Dopo una vita di salute e di efficienza, a quarantasette anni Adrian si era trovato improvvisamente nella necessità di dare un senso alla propria esistenza. Non metteva in questione né il matrimonio, del tutto tranquillo, né il lavoro nell’ufficio studi per i rapporti con l’estero della società petrolifera dove svolgeva da una decina di anni le sue mansioni di robot intelligente. Una cosa aveva capito: non voleva più appartenere alla sterminata e infame categoria delle Teste Vuote, uomini e donne che non hanno una propria personale idea del mondo o, per usare una parola grossa, che non hanno una propria filosofia. Da qualche tempo questo pensiero lo pungeva come una spina, passava notti insonni, quando dormiva faceva sogni orribili, e sempre più spesso durante la giornata veniva preso da improvvise stanchezze e depressioni.
Un giorno, chiacchierando con la moglie, Adrian ebbe una specie di folgorazione che espresse più o meno così:
– L’immaginazione è lo specchio della realtà e perciò gli eventi del mondo non sono altro che la duplicazione degli eventi immaginati dagli uomini. Sempre, prima o poi, succedono le cose che si sono immaginate.
– Sempre? – aveva domandato la moglie assai perplessa.
– Diciamo quasi sempre.
– Quasi sempre significa poco. Io voglio sapere se le cose immaginate dagli uomini, e suppongo anche dalle donne, succedono o non succedono.
– Te l’ho detto, succedono quasi sempre. Fra immaginazione e realtà non c’è un rapporto assoluto e matematico, bisogna mettere in conto gli scarti dell’imprevisto. Perfino in matematica ci sono le frazioni, i decimali e i numeri irrazionali.
– Fammi qualche esempio.
A questo punto Adrian si metteva a sbuffare e invece di scendere nei particolari concreti e pertinenti come pretendeva la moglie, riportava il discorso sulle generalità.
– Io penso che immaginazione e realtà sono due momenti simmetrici e complementari del mondo. Questo è un pensiero elementare che non ha bisogno né di esempi né di spiegazioni.
La moglie cercava di frenare la propria irritazione.
– Posso esprimere un concetto?
– Avanti.
– Io dico che pensare qualche volta confonde le idee.
Adrian non sopportava le battute ironiche della moglie, ma aveva bisogno di parlare con qualcuno per approfondire e chiarire le proprie idee. La ricerca delle verifiche doveva, al contrario, essere un esercizio solitario e privato.
Invece di salire in ufficio, su al dodicesimo piano del grattacielo dove aveva sede la società petrolifera, molte mattine Adrian andava a camminare avanti e indietro lungo il Laghetto dell’Eur sperando di vedere guizzare i delfini argentati sulla superficie piatta dell’acqua così come li aveva visti più di una volta con gli occhi della sua fervente immaginazione. Purtroppo i delfini continuavano ostinatamente a rimanere nascosti.
La sera prima di addormentarsi Adrian si concentrava sulla immagine dei delfini, aveva sentito che facevano così anche gli stregoni quando evocavano gli spiriti dei morti. Era sicuro che un giorno o l’altro li avrebbe visti guizzare nell’acqua del Laghetto. Ma perché puntare tutto sui delfini?
Adrian concentrò le sue immaginazioni su prospettive più semplici. Si sedeva nel soggiorno, chiudeva gli occhi e vedeva per esempio un pino marittimo del Lungotevere Arnaldo da Brescia secco come un chiodo. Ma ecco che passavano le settimane e i mesi e tutti i pini del Lungotevere continuavano a verdeggiare tranquilli.
Un giorno immaginò che entro una settimana sarebbero arrivati gli operai del Comune per asfaltare il tratto di marciapiede polveroso e pieno di buche che era rimasto così da quando avevano messo i tubi del metano davanti alla sua casa in via della Scrofa. Per dare una spinta alla sua immaginazione fece anche una telefonata all’Ufficio Reclami del Comune e una voce sonnolenta gli aveva risposto che avrebbe passato la sua richiesta all’ufficio competente. Naturalmente gli operai non si erano fatti vedere e il tratto di marciapiede era rimasto lì con le buche e la polvere. Forse non bisogna abbinare il desiderio con l’immaginazione, si era detto Adrian deluso ma non rassegnato.
