Come al solito gli alunni arrivano in classe alla spicciolata. Sanno di trovarmi già seduto alla cattedra e mi salutano con sguardi tra il seccato e il compiaciuto. In genere i miei colleghi, specie alla prima ora, si attardano per concludere una chiacchiera o per non lasciare a metà un nuovo pettegolezzo. In quei momenti la sala dei professori somiglia a uno spogliatoio. Ognuno entra, si libera della sua identità esterna, a volte tanto piatta da non interessare nessuno, amici e parenti compresi, la infila nel cassetto personale e si veste da professore. Si aprono e si richiudono di scatto gli sportelli dei cassetti di metallo, ci si arma in fretta dei registri e si parte. Male che vada, se non altro, qualche decina di ragazzi dovrà per forza accorgersi della tua esistenza, e addirittura starti ad ascoltare per ore.
Consumato l’ultimo rito collettivo, la firma sul librone delle presenze, si scende in campo per la partita quotidiana. Uomini, donne, belli, brutti, alti, bassi, grassi, magri, vecchi, giovani, tutti insieme nella stessa vecchia squadra. Il gioco sarebbe di gruppo, ma in realtà ognuno fa un po’ come gli pare. Per i corridoi ci si scambiano ancora incoraggiamenti, pareri e battute. Poi, al ritorno dalle solitarie partite, qualche giocatore decanterà le proprie vittorie tacendo delle sconfitte, si lamenterà delle ammonizioni e delle espulsioni che è stato costretto a infliggere, cercando l’assenso di tutti. Quasi sempre lo ottiene, almeno formalmente, e risbatte contento registri e libri nel cassetto riappropriandosi della sua identità esterna. Raramente il fatto di essere a un tempo giocatore e arbitro della partita suscita qualche dubbio. In ogni caso, anche quando hai la sensazione di aver perso, è solo per colpa della squadra avversaria. Ovvio: tu eri da solo, i ragazzi erano in tanti.
Sono pochi quelli che disertano il chiacchiericcio dello spogliatoio per dirigersi direttamente nelle aule ancora vuote. Io sono fra questi. Non è che gli alunni ne siano entusiasti; così non hanno nemmeno qualche minuto di decompressione prima dell’inizio delle lezioni, a parte quelli che si sono già concessi fuori dalla scuola. Sotto sotto, però, apprezzano gli insegnanti puntuali, a meno che non si tratti dei bastardi, perché in genere sono proprio questi i maniaci della campanella.
Man mano che entrano a ognuno lancio la mia cima d’ormeggio. Eh, questa volta tocca a loro tenermi inchiodato alla riva, stanotte non ho dormito quasi per niente. Nemmeno il porto è riuscito a darmi stabilità. Se ne accorgono subito. Non so come fanno, ma gli alunni colgono al volo il tuo umore giornaliero e si adeguano. Lo capiranno dall’espressione, dal tono di voce, da come li saluti o li guardi. Lo sentono. Sono giovani, hanno ancora tutte le antenne della percezione efficienti, ricettive al massimo grado.
Il Celtico si affaccia sulla porta con uno sbuffo prolungato. Mi fissa, sgonfia le labbra di botto e va a sedersi. Noemi, come sempre, sistema i libri sul banco e lo zaino accanto alla sedia, poi mi saluta con un “buongiorno” che suona come “tutto bene?”. Nota subito che qualcosa non va. Mi sorride consigliandomi con gli occhi di non pensarci troppo su, di qualsiasi cosa si tratti.
Man mano che entrano afferrano la mia cima e si siedono. Se qualcuno la lascia cadere distratto e inizia a schiamazzare, sono gli sguardi ammonitori degli altri a fargliela raccogliere. Hanno i cervelli ancora sgombri e una vita intera da spendere, possono concedersi di interessarsi a te, e lo fanno sin dall’inizio, quando entri per la prima volta in classe. Dopo una mezz’ora di lezione hanno già capito se sei preparato o no, che tipo di carattere hai, quanto potranno prenderti per il culo durante l’anno. Io nelle classi difficili mi presento sempre con corazza, elmo e spadone appeso al fianco, così tutto quello che scopriranno dopo sarà solo una piacevole sorpresa. La prima settimana è fondamentale, verificano se sai tenere la disciplina, se giochi sporco oppure sei leale, almeno quanto può esserlo uno che ha pur sempre il coltello dalla parte del manico. Cercano di prenderti in castagna scoprendo una falla nella tua preparazione, un difetto fisico o di pronuncia. Ci mettono un po’ prima di accettarti o semplicemente tollerarti. Se sei vecchio della scuola, chiedono a quelli degli ultimi anni. Se le informazioni sono positive, già il secondo giorno te li ritrovi in classe con occhi non più scettici o addirittura ostili.
