Jucci è il nome di una donna la cui memoria, attraverso il tempo, attraverso i decenni, è rimasta intatta nella mente del poeta, che a lei ritorna in queste pagine, nei versi di un libro tanto unitario da potersi considerare, più che un canzoniere, un vero e proprio delicatissimo romanzo in versi. E un romanzo che, insieme, potrebbe essere definito romanzo di formazione, romanzo romantico, romanzo del rimpianto. Franco Buffoni, in versi spesso commossi, ma sempre fermissimi nel tono e quanto mai lucidi nello sguardo sul proprio passato, ci racconta di un amore giovanile, dell'incontro con una donna sensibilissima e sapiente, con la quale aveva trascorso indimenticabili momenti di un sentimento tanto forte e autentico da andare oltre i confini stessi del sesso. L'amore per una donna nel mentre si manifestavano e chiedevano ascolto impulsi e stimoli di una condizione omosessuale vissuta con tormento dentro un tempo e una cultura che la condannavano. Ma la trama di questo romanzo comporta anche un destino crudele, e dunque la malattia e la precoce scomparsa di Jucci, protagonista di questo che l'autore chiama, "un amore stilizzato", e che era stata in fondo come un'anima guida, come una candida figura irrinunciabile per un tempo non lungo ma essenziale nella vicenda personale e poetica di Buffoni. Il quale realizza questa sua storia in versi con una viva ricchezza di situazioni e circostanze, di microeventi, presentimenti, suggestioni, nella cornice di dolci paesaggi, soprattutto della sua terra lombarda. E le acque sotterranee di questa sua esemplare storia remota riaffiorano, oggi, in superficie, con la mirabile freschezza lirica che ne caratterizza i percorsi e la fisionomia. Franco Buffoni, nato a Gallarate nel 1948, vive a Roma. Saggista (L'ipotesi di Malin, Marcos y Marcos 2007) e traduttore (Poeti romantici inglesi, Mondadori 2005), ha insegnato per trent'anni letteratura inglese e letterature comparate. Nel 1989 ha fondato e tuttora dirige «Testo a fronte». Tra i suoi libri di narrativa Più luce, padre (Sossella 2006), Zamel (Marcos y Marcos 2009), Il servo di Byron (Fazi 2012), La casa di via Palestro (Marcos y Marcos 2014). Come poeta esordì nel 1978, presentato da Giovanni Raboni su «Paragone». Seguirono Nell'acqua degli occhi (Guanda 1979), I tre desideri (San Marco dei Giustiniani 1984), Quaranta a quindici (Crocetti 1987), Scuola di Atene (L'Arzanà 1991), Suora carmelitana (Guanda 1997), Il profilo del Rosa (Mondadori 2000), Guerra (Mondadori 2005), Noi e loro (Donzelli 2008), Roma (Guanda 2009). Il suo lavoro è stato raccolto in Poesie 1975-2012 (Mondadori 2012). www.francobuffoni.it

- 132 pagine
- Italian
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Jucci
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LiteraturaCategoria
PoesíaVII. COME UN ETERNIT
Come un eternit
Ho provato a pensarti dal futuroDa quando e doveFerma nel tempo ioTi vedrò salireSempre più vicinoAll’età mia.Giusto un attimo prima fermerò il pensieroPer festeggiare il nostro compleanno alla pariCol mio safari nella tua sorpresa.Come quando assistevi al tuo funeraleE lo trovavi troppo lungoE contemplavi il tuo cadavere,Funambola.E l’ultima volta la mia tombaCancellata dalla neve...Tu che mi cercavi, giocherellone insensatoPirla gaudioso.Arrivi, arrivi, e con i tuoi capelli...Le note stonate hai sempre saputoCome chiamarle a raccolta.Di quando, per vincere il pallore,Ti cimentavi coi colori accesiIl verde e il paonazzoL’incarnato e il ranciato.Ma perché è ondulato il mio ricordo?Come un eternit mi lavora alle tempieE sotto il mento mi sorprende...Perché io innamorata sono dentro di te,Più ti scuoti per allontanarmiPiù io penetro in profondità.