La lettura dei settimanali lo aveva aggiornato nel frattempo sulla Crisi della Ragione e Adrian si era convinto che i suoi pensieri erano avviati sulla strada giusta. Non era più tempo di inventare teorie sistematiche. I pensieri non si possono né si devono organizzare entro schemi rigidi e razionali, ma vanno lasciati liberi come le vacche al pascolo, solo così possono concretizzarsi negli eventi simmetrici e complementari. Ma il paragone delle vacche al pascolo non gli era piaciuto e lo cancellò rapidamente dalla memoria. Si disse ancora che questi eventi vanno considerati nelle variabili della casualità, della labilità e delle incertezze che, come la nebbia, ne confondono i contorni. Ma a questo punto aveva dovuto rendersi conto che purtroppo la sua teoria delle immaginazioni si stava frantumando in un rivolo di imbarazzanti contraddizioni. Doveva arrendersi per questo? Mai più. Si disse che ogni teoria vitale comprende in sé le proprie contraddizioni come ogni organismo vivente contiene gli anticorpi che gli permettono di reagire alle aggressioni morbose. Anticorpi o antidoti? Consultò il vocabolario e si disse che anticorpi era proprio la parola giusta. Ma ancora non era soddisfatto dei propri pensieri, qualche volta aveva addirittura la sensazione di non essere d’accordo con quello che aveva pensato o che stava pensando. Ma il pensiero sul pensiero è una malattia, aveva deciso Adrian, e forse aveva ragione sua moglie quando diceva che pensare confonde le idee.
Ogni tanto chiamava la moglie per annunciarle nuove proposizioni della sua teoria.
– Nulla succede nel mondo che non sia stato o che non possa essere stato immaginato dall’uomo. Perciò qualunque cosa l’uomo immagini, prima o poi si realizza, con la sola esclusione delle immaginazioni assurde.
– Si tratta di stabilire che cosa intendi per assurdo.
– Assurdi sono gli eventi che non si realizzano.
Di fronte a questi sofismi la moglie rimaneva interdetta e disorientata. Ma nemmeno a lei dispiaceva tenere in esercizio la mente, e accettava la discussione con il marito a qualsiasi ora del giorno e della notte.
– Il cavallo di Troia secondo te è un episodio assurdo o no?
– Se è avvenuto non è assurdo.
– E qualcuno lo aveva immaginato prima, secondo te?
– Come minimo lo aveva immaginato Ulisse, ma forse prima lo aveva immaginato qualcun altro.
– La tua è una teoria delle congetture, insomma.
– Ma quando le congetture si realizzano diventano dei fatti.
– Allora secondo te siamo tutti profeti.
– Basta aspettare. La conferma delle immaginazioni può arrivare anche dopo cento o duecento anni. La teoria degli atomi indifferenziati di Eraclito ha aspettato più di duemila anni per avere la conferma scientifica. Ci vuole pazienza.
Di fronte a simili arroganze la moglie si metteva tutte e due le mani nei capelli e stringeva i denti per la rabbia. Poi si chiudeva in un mutismo totalitario che poteva durare anche una intera giornata.
