
- 546 pagine
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L'onere della prova
Informazioni su questo libro
Una difficile partita del brillante avvocato di "Presunto innocente", che rientrando in casa dopo un viaggio scopre che la moglie si è suicidata. Un romanzo di grande presa emotiva che va oltre i limiti di una storia criminale.
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Informazioni
Print ISBN
9788804370635eBook ISBN
9788852054174PARTE SECONDA
13
Clara Mittler era già troppo vecchia quando lo conobbe. Era il 1956.
S’incontrarono nel clima favorevole dello studio legale di suo padre, dove Stern aveva una stanza nella suite di Henry Mittler. In quegli anni Stern venerava Henry; più tardi, verso la fine, aveva visto il suocero come un uomo troppo privo di spirito di giustizia per meritare ammirazione. Ma nel 1956, con la sua personalità imponente e a volte vulcanica e soprattutto con la sua influenza e la sua ricchezza, Henry Mittler appariva a Stern, uscito da poco dalla facoltà di legge di Easton, come un gigante da diorama, un emblema maestoso dei successi possibili nell’avvocatura. Era un uomo massiccio, con una pancia formidabile e i capelli bianchi pettinati all’indietro dall’attaccatura a punta, nitida come una freccia, e modi che erano di volta in volta astuti, dottorali, implacabili. Sotto molti aspetti, Henry era il più raffinato dei gentiluomini; faceva collezione di francobolli e per molti anni, in seguito, Stern sarebbe rimasto a guardarlo con stupore mentre li riordinava e li esaminava con la lente e le pinze. Quand’era di un umore diverso, diventava spaventosamente volgare. Ma sempre irradiava la personalità imperiosa d’un direttore d’orchestra.
Quel complesso impressionante di qualità e, come Stern scoprì in seguito, il fortunato matrimonio con una donna dalla posizione ragguardevole, avevano fatto di lui un consulente molto apprezzato per intuito e discrezione nella piccola ma prospera comunità di ebrei tedeschi che fioriva nella città. Due delle più grosse banche indipendenti del centro erano sue clienti; e lo erano anche le famiglie Hartzog e Bergstein, che proprio allora stavano costruendo i loro imperi nel campo dei voli aerei e dell’industria alberghiera. Henry era diventato maggiorenne in un’epoca in cui coloro che serviva rappresentavano lo sfruttamento, la lotta contro i sindacati e gli sfratti spietati, il vecchio regno della ricchezza accettato come ordine naturale delle cose. Adesso il mondo era cambiato e in America il Capitale non corrispondeva più al Potere nello stesso modo brutale. Ma Henry, non meno di chiunque altro, era l’immagine dei suoi tempi, quando era normale che un avvocato della sua importanza fosse un gentiluomo con i clienti e un figlio di puttana con tutti gli altri.
Sette giovani avvocati lavoravano per Henry negli studi del vecchio LeSueur Building, con gli infissi in bronzo stile art déco. Quando si era laureato alla facoltà di legge, Stern aveva risposto a un annuncio apparso su una gazzetta professionale, e aveva preso in affitto una stanza dello studio. Era una sistemazione promettente. Henry non andava personalmente in tribunale; e ogni tanto c’erano casi di secondaria importanza che avrebbe potuto passare a Stern. Recuperi di crediti, qualche divorzio, magari. Lesioni personali di poco conto e infrazioni del codice della strada. Non faceva molta differenza. Se avesse avuto abbastanza lavoro, Stern avrebbe potuto pagare l’affitto di 35 dollari al mese.
Per quella somma, Stern acquisì l’accesso alla biblioteca di testi legali di Mittler... sembrava una concessione sensazionale anche se gli imponenti trattati di diritto commerciale non erano molto utili per lui che intendeva specializzarsi nelle cause penali. E poi, la segretaria di Mittler prendeva i suoi messaggi telefonici. In quei primi mesi non poteva permettersi un telefono tutto suo. Le chiamate per lui arrivavano al numero dello studio legale di Mittler; e poi Stern rispondeva, a pagamento, da una cabina telefonica nell’atrio, trentadue piani più sotto.
