Era una notte di febbraio, umida, tetra, considerata anche la zona, quando, alle due e un quarto, il commissario Ambrosio aveva dovuto recarsi in via Messina, in fondo a via Luigi Nono, che costeggia il lato ovest del Cimitero monumentale. È una strada apparentemente normale, di giorno, ma che assume aspetti allarmanti al buio: sull’asfalto lucido di pioggia scivolano soltanto, rapide, le luci delle auto, e i lampioni non riescono a illuminare certi angoli abbandonati, come quello che gli era apparso all’inizio della via, con alcuni alberi spogli, cinque panchine al centro di un giardinetto, un paracarro, un cestino di rifiuti colmo di sacchetti di plastica strappati, l’immondizia che fuoriusciva ed era caduta ai piedi del ragazzo accovacciato per terra, le mani al ventre, il volto deturpato da una smorfia di dolore e dal sangue. Anche le mani erano insanguinate, teneva la bocca aperta, piena di bava scura, stentava a respirare, si lamentava sempre più debolmente. Poi era giunta l’ambulanza, e all’urlo improvviso della sirena, quando i barellieri avevano chiuso lo sportellone, Ambrosio era sobbalzato.
Invece l’altro individuo, sdraiato per metà sulla panchina davanti a una costruzione chiara a un piano, era morto da almeno mezz’ora, il proiettile lo aveva colpito in fronte, tra gli occhi. Doveva essere un proiettile di buon calibro. Il giovane, che dimostrava, più o meno, la stessa età dell’altro, indossava, come il compagno, jeans sdruciti e aderenti, un maglione verdastro, un giubbotto foderato di pelo.
Le mani con tracce di grasso, come se il giovane, poco prima, avesse armeggiato dentro un motore, si erano impresse nella mente di Ambrosio, che aveva notato il cinturino di cuoio con le borchie d’acciaio al polso destro e un orologio al quarzo al polso sinistro, le ore segnate dalle braccia di Topolino. L’orologio aveva continuato a funzionare.
L’arrivo delle auto della polizia, che lampeggiavano nell’oscurità, poi delle ambulanze e, più tardi, del furgone dell’obitorio, infine il sopraggiungere dei carabinieri, dei vigili urbani, del medico, del sostituto procuratore gli avevano dato l’idea di una festa notturna. Un picnic dell’orrore, aveva pensato.
Erano spariti, intanto, i frequentatori abituali che, ogni notte, si muovevano lungo l’alto muro di cinta in mattoni, con i rosoni in ferro battuto da cui si intravedevano cappelle funerarie e cipressi.
Erano scomparsi spacciatori, drogati, vagabondi e giovani brasiliani truccati da donne, il seno gonfio di silicone, le pellicce sintetiche che mostravano le lunghe gambe abbronzate e una minuscola fascia sul pube. Anche il camper bianco, che vendeva panini e bibite dalle undici di notte all’alba, aveva chiuso di gran fretta. Se n’erano andati i clienti in auto che, prima dell’arrivo della polizia, si fermavano, in fila, in cerca di emozioni inconfessabili. Auto con targhe di province lontane, o prossime a Milano.
«Lo chiamano “il luna park del sesso ibrido”» gli aveva detto De Luca.
Nel cielo nero era apparsa una luce rossa intermittente. Un aereo postale, aveva pensato Ambrosio, ascoltando il rumore dei motori, e si era accorto che non c’era la luna, coperta da una nuvolaglia che avrebbe portato altra pioggia, maledizione. O forse neve.
«Una schifezza» aveva aggiunto De Luca mostrandogli la patente del morto, malridotta e sudicia. Non aveva capito se intendeva quel tipo particolare di luna park, oppure quel documento che aveva scorso alla luce dei fari di una macchina.
«Di chi è?»
«Del morto.»
Si chiamava Gaspare Addamiano, ventitré anni, meccanico, residente in città, in via Tortona.
«E il ferito?»
«Si chiama Aldo Torresanto, dovevano essere amici, abitavano in case vicine.»
«In via Tortona?»
«Sì.»
«Mestiere?»
«Apprendista.»
«Di che cosa?»
«Non lo so.»
