La particolarità delle Hawaii, perlomeno nelle zone destinate al turismo, è che tutto corrisponde esattamente alle promesse. Scendi dall’aereo e ti piazzano al collo un lei come se fosse una cosa che ti sei guadagnato, una medaglia olimpica per essere venuto a grattarti le palle. Sollevi una mano appena sopra la spalla e non importa dove sei, ma da qualche parte spunterà comunque un drink: servito dentro un ananas svuotato, o magari in una noce di cocco tagliata a metà. “Proprio come prima che inventassero i bicchieri!” pensi tu.
Crateri vulcanici, cascate, e quelle spiagge bianchissime. Tutte cose sconvolgenti, per chi viene dall’Europa. Nel posto in Normandia dove andiamo io e Hugh, invece della sabbia trovi dei sassi maculati grossi come patate. La temperatura dell’acqua va da glaciale ad arresto cardiaco, e il colore è quello del tè freddo. E poi c’è tutta la roba che ci galleggia dentro, che non è spazzatura creata dall’uomo, ma spazzatura creata dal mare: poltiglie imprecisate e pezzi di vita vegetale, a formare un tutt’uno limaccioso che puzza di marcio.
Le spiagge delle Hawaii sembra siano state candeggiate, tant’è bianca la sabbia. L’acqua è calda anche in inverno, e così trasparente che non solo ti vedi le dita dei piedi, ma anche i calli aggrappati ai lati come crostacei. Una volta io e Hugh eravamo a Maui, a novembre, e mentre facevamo il bagno, girandoci abbiamo visto una gigantesca tartaruga marina che si avvicinava in mezzo a noi. Placida come una mucca, della mucca aveva anche l’espressione, assorta e quasi trasognata. Per me una cosa del genere valeva tutto il viaggio, quasi la mia intera vita, in pratica. Vedere con i propri occhi tanta maestà, esserne letteralmente sfiorati: non è forse quello che desideriamo tutti?
Ho avuto un’esperienza simile qualche anno dopo, sempre con Hugh. Eravamo in Giappone e stavamo passeggiando per un parco nazionale durante una bufera di neve, quando una scimmia alta come lo sgabello di un bar ci è passata accanto sfiorandoci. Aveva il pelo di un grigio opaco, color sciacquatura di piatti, ma un muso rosso barbabietola, fisso in un’espressione seria, quasi solenne. L’abbiamo visto bene quando per un attimo la scimmia si è girata a guardarci, dopodiché ha scrollato le spalle e si è incamminata tutta tranquilla su un ponticello pedonale.
«Cristo!» ho esclamato io. Perché era troppo. La foresta, la neve, e adesso lei. In quella zona del paese, le scimmie sono un’attrazione. Prima o poi ci aspettavamo di vederle, ma io pensavo fossero chiuse in un recinto. Come nel caso della tartaruga marina, in parte l’emozione derivava dal fatto di sentirsi accettati, vale a dire non temuti. Ti permetteva di pensare che tra te e quella creatura esistesse un rapporto speciale. Un pensiero infantile, certo, ma che procura grande conforto. “Be’, almeno alle scimmie sto simpatico” mi sarei ritrovato a pensare nei mesi successivi, ogni qualvolta mi fossi sentito solo o incompreso. Proprio come, nei mesi successivi a quel viaggio alle Hawaii, mi sono ritrovato a pensare alla tartaruga marina. Nei suoi confronti, però, avevo pensieri un tantino più complicati, e invece di credere che fra noi fosse nato un legame, mi chiedevo se avrebbe mai potuto perdonarmi.
Il mio rapporto con le tartarughe è cominciato alla fine degli anni Sessanta. C’era di mezzo il mio migliore amico delle elementari, un bambino che chiamerò Shaun, e che a Raleigh abitava nella mia stessa via. A farci avvicinare era stata la passione per la natura, o, per l’esattezza, la passione di catturare esseri vivi e inavvertitamente ucciderli. Cominciammo quand’ero in quarta elementare, il che significa, credo, che avevo dieci anni. Immagino che per ciascuno sia diverso, ma io, a quell’età, pur non potendo affermare con certezza di essere gay, sapevo comunque di non essere come gli altri maschi della mia classe o del mio reparto scout. Se loro gradivano la compagnia maschile, io la rifuggivo, la temevo, mi sembrava costantemente di dissimulare, e che alla fine mi avrebbero scoperto, espellendomi dalla buona società. “Un bambino normale le muove così, le braccia?” mi chiedevo, guardandomi nello specchio a figura intera in camera dei miei genitori. “È così che ride? Sono queste le cose che trova divertenti?” Era come imitare l’accento inglese. Più mi concentravo nel tentativo, più mi imbarazzavo e risultavo poco credibile.