Quella sistemazione, che per Stern andava bene, diventò molto presto inaccettabile per Henry. Non poteva lamentarsi per il modo in cui Stern si occupava dei casi che gli affidava. Ma non vedeva di buon occhio i clienti che si portava dietro dal tribunale della polizia, dove andava un paio di volte la settimana nella speranza di crearsi un giro. Dopo due o tre tentativi inutili, aveva attirato l’attenzione di un sergente della polizia che si chiamava Blonder e, in cambio di cinque dollari per ogni successo, Blonder aveva cominciato a decantare i trionfi di Stern e a distribuire il suo biglietto da visita agli arrestati che arrivavano con il cellulare. Quei clienti, zingari, taccheggiatori, ubriachi coinvolti nelle risse, venivano ad attendere Stern nell’elegante anticamera di Henry Mittler, a fianco del cliente dello stesso Henry, Buckner Levy, impeccabile nel suo pince-nez, presidente della Cleveland Street Commercial Bank. Non succedevano incidenti; ma la vista di quegli individui in canottiera che fumavano sigarette e a volte scambiavano i portacenere per sputacchiere faceva infuriare Henry. Quando Stern conobbe Clara, i suoi clienti erano stati relegati su una panca nel corridoio mentre Henry meditava di sfrattarlo completamente. Anzi, era così inferocito che aveva ordinato a Stern di cercarsi un altro ufficio, anche se in seguito non ne parlò più.
In quanto a Clara, andava a lavorare nello studio del padre due o tre giorni la settimana. Stern l’aveva vista per la prima volta mentre passava nel corridoio. Era snella, eretta, e stava seduta di fronte a Henry Mittler con un blocco per stenografia in mano. Stern si soffermò: c’era qualcosa che non quadrava. La ragazza aveva un’aria aristocratica e portava un’elegante camicetta di seta e una gonna di ottima lana marrone; al collo aveva un filo di perle. Poi notò che non era seduta su una sedia, ma sullo sgabello poggiapiedi della poltrona di Mittler.
«Sì, Stern?» Henry l’aveva visto attraverso la porta aperta. Stern, che non aveva avuto intenzione di fermarsi, disse che sarebbe tornato più tardi: ma Mittler era di umore espansivo e gli ordinò più o meno di entrare. «Mia figlia» disse indicandola con la mano mentre cercava qualcosa sulla scrivania.
I capelli dalle sfumature rossastre e smorzate erano un po’ troppo corti, la carnagione era pallida e segnata da un paio di lividi vicini a uno zigomo; e come prima impressione Stern non avrebbe saputo dire se era carina o scialba. Senza dubbio aveva un’aria spenta. Gli rivolse un cenno senza mostrare più interesse di quel che avrebbe dedicato a un mobile.
Henry stava cercando la pipa.
«Immagino che ormai avrà trovato un’altra sistemazione» disse mentre l’accendeva.
«Non ancora» rispose Stern.
Molti anni dopo, Stern avrebbe continuato a ricordare la rapidità fulminea con cui aveva calcolato i vantaggi che avrebbe potuto dargli l’attenzione di quella ragazza. Ma era stato Henry a incominciare.
«Stern viene dall’Argentina» disse.
Clara si animò un poco. «Da dove, esattamente?» chiese.
Nel 1956 gli americani, in generale, guardavano con apprensione tutti gli stranieri; e per quanto riguardava l’Argentina non volevano imparare niente più del tango. Stern le fu subito grato per il suo interesse.
«Buenos Aires, soprattutto. Abbiamo vissuto in località diverse. Mio padre era riuscito a trasformare l’esercizio della medicina in un’attività itinerante.»
«Suo padre era dottore?» chiese Henry. «Ha sempre dato l’impressione d’essere un povero figlio di puttana... Scusami, Clara.»
«È vero, purtroppo» disse Stern.
«È lui, quello che scende nell’atrio per telefonare» spiegò Henry.