«Sai dov’è via Tortona?»
«Dietro la stazione di Porta Genova.»
«Una volta andavo in un ristorante proprio alle spalle della stazione.»
«C’è un collega che abita lì, in via Novi, una vietta corta, con poche case.»
«Ci andrò domattina» aveva detto Ambrosio, pensando che quel genere di delitti erano i più scomodi da seguire, perché improvvisati, provocati spesso da avventatezza, da temerarietà, o da follia. «Sai che Milano mi sta andando un po’ di traverso?» aveva aggiunto, mentre stavano scattando le foto del ragazzo assassinato.
Un gatto bianco aveva attraversato di corsa la strada e si era rifugiato sotto un furgone.
Una radio dei carabinieri stava gracchiando qualcosa. Un’ora dopo, nei giardinetti accanto al cimitero, non c’era più nessuno.
«Ci sarai, domani?»
«Sono di riposo,» gli aveva risposto De Luca «dovrà venire la ragazza.» Poi aveva aggiunto: «Lei è nato con la camicia, commissario».
Ci pensava, la mattina dopo, quando con un’auto di servizio era andato in via Tortona e gli era venuto subito in mente un altro delitto, di alcuni anni prima. Un giovanotto si era travestito da donna e trascorreva le notti al parco Ravizza. Gli avevano spezzato il collo, come fosse stato un grissino. Lui era ancora vice commissario.1
La via era piena di negozietti, trattorie, piccole officine, di case tinteggiate da poco; veniva giù un’acquerugiola fredda e il traffico non permetteva a una vecchina con l’ombrello di attraversare la strada. «Lasciala passare» aveva detto all’agente che guidava. La ragazza, seduta accanto a lui, una bruna silenziosa che teneva sulle ginocchia una borsetta di cuoio, lo aveva guardato.
Mi sta studiando, aveva pensato Ambrosio. Il vecchio ha il cuore tenero – starà dicendosi – oppure è un ipocrita che tenta di apparirmi nella sua luce migliore.
La sorella di Gaspare Addamiano era già stata avvertita. I capelli tinti di rosso le davano un’aria un po’ malevola, ma bisognava andar cauti con le prime impressioni, di solito insidiose perché creano pregiudizi.
Era pallida, le unghie con la lacca in gran parte staccata, una maglia che le fasciava il corpo snello e metteva in evidenza il seno, dove teneva un medaglione d’argento, un sole stilizzato, appeso a una cordicella di cuoio. Portava stivali di pelle nera che rammentarono ad Ambrosio il giubbotto del fratello. Il locale era grande perché, in realtà, non si trattava soltanto di un tinello, ma c’era anche una cucina con mobiletti di legno, in finto rustico. In un angolo due poltroncine di vimini, una turca con cuscini color melanzana, al centro un tavolo, alcune sedie, alle pareti ritratti di Marlon Brando, di Paul Newman, di Frank Sinatra. Erano immagini ritagliate da riviste in carta patinata e messe sottovetro.
«La passione di nostro padre» aveva detto la ragazza, accendendosi una sigaretta e appoggiandosi a un cassettone di legno scuro su cui erano allineate come birilli alcune bottiglie di vino. C’era anche una gondola di vetro verde.
«Suo fratello viveva con lei, immagino» le aveva detto Ambrosio, lei aveva mosso la testa, aspirando il fumo. «E i vostri genitori dove abitano?»
«Sono tornati a Campobasso, quando papà è andato in pensione. Gaspare era partito con loro, poi è tornato.»
«Che cosa faceva suo padre?»
«L’operaio.»
«Lei dove lavora?»
«Faccio la cassiera in un cinema, vicino alla Fiera campionaria.»
«E suo fratello?»
«Il meccanico.»
«Dove?»
«In un garage al Lorenteggio.»
«Suo fratello era stato arrestato per furto, due anni fa» aveva detto l’ispettrice Nadia Schirò.
«Papà ne aveva fatto una malattia. È anche per questo che poi ha deciso di tornarsene laggiù. Una città come Milano, diceva, può essere la rovina per un giovanotto.»
«Ha idea di chi fossero gli amici di suo fratello?»