Con Shaun, però, riuscivo quasi a essere me stesso. Questo non vuol dire che ci somigliassimo, ma solo che lui non ci prestava particolare attenzione. Per Shaun l’infanzia era una cosa da sopportare, da superare come un tratto di strada noioso. Più avanti c’erano le cose belle, e ogni tanto, guardandolo, guardando il modo in cui fissava il vuoto, quasi volesse perforare l’orizzonte, avevi l’impressione che non solo riuscisse a immaginarla, ma che la vedesse proprio: quella fantastica vita adulta che lo aspettava al di là dei sedici anni.
Oltre all’interesse per gli animali selvatici, io e lui condividevamo la condizione di trapiantati. La mia famiglia veniva dal Nord, mentre i Taylor erano del Midwest. Il padre di Shaun, Hank, era uno psichiatra e a volte faceva fare ai suoi figli e a me dei test, di quelli nei quali, ci garantiva, «non esistono risposte giuste». Lui e sua moglie erano più giovani dei miei genitori, e si vedeva, non solo dall’abbigliamento, ma dai gusti eclettici: dischi di Donovan e dei Moby Grape in mezzo a quelli di Schubert. A casa loro c’erano veri e propri libri rilegati, che spesso vedevi aperti sul divano, con le parole ancora tiepide di lettura.
In un quartiere di madri casalinghe, quella di Shaun lavorava. Faceva l’infermiera in un ambulatorio di zona, ed era da lei che andavi se ti svegliavi con gli occhi gialli o ti infilavi un popcorn caramellato un po’ troppo a fondo nell’orecchio. «Su, non hai niente» diceva Jean, perché così voleva che la chiamassimo, anziché signora Taylor. Con i suoi zigomi alti e la bocca sempre un po’ piegata all’ingiù, ricordava una giovane Katharine Hepburn. Le altre madri potevano essere carine, fra i venti e i trent’anni potevano fare per un attimo tappa nella bellezza, ma Jean era chiaramente parcheggiata lì a vita. La vedevi in mezzo ai fiori del suo giardino, con i guanti che le spuntavano dalla vita dei pantaloni come se da dentro qualcuno stesse tentando di uscire, e non potevi fare a meno di desiderare che tua madre fosse lei.
Dalla madre, i figli dei Taylor avevano ereditato la bellezza, soprattutto Shaun. Già da bambino, sembrava a suo agio con il proprio corpo. Non era grazioso, ma decisamente bello, con i capelli biondi calati a mo’ di sipario su metà del volto. L’occhio che ti guardava dal lato scoperto era azzurro fiordaliso, oltre che efficientissimo nell’individuare animali feriti o vulnerabili. Mentre gli altri bambini del nostro quartiere giocavano a pallone nella via, io e Shaun perlustravamo i boschi dietro le nostre case. Io avevo come limite i serpenti, ma qualsiasi altra cosa veniva portata a casa e imprigionata nei nostri acquari da quaranta litri. Lucertole, rospi, uccellini appena nati: a tutti toccava la stessa dieta – carne cruda tritata – e tutti, salvo rare eccezioni, morivano nel giro di una o due settimane.
«Non sarebbe male se variaste un pochino il menu» disse una volta mia madre, riferendosi alla mia farfalla-luna in cattività. Era grande quanto un tascabile, di un bellissimo verde menta, ma il macinato di spalla non le interessava granché. «Potreste darle, che ne so, dei fiori o roba del genere.»
Come se ci capisse qualcosa.
Tra gli animali catturati, il migliore apparteneva al fratello minore di Shaun, Chris, che aveva trovato uno scoiattolo volante ferito e lo teneva libero nella sua stanza. Non era più grosso di un normale criceto, e quando dall’alto del letto a castello planava sul cassettone, il suo corpo si appiattiva, facendolo sembrare un burattino da mano vuoto. L’unico problema di quello scoiattolo era il suo atteggiamento, la rigidità. Tu volevi tenertelo stretto o portartelo in giro su una spalla, ma lui proprio non voleva saperne di rilassarsi. “Devo andarmene da qui” sentivi che pensava, mentre disperato, con gli occhi fuori dalle orbite, grattava le unghie contro la finestra o tentava di infilarsi nella fessura sotto la porta. Alla fine riuscì a scappare, e anche se tutti quanti speravamo tornasse per i pasti, diventando una specie di animaletto domestico part-time, lui non tornò.