«Ah» disse Clara.
Il povero Stern si sentì assalire dalla vergogna. Clara gli prese il braccio.
«Papà, stai mettendo in imbarazzo il signor Stern.»
Henry fece una smorfia. Non era certo il tipo da preoccuparsi per così poco.
Fin da quei primi istanti c’erano stati alcuni elementi che sembravano incomprensibili. Clara era troppo sofisticata e troppo ricca per fare la stenografa, eppure veniva due o tre volte la settimana per battere a macchina e rispondere al telefono. Quando Stern le passava accanto gli rivolgeva un sorriso distratto: sembrava un essere umano piuttosto chiuso, difficile da decifrare al di fuori di un certo stoicismo esteriore.
«È studentessa?» le chiese un giorno impulsivamente Stern nel corridoio accanto all’ufficetto che lei divideva con altre due impiegate.
«Io? No. Ho finito il college tre anni fa. Quattro, anzi. Perché me lo domanda?»
«Immaginavo...» disse Stern. Come al solito non riusciva a trovare le parole giuste.
«Che io fossi più giovane» disse lei.
«Oh, no» ribatté subito Stern. Non ci aveva pensato, ma Clara sembrava tirarsi indietro: s’era messa in imbarazzo rivelando quella vulnerabilità. «Mi domandavo semplicemente che cosa fa quando non sta qui.»
«Pensa che abbia di meglio da fare che battere a macchina per mio padre?»
«Signorina...» disse Stern. Poi si accorse che Clara cercava di mostrarsi civettuola, ma in realtà lo faceva con goffaggine. «Sono certo che è capace di fare molte cose.»
Clara tacque. Stern si allontanò, incupito. Non gliene andava bene una, con quella famiglia. Ma un paio di giorni dopo, mentre passava per il corridoio, lei lo chiamò.
«Signor Stern?» Stern si affacciò: non era certo che fosse proprio la sua voce. Teneva gli occhi abbassati e batteva sui tasti della macchina da scrivere, una massa ingombrante di ghisa nera. Finalmente lei parlò, come se avesse dovuto riflettere a lungo. «Mi dica, signor Stern, secondo lei che cosa ho studiato?»
Oh, santo cielo, e adesso? Stern si buttò su una risposta che immaginava inoffensiva.
«Secondo me ha studiato musica.»
L’espressione di piacere che apparve di colpo sul viso di Clara era incandescente.
«Gliel’ha detto mio padre.»
«No» disse Stern con immenso sollievo.
«La musica le piace?»
«Molto.» Non era una bugia. A chi non piaceva la musica? Clara aveva studiato pianoforte per molti anni, disse. Parlò di compositori che Stern conosceva soltanto di nome. Decisero che una volta o l’altra avrebbero ascoltato musica insieme. Tuttavia, al termine della conversazione, Stern pensò che quella giovane donna sembrava davvero strana. Laureata e oziosa per metà, e traboccante di sensibilità nervosa. Quanti anni aveva? Ventiquattro o venticinque, calcolò, un anno o due più di lui. Era strano che a quell’età una ragazza non si fosse sposata, persino lì negli Stati Uniti.
La settimana dopo Henry lo chiamò nel suo ufficio. Stern temeva che stesse per consumarsi la sua estromissione, ma dal modo in cui Henry borbottava e girava intorno all’argomento si capiva che aveva in mente qualcos’altro. Se avesse dovuto revocare un permesso, l’avrebbe fatto senza esitare.
«Noi non possiamo andare» disse Mittler. «Io e Pauline.» Erano biglietti per un concerto sinfonico. Li porse a Stern. «Sono sicuro che a Clara farebbe piacere.» Stern era troppo allibito perché Mittler fosse disposto a correre rischi. «Sa,» continuò «è stata Clara a chiedermelo. Si vergognava a farlo personalmente.»
«È molto gentile, signor Mittler. Ne sono molto lieto.»