Faccio il mio appello mentale, che precede quello vero. Prima di una decina di minuti è inutile segnare gli assenti, altrimenti poi, a causa dei ritardatari, devi cancellare, correggere, insomma pasticciare il registro. Meglio iniziare subito la lezione e l’appello farlo dopo. Sanno che devono essere puntuali e che se perdono parte della spiegazione sono cavoli loro.
Dunque il Celtico c’è, Noemi pure. Accanto a lei siede Giovanna D’Arco. La chiamo così per via di quel suo fisico esile, ma soprattutto per l’aria ieratica e un che di mistico nello sguardo. Sarebbe capacissima di indossare l’armatura, montare a cavallo e, silenziosa ma decisa, guidare l’assalto agli inglesi che assediano Orléans. Completano il quadrato delle ragazze Cappuccetto Rosso e la Streghetta. La prima ha un atteggiamento dimesso, un po’ timoroso, ma all’occorrenza si libera del cappuccio, e allora povero il lupo che le capita a tiro. L’altra certamente non sarebbe passata indenne a un esame della Santa Inquisizione: capelli rossi, per giunta ricci, sorriso indisponente, occhi intelligenti e sornioni.
Publio Ovidio Nasone si è finalmente seduto e guarda con indifferenza il suo zaino ancora chiuso sul banco. Gli altri lo chiamano Nasone per ovvi motivi, io per consolazione ho deciso di elevarlo al rango di poeta latino. Poi ci sono Gemello I e Gemello II, che si somigliano molto, anche se non sono gemelli, solo che il primo si è fatto bocciare pur di aspettare il fratello più piccolo di un anno. Il padre fa l’operaio, ha altri cinque figli e spera che almeno questi due un diploma riescano a prenderselo. «Professore, dobbiamo aiutarli: lavoro da una vita in una fabbrica, con dei capireparto che non capiscono niente, ma stanno lì solo perché hanno il pezzo di carta. Cerchiamo di farglielo prendere, il diploma, a questi due. Lei ci può riuscire. Lo so che ci tiene ai ragazzi, me lo hanno detto loro, che con me non parlano mai di niente.»
Per Stoico le cose vanno come vanno, bisogna farsene una ragione. Viene dall’Est, il padre si arrangia come muratore, la madre fa la cameriera. Secondo lui si deve affrontare tutto con razionalità e indifferenza. È un vero e proprio filosofo, sa già reggere i colpi della vita, anche se a volte nei suoi freddi occhi grigi emerge l’espressione di chi, come gli stoici greci, è convinto che in certi casi il suicidio sia legittimo. Un inevitabile, pacifico congedo dalla vita, se uno è costretto a condurre un’esistenza impossibile.
Sgarro entra per ultimo con la solita aria strafottente. Lo chiamano così da quando, dopo aver raccolto i soldi tra i compagni per aiutare il Salvatore sempre in difficoltà, disse che glieli avevano rubati. Rubati? A lui? Ma se è il figlio del boss del quartiere... nessuno gli ruberebbe neppure un centesimo. Sgarro non mi è simpatico: è arrogante, rozzo e stupido, ma gli alunni non devono essere simpatici, sono alunni, allora cerco di lavorare al meglio pure per lui. Anche se soprattutto per colpa sua, perché non lo riteneva necessario, nessuno in questa classe aveva mai comprato un libro nei primi due anni. Minacciava gli insegnanti, e non solo a parole. In qualche caso era arrivato a danneggiare le loro auto: graffi, ruote bucate, ammaccature varie.
Appena arrivato, la diedero a me quella classe che nessuno voleva. La Chiocciola ci aveva insegnato quasi sempre con la borsa stretta sotto il braccio, limitandosi a invitarli a stare almeno un po’ in silenzio. Comunque, alla fine erano stati tutti promossi, per due anni consecutivi.
La prima volta che entrai in quella fossa dei leoni, come la chiamavano i colleghi, li trovai accampati a casaccio. Due o tre chiacchieravano fumando Dio sa cosa, le ragazze, strette nel loro quadrato, pigolavano fitto fitto tra di loro. Per impressionarmi Sgarro e Nasone si esibirono subito in una finta quanto cruenta lite condita di bestemmie, urla e sedie che volavano per la classe, mentre gli altri li incitavano alla lotta con plateale foga.
