Un giorno, altrove
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Un giorno, altrove

  1. 392 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Un giorno, altrove

Informazioni su questo libro

Filippo è un uomo disincantato, un intellettuale che ha deciso di vivere in splendido ritiro, lontano da tutti. Dopo aver girato il mondo per insegnare ed essere scampato a un linfoma che lo ha portato in punto di morte, si è rifugiato per lavorare ai suoi libri in una casa sul lago, e da lì osserva quel che succede nel mondo, come osserva le raffiche di pioggia che prostrano i rami degli alberi nel parco intorno alla villa e le forme disegnate dalla luce sull'acqua in certe mattine di primavera.
In questa solitudine, interrotta solo per qualche incontro galante - vissuto peraltro più come una necessità del corpo che dello spirito -, è convinto di aver raggiunto un accettabile equilibrio. Perciò non è senza sconcerto che un giorno riceve una mail da parte di Isabella, la sua Isa, con cui non ha rapporti da sette anni. Tanto è il tempo passato da quando lei lo ha lasciato in un letto di ospedale, a Parigi, a causa della inopinata ricomparsa di Teresa, l'ex moglie. Sconcerto, e anche gioia e speranza, visto che la donna continua a scrivergli, anche se non lo fa per parlare di sé, ma, parrebbe, per avere risposte alle tante domande rimaste in sospeso: che cosa è successo dopo la sua partenza? come è riuscito a guarire? che cosa lo ha aiutato a sopportare quello che ha passato? come si vive dopo essere stati rigettati pieni di spavento in una vita nuova e diversa? Nei cinque mesi che trascorre mandando mail al suo amore ritrovato e aspettando di poter leggere le sue risposte, Filippo ha finalmente l'occasione di raccontare a Isa ciò che ha vissuto senza di lei e di riavviare il discorso amoroso interrotto. Isabella, invece, è reticente a parlare di sé. Evasiva al punto da risultare ambigua, si mostra animata da un¿estrema suscettibilità riguardo alle allusioni di Filippo ai loro trascorsi erotici e da una forte curiosità per il modo dell¿uomo di relazionarsi con se stesso. Sembra che Isabella senta il bisogno di recuperare una dimensione spirituale perduta e l'esigenza di rifarsi una vita.
Filippo vive male le ambiguità della donna, ambiguità che il rapporto epistolare inevitabilmente accentua, e che troveranno una spiegazione, se non una soluzione, solo a fine partita.
Con una lingua misurata, chirurgicamente precisa eppure capace di accendersi in passi di commosso lirismo, con pagine struggenti e insieme vivissime quanto la grande commedia umana che a tutti e` dato attraversare, in questo suo primo romanzo Federico Roncoroni dà vita alla storia, dolce e crudele, di una coppia non qualunque: quella di un uomo e di una donna che hanno saputo vivere le loro stesse contraddizioni con tale intensità da giungere a scoprire che solo l'amore, vissuto in tutte le sue forme, può racchiudere il senso ultimo di un'esistenza e illuminarla davvero.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2013
Print ISBN
9788804633426
eBook ISBN
9788852043017
Federico Roncoroni

UN GIORNO, ALTROVE

Romanzo
Mondadori
Questo libro è un’opera di fantasia. Personaggi e luoghi citati sono invenzioni dell’autore e hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione. Qualsiasi analogia con fatti, luoghi e persone, vive o scomparse, è assolutamente casuale.