«Certo» disse Henry. «Vede, non so come giudicare mia figlia, Stern. Non so se sia giusto fare così o no. Magari le sembra intelligente, ma metà delle volte non sa cosa vuol fare. Mi creda. Ho assicurato a sua madre che non ci saranno problemi. Le ho detto che lei è innocuo.» Gli occhi di Mittler avevano un riflesso giallastro mentre lo fissava.
Avrebbe dovuto tirarsi indietro? Qualche decennio più tardi, sopraffatto dall’angoscia, poteva porsi quell’interrogativo, ma non era in grado di dare una risposta affermativa. Aveva preso i due biglietti che Henry gli porgeva e aveva risposto con un mormorio a quel giudizio sulla sua innocuità. Se qualcuno fosse stato presente ad ascoltare, avrebbe concluso che era d’accordo.
14
Nell’istante in cui Peter lo guardò, Stern comprese che era irrequieto. Era un’espressione familiare, non molto lontana dal panico; ma in un batter d’occhio fu scacciata con uno sforzo di volontà. Peter girò gli occhi nella sua anticamera come per vedere chi altri fosse presente, poi chiese a voce bassa: «Cos’è successo?».
Stern non era mai stato nello studio del figlio. Quando Peter era medico interno presso l’ospedale, Stern e Clara avevano pranzato con lui un paio di volte alla mensa dell’ospedale universitario. Con gli zoccoli verdi e lo stetoscopio infilato in tasca, Peter sembrava vitale, animato, straordinariamente a suo agio. La padronanza che dimostrava nei confronti dell’ambiente aveva colpito Stern: ne era felice per il figlio, che molto spesso era nervoso. Ma a quanto pareva quegli incontri non erano altrettanto piacevoli per Peter. Durante l’anno e mezzo trascorso da quando aveva aperto uno studio privato, non aveva mai invitato il padre a fargli visita. Clara, sicuramente, era venuta a pranzo. Ma quel giorno Stern aveva vagato nel piccolo centro uffici nei sobborghi in cerca dello studio medico dove lavorava Peter; molti scrupoli lo assillavano ed era certo che da un momento all’altro l’impazienza e l’ansia l’avrebbero indotto a tornare indietro. Non era stato così. Purtroppo c’era una necessità autentica, un vero problema.
«Ho bisogno del tuo parere su una faccenda» disse Stern al figlio. «È piuttosto delicata.»
Ancora visibilmente sconcertato, Peter lo condusse lungo un labirinto di corridoi a tinte sgargianti fino a un minuscolo ufficio non più grande d’un ripostiglio. In quell’ambiente Peter si era permesso alcune concessioni. La scrivania era linda, occupata solo da alcuni oggetti offerti in omaggio dalle ditte farmaceutiche: un portapenne d’onice, un aggeggio ottagonale di plastica che era un calendario. A una parete c’era un paravento di seta tutt’altro che sensazionale; i diplomi erano allineati lungo una colonna. Sul ripiano più alto della libreria Stern notò l’unica foto presente nell’ufficio, una piccola foto di Clara fatta qualche anno prima e racchiusa in una cornice ovale. Con ogni probabilità era un’aggiunta recente. Gli uomini della generazione di Peter non mettevano in mostra le foto delle madri, neppure con tanta discrezione, finché erano vive.
«Di cosa si tratta?» chiese Peter. «Stai bene?»
«Abbastanza» rispose Stern.
«Kate mi ha detto che Claudia le ha riferito che certe mattine non vai in ufficio.»
Stern non aveva immaginato che sua figlia comunicasse con la segretaria. Era commovente che mostrassero tanto interesse per lui... e tipico di Peter tradire il segreto con tanta disinvoltura. Stern non era andato in ufficio dopo l’incontro con Radczyk e neppure il giorno prima, lunedì. Persino quella mattina non era stato certo di farcela a svegliarsi. Ma non era venuto lì in cerca di conforto. Disse semplicemente che st...
Indice dei contenuti
- Copertina
- L’onere della prova
- PARTE PRIMA
- PARTE SECONDA
- PARTE TERZA
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