La camera azzurra
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La camera azzurra

e altri racconti

  1. 294 pagine
  2. Italian
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La camera azzurra

e altri racconti

Informazioni su questo libro

Quella camera azzurra che per Emily rappresenta la tenerezza e l'affetto della madre perduta, diviene improvvisamente il luogo dove la matrigna sta per dare alla luce il primo figlio, e dovrà essere proprio Emily a occuparsi di tutto.
La camera azzurra è solo uno dei tanti racconti nel volume. Un'indimenticabile raccolta di storie sulla forza dei sentimenti e sull'incanto dei sogni.

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2014
eBook ISBN
9788852041105
Print ISBN
9788804400219

Una serata memorabile

Mentre se ne stava sotto il casco del parrucchiere, con i bigodini nei capelli, Alison Stockman rifiutò l’offerta delle riviste da leggere e aprì invece la sua borsetta, estrasse il taccuino con penna incorporata e cercò di terminare, forse per la quattordicesima volta, la sua lista.
Non le veniva naturale fare liste, perché era una che viveva alla giornata, un tipo di casalinga allegra e vivace che spesso restava senza generi essenziali come il pane, il burro o il detersivo per i piatti, ma tuttavia manteneva una capacità di gestione, anche per un giorno o due, semplicemente improvvisando, e con la ben radicata convinzione che comunque non bisognava preoccuparsi molto.
Non che anche lei non facesse qualche volta delle liste, però le faceva seguendo l’impulso del momento, usando qualsiasi pezzetto di carta le venisse tra le mani. Il retro delle buste, matrici di libretti degli assegni, vecchi conti. Questo dava alla vita un alone di mistero.
“Paralume. Quanto?” poteva capitarle di trovare scritto su una ricevuta del carbone di sei mesi prima, e passava qualche momento concentrata cercando di ricordare cosa diavolo significassero quelle parole. Quale paralume? E quanto costava?
Sin da quando si erano trasferiti da Londra in campagna, aveva cercato lentamente di arredare e decorare la loro nuova casa, ma sembrava che non ci fossero mai abbastanza soldi e tempo da spendere – due bambini piccoli consumavano quasi interamente queste due cose indispensabili – e c’erano ancora camere con il tipo di tappezzeria sbagliata, o senza tappeti, oppure lampade senza il loro paralume.
Questa lista, comunque, era diversa. La lista era per domani sera, e così importante che aveva comprato apposta la piccola agenda con la penna incorporata; e aveva elencato, con grande scrupolo, ogni singola cosa che andava acquistata, cucinata, lustrata, pulita, lavata, stirata o sbucciata.
“Aspirapolvere in sala da pranzo, pulire l’argenteria.” Depennò questi due punti.
“Apparecchiare la tavola.” Spuntò anche questo. L’aveva fatto alla mattina, mentre Larry era alla scuola materna e Janey faceva un sonnellino nella sua culla.
«Non prenderanno polvere i bicchieri?» le aveva chiesto Henry quando lei gli aveva spiegato i suoi programmi, ma Alison gli aveva assicurato che non sarebbe successo, e in ogni caso la cena sarebbe stata a lume di candela, e quindi se i bicchieri fossero stati impolverati il signore e la signora Fairhurst probabilmente non avrebbero avuto abbastanza luce per accorgersene. Oltretutto, chi aveva mai sentito parlare di un bicchiere di vino polveroso?
“Ordinare il filetto.” Anche questo richiese un visto.
“Pelare le patate.” Un altro visto; erano già pronte in una scodella nella credenza.
“Togliere i gamberi dal congelatore.” Questo era da fare la mattina seguente.
“Preparare la maionese e la lattuga. Pulire i funghi. Fare il soufflé al limone della mamma. Comprare la panna.” Spuntò quest’ultima voce, ma il resto avrebbe aspettato fino al giorno seguente.
Scrisse: “Preparare i fiori”. Questo significava raccogliere le prime timide giunchiglie che cominciavano a spuntare in giardino e sistemarle con ramoscelli fioriti di ribes che, sperabilmente, avrebbero impedito che la casa odorasse di gatti dal pelo sporco.
Aggiunse: “Lavare le tazze da caffè del servizio buono”. Queste tazze erano un regalo di nozze, e venivano tenute in un’angoliera del soggiorno. Sarebbero state impolverate, senza dubbio, anche se i bicchieri del vino non lo erano.
Scrisse: “Fare il bagno”.
Questo era essenziale, anche se l’avrebbe fatto alle due del pomeriggio del giorno successivo, preferibilmente dopo aver portato dentro il carbone e riempito la cesta della legna.