Bei tipi, quei due. Un giorno, a metà anno, quando ormai tutti entravano in classe puntuali, arrivarono molto in ritardo. Si giustificarono dicendo che, mentre stavano venendo a scuola con lo scooter di Sgarro, un cane li aveva rincorsi tentando di mordere la caviglia di Nasone. Allora avevano perso tempo a cercare una pietra bella grossa e a dare la caccia all’animale per scagliargliela in testa. Alla fine lo avevano ritrovato e avevano eseguito la sentenza. C’era voluto il tempo che c’era voluto, per questo avevano fatto così tardi.
Il mio programma per il primo mese con loro era stato semplice: arrivare in orario, comprare i libri. Punto. Attendevo seduto alla cattedra il suono della campanella, facevo l’appello all’aula vuota, quindi iniziavo a spiegare l’argomento del giorno ai banchi deserti. Il primo ad arrivare puntuale fu il Dottore, lo chiamano così perché indossa sempre giacca e cravatta. Sembra sbucato da una classe di metà Novecento, con quei capelli ordinati, lisciati a forza. La giacca e la cravatta sono quasi sempre le stesse. Se le leva di rado solo per fare a botte con gli altri e, come dice lui, “farsi rispettare”.
Per una quindicina di giorni ho spiegato al Dottore. Gli altri o entravano in ritardo o non venivano affatto, ma prima o poi li interrogavo lo stesso riempiendoli di voti bassissimi. Un giorno mi aspettarono in quattro fuori dalla scuola per minacciarmi. Sgarro in questo è uno specialista.
«Attenzione, professore, qua le macchine possono pure prendere fuoco...»
«Sì, ma devi prima aspettare che me la compri, una macchina, perché non ce l’ho.»
«Chiedi un prestito alla banca, magari te lo danno anche con il tuo stipendio da fame. Tu te la compri e noi te la bruciamo.»
«Buona idea. Puoi consigliarmi una banca dove andare a chiedere i soldi? Magari, però, senza bisogno di rapinarla? E se mi assicuri che me la bruci, mi faccio pure prestare qualcosa in più per l’assicurazione furto-incendio.»
Nasone e i due Gemelli risero. Sgarro si trovò spiazzato, con le mani in tasca, il ghigno da cane inferocito, la fronte che sfiorava la mia per incutere il timore di un’imminente invasione fisica. Da quel giorno, però, cominciarono ad arrivare in classe in orario.
Adesso ci sono tutti, o quasi. Ne mancano quattro, ma da queste parti è la percentuale fisiologica di assenze giornaliere. Di solito li chiamo per cognome, deve esserci un po’ di distacco fra insegnante e alunni, quasi mai per nome o soprannome, solo quando devo richiamarli all’ordine o incoraggiarli. Loro accettano i soprannomi, alcuni glieli hanno dati gli altri. I miei pare che non dispiacciano molto.
«Lo sapete che ho la fissa delle barche, no? Vi ricordate quando vi ho parlato dell’opera viva e dell’opera morta?»
«Come no?»
Il Celtico deve essere sempre il primo a rompere le palle.
«E allora dicci di che si tratta.»
Si sistema meglio sulla sedia assumendo un tono serio.
«Posso fare un esempio? Sì? Va bene. Allora, per esempio, i Gemelli l’opera morta ce l’hanno tra le gambe.»
In questi casi scatta la rissa: c’è da salvare la faccia di fronte a tutta la classe, ragazze comprese. I Gemelli si alzano contemporaneamente, il Celtico pure, per affrontarli entrambi.
«Fermi!»
Sbatto la mano aperta sulla cattedra con tutta la forza che ho. Prima o poi finirò per rompermela. Fortunatamente ho una voce abbastanza forte da riuscire a congelarli. Mi limito a urlare da quando, l’anno scorso, ho preso un paio di pugni nella schiena per dividere due che si stavano azzuffando per le scale, e non erano nemmeno alunni miei.
«Ho detto fermi!»
Rimangono un istante immobili a guardarmi, poi si scambiano occhiate di sfida. Finalmente interviene il Salvatore con la sua voce cavernosa.
«E non fate gli stronzi! Di prima mattina non sopporto le cazzate! Sedetevi, o mi alzo io.»
Il Salvatore è un bisonte più largo che alto, tutto muscoli e nervi. Scuro di capelli, occhi e umore, gli diedero questo soprannome perché un’estate lo incontrarono su una spiaggia con una maglietta rossa con su scritto “Salvataggio”. Per un po’ lo chiamarono così, poi cambiarono idea. Il Salvataggio non suonava bene, mentre il Salvatore aveva pure qualcosa di religioso. In effetti è lui a “salvare” le situazioni difficili, dentro e fuori dalla scuola. Vive con una vecchia nonna, del padre e della madre non se ne sa molto. In estate lavora come bagnino, il resto dell’anno come buttafuori nelle discoteche o allo stadio, dove tiene a bada gli ultras delle tifoserie rivali.