Dall’altro mondo
Ma sì ma sì fatina miaChe hai chiuso gli occhi nell’altro millennioSono convinto anch’io che per capireDavvero quello che diceviCi voleva l’undici a New YorkCi voleva per meChe non so dire...Perché la tua morte non mi ha insegnato a vivereMi ha solo permesso di continuare a vivere.Senza la tua morteSarei già mortoInvece sono vivo e lo scrivo.Sei morta per costringermiAl referto in carta velina,Per mandarmi in tempo alla tacE farmi operarePrima.Ma dovevi dirmela la storia delle Gorgoni,Non tacere sempre perché poiMe le sarei trovate davanti,Come ora che cammino ansimante e giro al largoDalle ombre che trascinanoSacchi pesanti tra i vecchiGrattacieli di New YorkIngrigiti dal tempo.
La lunga nota medievale
Ma voglio quegli anni o gli anni nuovi,Mi sorprendo a chiedermi: unTuffo nell’ignoto o la strategia del noto?Da capo rivivendo quel nostro decennioCon la testa di oggi,O ritrovandomelo intatto da stordire?Si ripresenta la fuga dal padrePerdutasi nel nulla verso orienteDopo che conventi e osterieBordelli e sacrestieMi ebbero accolto e scacciatoNutrito e denunciato.Poi apparisti tu, Jucci, e io...Fammi almeno risentireLa tua lunga nota medievale,Con quella in menteVoglio trasmigrare.
Della croce riflessa
Della croce riflessaDalla vetta estrema nel laghettoDi madreperla stamattinaIn attesa che a ciotola tu ponga le tue maniE io possa arrivare lì a nascondere il viso.Una dimensione la tua oraBisecante la mia e non tagliente,Rimarginano le pause le acque dolci.E la tua voce disegna come alloraIl semicerchio della neveChe si scioglie in roccia.Oggi che sarebbe tempo di parlareDei libri usciti.
Sapessi, tiglio
Sapessi, tiglio, come ti guardavaJucci nel settantanoveE le mancava il fiato per dirtiChe ti amava, pur così conciato,Potato come me dal parrucchiere,Ma per questo robusto. Tu qui ancoraE senza fili,Fantaccino impiccato.
La mia invarianza
La mia invarianza dopo tanti anniNon è cellulare o prospettica:Se in quei giorni pensavoA quanto mancava,Vedevo una nebbia sottileSu un lento futuro.Poi la nebbia è calata davveroEd è diventata la vita.La mia invarianza resta solo dentroAi fatti della storia che ho vissuto,Al muro di Berlino e al nostro amoreIrrigidito alla sua ombra,Mentre le cellule e le prospettiveSono tutte mutate.Restano però i rumori conosciutiDelle piccole vite delle raneNei fondali bassi,Resta il nocciolo che fiorisceQuando tutto attorno è ancora bianco,Resta la lotta degli uccelliChe osservavi cupamenteDivenendo poi la spettatriceDi un balletto di piume.
L’infinita paura
Mi fa paura l’acqua del canaleMi ha sempre fatto paura e piangere il canalePerché non si giunge a riva.Non vedevi gli appigli,Agnellino di montagna che tremi,Corpo desiderato.E il mio spavento ti penzolava davanti...Eravamo una bocca che parlava a un orecchioPer giurare qualcosa.Quanto vorrei quanto sostituire– Mentre si porta al mio fianco, assomigliaA un serpente dorato il ruscello –Quell’infinita paura con la gioia.Ma tira calci il torrente, non sentiQuanto minaccia le baite da vicino la gente?È un intero paese con le lacrimeUn luogo che piange.E tu mi cerchi dietro il vetro smerigliato.Non li sento e anche tu non dire che li senti...Io da qui vedo soloUn trattore alto e rosso sulle ruoteSaziare di letame la terra isterilita.In profondità vedrò di seppellire i nostri cocciPer tenere drenato il terreno.Sei la solita a...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Jucci
- I. DIETRO UN MURETTO
- II. SOLO LICHENI E TUNDRA
- III. I RIFUGI SEGNATI
- IV. LE MANICHE DISTANTI
- V. COLLINE DI TULLE NERO
- VI. DEMOISELLE ANGLAISE
- VII. COME UN ETERNIT
- Note
- Copyright
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