Non molto tempo dopo la fuga dello scoiattolo, Jean portò i suoi figli e me a trascorrere un fine settimana sulla costa del North Carolina. Era metà ottobre, all’inizio della prima media, e l’acqua era troppo fredda per fare il bagno. Domenica, il giorno in cui saremmo dovuti tornare a casa, io e Shaun ci alzammo all’alba e andammo a fare un giro con i nostri retini. Eravamo a caccia di granchi fantasma, quando in lontananza intravedemmo delle creature che si muovevano a scatti, come giocattoli a molla su una superficie irregolare. Guardando più attentamente, ci rendemmo conto che erano tartarughe marine appena nate, che a decine uscivano dalla sabbia e si dirigevano incerte verso il mare.
Un adulto le avrebbe forse portate in acqua, oppure avrebbe tenuto lontani i gabbiani affamati. Noi però avevamo dodici anni, e quindi, mentre io raccoglievo le tartarughine ammonticchiandole una sull’altra, Shaun correva in albergo a prendere il cestino della carta straccia. Avremmo potuto portarcele via tutte, ma ammucchiate una sull’altra sembravano abbastanza infelici. Così alla fine ne prendemmo solo dieci, ovvero cinque a testa.
La cosa fantastica delle tartarughe marine, rispetto per esempio agli scoiattoli volanti, è che crescono esponenzialmente, raggiungendo quindi, non ho idea, forse cinquanta, cento volte le loro dimensioni iniziali? Quando le prendemmo, sembravano dei portamonete di plastica, di quelli ovali che ti regalano in banca e nei concessionari d’auto. Ma avevano le pinne, e ovviamente la testa, che era liscia e con il becco, come quella di un uccellino appena uscito dall’uovo. Dopo la morte di una talpa traumatizzata che avevamo dovuto strappare di bocca alla nostra gatta Samantha, il mio acquario era rimasto vuoto, ed era quindi pronto ad accogliere nuovi inquilini. Ci versai una caraffa d’acqua marina portata dalla spiaggia, poi buttai dentro una grossa conchiglia e un paio di vongole per renderla più accogliente. Le tartarughine percorrevano a nuoto il breve tragitto da un lato all’altro dell’acquario, dopodiché cominciavano a sbattere le pinne sul vetro, incapaci di accettare che fosse tutto lì. Un vicolo cieco. Quello di cui avevano bisogno, mi sembrava, era qualcosa da mangiare.
«Mamma, hai qualche hamburger crudo?»
Ripensandoci oggi, stupisce che nessuno abbia sollevato obiezioni – stiamo parlando di tartarughe marine, sant’Iddio! – ma forse all’epoca non erano ancora a rischio di estinzione. Nemmeno i maltrattamenti agli animali erano ancora stati inventati. Il pensiero che un essere non umano provasse sensazioni fisiche, per non dire che fosse in grado di perdere la speranza, era stravagante e sconosciuto, come pensare che la carta avesse dei parenti. Ma è anche vero che, quanto a capacità di suscitare empatia, rettili e anfibi sono gli ultimi della lista, essendo creature, diciamocelo, non particolarmente ricche di personalità. Nemmeno dargli un nome migliorava le cose, perché giocare con Shelly non era diverso da giocare con Pokyhontus, laddove il “giocare”, in quel caso, si riduceva a piazzarli sulla scrivania e guardarli sgambettare giù dal bordo.
Era rincuorante sapere che nella casa in fondo alla via le tartarughe di Shaun non se la passavano tanto meglio. La carne trita che mettevamo negli acquari rimaneva intatta e di lì a poco andava a male, appestandoci le stanze. Svuotai la mia vasca, e non disponendo di altra acqua di mare, ne preparai un po’ da solo mescolando la buona vecchia acqua di rubinetto con del sale.
«Non sono sicura che vada bene lo stesso» disse mia madre, ferma sulla porta della mia stanza con una sigaretta in mano e il posacenere nell’altra. Un recente tentativo di farsi i colpi di sole con un kit casalingo le aveva ulteriormente seccato e sfibrato i capelli già fragili. I superstiti venivano ora coperti con un foulard, turchese, che le stava benissimo quand’era abbronzata, ma non altrettanto quando non lo era. «Nell’acqua di mare non ci sono delle sostanze nutritive o roba del genere?»