UN GIORNO, ALTROVE

Chi ti ama ti inventa sempre come sei.
FABRIZIO MORGANTI

Oggetto: Isa 1
martedì, 29 marzo 2011 10.38
A: “Isa”<[email protected]>
Ho sempre pensato che un giorno ti saresti rifatta viva. L’ho pensato, sperato, desiderato e sognato e, certe volte, anche temuto. Adesso che il momento è arrivato non so cosa dire né cosa pensare. Curiosa la vita, eh?
Mi scrivi, e chissà perché proprio oggi, 29 marzo. Mi pare così singolare che non posso non domandarmi che cosa è successo: quale concatenazione di eventi ti ha portato a farlo, allo sbocco di quali pensieri o ragionamenti ti sei risolta a scrivermi. Mi chiedo, non senza un po’ d’ansia, cosa ti proponi e cosa ti aspetti.
Mi viene persino da temere che questa tua improvvisa riapparizione nasconda qualcosa di brutto. Stai bene? Va tutto bene?
E poi è una mail ben strana, la tua. Mi scrivi dopo anni di silenzio, come se niente fosse. E per dirmi cosa?
Non che non sia contento. Solo faccio fatica a prenderne atto. Certo, appena ho visto il tuo nome tra quelli della “Posta in arrivo” ho provato l’emozione dei nostri primi giorni, quando aspettavo le tue lettere come un ragazzino, ma anche una forte tentazione di rinviare la lettura a più tardi: il tempo di prendere confidenza con l’idea che fossi tornata. Invece, come vedi, ti ho letta subito. Ne eri sicura, vero?
Naturalmente non c’era l’oggetto (quando mai l’hai messo?), ma la struttura del testo era chiaramente la tua di sempre, da anoressica della scrittura: frasi brevi, frequenti a capo, e i “Bacetti” finali.
Però qualche notizia su di te potevi darmela, e qualche parola affettuosa o per lo meno gentile potevi spenderla, vista l’occasione. E che cacchio, sbuchi fuori dal buio degli anni e tutto quello che fai è riempirmi di domande, le domande che si fanno solitamente a qualcuno che non si sente o non si vede da tempo, anche se tu le fai in tono svagato.
A ogni buon conto, ben tornata, Isa. E poiché, come diceva tua madre ogni volta che ficcava il naso nei nostri affari, domandare è lecito, rispondere è cortesia, ti rispondo: rispondo alle tue domande perché in questi casi è più facile giocare di rimessa che partire all’attacco.
Sì, il tuo “orso” sta bene, compatibilmente come può stare bene un orso che ha attraversato le terre di nessuno che ho attraversato io. No, non viaggio più molto: ormai lascio la tana raramente e solo per promuovere i miei libri o per ritirare un premio, perché se non ci vado non mi danno i soldi. No, non faccio più conferenze: mi stanco troppo. Sì, lavoro. Dipingo sempre meno, anzi quasi non dipingo più: nessuno si è accorto che dipingevo, nessuno si accorgerà che non dipingo più. Però il tuo ritratto, quello da cui proprio stamattina ambiguamente mi guardi da destra, è venuto bene.
Oggetto: Isa 2
martedì, 29 marzo 2011 11.07
A: “Isa”<[email protected]>
Scusa l’interruzione. Anna è venuta a dirmi che esce, perché ha appuntamento dal dentista. Devo aver fatto una faccia così contrariata vedendomela davanti che si è scusata di avermi disturbato. In realtà, la sua apparizione mi ha fatto sobbalzare: ero talmente preso da quello che stavo scrivendoti che non mi sono neanche accorto che era entrata, e lei l’ha notato.
L’ho finito, il ritratto, circa un anno fa, una mattina di primavera tersa e luminosa, dopo averlo lasciato per anni sul cavalletto, coperto da uno straccio. Mi sono alzato, quella mattina, con in mente l’idea di finirlo e mi sono messo a dare l’ultimo tocco all’azzurro dello sfondo. Era come se, con ogni pennellata, anziché la tela colorassi il cielo che, verso le nove, sotto i primi raggi del sole, si era fatto davvero tutto azzurro, impregnando di sé anche le acque del lago. L’ho guardato a lungo attraverso i vetri e ho cercato di gareggiare con lui, l’ignoto maestro dell’infinito ciclo cromatico del cielo, mescolando il blu cobalto, il verde smeraldo, il bianco e un po’ di giallo. Poi, quando il polso ha preso a dolermi, ho smesso e, indietreggiando il giusto per guardare il quadro nel suo insieme, mi sono sentito finalmente soddisfatto. Se non altro, l’azzurro scuro dello sfondo si intonava perfettamente con l’azzurro chiaro dei tuoi occhi e tutti e due insieme, ben lungi, certo, dal riprodurlo, richiamavano il colore di quel cielo mattutino: forte e intenso al centro, sopra il lago, più chiaro agli estremi, dove tocca le cime delle montagne, e celeste e violetto, come i tuoi occhi quando sei contenta, in lontananza, dove si perde verso l’Alto Lago.
Ne sono soddisfatto. Anzi, devo dirti che i tuoi due ritratti, questo e quello del 2001, anche se non sono certo capolavori, mi piacciono tantissimo. Quando li guardo, specialmente quest’ultimo, mi ricordano te più delle centinaia di foto che ho nel pc e che non guardo da tempo.
Le altre risposte – le risposte alle tue altre domande – dopo pranzo. Esco a prendere i giornali e, visto che Anna (già, è vero: tu non sai chi è Anna) non torna, resto fuori a mangiare. A presto.
Oggetto: Isa 3
martedì, 29 marzo 2011 15.45
A: “Isa”<[email protected]>
Non dipingo più ma scrivo, e molto. Ti ho fatto mandare, a Roma, a casa di tuo padre, tutti i miei libri, compreso l’ultimo. Spero ti siano arrivati, perché da te non ho ricevuto alcun riscontro. Neanche riguardo all’ultimo, che pure è una novità, per me.
Quanto al resto, cosa faccio, e che progetti ho? Non te lo so dire. Non ho ancora deciso bene cosa farò da vecchio. Per adesso scrivo: leggo e scrivo, e per fortuna, come sempre, leggo più di quanto non scriva.
No, Micio Macio non c’è più. Se ne è andato, con l’aiuto di un’iniezione, il 24 maggio scorso. È morto tra le mie braccia, guardandomi negli occhi come per ringraziarmi, ho voluto credere, di averlo liberato dalla sofferenza che gli dava l’impossibilità di correre, saltare, uscire in giardino, inseguire le farfalle e le lucertole e tener lontano gli altri gatti dal suo territorio. È stato un dolore tremendo. Nel gennaio, il 6 gennaio, era morta la mia mamma (mio padre è mancato nel 2006), e non ho versato una lacrima. Quando Micio Macio ha chiuso gli occhi e si è irrigidito, mi sono messo a piangere come un bambino, e il veterinario non sapeva più cosa dire per confortarmi.
Sì, ti penso. Come d’inverno si pensa a una bella giornata d’estate che si teme di non aver goduto abbastanza.
Ecco, credo di aver risposto a tutte le tue domande. Come tuo solito, ne hai sparate parecchie in una volta, e io non parlavo tanto di me da secoli. E tu? Mi dici solo che vorresti rivedermi. Non è che lo dici esplicitamente. Scrivi, come nei romanzi d’appendice: «Non ci rivedremo mai più noi due?». E se la tua non è la solita formula di cortesia e io non pecco di presunzione, forse quelle parole significano proprio che pensi che potremmo anche rivederci. Se è così, io, sarò chiaro: oggi come oggi non so se ho voglia di vederti.
Non ho sognato altro per giorni che sono diventati mesi e per mesi che sono diventati anni. Avrei dato non so cosa per riabbracciarti. Ma questa attesa mi ha logorato al punto che, davvero, al momento non me la sento. Rivederti mi procurerebbe dolore: prima, mentre ti aspetto, probabilmente durante la tua permanenza, e soprattutto dopo, quando te ne andresti. Perché te ne andresti di nuovo. Troppo terribile è stato quello che ci è successo, e troppo lunga è stata la lontananza.
Però possiamo scriverci. Se mi scrivi, ti risponderò sempre. Se smetti, non sarò certo io a sollecitarti. Né a chiederti perché non scrivi più. Me lo sono chiesto per anni.

