Ismaele è un quattordicenne timido e goffo, impegnato nella difficile arte di passare inosservato, soprattutto da quando sulla sua strada c'è Barry Bagsley, il bullo della scuola. Ma un giorno in classe arriva Scobie: a prima vista sembra un imbranato, il bersaglio perfetto, invece si rivela un tipo tosto. Con lui tutto sembra possibile: parlare di fronte a centinaia di persone, conoscere la ragazza dei propri sogni e forse perfino tenere testa a Barry e ai suoi scagnozzi.
Domande frequenti
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Vi sono alcuni strani momenti e occasioni, in questo bizzarro e confuso affare che chiamiamo vita, quando un uomo scambia tutto quanto l’universo per un grande scherzo, benché ne discerna solo oscuramente lo spirito e sempre più sospetti che lo scherzo sia fatto nient’altro che a sue spese.
Herman Melville, Moby Dick
CAPITOLO PRIMO
AVANTI, SQUADRA!
La campagna pubblicitaria di Scobie per costituire i vari gruppi di Dibattito a scuola ebbe un certo successo, particolarmente su quelli dell’ottavo anno: fra loro ci furono tanti volontari da formare ben tre squadre. Sfortunatamente, però, nelle classi del decimo, dell’undicesimo e del dodicesimo anno la risposta fu nulla o quasi.
L’ultimo incontro in programma era quello dedicato ai ragazzi del nono. Il mercoledì all’ora di pranzo, Scobie e io arrivammo nell’aula dov’era fissato l’appuntamento e aspettammo.
Non sapevo bene se desideravo che qualcuno entrasse da quella porta oppure no… Era tutta questione di numeri. Se non fosse venuto nessuno, mi sarebbe spiaciuto per Scobie. Se si fossero presentate almeno quattro persone, io sarei stato a posto e James avrebbe avuto il suo gruppo di oratori. Se però fossero arrivati solo due o tre ragazzi, Scobie avrebbe potuto formare la sua squadra, ma a me sarebbe toccato partecipare attivamente ai dibattiti. Avevo bisogno di una carestia o, al contrario, di un’alluvione di volontari. Proprio mentre realizzavo la situazione, Ignatius Prindabel fece capolino dalla porta e domandò: — È questo il gruppo di Dibattito?
A un cenno di assenso di James, avanzò goffamente nella stanza e si sedette.
Ignatius Prindabel mi faceva sempre venire in mente un vecchietto, un po’ perché era magro e curvo, un po’ per l’attaccatura dei capelli, alta sulla fronte. A volte mi veniva la folle idea che fosse davvero un pensionato travestito da ragazzo, mandato dal governo per tenere d’occhio la situazione, tipo un infiltrato della polizia incaricato di controllare il comportamento degli insegnanti, oppure una spia delle squadre antidroga, anche se non riuscivo a spiegarmi perché dovessero poi servirsi proprio di pensionati. Costavano meno? O erano gli unici ad avere tempo per lavori del genere? Alla fine, decisi che Ignatius Prindabel era soltanto un ragazzo dall’aria strana come tutti noi.
Mentre aggiungevo il suo nome alla lista, insieme a quello di Scobie e al mio, mi domandai che tipo di oratore sarebbe mai stato Ignatius. Senza dubbio era uno dei ragazzi più intelligenti del nostro anno. Quando si trattava di rintracciare fatti, informazioni o date, si trasformava in un motore di ricerca vivente e pensante: li accumulava come monete d’oro. Le materie che lo interessavano di più erano matematica, scienze naturali e storia. Raramente metteva piede nel reame della fantasia, dell’ignoto o dell’incerto. Infatti Prindabel non era solo il tipo di persona che si rifiuta di cantare fuori dal coro; lui insisteva per farlo dal centro esatto della fila. Ignatius voleva che il suo mondo, e tutto ciò che conteneva, fosse tanto concreto e prevedibile quanto un cubo perfetto. Se poteva calcolarlo, misurarlo, provarlo, definirlo, classificarlo, documentarlo, etichettarlo, sezionarlo, conservarlo, posizionarlo su una linea del tempo, infilarlo in una scatola o appiccicarlo su un tabellone, allora quell’elemento aveva trovato il suo posto nell’universo di Prindabel.
Sapevo che i fatti nudi e crudi erano sempre utili durante un dibattito, ma il problema era che non avevo mai sentito Ignatius mettere insieme più di due parole di fila in una conversazione – o pronunciare niente che somigliasse a un discorso articolato – e mi sembrava che se la cavasse meglio con un computer o con un ratto da sezionare che con i compagni. In quello che la signorina Tarango chiamava mondo dell’immaginazione, delimitato solo dalla nostra fantasia, Ignatius Prindabel mi aveva sempre fatto venire in mente un poveretto costretto in una camicia di forza. Insomma, l’arte della retorica e il buon Prindabel non mi sembravano esattamente una coppia nata sotto i migliori auspici.
