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Quando eravamo piccole
Informazioni su questo libro
Tornano le protagoniste di Ascolta il mio cuore, Prisca ed Elisa, amiche per la pelle. Storie buffe e tenere, che costituiscono però il puntuale ritratto di famiglia di certa originale borghesia italiana di provincia nel primo dopoguerra.
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NONNASÌ E NONNANÒ


Questa è una storia di quando Elisa era piccola, tanti anni fa, e come succede per tutte le storie del passato non si può avere la certezza che le cose siano andate proprio così. Ognuno in famiglia racconta i fatti a modo suo e non ci sono due ricordi che combacino perfettamente.
Quella che segue è la versione di Prisca, che essendo l’amica del cuore di Elisa, pretende di essere la meglio informata su tutta la faccenda.
Dunque, bisogna tornare indietro nel tempo a quando Elisa aveva cinque anni.
Elisa, come tutti sanno, viveva con la nonna Mariuccia e con gli zii Leopoldo, Casimiro e Baldassarre perché i suoi genitori erano morti durante un bombardamento proprio una settimana prima della fine della guerra.
Subito dopo la tragedia anche la nonna Lucrezia si era offerta di prendere in casa l’orfanella. Pensava di essere, tra le due nonne, la più adatta perché era la più ricca e aveva una casa più grande. Anzi, aveva una villa con un grande giardino, un’automobile con l’autista, due cameriere, un giardiniere e una cuoca. E un marito, il nonno Anastasio, che le obbediva a bacchetta.
La nonna Mariuccia invece era vedova e viveva con i tre figli in un appartamento che oltretutto era stato danneggiato dalle bombe. Ma i genitori di Elisa, prima di morire, avevano affidato la loro bambina, perché andasse in campagna con gli altri sfollati, proprio alla nonna Mariuccia, che per questo motivo voleva tenersela. Le due famiglie litigarono per sei mesi, finché il nonno Anastasio e lo zio Leopoldo non decisero di giocarsi la nipotina ai dadi. Vinse lo zio Leopoldo ed Elisa restò con la famiglia paterna. Una vera fortuna perché la nonna Lucrezia era proprio una rompiscatole, sempre a comandare gli altri e a criticare tutto, mentre la nonna Mariuccia era una vecchietta dolcissima che non sapeva dire di no a nessuno.

Se Elisa non era cresciuta come una selvaggia, il merito era degli zii, in particolare dello zio Leopoldo, ch’era il gemello del suo povero papà e, da quando la bambina era rimasta orfana, anche il suo tutore.
Un giorno, quando appunto Elisa aveva cinque anni, in casa Maffei arrivò dal Sindaco l’ordine di sgomberare l’appartamento per sei mesi. Il Comune aveva deciso di far riparare le case danneggiate dalle bombe ed era necessario che, durante i lavori, gli abitanti si trovassero un’altra sistemazione. Molte famiglie di amici offrirono ospitalità ai Maffei per quel periodo di esilio e all’inizio sembrava che la scelta dovesse cadere, com’era logico, sulla casa dell’avvocato Puntoni, che non solo era il padre di Prisca, l’amica del cuore di Elisa, ma lui stesso era l’amico del cuore dello zio Leopoldo, che conosceva fin dai tempi del liceo.
Ma qualche giorno dopo anche i Puntoni ricevettero l’ordine di sgombero e dovettero andarsene nella casa di campagna di Capovento, dove non c’era posto per una seconda famiglia. Così Elisa dovette rassegnarsi a stare per due mesi lontana non solo dalla sua casa ma anche dalla sua amica.
Anche la nonna Lucrezia, la cui villa non aveva subito nessun danno dai bombardamenti, aveva fatto sapere che le sue stanze degli ospiti erano a disposizione dei Maffei.
I tre zii di Elisa a quel punto dissero che loro non avevano preferenze e che la decisione toccava alla nonna Mariuccia. E la nonna Mariuccia, senza esitare, fra tutte le offerte scelse quella della sua antica bambinaia, la Tata Isolina.
«Con lei sono in confidenza» spiegò a Elisa. «Se penso a quante volte mi ha lavato il popò e mi ha cambiato i pannolini quand’ero piccola!»
Prisca trovava molto strano che una donna vecchia come la nonna Mariuccia avesse ancora la bambinaia. Ma tant’è: la nonna di Elisa aveva sessantacinque anni e la Tata ottantadue. Aveva cominciato a fare la bambinaia a sedici anni, e dopo la nonna Mariuccia aveva allevato anche i suoi quattro figli (i tre zii e il papà di Elisa). Con grandissimo dispiacere vent’anni prima aveva lasciato casa Maffei per andarsene in pensione. La sua casa era proprio di fronte alla villa della nonna Lucrezia e la Tata ci viveva con una parente ammalata. Ora questa parente era morta, e nell’appartamento c’era una camera da letto libera.

