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Parte prima
VERSAILLES
I REGALI SPLENDORI
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I
Alle spalle del Museo del Louvre, all’angolo di Rue de l’Arbre Sec, si staglia la chiesa di Saint-Germain-l’Auxerrois, famosa perché dal suo campanile si ebbe il segnale della strage ugonotta di San Bartolomeo la notte fra il 23 e il 24 agosto 1572. All’interno sorprendono le decorazioni, le lastre tombali e i busti di pittori, scultori, architetti e poeti. Ecco perché viene anche chiamata la «chiesa degli artisti». Ogni anno, il 21 gennaio, essa è gloriosamente tappezzata di corone floreali intessute con candidi gigli, les fleurs de lis, e le policrome vetrate vibrano al canto di un Te Deum che si intona in suffragio di Luigi XVI e della sua famiglia.
Quando, nel gennaio del 1793, la lama della ghigliottina recise di netto il capo del sovrano borbonico, svanirono in un sol colpo tredici secoli di ininterrotta monarchia francese, pur contrassegnati da guerre, vittorie e sconfitte, gioie e lutti. Acuta fu la barbarie nei primi anni della Rivoluzione, tanto che le salme del re e della consorte finirono in una fossa comune nel cimitero della Madeleine. Gli ultimi simboli della dinastia dei Borbone caddero inceneriti nei roghi; la reggia di Versailles venne spogliata dei dorati orpelli e, somma ingiuria, le reali tombe della duecentesca basilica di Saint-Denis furono orrendamente profanate, così che i resti dei monarchi che avevano reso grande la Francia – Merovingi, Capetingi, Valois e Borbone – furono gettati in una fossa comune.
Il ricordo di Luigi XVI si riaccendeva tuttavia subito dopo il turbine del Terrore e della effimera epoca napoleonica. Nel pieno della restaurazione monarchica, il nuovo re Luigi XVIII non poteva lasciare senza degna sepoltura i resti del fratello Luigi XVI. Pertanto nominava una commissione, con alla testa il cancelliere di Francia Charles-Henri de Dambray, affinché ne riesumasse i resti insieme a quelli della regina Maria Antonietta.
Alla macabra operazione prendeva parte anche François-René de Chateaubriand, che ricorda nelle Memorie d’oltretomba: «Le prime ossa ad essere recuperate furono quelle della sovrana. Se ne riconoscevano i capelli, le calze, le giarrettiere». Non senza ulteriore ironia osservava: «Fra quei resti appariva la sua testa. L’ho riconosciuta dal sorriso, quello stesso che un tempo mi aveva rivolto a Versailles».
Il 21 gennaio 1815, un sabato, le strade di Parigi erano invase da una moltitudine di persone, mute e attonite. Listati a lutto sfilavano i reparti dell’esercito, mentre un interminabile corteo seguiva il carro funebre con le spoglie di Luigi e di Maria Antonietta. La stessa folla che vent’anni prima, fra improperi e sberleffi, aveva sospinto sulla forca i due sovrani, ora rendeva loro un commosso omaggio come se la Rivoluzione non fosse stata che una remota follia.
Attorniato da aristocratici e da prelati, Luigi XVIII attendeva nella basilica di Saint-Denis. A presiedere la cerimonia era l’arcivescovo di Troyes, monsignor Étienne-Antoine de Boulogne, che nell’omelia definiva Luigi XVI il nouvel rédempteur della Francia. L’affermazione non mancava di far sorridere, tanto che alcuni, con sarcasmo, esclamavano: «Se Luigi è il nuovo redentore allora Maria Antonietta è la novella Maria Vergine».
Sigillati in bare di piombo, gli ultimi personaggi che avevano rappresentato l’Ancien Régime finivano nei bui recessi della cripta di Saint-Denis. E forse, in fondo, non gli era andata tanto male, poiché i corpi dei loro predecessori, sfrattati dagli alti sepolcri, giacevano in una volgare fossa. Così, al suono delle campane e al rimbombare dei cannoni, la Francia aveva celebrato ancora una volta il funerale della monarchia.