«No.»
«Conosce un certo...» e Ambrosio aveva letto sul taccuino «Aldo Torresanto? È stato ferito al ventre con due colpi di pistola.»
«Aldino lo conosco» aveva detto la ragazza, prendendo un posacenere dal tavolo e portandolo sul cassettone, mentre Ambrosio si era seduto su una delle seggiole. «Non è a posto di cervello.» Si era toccata la fronte, come dire che si trattava di un mattoide, da non prendere in considerazione.
«Si vedevano spesso?»
«Tutti i giorni, credo, anzi tutte le sere.»
«Dove?»
«In un bar, qui vicino. Giocavano a biliardo, riempivano schedine del totocalcio.»
«Andremo dal proprietario del garage dove lavorava suo fratello» aveva detto a Nadia Schirò. Si era seduta anche lei.
Li aveva guardati, schiacciando la sigaretta, fumata a metà, nel posacenere: «È un amico, gli ha dato il lavoro l’estate scorsa per fare un piacere a me. Si chiama Abbatangelo. Clemente Abbatangelo, per noi Clem. Lavoro anch’io per lui. Il cinema è suo».
Si era avvicinata, si era seduta a capotavola, le dita che premevano sulle tempie, i gomiti sulla tovaglia di rete con i fiocchetti bianchi.
«Sono rimasta sola» aveva detto.
«Andava d’accordo con Gaspare?»
Si era rivolta a Nadia per rispondere: «No, neanche quand’era un ragazzino. Avevo otto anni più di lui, gli spiegavo, tentavo di spiegargli, che la vita è fatta in un certo modo, ogni cosa costa, bisogna saper scegliere in base a quello che si ha, e per possedere qualcosa ci vuole tempo, costanza...».
«E lui?» aveva chiesto Ambrosio.
«Mi guardava, come guardava nostra madre, scuoteva la testa, come se noi fossimo state delle ritardate mentali.»
«Suo padre che cosa diceva?»
«Papà lavorava qui vicino, in una fabbrica di contatori del gas, non aveva neppure l’automobile, giocava a bocce in un dopolavoro. Quando mio fratello parlava di Ferrari e di Jaguar, come se dovesse comprarle, diventava una belva, gli urlava che era un imbecille, un cretino. Prima che Gaspare fosse arrestato per quel furto, gli aveva dato un ceffone, lui che è l’uomo più mite del mondo. Gaspare era uscito sbattendo la porta e urlando che era lui, papà, un grandissimo fesso, un fessacchione.»
Aveva fissato Ambrosio, si era messa una mano sugli occhi, i capelli avevano riflessi di rame, e come se, finalmente, avesse ritrovato ricordi perduti, e questi ricordi l’avessero sopraffatta, si era messa a sussultare, prima debolmente e poi sempre di più, finché si era alzata ed era corsa nell’altra camera.
«Una brava ragazza» aveva ammesso Nadia.
«Dovremo sentire i parenti di questo Aldino, abitano due case più avanti. Notizie dall’ospedale?»
«Gli hanno estratto due proiettili calibro 9 dal colon e dalla milza. È ancora in prognosi riservata.»
Si erano alzati mentre la sorella del giovane assassinato stava per tornare nella stanza, gli occhi ancora umidi.
«La lasciamo» aveva detto Ambrosio. «Mi dispiace per quel che è accaduto. So che è stata accompagnata in piazzale Gorini per il riconoscimento.»
«Dovrò telefonare ai miei.»
«Mandi un telegramma. Saranno loro a chiamarla.»
«Non abbiamo il telefono, qui in casa» aveva detto. «Non potevo permettermelo, Gaspare lo usava senza pietà, telefonava dappertutto, come un matto.»
«Mi ha detto che questo Aldino è un po’ tocco di cervello.»
«Ha la mania delle chiese, vorrebbe rinchiudersi in un convento, in un eremo, su in montagna. Mio fratello mi diceva che accendeva candele a tutto spiano, senza lasciare l’obolo, naturalmente. Va matto per le candele.»
«Ha avuto qualche guaio con la giustizia» aveva detto Nadia Schirò.
«Lo so, ma non è mai stato...