«Ci metteremo i ragazzi» stabilì la Tata, che si era fatta prestare dai vicini tre brandine per gli zii. A Elisa sembrava buffo che quei tre omaccioni con tanto di barba e baffi dormissero uno vicino all’altro, tutti in fila come i sette nani. Lei e la nonna avrebbero dormito insieme alla Tata.
«Che accampamento!» esclamò la nonna Lucrezia quando lo venne a sapere, offesa che la consuocera non avesse accettato il suo, di invito. Con tante stanze libere che c’erano alla villa! Cosa avrebbe detto la gente? «Almeno tu, Elisa, devi assolutamente venire a stare qui da noi.»
Ma Elisa non voleva. «Qui da te ci sono tante cose belle» spiegò. «Ma tu non mi lasci toccare niente. Non mi lasci fare niente. Questo è pericoloso, quello è antigienico, non fare rumore, attenta che si rompe. Una bambina ammodo non fischia… non sai dire altro che no.»
«Per forza!» rispose la nonna Lucrezia. «Se ti voglio educare… Anche quella pappamolla di Mariuccia una volta o l’altra dovrà dirti qualche no.»
«Figurati! Non me lo dirà mai.»
«Scommettiamo?»
Scommisero che se Elisa perdeva sarebbe andata a stare per almeno tre mesi alla villa. Ma Elisa era sicura di vincere.
Così mise in una valigia i suoi vestiti e i suoi giocattoli e si trasferì con la nonna Mariuccia e con gli zii in casa della Tata.
Non bisogna pensare che, poiché aveva più di ottant’anni, Tata Isolina fosse una fragile vecchietta. Al contrario. Era un donnone alto e grosso in modo inverosimile. Anche la voce l’aveva grossa e, come Elisa avrebbe presto scoperto, si strappava i baffi di nascosto con la pinzetta delle sopracciglia. Naturalmente Elisa la conosceva da sempre. Era andata a trovarla tante volte, era stata a passeggio con lei e in famiglia l’avevano avuta tante volte ospite per cena. Ma una cosa è intrattenere cordiali rapporti con una persona, altra è viverci insieme.

Oltretutto, nonostante gli anni trascorsi da quando era in pensione, Tata Isolina si sentiva ancora una bambinaia, e come tale responsabile della salute e dell’educazione di ogni bambino che le vivesse accanto.
Perciò cominciò subito a protestare quando, a cena, lo zio Casimiro fece bere a Elisa un sorso di vino bianco. «Sei matto!» esclamò. «Ringrazia che sei seduto all’altro capo del tavolo, altrimenti ti saresti beccato un ceffone!»
«Era solo per festeggiare la tua ospitalità» si scusò lo zio Casimiro.
«E tu, Mariuccia, gli lasci fare queste pazzie?» incalzò la Tata. «Non lo sai che l’alcol i bambini non lo devono neppure annusare da lontano?»
Aveva ragione. Elisa già si sentiva girare la testa. E forse fu proprio la sbronza a spingerla a comportarsi come poi si comportò, a cominciare la sfida che avrebbe messo alla prova la pazienza della nonna Mariuccia e a lei avrebbe fatto perdere la scommessa.
Quando fu il momento di coricarsi, i tre zii si ritirarono nella loro camera. Anche Tata Isolina si alzò a fatica dalla tavola.
«Su, Elisa, a nanna! È tardi» disse con piglio autoritario.
«Voglio che mi metta a letto la nonna!» frignò Elisa. Di solito non si comportava così, ma quel vino bianco la faceva sentire strana, le impastava la lingua e la faceva parlare come una bambinetta. La nonna non disse niente.
«Mariuccia, mettiamo subito in chiaro una cosa» sbuffò la Tata. «Da chi prende ordini questa bambina? Da te o da me?»
«Elisa è una brava bambina» disse la nonna. «Non ha bisogno di ordini da parte di nessuno. Lo sa da sola quello che deve fare.»
«Va bene. Allora io non mi immischio» disse la Tata un po’ offesa. «Non dirò più una parola a questo proposito. Buona notte.» E si avviò verso la stanza da bagno.
La nonna prese in braccio Elisa che crollava dal sonno e la portò in camera. C’erano due letti grandi: quello della Tata e quello della nonna, che gli zii avevano trasportato su un carretto dalla vecchia casa. Per Elisa la Tata aveva fatto portar su dalla cantina un lettino a sbarre dipinto di verde pallido. Un letto da bambino piccolo. Quando Elisa lo vide si sentì offesa a morte, perché a cinque anni una non ha più bisogno delle sponde per non cadere dal letto, e dichiarò in tono di sfida: «Io lì non ci dormo.»
«Va bene, tesoro» disse la nonna. «Vuoi dormire con me nel lettone? Oppure vuoi andare sul divano del soggiorno?»
«No.»
«Possiamo chiedere a uno degli zii che ci dorma lui sul divano e tu andrai nel suo letto nella camera dei ragazzi.»

«Non voglio andare là. Dormirò qui, ma per terra» annunciò Elisa.
La nonna non fece una piega. «Sul materasso o direttamente sul pavimento?» chiese, come se fosse la cosa più normale del mondo.
«Metti il lenzuolo sulle mattonelle» ordinò Elisa.
La nonna obbedì e la bambina si stese per terra. A quel punto entrò nella camera Tata Isolina, immensa nella camiciona di tela bianca. Non le degnò di uno sguardo e, aiu...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Copyright
- La bambina che non sapeva imparare
- Un principe guerriero
- Nonnasì e nonnanò
- Gli uomini preistorici erano analfabeti
- Animali di ferragosto
- Postfazione