— Com’è che ti iscrivi a questo laboratorio, Ignatius?
— Perché devo sviluppare le mie capacità d’interazione sociale — rispose, quasi stesse parlando di una pianta cui serve del fertilizzante.
— Ah, capisco. E cosa te lo fa pensare?
— Mia madre — rispose, tirando fuori dalla tasca una calcolatrice e mettendosi a digitare furiosamente una serie di numeri sulla tastiera.
All’improvviso la porta si spalancò. — Raga, è qui l’ingaggio per Dibattito? Ehi, Scon-nesso, le tue preghiere sono state ascoltate: il Grande Zeta ha risposto alla chiamata! Ma… Cosa vedo? È tutto qui quel che abbiamo? Be’, non c’è problema, anzi forse è meglio che non ci sia una grossa adesione. Non avrei davvero voluto si trasformasse in una massemblea! Ehi, però vi vedo un po’ lentini! Mass-emblea, capito? Va be’, quando iniziamo? Qual è l’argomento? Ehi, Prindabel, fratello! Ma è vero che una pupa ti ha chiesto quando potevate uscire insieme e tu le hai risposto: Il 20 luglio 1969, data dello sbarco dell’uomo sulla Luna? Ragazzi, si schiatta qua dentro! Oppure sono io che sto andando a fuoco?
Un’espressione disperata e sperduta si fece strada sul viso di Ignatius Prindabel. Era la stessa che vi compariva quando la signorina Tarango parlava di poesia. Il nuovo arrivato era Orazio Zorzotto, più comunemente noto come Razzo, Razza, il Razzo, l’Uomo Razzo o Zorro. Solo lui, ma di rado, si riferiva a se stesso chiamandosi il Grande Zeta. Il motivo per cui Razza si era presentato era evidente: imparare l’arte retorica l’avrebbe aiutato a diventare un politico oppure un comico famoso. Ovviamente era lì per affinare le sue capacità oratorie.
— Ehi, Scobie, ho sentito che gareggeremo contro qualche scuola di belle pupe, vero? Fico, ci sto!
Ecco qua gli altri reconditi motivi per cui il nostro Grande Zeta voleva iscriversi.
Pochi istanti dopo, l’ingombrante sagoma di Bill Kingsley si fece avanti nell’aula. — È qui che ci si iscrive al Club degli Scacchi?
— No — rispose Scobie. — Credo che l’iscrizione al corso per scacchisti fosse di mercoledì, ma due settimane fa!
— C’eri quasi, Kingsley, ma per questa volta vai in bianco — commentò Razza. — Non dirmi che ti c’è voluto tutto questo tempo per trovare l’aula! Comunque sei in ritardo soltanto di due settimane. Magari pensavi che ti avrebbero aspettato, eh? Ma oggigiorno non c’è più rispetto. Dove andremo a finire, dico io?
— E questo allora cos’è?
— Il laboratorio di Dibattito. T’interessa? — domandò Scobie.
Bill Kingsley ci studiò lentamente, a uno a uno. — Va bene — concluse poi, e si sedette.
— Cosa? — Questo era veramente troppo per Razza. — Sei venuto a iscriverti al Club degli Scacchi e finisci nel laboratorio di Dibattito? Ti rendi conto che c’è una certa differenza tra le due cose, vero, Kingsley?
Bill scrollò le spalle e non si degnò di rispondere.
Razza si sporse dal banco e gli posò amichevolmente una mano sulla spalla. — Senti, tu sei fanatico di tutte quelle cretinate tipo UFO e fantascienza, no? Allora, dimmi… è possibile che, un po’ di tempo fa, qualcuno di quegli strani esserini alieni ti abbia teletrasportato sulla sua navicella spaziale e ti abbia prelevato il cervello per studiarlo, ma che poi, è solo un’ipotesi, ovviamente, per sbaglio il tuo cervello gli sia caduto per terra e ci abbia passeggiato sopra per un po’ prima di rimetterlo a posto? O forse, chissà, te l’hanno semplicemente tolto e l’hanno sostituito con qualcos’altro, tipo una spugna o un pezzo di legno o qualche strana poltiglia marziana? Oppure ti hanno sezionato per esaminare tutte le parti del corpo e, quando ti hanno rimontato, hanno messo le viscere al posto del cervello e viceversa… Capisci cosa voglio dire? Pensaci bene, Kingsley. Cerca di ricordare: è molto importante. Per caso ricordi delle luci a intermittenza? Qualche omino verde? Una strana sensazione di vuoto alla testa?
Bill Kingsley continuò a fissarlo, ma non ribatté nulla.
— Orazio, non abbiamo molto tempo, quindi, se non ti spiace, direi di cominciare.
