prima volta. Come le ho detto, l’avevo già visto quando Frieda fece la sua scenata all’Hotel Miramare. Ma, dopo ciò che lei mi ha rivelato, capisco che quello fu il suo primo manifestarsi. Non gli prestai particolare attenzione. Come potevo immaginare che mi andava pedinando da giorni? Si sedette da una parte. Notai i suoi occhi accesi, sembravano febbrili. Quegli occhi, in effetti, me li sentii addosso per tutto il tempo.
Era una serata di festa.
Si ballava in una pista, annessa al ristorante, che fino a qualche anno fa esisteva ancora. O meglio ero io che ballavo, da ganzo, in divisa. Ballavo molto bene, allora: da applauso. Infatti, tutt’intorno mi battevano le mani. E non ballavo con una ballerina sola, prendevo al volo, via via, una donna, una ragazza, e a ciascuna facevo fare qualche giro, per poi passare a un’altra. Gli uomini presenti mi lanciavano fra le braccia anche le loro mogli e fidanzate, incitandole: “Tienigli testa al bel tenente che si crede un dio!”. Volevano sfiancarmi, ma non per gelosia, erano amici, e contenti quando annunciavo: “Alla fine, darò un bacio alla miglior ballerina”... Andava così, a quei tempi.
Lawrence si univa agli applausi. Notai anche che beveva parecchio. E quando mi presi un momento di fiato, me lo trovai accanto, che alzava il bicchiere complimentandosi per la mia bravura di ballerino. Propose un brindisi:
“Per festeggiare.”
Lo guardai senza capire. Mi davo arie, allora:
“Cosa abbiamo, noi due, da festeggiare?”
“Chissà. Un’amicizia.”
“Non mi pare che siamo amici.”
E lui, con un sorriso:
“Lo diventeremo.”
A ripensarci, erano parole con un significato. Ma mi suonarono come il vaniloquio di un seccatore. E qui si verificò un malinteso buffo. Per togliermelo di torno, gli dissi:
“Lei è uno scrittore, mi pare.”
“Sto cercando di diventarlo.”
“Perciò brindiamo a un suo lib...