Università di Grenoble, Francia, 10 giugno, ore 17
Il bidello si affacciò alla porta: «Buon giorno, professore».
«Buon giorno, Jacques. Ci sono novità?»
«Il solito, professore. Ah, le ricordo che oggi pomeriggio c’è consiglio di facoltà.»
«Già. C’è aria di burrasca per caso?»
«Probabile. Madame Fournier è molto arrabbiata perché il suo dipartimento le ha soffiato due borse di studio e gli studenti intendono presentare una mozione per la riforma degli esami di profitto per il prossimo anno accademico.»
«Ho capito. Cercheremo di superare la burrasca e di sopravvivere. Non mi passi telefonate per una decina di minuti: devo aprire la posta e riguardarmi gli appunti per la lezione.»
Michel Charrier appese la giacca all’attaccapanni e si sedette alla sua scrivania. Il telefono squillò un minuto dopo:
«Jacques, le avevo detto almeno dieci minuti.»
«Questa gliela dovevo proprio passare: è il senatore Laroche, da Parigi.»
«D’accordo, Jacques, ha fatto bene. Pronto? Pronto? Sei tu Georges? Qual buon vento?»
«Sono io, Michel. E ho buone notizie. Il comitato direttivo della segreteria del partito ha deciso di appoggiare la tua candidatura al Parlamento per le prossime elezioni. Niente male, eh? Be’, allora, non mi dici nulla?»
«Accidenti, Georges, che devo dire… io, per la miseria, io non so cosa dire… non mi aspettavo una cosa del genere… ecco… ne sono felice. Anzi, ti prego di ringraziare tutti per la fiducia… io non ho parole…»
«Come, uno come te non ha parole? Non farmi ridere. Ne dovrai trovare di parole. Avrai incontri, dovrai fare comizi, conferenze. Ne dovrai trovare di parole, altro se ne dovrai trovare!»
«Ma Georges, e l’Università?»
«Ecco, questo è un fatto importante. Vedi, noi ci stiamo preparando molto in anticipo per essere pronti al momento opportuno. E proprio a questo proposito ecco, sarebbe una bella cosa se tu potessi diventare titolare di cattedra prima dell’inizio della prossima campagna elettorale. Sarebbe un elemento in più di prestigio che non guasta mai. Noi vogliamo giocare molto su questo aspetto: l’alto livello intellettuale dei nostri candidati. I tempi che presentavamo degli operai sono passati. La concorrenza mette in campo certi squali che non possiamo permetterci troppe concessioni all’ideologia.»
«Hai detto niente. Non è mica uno scherzo. E poi non credo che la facoltà abbia intenzione di chiedere una titolarità per questo insegnamento.»
«Be’, a questo c’è rimedio. Siamo di minoranza ma da quelle parti siamo abbastanza forti e abbiamo amici che contano.»
«Georges, io temo che non basti. Ho bisogno di appoggi, come dire, più diretti.»
«Cercheremo di provvedere anche a questo ma tu devi darti da fare: produrre qualcosa di importante, che possa avere un’eco anche al di fuori del mondo accademico, magari anche all’estero.»
«Capisco. Io… vedrò che cosa posso fare. Devi darmi tempo. Sai, così su due piedi… Io ho già una ricerca impostata ma temo non abbia molto di sensazionale… Ho bisogno di pensarci su.»
«Ma si capisce, si capisce. Non stare a lambiccarti il cervello ora. Ci vedremo, studieremo insieme la cosa, magari con l’aiuto di altri amici. L’importante è che tu ti senta pronto alla sfida.»
«Be’, se è per questo…»
«Ecco, bravissimo, così va bene. Al resto penseremo poi. Allora ti saluto. Mi farò vivo la prossima settimana. Ti sta bene la prossima settimana?»
«Sì, certo. Grazie. Grazie ancora.»
Riattaccò e si appoggiò indietro allo schienale della poltrona tirando un lungo respiro: mio dio, Michel Charrier, in un colpo solo professore ordinario e membro del Parlamento della Repubblica, niente male, accidenti. Uno dei più giovani e brillanti intellettuali di Francia, uno dei più giovani deputati: così si sarebbe detto di lui se tutto fosse andato a buon fine.
Allungò la mano sul tavolo a prendere la cornice con il ritratto di una bella ragazza bionda con il sole nei capelli.
Mireille, brillante collega, associato di Storia dell’arte. Bella e aristocratica. Una delle più illustri famiglie della città, i Saint-Cyr, e una delle più scostanti e altezzose. Se tutto fosse andato a buon fine non avrebbero più avuto ragioni di tenerlo a distanza. Avrebbero dovuto riconoscere la sua dignità e smetterla di porre ostacoli al suo rapporto con la ragazza. Forse avrebbero anche potuto sposarsi.
Però si vergognava anche. Lui che ama lei, riamato; loro che non vogliono… ed ecco il giovane intraprendente di modesta origine borghese che dà la scalata alla torre d’avorio della più antica aristocrazia cittadina senza rinunciare ai suoi principi progressisti… merda! Un feuilleton, ecco. E si sentiva ridicolo.
Al diavolo. Si vive una volta sola e la vita è fatta anche di luoghi comuni, perché no. Voleva bene alla ragazza, stavano insieme benissimo. Era un rapporto autentico. Il resto, a farsi fottere. Cercò di dominare l’eccitazione, la frenesia che lo prendeva sempre ogni volta che la ruota della fortuna gli presentava una giocata d’en plein, la voglia di buttarsi subito nella mischia.