Da quel momento poeti, scrittori, pittori, scultori non cessarono più di esaltare le virtù del Roi martyr, come ormai era soprannominato Luigi XVI. Nel luogo della precedente sepoltura, al cimitero della Madeleine, sorgeva all’istante una spettacolare cappella a opera degli architetti Pierre Fontaine e Hippolyte Lebas. Vi si levavano altresì due sculture marmoree: in una, François-Joseph Bosio ritraeva il re mentre, sostenuto da un angelo, ascendeva al Paradiso; nell’altra Jean-Pierre Cortot modellava la regina che religiosamente si librava nel cielo. Il compositore fiorentino Luigi Cherubini, maestro della cappella reale di Luigi XVIII, componeva un solenne Requiem à la mémoire de Louis XVI; proprio lui che nel 1792 aveva salutato la fine della monarchia musicando Chant pour le 10 août.
Negli scaffali delle librerie apparivano insieme un’encomiastica biografia del re scritta da Louis-Marie Prudhomme e un’altra non meno elogiativa, in cinque volumi, di Alexandre Dumas. Alcuni zelanti pedagoghi realizzavano persino dei sillabari utilizzando come modello il testamento del sovrano. Méthode ingénieuse ou alphabet syllabique pour apprendre à lire aux enfants, augmentée du testament de Sa Majesté Louis XVI. E che dire della consorte di Napoleone III, l’imperatrice Eugenia, la prima a predisporre nelle sale del Trianon una mostra in onore dei reali decapitati e in particolare su Maria Antonietta?
Il culto di Luigi XVI ha attraversato i secoli. Indenne. Nel 1993, bicentenario della morte, la Francia si mobilitò come era già avvenuto per i duecento anni della Rivoluzione. Personalità politiche, rappresentanti delle forze armate, artisti, intellettuali, cantanti, attori si ritrovarono tutti insieme per onorare le Roi martyr. I parigini si recarono in Place de la Concorde per ascoltare l’attore Jean-Pierre Darras che dava solenne lettura del testamento reale. Mazzi di fiori si accumularono sul luogo in cui la ghigliottina aveva troncato vite umane, a centinaia. Fra le corone floreali eccelleva quella dell’ambasciatore degli Stati Uniti, Walter Curley. Infine, in una lunga veglia di preghiera presieduta da insigni porporati, le navate di Saint-Denis non erano mai apparse così affollate.
E miriadi di carte sono accumulate negli scaffali dell’ex Santo Uffizio di Roma. Sono state redatte da teologi e da dottori della Chiesa francese per proclamare le virtù eroiche del grande re, vittima della Rivoluzione, in odium fidei.
Numerose sono le vicende della vita di Luigi XVI tra i saloni e i giardini di Versailles, ma anche in una Parigi tutta palazzi e chiese, botteghe e caffè, tra feste e rivolte, intrighi e pettegolezzi, nel secolo delle ciprie e delle parrucche, delle mongolfiere e dell’Enciclopedia, della Rivoluzione e del Terrore.
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II
Versailles. Magnifica cittadina immersa nel verde di una sconfinata campagna a pochi chilometri da Parigi. Nel fervore del pomposo barocco, Luigi XIV, le Roi Soleil, aveva trasformato quel luogo selvaggio in un gioiello di urbanistica con il lavoro di migliaia tra ingegneri, architetti, giardinieri, pittori, scultori, operai. Dal nulla era sorto un palazzo sfavillante, una reggia che non aveva eguali in nessuna parte del mondo. I suoi appartamenti, tutti marmo e stucchi, potevano ospitare centinaia di nobiluomini con l’immancabile stuolo di valletti e di lacchè. Vi erano teatri, cappelle, uffici ministeriali, cucine, scuderie. E poi il parco, un trionfo di bronzee fontane, uno svettare di alberi rari e un tripudio di fiori variopinti. Tutt’intorno si estendeva la cittadina che l’architetto Jules Mansart aveva diviso nei regolari quartieri di Saint-Louis e Notre-Dame. Quella dimora principesca si ergeva dal 1682 a imperituro monumento del potere assoluto e della dinastia dei Borbone. Il Re Sole l’aveva eletta a capitale del Regno al fine di fuggire dalla turbolenta Parigi e di imbrigliare intorno a sé la troppo ondeggiante nobiltà gallicana, più volte rea di aver tentato di sovvertire l’ordine della Corona.
