A 17 anni Rita si trasferisce a Roma e lascia per sempre il suo paese in provincia di Trapani: il perché non è facile da raccontare, non è facile guardare in faccia il Mostro che le ha rubato l'infanzia e la famiglia. Ma un giorno l'incontro con il giudice Paolo Borsellino le cambia la vita. Rita con lui si sente al sicuro e, nonostante la verità sia dolorosa da accettare, decide di raccontargli tutto quello che sa.
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Mi piace, anche se Partanna non è come Palermo. A Palermo ci sono Villa Trabia e Villa Giulia, a Partanna solo cemento e baracche di lamiera.
Mi piace, anche se su corso Vittorio Emanuele qualche volta si sentono gli spari.
Mi piace, anche se odio l’odore di gallina che invade la casa quando è domenica mattina. Odio quel brodo che puzza di pollame, e lo mando giù con gli occhi chiusi: guai a non mangiare in casa Atria.
Mi piace, anche se per mamma non bisogna mai giocare, mai sedersi per terra, mai camminare a piedi scalzi, mai correre con gli altri bambini, mai perdere tempo con i giocattoli. Bisogna mettere i vestiti che compra lei e stare fermi, come le belle statuine.
Ma io non sono una bella statuina.
Questo mondo mi piace perché papà mi vuole bene. Sorride, quando mi vede. Poi, mi fa tanti regali.
Un giorno è tornato a casa e mi ha detto: — Picciridda, guarda qua.
Ha aperto un grande sacchetto e mi ha dato un pacco rettangolare. L’ho scartato: era una pianola elettrica. I tasti erano gialli e rossi. Rosa la pianola. La mamma si è messa a sbraitare, a dire: — Ma chistu costa assai, santo Vito!
San Vito è il patrono di Partanna, e Vito è anche il nome di papà. Quando mamma dice così non capisco mai a chi si rivolga. Forse vede mio padre come un santo, forse no.
Mi piace questo mondo, perché ha i colori. Forse mi piacciono i colori perché sono nata a inizio settembre e a inizio settembre i colori sembrano quelli di un frutto maturo. A settembre l’estate è come una bolla di sapone, gonfia di tutte le sue tinte. Poi scoppia, e arriva l’autunno.
Mi piacciono anche i colori della pianola. Anche se mamma l’ha messa in una credenza e non mi permette di suonarla. Dice che se ci gioco la rompo e se la rompo sono soldi sprecati.
Questo mondo mi piace perché c’è papà, ma c’è anche Nicola. Mio fratello. È più grande di me, e più grande anche di Annamaria. È bello come il sole.
Questo mondo mi piace perché papà e Nicola non sono come gli altri: non sono infami. E si fanno rispettare.
A Partanna, a papà gli portano tutti rispetto. Lui ha tanto onore. Tutti lo ringraziano, tutti lo salutano, tutti lo chiamano “Vossia”. Dicono che Nicola è sulla buona strada, e diventerà come lui.
Questo mondo mi piace perché odio i pavimenti di marmo del corridoio; ma amo il divano a fiori del soggiorno. L’ha scelto papà. Mi piacciono i fiori. Vorrei essere un fiore di quel divano.
Volevo nascere fiore.
Sbucare debole dal terreno, crescere e diventare bocciolo e poi schiudermi al sole.
Guardare i carusi sorridere alla mia vista, raccogliermi e portarmi in regalo alle loro zite. Vedere i papà rincorrere i loro figli, e sentire «Papà non mi acchiappi!» e vedere i papà andare piano fingendo di andare veloce, perché si sa che i papà hanno i passi come quelli dei giganti.
Far voltare tutti e sentirli dire «Guarda che bello, è arrivata la primavera!» Starmene lì nei prati in santa pace. Avere i petali e portarli come una smorfiosetta porta il rossetto e la cipria.
Essere un papavero, alto alto. O una margherita, così delicata. O un non ti scordar di me, con la corolla turchese.
Vorrei essere fiore, perché mi porterebbero in mano gli innamorati mentre fanno le serenate.
A scuola qualche volta le cantiamo le canzoni. Cantiamo Ciuri Ciuri. Oppure la mia preferita: Stranizza d’amuri.
Man manu ca passunu i jonna
Sta frevi mi trasi ’nda ll’ossa
’ccu tuttu ca fora c’è ’a guerra
Mi sentu stranizza d’amuri i’amuri
Una storia d’amore, con fuori la guerra. Una stranizza d’amuri.
CAPITOLO SECONDO
IL MOSTRO
La prima volta che Rita si trovò di fronte Paolo era un pomeriggio del 1991. Il suo studio era come tutti gli studi degli adulti. Pareti bianche, scrivania in noce e sullo sfondo la bandiera italiana.