Ho cominciato a fare un gioco rischioso per la credibilità della mia teoria. Come giocare alla roulette con le immaginazioni. Ogni principio del mese scrivo tre o quattro foglietti con una breve descrizione delle mie immaginazioni più recenti. Metto i foglietti dentro una busta che sigillo e faccio firmare da mia moglie perché non sospetti qualche manomissione. Naturalmente si tratta di immaginazioni che verosimilmente possono realizzarsi a breve termine. Al principio di aprile avevo messo in una busta quattro foglietti. Primo, avevo immaginato un incidente mortale nella zona dell’Eur nel corso del mese. Il giorno sedici di aprile le cronache dei giornali romani riportavano la notizia che era stato trovato un ragazzo di diciannove anni dentro la sua automobile, morto per una overdose di eroina. Ho aperto la busta per mostrare il foglietto a mia moglie e poi l’ho sigillata di nuovo lasciando dentro gli altri tre. Naturalmente lei ha obiettato che «incidente mortale» come avevo scritto io significava «incidente stradale». Non aveva torto, ma ne è nata ugualmente una discussione senza che nessuno dei due riuscisse a convincere l’altro. Il secondo biglietto prevedeva la visita di un sovrano straniero in Italia. In realtà sono arrivati i principi ereditari inglesi che propriamente sovrani non sono, ma lo saranno. Nuova discussione fra me e mia moglie, con esito incerto. Le altre due immaginazioni che a malavoglia ho estratto dalla busta alla fine del mese non hanno avuto nemmeno l’onore della discussione. Non c’è stata infatti nessuna crisi di governo e non è stato messo sotto inchiesta nessun ministro per quanto ci fossero ragioni più che sufficienti sia per l’uno che per l’altro evento politico.
– Così hai dimostrato che come profeta sei una frana e che la tua teoria è campata in aria – ha detto mia moglie.
– Hai ragione. Ma tutte le teorie sono campate in aria prima di trovare la conferma dei fatti.
– Qualcuno ha detto che più di una volta i fatti hanno smentito una teoria, ma non si è mai visto una teoria smentire i fatti.
– Ma qui è l’assenza dei fatti, non i fatti, che mettono in discussione la teoria. E il mio errore è stato quello di puntare sui tempi brevi, solo questo.
Poi ho citato il caso di un cartografo di Norimberga, un certo Martin Beheim, il quale aveva disegnato con un secolo di anticipo il passaggio a Sud-Ovest che poi Magellano sarebbe andato a scoprire. Purtroppo non ho saputo citare la fonte perché la notizia proveniva da un libro di cui non ricordavo né il titolo né l’autore.
– Se non mi dici dove hai letto questa teoria del cartografo di Norimberga come faccio a crederti? Potresti averla inventata.
Ho ribattuto che nel Medioevo non si contano le immaginazioni cartografiche destinate a diventare in seguito geografia e storia, terre di contesa fra esploratori, missionari e conquistadores. Perfino Colombo pare che si sia servito di una mappa segreta per il suo viaggio.
Ho diradato le mie passeggiate lungo il Laghetto dell’Eur e ho ripreso a andare in ufficio tutte le mattine. Il mio ufficio si occupa in particolare delle possibilità di acquisti e scambi di prodotti petroliferi e dei loro derivati con i paesi del Medio Oriente. Ho messo a punto un piano di accordi commerciali con il Kuwait e l’Arabia Saudita escludendo dalle mie immaginazioni commerciali l’Iran e l’Iraq perché ho sempre diffidato di questi paesi che includono nel loro nome la parola «ira». Ho fatto lavorare per più di un mese l’ufficio legale della società per studiare gli statuti commerciali di quei due paesi. Poi ho fatto preparare precisi schemi di contratto per acquisto di greggio da raffinare e forniture di prodotti finiti derivati dal petrolio come oli lubrificanti, bitumi, vernici, paraffine, solventi, lucidi da scarpe e altri prodotti. Ho specificato cifre, date, valuta, spese di trasporto, assicurazioni, tutto.
Il direttore commerciale della società è andato sulle furie. Ha definito assolutamente cervellotici i miei contratti e assurdi gli scambi previsti e proposti. Requisire poi l’intero ufficio legale della società per studiare contratti di pura follia come questi non era stata soltanto una leggerezza imperdonabile, ma una grave deviazione dalle mie competenze.
Ho spiegato che le mie ipotesi commerciali non erano mica tanto assurde e che avevo elaborato le mie bozze di contratti su precise informazioni e intuizioni.
– Quali informazioni e quali intuizioni?
Il direttore commerciale mi aveva convocato nel suo ufficio per farmi un processo direttissimo e senza appello, lo avevo capito dalle prime battute.
