È arrivato il momento di parlare di ciò che la nostra eroina desidera più d’ogni altra cosa al mondo. Ricordate? Ne abbiamo accennato a proposito dei regali di Natale, ma era troppo presto per affrontare l’argomento, perché a quel tempo Cora non aveva neppure compiuto cinque anni, essendo nata il due di gennaio.
Adesso ha cinque anni e otto mesi, perché siamo in agosto. Tutta la famiglia è in villeggiatura al mare, in una casa d’affitto sulla strada del Lido. Dalle finestre si vede il mare, così vicino che appena arrivati Giacomo si è affacciato e con la sua fionda ha lanciato una scarpa di Lammummia facendola arrivare fino all’acqua. — Aiuto, affogo! — ha gridato la scarpa prima di affondare e scomparire per sempre. Cora ha pianto e ha tentato di graffiare il fratello, ma Giacomo è troppo forte e lei non riesce mai a vincerlo.
Il Lido è così vicino che basta attraversare la strada, varcare un cancello mostrando la tessera dell’abbonamento, ed ecco la spiaggia con la sabbia, gli ombrelloni e la musica che viene dal giradischi del bar. Veramente la musica comincia a suonare verso le undici e mezzo. Alle otto del mattino, quando arrivano la tata, Cora e i gemelli, c’è un grande silenzio: solo il rumore gentile delle ondine contro la riva e le grida dei gabbiani. Il bagnino ha appena ammucchiato le alghe in piccole montagne marrone, e sulla sabbia restano i solchi tracciati dai denti del suo rastrello.
— Com’è che arrivate così presto? — chiedono le alghe con la loro Voce Segreta.
— Per via dei gemelli — spiega Cora. — Il pediatra ha detto che i bambini piccoli possono stare alla spiaggia solo quando il sole non è ancora alto. Alle undici devono tornare a casa, o andare a passeggio nella pineta. Io invece resto.
— Da sola?
— No. Con mamma, che viene più tardi.
La tata va a mettersi sotto l’ombrellone, seduta comoda sulla sedia a sdraio a leggere un fotoromanzo.
È vestita di tutto punto perché non le piace l’abbronzatura. Dice che sono manie stupide dei cittadini, e che la gente dei paesi ne ha abbastanza di scurirsi la pelle lavorando in campagna.
Dopo un po’ i gemelli frignano, perché non gli piace restarsene fermi dentro la carrozzina, allora Cora, che è andata in cabina e si è messa il costume da bagno, comincia a spingerli su e giù per i vialetti di cemento che attraversano la sabbia in modo che la gente non si scotti i piedi.
Angelo guarda i gabbiani che volano strillando, litigano fra di loro e ogni tanto si tuffano per acchiappare un pesce. — Liberami le ali, per piacere — chiede con voce implorante alla sorella.
— Fossi matta. Qui, davanti a tutti? E se poi cadi in mare?
— E se quegli uccellacci ti beccano? — aggiunge Giovanbattista. Ma lui, si sa, è geloso, e Angelo neppure lo ascolta.
— Sii ragionevole — dice Cora. — Devi imparare a nuotare, prima, o almeno metterti un salvagente.
Le viene da ridere al pensiero del suo gemello che vola sopra gli ombrelloni col salvagente attorno alla pancia. Per fortuna il pediatra ha detto che i bambini piccoli non devono prendere il sole direttamente sulla pelle nuda, che è ancora troppo delicata. Così, per portarli alla spiaggia, la tata li veste con una maglietta di filo e un pagliaccetto dalle bretelle incrociate sul dorso. Non c’è nessun pericolo che Angelo possa liberarsi le ali, e quando è stufa di spingere la carrozzina Cora la riporta dalla tata e se ne va sulla riva a giocare con Paoletta Giganti.
Giocano con secchiello e paletta a scavare profonde buche nella sabbia e a collegarle fra loro con una rete di canali.
Anche Paoletta viene presto in spiaggia, a causa di suo padre, che per via dei reumatismi ha bisogno di prendere sole sulla schiena, ma si vergogna di far vedere a tutti la Gamba Artificiale. Per mettersi comodo se la slaccia, si copre il viso col berretto di tela e dopo un po’ si mette a russare.
Allora Paoletta e Cora zitte zitte prendono la Gamba e la usano per attingere l’acqua con cui riempire i canali. Ce ne sta molta, molta di più che in un normale secchiello. Anzi, non la riempiono mai più su del ginocchio, altrimenti diventa troppo pesante e non riescono a trasportarla.