Sulla nazione francese rifulgeva dal 1715 la luce di Luigi XV, da tutti soprannominato il Bien-Aimé. Amato per il lungo periodo di serenità e di benessere che aveva donato al paese conducendo un’abile politica estera. Nell’agosto del 1754 egli era con la Corte al castello di Choisy per godere della frescura della Senna che bagnava il parco della tenuta. A Versailles erano rimasti soltanto il delfino, l’erede al trono Luigi Ferdinando, e la moglie Maria Giuseppina di Sassonia, ormai prossima a dare alla luce un quarto bambino, il futuro Luigi XVI.
I delfini, chiusi in sontuosi ma piccoli appartamenti, cercavano di ristorarsi sorseggiando bibite ghiacciate che maggiordomi e dame si affannavano a portare su pesanti vassoi d’argento. Maria Giuseppina mal tollerava di dover nuovamente patire i dolori del parto nel chiuso di quelle alcove. Meno agitato era il consorte, Luigi Ferdinando che, pur di non ascoltare le sue continue lamentele, preferiva rinchiudersi nella biblioteca tenendo fra le mani un nuovo e anonimo manuale, Le Code de la Nature: vi si svolgeva una severa critica della società del secolo dei Lumi e si additava nella proprietà privata la mala radix di tutte le corruzioni e le discordie civili.
Luigi Ferdinando era l’unico erede di Luigi XV e di Maria Leszczyńska, la figlia del detronizzato re di Polonia Stanislao I. Era nato nel 1729 e fin dalla più tenera età si era mostrato capriccioso e lunatico, sempre pronto a sfuggire alla rigida sorveglianza dei precettori. Il suo biografo, l’abbé Liévin-Bonaventure Proyart, faceva notare: «Il principe ha un’indole ardente e impetuosa; si irrita con facilità qualora venga contrariato nei suoi desideri ed è risoluto nel rimbeccare chi voglia turbare le sue iniziative». Nel pieno dell’adolescenza aveva mutato atteggiamento divenendo assai più remissivo, religioso, caritatevole verso i deboli e addirittura critico con l’ambiente frivolo e lascivo della Corte. In essa, infatti, il padre non mancava di dare scandalo rincorrendo giorno dopo giorno le gonnelle di avvenenti cortigiane ed eleggendo a nido d’amore il palazzo del Grand Trianon immerso nel parco della reggia. C’era, al riguardo, una gustosa pasquinata che recitava: «Bella fanciulla, Luigi di Francia a soli tre anni già ripeteva il miracolo del pane e dei pesci. Attenta se vai a Versailles: vergine entri e incinta ne esci».
Luigi Ferdinando evitava le feste e gli eventi mondani. A differenza del genitore voltava lo sguardo non appena incontrava una damigella che pur aspirava a scaldargli il letto. Preferiva dilettarsi con i classici latini o con autori contemporanei. L’unica manifestazione di virilità la dava nel mostrare una forte passione per le armi da fuoco, desiderando ardentemente imitare il battagliero Luigi XIV. Per questo ordinava sempre nuove e rutilanti divise da addobbare con medaglie e stemmi di ogni genere. Nel 1745 partecipava alla battaglia di Fontenoy, nelle Fiandre, distinguendosi fra i commilitoni nello scontro decisivo con l’esercito di Maria Teresa d’Austria. In quella vittoriosa occasione era ritratto dal pittore Charles-Joseph Natoire con un abito di velluto rosso e con in pugno il bastone del comando.
Le lingue maliziose dei cortigiani non cessavano tuttavia di riferire che il delfino fosse attratto più dagli uomini che dalle donne. Per fugare simili pettegolezzi Luigi XV provvedeva a trovare al figlio una sposa capace di assicurare un erede alla Francia. E così, un po’ recalcitrante, Ferdinando acconsentiva a convolare a nozze con una cugina, l’infanta di Spagna Maria Teresa Antonietta Raffaella.
Un ritratto del pittore Jean Ranc, al Museo del Prado, raffigura la principessa madrilena come una ragazza poco avvenente: capelli rossi e crespi, colorito cinereo e occhi a mandorla. Tuttavia si assicurava che ella possedesse le doti di una regina e il fascino delle dame francesi. E questo perché nelle sue vene scorreva il sangue dei Borbone, essendo figlia del duca Filippo d’Angiò che nel 1700 era asceso al trono spagnolo con il nome di Filippo V.