“Riparare la sedia.” Era una delle sei sedie con lo schienale imbottito della sala da pranzo che Alison aveva comprato a una vendita all’asta. Avevano dei sedili di velluto verde con i bordi d’oro, ma il gatto di Larry, chiamato brillantemente Catkin, aveva usato la sedia come un comodo affila-artigli, e la guarnizione era tutta scollata, sbrindellata e penzolante. Avrebbe trovato la colla e qualche chiodo per metterla a posto come prima. Non si preoccupava che non fosse fatto bene. Bastava che non si vedesse.
Rimise la lista nella borsa e pensò con preoccupazione alla sala da pranzo. Il fatto che avessero tuttora e alla loro età una sala da pranzo era stupefacente, ma la verità era che la stanza era veramente piccola, quasi una scatola, così poco attraente e rivolta a nord, che non sarebbe stato possibile destinarla ad altro scopo. Alison aveva suggerito a Henry di adibirla a studio, ma lui aveva obiettato che era dannatamente fredda; allora aveva consigliato a Larry di metterci la sua fattoria-giocattolo, ma Larry preferiva giocarci sul pavimento della cucina. Effettivamente, non usavano mai quella stanza, preferendo consumare i loro pasti in cucina, o in terrazza quando non faceva freddo, oppure fuori in giardino quando il sole estivo era alto e potevano fare merenda sull’erba, tutti e quattro, all’ombra del sicomoro.
I suoi pensieri, come al solito, cambiavano il loro corso in maniera improvvisa. La sala da pranzo. Era così triste che avevano giudicato che niente l’avrebbe potuta rendere più triste, e l’avevano dunque tappezzata di verde scuro per accordare i parati con le tende di velluto che la madre di Alison aveva ricavato da una scorta della soffitta. C’erano un tavolo allungabile, delle sedie con lo schienale imbottito e una credenza in stile vittoriano che avevano avuto in eredità da una zia di Henry. C’erano inoltre due orrendi quadri, contributo di Henry stesso. Era andato a una vendita all’asta per comprare un parafuoco di ottone, per poi trovarsi in possesso, oltre a questo, di quei quadri deprimenti. Uno ritraeva una volpe mentre divorava un’anitra morta; l’altro una mucca in un pascolo montano sotto un temporale scrosciante.
«I quadri riempiono i muri» aveva detto Henry, e li aveva appesi in sala da pranzo. «Andranno bene finché non potrò permettermi di comprarti uno Hockney, o un Renoir o un Picasso originale, o qualsiasi altra cosa ti venga in mente di desiderare.»
Henry scese dalla scala e baciò la moglie. Era in maniche di camicia e aveva una reticella sui capelli.
«Non voglio questo genere di cose» gli disse Alison.
«Dovresti volerle» e la baciò di nuovo. «Le voglio io.»
E lui voleva. Non per se stesso, ma per la moglie e i figli. Era ambizioso per loro. Avevano venduto l’appartamento a Londra e comprato questa piccola casa perché desiderava che i bambini vivessero in campagna e imparassero a conoscere le mucche, il raccolto, gli alberi e le stagioni; e a causa dell’ipoteca con cui si trovavano impegnati, dovevano fare da soli tutto il lavoro di verniciatura e tappezzeria che era necessario. Questo gravoso impegno portava via tutto il tempo dei fine settimana, e all’inizio le cose erano andate bene; ma poi le giornate si allungarono e arrivò l’estate, e allora abbandonarono l’interno della casa e si trasferirono all’esterno per cercare di creare qualche parvenza d’ordine nel giardino trascurato e cresciuto in maniera troppo disordinata.
A Londra, avevano la possibilità di passare del tempo insieme; potevano prendere una baby-sitter per i bambini e andare fuori a cena; sedersi e ascoltare musica allo stereo, mentre Henry leggeva il giornale e Alison faceva il suo lavoro a maglia. Ma adesso Henry usciva di casa alle sette e mezzo tutte le mattine e non tornava che dodici ore più tardi.
«Ne vale veramente la pena?» gli chiedeva lei qualche volta, ma Henry non si scoraggiava mai.
«Non sarà sempre così, vedrai» le prometteva lui.
Lavorava per la Fairhurst & Hanbury, una ditta di ingegneria elettronica che, da quando Henry era stato inserito come dirigente di grado inferiore, era cresciuta e aveva avuto qualche discreto successo, e adesso aveva parecchia carne al fuoco; non ultima tra le varie prospettive c’era quella della fabbricazione dei computer commerciali. Poco a poco, Henry era salito nella scala gerarchica, e adesso poteva aspirare, o essere preso in considerazione, per il posto di direttore delle esportazioni, dal momento che la persona che al momento ricopriva quell’incarico aveva deciso di ritirarsi prima del tempo, di trasferirsi nel Devonshire e di dedicarsi all’allevamento del pollame.