«Che ne so.»
Mia madre guardò le tartarughe che si trascinavano meste sul mio copriletto. «Be’, se ti interessa scoprirlo, sabato porto Lisa in biblioteca.»
Io a dire il vero speravo di passare il fine settimana all’aperto, ma poi si mise a piovere, e mio padre monopolizzò la TV con una delle sue partite di football. L’alternativa era andare in biblioteca o restare a casa a morire di noia, perciò salii in macchina mugugnando contro le ingiustizie del mondo. Mia madre lasciò me e mia sorella in centro, poi andò a fare la spesa, promettendo di tornare nel giro di qualche ora.
La nostra biblioteca pubblica non era niente di che. Più avanti avrei scoperto che in passato era stata un grande magazzino, e in effetti era plausibile: le vetrate dal pavimento al soffitto erano perfette per i manichini, e dove adesso c’erano le enciclopedie non faticavi a immaginare camicie eleganti, parrucche al posto delle riviste. Ricordo che nel seminterrato c’erano due bagni, uno con la scritta UOMINI e l’altro con la scritta SIGNORI. In entrambi c’era un gabinetto, un lavandino e un distributore di asciugamani di carta, vale a dire che, qualunque dei due scegliessi, ricevevi più o meno lo stesso trattamento. La differenza si riduceva quindi alla percezione che avevi di te stesso: normale o di classe. Il giorno che andai a fare ricerche sulle tartarughe mi sentivo di classe, perciò aprii la porta con su scritto SIGNORI. Quel che successe subito dopo successe molto in fretta: due uomini, entrambi neri, girarono la testa nella mia direzione. Uno era in piedi con i pantaloni e le mutande abbassate sotto le ginocchia. L’altro, in ginocchio davanti a lui e come lui con i pantaloni calati, si coprì la faccia con una mano e cacciò un urletto.
«Oh» dissi io. «Scusate.»
Turbato, uscii indietreggiando. La porta non fece in tempo a richiudersi dietro di me che subito si spalancò di nuovo. I due scivolarono fuori, con lo stesso sguardo da scoiattolo volante. Le scale si trovavano in fondo a un breve corridoio, e loro le fecero due gradini alla volta, quello più lento girandosi per un attimo a guardarmi come se impugnassi una pistola. Quando mi resi conto che aveva paura di me, mi sentii potente. Poi cominciai a chiedermi come usare quel potere.
Il mio primo istinto sarebbe stato quello di fare la spia, ma non perché volevo che li punissero. Per mettermi al centro dell’attenzione. «Tu stai bene?» mi avrebbe chiesto la bibliotecaria. «Ed erano negri, hai detto? Presto, qualcuno porti a questo ragazzo un bicchier d’acqua, o meglio ancora una Coca. La vuoi una Coca, intanto che aspettiamo la polizia?»
E io, con la voce ridotta a un filo, avrei risposto: «Sì».
Ma la cosa poteva facilmente ritorcersi contro di me. Quei due stavano facendo una cosa indecente, e il fatto che l’avessi riconosciuta come tale voleva dire che avevo l’occhio allenato. Che anch’io ero sospetto. E in effetti non lo ero?
Alla fine non lo dissi a nessuno. Nemmeno a Lisa.
«Allora, hai scoperto che tipo di tartarughe sono?» chiese mia madre mentre risalivamo in macchina.
«Tartarughe marine» risposi.
«Be’, questo lo sapevamo.»
«No, nel senso che si chiamano proprio così, “tartarughe marine”.»
«E cosa mangiano?»
Guardai fuori dal finestrino rigato di pioggia. «Hamburger.»
Mia madre sospirò. «Come credi.»
Ci vollero alcune settimane perché la mia prima tartaruga morisse. L’acqua nella vasca era di nuovo torbida di carne intatta e avariata, ma adesso c’era anche qualcos’altro, qualcosa che non riuscivo a identificare. L’odore che si era sviluppato nei giorni successivi a Halloween, un miasma intenso, come di palude, riusciva a farti venire i conati. Era come se a marcire fossero le anime stesse delle tartarughe, che pure continuavano a starsene radunate in un angolo dell’acquario, decise a raggiungere il mare. Di notte le sentivo sbattere le pinne contro il vetro, e pensavo ai negri nel bagno dei SIGNORI, chiedendomi che ne sarebbe stato di loro e, per...