Quel regale mariage durava poco. La delfina moriva appena dopo aver dato alla luce la primogenita, Marie-Thérèse. Era il 22 luglio 1746. Le ostetriche e i medici erano stati decisamente abili nel far nascere la bambina, ma non avevano curato l’igiene, sicché le loro mani, pur cosparse di gradevoli aromi, risultavano contaminate da letali batteri. La tragedia calava su Luigi Ferdinando, che si chiudeva in un profondo mutismo e usciva dalle sue stanze soltanto per assistere alle funzioni religiose o per accudire la figlioletta.
La ragion di Stato doveva prevalere ancora una volta. Luigi XV ordinava al ministro degli Esteri René d’Argenson di stilare una lista delle principesse in età da marito di tutte le corti d’Europa. Avrebbe selezionato fra loro la più adatta a diventare la delfina di Francia. Dopo numerose notti insonni il marchese d’Argenson proponeva il nome di Maria Giuseppina, la figlia di Federico Augusto III di Sassonia e di Maria Josepha d’Austria. Nei corridoi di Versailles si vociferava che la decisione avesse suscitato le ire della regina Maria, in quanto proprio Federico Augusto III aveva spodestato dal trono polacco il padre Stanislao.
Il dado era tratto. Maria Giuseppina di Sassonia abbandonava la sfarzosa Dresda – una città che per il suo splendore architettonico era soprannominata la Firenze dell’Elba – e convolava a nozze con Luigi Ferdinando. Il duca Emmanuel de Croÿ scriveva sarcasticamente nel suo Journal de cour: «La principessa è assai ben fatta. Ha la carnagione chiara, bei capelli di un biondo argentato, e occhi deliziosi. Il viso è assai espressivo. Insomma proprio una graziosa bambola capace di far girare la testa». Ma la prima notte di nozze – secondo il rapporto del conte di Loos, ministro di Sassonia in Francia – il delfino non era riuscito a consumare il matrimonio, sebbene la vogliosa sposa avesse tentato in ogni modo di stimolare l’auguste attribut del consorte. Nessuna acrobazia aveva potuto smuovere l’apatico principe, che la mattina seguente, per difendere la propria virilità, aveva affermato tra gli sbadigli: «Ho avuto lo stesso problema anche con la mia prima moglie. Hanno una conformazione fisica troppo delicata e pertanto non mi è possibile raggiungere fino in fondo il piacere desiderato». Nessuno gli credeva! Alcuni imputavano l’impotenza al fatto che fosse eccessivamente ingrassato, altri a una sua tresca amorosa con uno scudiero, Monsieur de Chambord. Per le taverne di Parigi e i boschetti di Versailles già si canticchiava un satirico stornello: «Que la dauphine ait des enfants/ou qu’elle devienne stérile,/ah le voilà! Ah le voici!/Celui qui n’en a nul souci».
Trascorrevano tre anni prima che Ferdinando si decidesse a giacere seriamente con la sposa, e lo faceva all’indomani della prematura scomparsa della figlia di primo letto. Desiderava tuttavia programmare la nascita del suo erede per il giorno della festa di San Luigi re, il 25 di agosto, e così prendeva tutte le opportune precauzioni. Consultava i ginecologi e gli archiatri di Corte, e si recava fra le braccia della consorte solamente nelle ore prescrittegli dai medici. Ma il destino non gli arrideva e nessuno dei figli nasceva nella data prefissata. Il 26 agosto 1750 Maria Giuseppina partoriva la primogenita Marie-Zéphyrine, il 13 settembre dell’anno successivo Louis-Xavier, duca di Borgogna, l’8 settembre 1753 Xavier-Marie-Joseph, duca d’Aquitania, che moriva dopo cinque mesi. Luigi Augusto era in arrivo.
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III
La notte fra il 22 e il 23 agosto 1754 la delfina Maria Giuseppina si alzava frettolosamente dal letto con addosso soltanto una vaporosa chemise de nuit. A svegliarla di soprassalto era stato un forte dolore all’addome, dopo il quale si era scoperta bagnata dalla vita in giù. Le acque si erano rotte ed era cominciato per lei il quarto travaglio.