Se il Mutilato si sveglia e se ne accorge, non si arrabbia. Solo pretende che, prima di restituirgliela, la asciughino e la ripuliscano perfettamente dalla sabbia. Un solo granello che sfregasse contro il moncherino gli darebbe un prurito insopportabile.
Alle undici il Mutilato, la tata, i gemelli e l’altra gente con bambini piccoli se ne torna a casa, e arrivano le signore con i ragazzi e i bambini più grandi. Giacomo, Arturo, Ottavio, Gavino, Nicola e gli altri maschi si mettono a giocare a palla come forsennati in attesa di digerire completamente la colazione. Ogni tanto uno di loro grida verso gli ombrelloni: — Possiamo entrare in acqua?
Le madri guardano l’orologio. — Ancora venti minuti — dicono.
— Povera me — si lamenta la palla, che deve prendersi ancora quasi mezz’ora di calci.
I maschi però, giocando, piano piano si spostano verso la riva, si schizzano, cadono in acqua, sono completamente bagnati molto prima di ricevere il permesso di fare il bagno.
Le signore fanno salotto sotto l’ombrellone.
Parlano di Cora e del suo Grande Desiderio.
— Avete visto com’è cresciuta dall’anno scorso? — dice la zia Carla.
Infatti lo zio Titta, che ha l’incarico di misurare i nipoti ogni volta che vanno a pranzo a casa sua, ha dovuto fare per lei un nuovo segno a matita sullo stipite della porta.
— Peccato che non sia nata una settimana prima — dice la zia Giulia. — Se compisse gli anni entro dicembre, il mese prossimo potrebbe andare a scuola.
— Che regola assurda! — protesta la zia Licinia, sbuffando come un drago il fumo della sigaretta dai buchi del naso. — Per due giorni! Cora è pronta per la scuola: è sveglia e intelligente e ha una gran voglia d’imparare.
— Mi sembra proprio una cattiveria farla aspettare ancora un anno — dice la mamma.
— Le regole sono regole — sentenzia la signora Mechilde, che è moglie di un colonnello — e bisogna rispettarle.
— Perché non la iscrivete dalle suore? Ho sentito che all’Adorazione prendono anche bambine di cinque anni — suggerisce la zia Giulia.
— Ma Giacomo va alla Scuola Pubblica. E anche le sue amichette, le Giganti, vanno alla Scuola Pubblica… — dice titubante la mamma.
— Vuoi farle perdere un anno per questo? — chiede battagliera la zia Licinia.
— Pensa a quanto ci resterà male, poverina, quando saprà che neppure quest’anno la vogliono a scuola — sospira la zia Carla.
La mamma finisce per cedere. Promette alla sorella e alle cognate che il primo di settembre andrà a iscrivere Cora alla scuola dell’Adorazione.
È arrivato il Gran Giorno. Cora non sta nella pelle dalla gioia. Le hanno comprato una cartella, un quaderno, una matita, una gomma e una scatola di pastelli. Tutto nuovo. Non come a Paoletta Giganti, che va alla Scuola Pubblica, e che ha ereditato parte dell’attrezzatura da fratelli e cugini. Anche il grembiule ha ereditato, Paoletta. Nero. Perché alla Scuola Pubblica si porta nero sin dalla prima, mentre Cora ce l’ha bianco (sporchevolissimo, commenta la tata), col fiocco rosa a pallini celesti. Ha anche un mazzo di fiori, tulipani del giardino della nonna Ida, da offrire alla maestra.
Quando la tata ha saputo che i due fratelli avrebbero frequentato scuole diverse, si è messa a sbuffare, perché pensava di dover fare ogni mattina una strada più lunga per accompagnarli. Ma Giacomo durante l’estate ha vinto la sua battaglia per andare a scuola da solo. Non proprio da solo, a dire la verità, perché ha promesso di fare sempre la strada, all’andata e al ritorno, insieme a Nicola e a Gavino Giganti.
Il primo giorno però ad accompagnare Cora a scuola non ci va la tata, ma la mamma in persona. La mamma insieme alla zia Licinia, che è orgogliosissima di questa nipotina così desiderosa d’imparare.
La scuola delle suore dell’Adorazione è un po’ lontana, in un viale fiancheggiato da villette e giardini. Le aule ...