— Stavo solo cercando di dare una mano — rispose Razza, alzando entrambe le braccia, quasi a dimostrare che era disarmato. Poi si allungò all’indietro sulla sedia e prese a tamburellare con delicatezza un ritmo frenetico sul ripiano del banco, muovendo al contempo le gambe come pistoni.
— Bene, mi sembra che non si stia facendo vivo nessun altro — continuò Scobie, ignorando l’esibizione maniacale lì accanto. — Quindi eccoci qui. Congratulazioni, ragazzi, siete stati scelti per partecipare al Primo Gruppo del laboratorio di Dibattito del nono anno.
Razza schizzò dalla sedia.
— Oh-mio-Dio! Non posso crederci! Sono riuscito ad arrivare tra i primi! Oh-mio-Dio! — smaniò ancora. — Vorrei ringraziare il Signore, i miei genitori, il mio cane Mitzy, il mio scarafaggio da compagnia Zozzo e tutta la gentucola che ho dovuto calpestare per arrivare fino a qui… Ma, più di ogni altro, vorrei ringraziare tutti coloro che non si sono presentati per l’iscrizione. Vi voglio bene, ragazzi! Senza di voi non ce l’avrei mai fatta! Grazie… grazie… grazie…
Detto questo, Razza si stese sul banco davanti a sé, apparentemente sopraffatto dall’emozione.
Devo ammetterlo; non riuscii a trattenere un sorriso. Smisi quando mi resi conto che nessuno dei presenti faceva altrettanto.
— Proseguendo — disse Scobie lentamente, fissando Razza con occhi di ghiaccio — sui fogli che sto per distribuire la signorina Tarango ha segnato tutto quel che dovete sapere sulle gare di Dibattito, oltre alle date e ai luoghi dei primi quattro incontri. Noterete che, per poter proseguire nella semifinale e poi nella finale, dovremo vincere almeno tre dei quattro preliminari.
— Facile come bere un bicchier d’acqua… Se l’amico Billy, qui, ci si mette alla grande, come possiamo perdere?
Scobie continuò a ignorare Razza e proseguì. — Non credo che qualcuno di voi abbia mai partecipato a un dibattito pubblico, vero? Bene, io invece ho cominciato due anni fa, quindi, sostanzialmente, sarò il vostro istruttore. Anche la signorina Tarango ci aiuterà, quando potrà, ma avrà comunque il suo bel da fare con quelli dell’ottavo anno. Come potete vedere, il nostro primo incontro è fra tre sole settimane. Lunedì ci comunicheranno l’argomento. Inoltre, questo sabato ci sarà un seminario di un giorno per i gruppi del nono anno all’Istituto Superiore Moorfield. Ismaele e io ci andremo, e se qualcun altro vuole unirsi a noi, è il benvenuto.
— Mi spiace — disse Prindabel. — Ho gli Scout.
— E tu, Kingsley? — domandò educatamente Razza. — Non dovrebbe interferire col tuo Raduno delle Vittime da Rapimento Alieno, no?
— No, ma vado al cinema. C’è la mega-maratona del Signore degli Anelli, proiettano i tre film dall’inizio alla fine. Dura tutto il giorno.
— Grandioso! — commentò Razza. — Se ci dovesse capitare l’argomento “Gli hobbit sono più stupidi dei nani, o viceversa?”, sarai la nostra carta vincente. Ehi, Scobie, ci saranno altri istituti a questa cosa del laboratorio, tipo scuole di ragazze o roba simile?
— Immagino proprio di sì. Sono state invitate tutte le scuole d’Australia — rispose pazientemente James.
— Fico. Ci sto. Il Razz presenzierà all’evento.
— Molto bene. Possiamo ritrovarci martedì prossimo in questa stessa aula all’ora di pranzo, se a voi sta bene.
— Caro Kingsley, segnatelo nella memoria del tuo palmare galattico, così non ti dimentichi, d’accordo? Ah, senti, ragazzo mio, se riuscissi a raggiungerci più o meno nello stesso anno luce sarebbe davvero perfetto, okay?
— Infine — disse Scobie, aspettando che anche Razza guardasse nella sua direzione — vorrei ricordarvi che i risultati di un laboratorio di Dibattito nascono da una buona atmosfera di gruppo, che vuol dire lavorare insieme, sostenersi e aiutarsi a vicenda e presentarsi agli altri come un fronte unito, compatto.
Con le parole di James che mi risuonavano nella testa, guardai i compagni intorno a me.
Orazio Zorzotto aveva cerchiato i nomi di tutte le scuole femminili e stava cominciando ad attribuire a ciascuna un VFR (Voto Fighette per Razza), partendo da dieci.
Ignatius Prindabel aveva ricoperto il retro del volantino con calcoli matematici e stava continuando di nascosto a digitare numeri sulla sua calcolatrice. Bill Kingsley aveva quasi terminato lo scarabocchio di una navicella spaziale e guardava con occhi vitrei il nulla...