A letto, che adesso sembrava essere il solo posto dove potevano trovare la tranquillità e l’intimità per parlare tra loro, Henry aveva spiegato ad Alison le possibilità di ottenere questo incarico. Sembrava che non ci fossero molte speranze. In primo luogo, lui era il più giovane tra i candidati; i suoi requisiti, per quanto di buon livello, non erano brillantissimi, e gli altri aspiranti avevano tutti più esperienza di lui.
«Ma che cosa dovresti fare?» voleva sapere Alison.
«Be’, questo è il fatto. Dovrei viaggiare. Andare a New York, a Hong Kong, in Giappone. Darmi da fare con i nuovi mercati. Starei via molto spesso. Resteresti sola anche più di adesso. E dovremmo ricambiare. Voglio dire, se i compratori stranieri vengono in visita da noi, dovremo occuparci di loro, intrattenerli... hai capito di che si tratta.»
Standosene dolcemente tra le sue braccia, pensava a queste cose nell’oscurità, con la finestra aperta e l’aria fresca della campagna che le sfiorava il viso. Disse: «Non mi piacerebbe che tu fossi lontano per molto tempo, ma potrei sopportarlo. Non mi sentirei sola, per via dei bambini. E so che torneresti comunque sempre a casa».
Lui la baciò e le chiese: «Ti ho mai detto che ti amo?».
«Una volta o due.»
Lui disse: «Voglio quell’incarico. Sono in grado di svolgerlo. E voglio lasciarmi questa ipoteca alle spalle, portare i bambini in Bretagna per le vacanze estive e magari pagare qualcuno per metterci in ordine questo benedetto giardino».
«Non dire queste cose!» Alison gli mise una mano sulla bocca. «Non parlare di queste cose. Non dobbiamo vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso.»
Questa conversazione notturna era avvenuta circa un mese prima, e non avevano più parlato della possibile promozione di Henry. Ma una settimana prima il signor Fairhurst, che era presidente del consiglio di amministrazione dell’azienda, aveva invitato Henry a pranzo al suo circolo. Henry faceva fatica a credere che il signor Fairhurst gli stesse offrendo questa ottima colazione soltanto per il piacere di stare in sua compagnia, ma erano già arrivati a gustare un delizioso formaggio piccante Stilton striato di blu e a bere un bicchiere di Porto prima che il signor Fairhurst arrivasse finalmente al punto. Gli chiese di Alison e dei bambini.
Henry disse che stavano molto bene.
«Vivere in campagna è ottimo per i bambini. E Alison è soddisfatta di stare lì?»
«Sì. Si è fatta una quantità di amici in paese.»
«Questo è positivo. Questo è molto positivo.» Pensosamente, l’uomo più anziano si servì dell’altro Stilton. «Non ho proprio mai incontrato Alison.» Sembrava come se stesse rimuginando tra sé e sé, senza fare a Henry un particolare rimprovero. «Ma certo, l’ho vista alla festa da ballo aziendale, ma questo non conta molto. Mi piacerebbe vedere la vostra nuova casa...»
La sua voce si abbassò. Guardò in alto. Henry, attraverso la tovaglia inamidata e l’argenteria scintillante, incontrò il suo sguardo. Capì che il signor Fairhurst gli stava offrendo l’esca per un invito ufficiale – in effetti: esigeva un invito.
Si schiarì la gola e disse: «Forse lei e la signora Fairhurst potreste venire a cena da noi una sera?».
«Be’...» disse il presidente, assumendo un’espressione di sorpresa e di contentezza come se tutto fosse nato da un’idea di Henry. «Ne saremmo davvero lieti. Sono certo che la signora Fairhurst sarà molto felice.»
«Io... io dirò ad Alison di telefonarle. Potranno definire loro la data.»
«Stiamo per essere messi sotto esame?» s’informò Alison, quando le annunciò la notizia. «È per la faccenda dei clienti stranieri da intrattenere, vero? Vogliono capire se so cavarmela, se sono capace di gestire i rapporti sociali.»
«Messa così, sembra una cosa un po’ indelicata, ma... sì, penso che la faccenda sia in questi termini!»
«Deve essere qualcosa di straordinariamente elegante?»
«No.»
«Ma ufficiale.»
«Be’, è il presidente!»
«Oh, povera me.»
«Non fare quell’espressione! Non lo sopporto quando fai così.»
«Oh, Henry!» Alison si domandò se stesse per mettersi a piangere, ma lui la prese tra le sue braccia, la strinse e lei si accorse che no, dopo tutto non era quello il caso.
Parlando al di sopra della sua testa, lui le disse: «Forse stiamo...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Copyright
  4. La camera azzurra e altri racconti
  5. Toby
  6. Una giornata a casa
  7. Signore spagnole
  8. Il Natale della signorina Cameron
  9. Un tè col professore
  10. Amita
  11. La camera azzurra
  12. Gilbert
  13. Un regalo prenatalizio
  14. Gli uccelli bianchi
  15. L’albero
  16. La casa sulla collina
  17. Una serata memorabile