Sono rimasto muto come una sogliola. Stavo lì seduto di fronte a lui, a testa alta, senza dire una parola. Io non sono di quelli che si mettono a strisciare sul pavimento di fronte ai superiori, io conservo la mia dignità anche nelle situazioni difficili. Siamo rimasti a guardarci in faccia senza dire niente per almeno cinque lunghi minuti.
Il direttore ha aperto di nuovo la bocca, finalmente.
– Non ha da dirmi proprio niente?
Allora gli ho spiegato la mia teoria delle immaginazioni. Man mano che parlavo vedevo alzarsi davanti a me una barriera di incredulità, di stupore e di irritazione crescente. A un certo momento il direttore si è distratto, ha acceso una sigaretta senza dirmi se volevo fumare anch’io. Ho interpretato questo gesto come una offesa e una provocazione. Di colpo ho perso la mia sicurezza, mi sono confuso e non so più che razza di discorso ho fatto.
Il direttore è diventato stranamente più gentile, quasi protettivo, e mi ha interrotto per consigliarmi di andare in vacanza, di prendermi sei mesi di aspettativa per riposarmi, magari in campagna. Ho capito che dovevo accettare il suo consiglio e togliermi dai piedi per sei mesi. Nel frattempo, mi sono detto, non è escluso che il Kuwait e l’Arabia Saudita confermino le mie immaginazioni commerciali. Invece di andare in campagna ho ripreso a passeggiare lungo il Laghetto dell’Eur nella speranza di vedere i delfini.
Da qualche tempo mio marito dà i numeri, ma non per questo chiederò il divorzio. In fondo gli voglio bene anche se in questi ultimi tempi le sue stranezze hanno raggiunto il limite di guardia. Il mio equilibrio, la mia buona volontà e la mia pazienza permettono al nostro matrimonio di procedere come un motore che non risponde più alle accelerate ma regge perfettamente il minimo. Non ho nominato l’amore perché l’amore è un ricordo ormai lontano, una carcassa abbandonata ai margini della strada.
Ogni mattina lo porto in automobile fino al piazzale dove sorge il grattacielo della sua società per una penosa finzione che sicuramente durerà per tutti i sei mesi della aspettativa. Adrian dice che in ufficio non possono fare a meno di lui e che ogni mattina deve passare a dare i suoi consigli al collega che lo sostituisce. Lo lascio sul piazzale dell’ingresso e me ne vado, qualche volta nei dintorni di Roma con una amica o un amico tanto per distrarmi un po’. Lui invece di entrare svolta per una strada laterale e va a camminare avanti e indietro lungo il Laghetto aspettando che si facciano vedere i delfini. Povero Adrian, chissà come andrà a finire questa storia. Posso anche rispondere: non tanto bene.
Il sabato e la domenica non può fingere di andare in ufficio e allora mi chiede di portarlo al Laghetto, la vista dell’acqua dice che gli ristora gli occhi.
Ho provato a proporgli di andare qualche volta sul lago di Bracciano già che gli piace l’acqua. Lì abbiamo degli amici con una casa proprio sul lago e sono disposti a fargli fare qualche giro con la barca a vela. Niente da fare, non vuole andare a Bracciano.
– È un lago molto profondo e la profondità mi dà le vertigini come quando mi affaccio alle finestre del mio ufficio. Sono un animale metafisico ma ho bisogno di stare con i piedi sulla terra.
Io e Adrian non parliamo mai del suo esaurimento nervoso. Ci siamo tacitamente accordati di chiamarlo stanchezza allergica. Per completare la finzione l’ho portato da uno specialista allergologo che gli ha fatto un centinaio di tests e alla fine ha trovato che è allergico all’assenzio, un cespuglio aromatico e medicinale che cresce sull’Appennino e che non si trova a Roma e neppure nel Lazio.
Da qualche giorno Adrian ha ripreso a parlare della sua teoria e dice che sta prendendo appunti per scrivere un libro. Sono andata a frugare fra le sue carte e ho trovato un quadernetto con degli appunti scritti in una calligrafia assolutamente indecifrabile. Forse non si tratta nemmeno di pa...