Mi concede di continuare la lezione con un prego prego della mano.
«Grazie per il permesso, te ne sono grato, ricordami di offrirti un caffè. Ma la prossima volta fatti i cazzi tuoi. Alla disciplina in classe ci penso io.»
Alza le mani in segno di resa. Le ragazze fanno finta di non aver sentito, è raro che mi esprima in questo modo in classe, succederà non più di una o due volte all’anno, ma in certi momenti qui è indispensabile. Mi è dispiaciuto rispondere così al Salvatore, ma i ruoli, i rapporti di forza, in una classe del genere devono essere sempre chiari, altrimenti si mettono loro al timone e non li riacchiappi più. Adesso devo assumere un tono il più normale possibile per continuare la lezione come se niente fosse.
«L’opera morta è la parte visibile di una barca, l’opera viva è quella sommersa. Ed è questa la più importante: lavora con l’acqua, permette il moto, le manovre, la navigazione. Quello che si vede, invece, è solo esteriorità, un guscio affiorante più o meno comodo, bello o funzionale.»
Un misto di interesse e perplessità emerge negli occhi di tutti.
«Proviamo ad applicare lo stesso concetto ad altro.»
Mi fermo per fare il punto nave: quando si spiega bisogna essere sicuri che ti stiano seguendo, altrimenti te ne vai solo solo per la tua rotta, magari per un’ora intera, mentre loro se la svignano oltre l’orizzonte delle tue parole. Il metodo più classico per determinare il punto nave consiste nel rilevare con la bussola le posizioni di tre punti costieri, come un faro, una chiesa, una vecchia torre. Li tracci sulla carta nautica e unendoli si crea un triangolo, al cui centro ci sei tu. Però bisogna scegliere dei punti abbastanza distanti tra loro: Noemi nella fila di destra; Stoico, che è mediamente studioso, al centro; Nasone, gran collezionista di pessimi voti, nella fila alla mia sinistra. Se non vedo occhi dubbiosi o annoiati vado avanti, altrimenti ripeto.
A volte i ragazzi non seguono, altre non capiscono, o perché sono distratti o perché, più spesso, sei tu a non essere sufficientemente chiaro. Quando non capiscono dovrebbero alzare la manina, ma non lo fa quasi nessuno. Qualcuno per non passare per stupido, la maggior parte perché non gliene importa niente. Sei tu a dover dare le coordinate per la navigazione, il timone è nelle tue mani. Non devi parlare in fretta fino a mangiarti le parole, altrimenti trasmetti solo ansia. Non devi nemmeno usare un tono spento o parlare troppo a bassa voce. Bisogna cercare di spiegare come se di fronte ci fosse un uditorio sconosciuto da conquistare volta per volta. Ogni tanto occorre controllare se la scia della nave è dritta o sta disegnando una linea spezzata che il mare cancellerà subito. Prendi fiato, poi, se è il caso, prosegui. Il punto nave è di quelli buoni: posso andare avanti.
«Anche nella storia ci sono un’opera viva e un’opera morta. Per esempio, prendiamo le Crociate. Le avete studiate, no? Ufficialmente avevano lo scopo di liberare il Santo Sepolcro dagli infedeli: opera morta. Ma il vero scopo era un altro. Altrimenti perché alla quarta crociata si fermarono a espugnare e saccheggiare brutalmente la cristianissima Costantinopoli, per poi tornarsene tranquillamente a casa senza neanche avvicinarsi alla Terra Santa? Ricordate?»
«Venezia, che aveva organizzato la crociata, in realtà voleva difendere i suoi interessi politici ed economici nel Mediterraneo.»
Il Dottore ha sempre la risposta giusta, ma non posso prenderlo come punto di riferimento: rispetto alla classe lui non è una torre diroccata o una chiesetta in rovina, è l’Everest. Troppo distante dagli altri per calibrare su di lui voti, obiettivi e saperi minimi dell’intera classe.
«Già, ma occorreva una bella opera morta, grandiosa ed eroica, per convincere re ed eserciti anche del Nord Europa ad andare a combattere in Terra Santa, mentre in realtà era soprattutto interesse dei Paesi che si affacciavano sul Mediterraneo battere la concorrenza commerciale degli arabi, annichilire le loro flotte militari e quelle piratesche, conquistare luoghi strategici sulla costa araba, fortificarli con castelli talmente imponenti che molti esistono ancora oggi. Senza contare che era m...