Bisognava meditare attentamente, senza fretta. Il partito era disposto a puntare su di lui come intellettuale brillante e di successo ma leale ai suoi principi politici e ideologici: questo era il modo con cui intendevano caratterizzarlo e proporlo agli elettori. Il senatore era stato gentile e incoraggiante ma era abbastanza evidente che lui, Michel Charrier, doveva produrre l’exploit, estrarre dalla manica la carta vincente.
Riappoggiò sul tavolo la fotografia di Mireille e prese il fascicolo che conteneva gli appunti con l’impostazione della sua ricerca: “Valenze propagandistiche nei monumenti dell’agorà di Efeso in età romana”… non proprio esaltante.
Rigoroso, originale e sottile nell’argomentazione, ma di modesti confini. Buono per far mucchio in un concorso non certo per vincerlo, né tantomeno per stupire dentro e fuori dell’Università. Qui gli si chiedeva una destinazione strumentale della ricerca e gli si chiedeva anche di fingere che la cosa in sé non costituisse una contraddizione in termini, che politica e scienza potessero convivere in casta unione, senza che la politica si fottesse la scienza, in parole povere.
Richiamare il senatore e mandarlo a farsi friggere o far finta di niente e cercare di conciliare le due cose con il minor male. Oppure tentare e in caso che nessuna idea valida venisse alla mente, allora rinunciare adducendo l’onestà intellettuale che non consente il compromesso. La volpe e l’uva. Merda.
Prese il pacco della posta inevasa e cominciò ad aprirla. Non c’era verso, lo aveva invaso la smania dell’impresa da tentare, della sfida da vincere e quella sfida risvegliava tutte le sue energie. Tutte assieme, confusamente, sprizzavano in ogni direzione come mosche prigioniere in una bottiglia.
“Fermo e calmo: non è ancora il momento, non è detto che, non c’è per ora modo né materia ma solo intenzione e nemmeno sicura né serena. Meglio aprire la posta e poi pensare alla lezione.”
Cataloghi, abbonamenti, un invito a un congresso, fatture da una libreria. Estratti:
“Sul turpiloquio nella vita castrense nell’età imperiale”;
“La valenza dell’asindeto nella prosa sallustiana”;
“Composizione delle malte cementizie negli edifici di età sillana”;
“Ipotesi sul rito necromantico in Odissea XI”;
“Viabilità interna nel vallo di Adriano”;
“Metafore falliche nelle iscrizioni sulle ghiande missili”.
Sembrava che anche i colleghi sparsi nelle università dell’orbe non avessero idee più brillanti delle sue. Il bidello bussò: «È ora, professore. Gli studenti la stanno aspettando».
Prese la cartella con i libri e gli appunti ed entrò in aula ma la sua concentrazione era poco più di zero. Trascinò con fatica la sua lezione perché un pensiero aveva preso forma in fondo alla sua mente, ma aveva bisogno di una connessione che non gli veniva. L’idea vagava senza potersi ancorare a una sinapsi che ne accendesse il significato… ma era un’idea importante, lo sentiva, un’idea che avrebbe potuto risolvere la situazione… ma che diavolo era, che accidenti era… Si accorse che aveva lasciato sospesa una frase della sua lezione e che gli studenti lo guardavano in silenzio e stupiti. «Scusatemi» disse riprendendosi. «Scusatemi, ero soprappensiero. Aiutatemi, per favore: che cosa stavo dicendo?»
«Stava dicendo che da un frammento di Eraclide Pontico si può desumere l’intenzione di Alessandro Magno di soggiogare anche l’Occidente» disse una ragazza seduta in prima fila, sempre attenta e sempre presente, di quelle che prima o poi vengono a chiedere la tesi e poi si installano in Istituto per non andarsene più.
«Grazie, cara. Ecco, infatti è come ho detto, ma non perché Eraclide Pontico ci parli espressamente di un’intenzione bellicosa di Alessandro. L’autore ci dice semplicemente che il dio Dioniso aveva soggiogato prima l’India e poi l’Etruria e cioè prima l’estrema regione orientale e poi l’estrema regione occidentale, in rapporto alle conoscenze dei suoi tempi, s’intende. Ora, poiché sappiamo che Alessandro, per l’educazione che aveva ricevuto e per il tipo di religiosità che aveva assorbito dalla madre Olimpiade, si considerava un imitatore del dio Dioniso, possiamo ragionevolmente presumere che, dopo aver conquistato l’India, egli intendesse, come lui, soggiogare anche l’Etruria, ossia l’Italia, l’Occidente, insomma. La forza dei miti si traduceva molto spesso in conseguenze reali e molto concrete, nell’antichità. Ecco. Per oggi è tutto. Scusatemi ancora per prima: sono un poco stanco.»
I ragazzi uscirono uno dopo l’altro e per ultima la ragazza che gli aveva suggerito le parole conclusive della lezione gettandogli, al di sopra di un elegante paio di occhiali d’oro, uno sguardo di ammirazione più che scolare.
Michel restò invece in aula e si sedette di nuovo quando tutti se ne furono andati. Ecco, ora si sarebbe concentrato e l’avrebbe acciuffato quel pensiero vagante, quell’idea che continuava a sfuggirgli. Stranamente era accompagnata ora, quasi avvolta in una musica, poche note, forse un vecchio motivo popolare, una melodia intensa e patetica…
L’idea invece era il titolo di uno di quegli estratti…
Era un’ipotesi… ecco…
Ipot...