In un baleno una schiera di inservienti si riversava nei suoi appartamenti pronta ad assistere l’augusta partoriente. Mille candele venivano accese per rischiarare la reggia, mentre medici e levatrici accorrevano a prestare i primi aiuti premurandosi di profumarsi le mani con dell’acqua di rose. Le femmes de chambre scaldavano bacinelle di acqua e portavano decine di asciugamani di lino. Il primo valletto, Monsieur Binet, ordinava a un corriere di precipitarsi al castello di Choisy per annunciare la notizia a Luigi XV. Poi si recava nella camera di Luigi Ferdinando e gli comunicava che la consorte era prossima a dare alla luce il bambino.
Il delfino sembrava assai scocciato dall’evento e a fatica indossava una lunga vestaglia damascata per recarsi dalla sposa. Per evitare che il figlio nascesse senza la presenza di illustri testimoni, come prescriveva l’etichetta, faceva chiamare i soli tre ministri rimasti a Versailles: il cancelliere Guillaume de Lamoignon de Blancmesnil, il guardasigilli Jean-Baptiste Machault d’Arnouville e il controllore generale delle Finanze Jean Moreau de Séchelles. A loro si univa anche il marchese Louis Philogène Brûlart de Puisieulx. Alle sei e quarantacinque il vagito del neonato squarciava il silenzio dei saloni. Gli unici a compiacersene erano i genitori, mentre i nobiluomini chiamati a testimoni di quell’ennesima nascita sbuffavano vistosamente: avevano sopportato a fatica le grida della partoriente e a stento erano riusciti a restare in piedi tutta la notte per assistere alla venuta al mondo di un marmocchio che occupava solamente il quarto posto nella linea di successione al trono, avendo innanzi a sé il padre e due fratelli.
Al piccolo era imposto il nome di Luigi Augusto e il titolo di duca di Berry. Louis in onore di san Luigi e Auguste in omaggio al nonno materno Augusto III. Un articolo del «Mercure de France» recitava: «Il duca è stato prontamente battezzato dal cappellano di Sua Maestà, l’abate di Chabannes, alla presenza del curato della cappella reale». E proseguiva con dovizia di particolari: «Il Segretario di Stato e Tesoriere dell’Ordine del Santo Spirito, Antoine-Louis de Rouillé, ha fasciato il Principe con il Cordone Blu dell’Ordine per poi affidarlo alle amorevoli cure della governante dei Principi di Francia, la contessa Marie-Louise de Rohan Marsan, scortata dal Maresciallo delle guardie regie François de Neufville de Villeroy».
Il pomeriggio del 23 agosto la Corte si riuniva nella chapelle royale – il capolavoro architettonico di Mansart – per ascoltare un altisonante Te Deum composto dal sovrintendente delle musiche sacre François Colin de Blamont. Il caldo era insopportabile e le dame non cessavano di agitare i loro ventagli. I successivi festeggiamenti si svolgevano all’insegna della sobrietà: pochi fuochi d’artificio e un balletto ideato dal coreografo Jean-Philippe Rameau, La naissance d’Osiris.
A vegliare su Luigi Augusto e i suoi fratelli vi era la trentaquattrenne comtesse de Marsan, vedova del conte Gaston Jean-Baptiste Charles de Lorraine e sorella del maresciallo Charles de Rohan-Soubise, uno dei più intimi amici del re. Per l’alto lignaggio e la fine educazione, la Marsan era stata preposta da Luigi XV alla carica di governante dei nipoti. Non mancavano lingue biforcute secondo cui la nobildonna aveva più volte scaldato le regali coltri pur di accedere a quella prestigiosa e remunerativa collocazione. Nei Mémoires, Charles-Philippe d’Albert de Luynes ci ha lasciato di lei un sintetico ritratto: «La contessa di Marsan è amata, stimata e onorata da tutti coloro che la conoscono sia per l’abnegazione ai doveri che le sono assegnati, sia per la diplomazia dei comportamenti. È tuttavia cagionevole di salute e soggetta a dolori di petto che la costringono a vivere nutrendosi soltanto con un poco di latte».
Il 2 settembre 1755 la primogenita di Luigi Ferdinando, Marie-Zéphirine, moriva per una peritonite. E lo stesso Luigi Augusto destava preoccupazioni poiché aveva smesso di mangiare e la febbre lo tediava ogni sera....