L’uomo che le era seduto di fronte sembrava un duro. Una persona con cui non si scherza. Uno di quelli con la giacca e la cravatta. Aveva quei baffi così folti, che quasi mettevano paura. Ma adesso sorrideva.
— Finalmente ci conosciamo, Rita.
Lei tentennò, come se aspettasse di trovare il coraggio per rompere la timidezza.
— Buongiorno.
— Allora, anche tu hai conosciuto il Mostro.
Rita ci pensò un attimo, era spiazzata. Fece vagare lo sguardo fino a notare che il soffitto era davvero molto alto.
— Sì. Sembro una picciridda ma ne ho viste di cose, io. E il Mostro, come lo chiama lei, lo conosco da quando sono piccola. Solo che non sapevo che era… un Mostro.
— Ma questo è normale. Oddio, normale no. Però può capitare. E se vuoi puoi darmi del tu, Rita.
— Ma lei… cioè tu, tu che ne sai? Anche tu hai conosciuto il Mostro da piccolo?
— Non così bene come te, Rita. Però in qualche modo sì. È successo quando giocavo a pallone con i miei amici in piazza Kalsa, dove abitavo.
— Ah, a Palermo. Me ne parlava qualche volta mio padre.
— Sì. Giocavamo con una palla fatta di stracci. Negli anni Quaranta la povertà era tanta. Tra i miei amici c’era anche Giovanni, che tu non conosci. Poi lui ha fatto il mio stesso mestiere.
— Che sarebbe?
— Il procuratore della Repubblica.
— E che lavoro è?
— Faccio il magistrato, penso agli interessi di tutti e anche dello Stato. Proteggo gli altri.
— Ma chi te lo fa fare?
— Be’, è il mio lavoro, Rita.
— Ah, quindi lo fai solo per lavoro, perché ti pagano.
— Sì, mi pagano, ma è un lavoro che mi piace. Capita di fare lavori che ti piacciono.
— E perché ti piace?
— Perché è bello provare a cambiare le cose.
— Sì, ma non è facile.
— No, non è facile, ma bisogna provarci. Come hai fatto tu, d’altronde. Poi lo sai: non è facile accorgersi del Mostro. Noi, per esempio, giocavamo a pallone, e il Mostro era attorno a noi, ma mica lo vedevamo. Lavorava sodo, nelle strade di Palermo. Era silenziosissimo, e di lui quasi nessuno si accorgeva.
— E chi è stato il primo ad accorgersene?
— Uno dei primi fu un signore che si chiamava Emanuele Notarbartolo, il sindaco di Palermo. Prima di diventare sindaco, aveva lavorato al Banco di Sicilia. Da lì il Mostro l’aveva annusato, poi l’aveva studiato. Un giorno era su un treno. Il treno era in ritardo e lui era nervoso. Voleva arrivare presto. E fu allora che il Mostro smise di essere invisibile. E lo uccise con ventisette colpi di pugnale. Era il primo febbraio del 1893.
— Quindi prima o poi il Mostro smette di essere invisibile?
— Non sempre, Rita. Il Mostro c’è, anche quando non sembra feroce. Può essere anche nel nostro modo di comportarci.
— Che vuoi dire?
— Che siamo noi a farlo crescere quando abbiamo paura di lui o quando lo trattiamo addirittura con rispetto. Quando ero un bambino, c’era un uomo in paese, uno di quelli con la coppola sempre in testa. Tutti facevano la fila per baciargli la mano. E dicevano: «Voscenza binirica, voscenza binirica, voscenza binirica». Sai che significa?
— Una cosa come… baciamo le mani?
— Sì: «Baciamo le mani, eccellenza». Tutti gli baciavano la mano, ma mio nonno no. Allora l’uomo con la coppola lo chiamò e disse: «E voi dove andate?» Nonno disse che non voleva baciargli la mano. Allora quello gli diede uno schiaffo. Nonno Totò cadde. Ma il bacio non glielo diede.
— E tu come fai a ricordartelo? Non eri troppo piccolo?
— Sì, ma ero un bambino curioso. Anche tu eri una bambina curiosa, vero?
— Sì, ma molte cose non le capivo.
— Scommetto che nessuno ti ha mai raccontato la storia dei tre cavalieri Osso, Mastrosso e Carcagnosso.
— No, non la conosco.
— E allora te la racconto io.
— Ma le storie si raccontano ai bambini.
— Non è vero, Rita, le storie sono per tutti, si raccontano a tutte le persone che hanno voglia di sapere.
— Non possiamo parlare delle cose vere?
— Sono sicuro che questa storia ti piacerà, scommettiamo?
— E che ci scommettiamo?
— Se vinco io me la racconterai tu una storia.
— Va bene. E se vinco io?
— Se vinci tu… puoi esprimere un desiderio. Ma pensaci, perché un desiderio è una cosa importante.
— Va bene, dai, allora sentiamo la storia di questi tre.