Oggetto: Isa 4
mercoledì, 30 marzo 2011 08.10
A: “Isa”<[email protected]>
È vero, Isa. La morte dei miei genitori è stato l’evento più doloroso degli ultimi tempi. Non si è mai pronti per affrontare queste cose.
Il primo ad andarsene è stato mio padre. Mia madre l’ha seguito quattro anni dopo. Quando sono morti sono stato contento che finalmente se ne fossero andati. Non scherzo. È la verità. Ma almeno tu, Isa, non fraintendermi. Mi mancano entrambi tantissimo, come puoi immaginare, però quando sono morti non ho sofferto come temevo da bambino. Al dispiacere e al dolore di vederli non solo così vecchi e malandati, così diversi da quelli che erano stati, ma anche spenti e assenti, negli ultimi tempi si è aggiunto prima un senso di frustrazione per il fatto di non poterli veramente aiutare, e poi una vera e propria rabbia contro una mentalità religiosa che non ti permette di porre fine a una vita che non è più tale e a una medicina che la spalleggia, prolungando per anni e anni vite forse utili per la Chiesa e per la gloria di Dio, ma prive di senso per loro e per noi.
Non fraintendermi, Isa. Volevo bene a mio padre e a mia madre, tutto il bene che si può volere a due genitori stupendi che mi hanno sempre messo nelle condizioni di fare ciò che volevo e poi si sono ritirati lasciandomi libero di fare anche quello che non condividevano. Ma impegnarsi perché non morissero quando dovevano morire, solo per averli lì, sarebbe stato un castigo che non meritavano.
Mio padre è morto a novantacinque anni. Io, lo sai, sono stato un figlio tardivo, nato quando lui aveva già superato i quaranta. Ha vissuto una vita lunga e laboriosa, come si dice: una vita di cui essere soddisfatto, se non contento. Però, dopo che, in occasione del suo ottantatreesimo compleanno, sono stato costretto a suggerirgli, che a quell’età equivale a imporgli, di smettere di lavorare – usciva ancora tutte le mattine alle otto e rincasava alle sette di sera –, ha cominciato a estraniarsi dalle cose che amava – il cinema, il calcio, i giornali, i francobolli – per chiudersi in un silenzio pressoché totale. Era deluso e incazzato perché non poteva fare più quello che aveva sempre fatto: lavorare. Non protestò, e non si lamentò mai di niente. Si lasciò andare e basta.
In questa sorta di apatia vigile – non si è perso nessuno dei guai che sono via via caduti sulla famiglia e li ha commentati a suo modo, in silenzio – è andato avanti per più di dieci anni. Ogni volta che mi recavo a trovarlo mi guardava con l’affetto di sempre, ma accompagnato da un sentimento nuovo che non gli conoscevo: l’invidia. L’invidia per me che, diversamente da lui, potevo lavorare. Poi da un certo giorno in avanti, quando ormai anche il suo corpo si era fatto debole e non reggeva più neppure lo sforzo di alzarsi dal letto e di mangiare da solo, nei suoi occhi ho cominciato a leggere il silenzioso rimprovero per il fatto che non facessi niente per aiutarlo, per porre fine a quella vita che gli era di peso, e di lì a poco addirittura l’invito a liberarlo da una condizione tanto umiliante.
Erano i mesi immediatamente successivi al trapianto, e io stesso ero così debole e malmesso che mi reggevo in piedi a fatica. Lui e la mamma non sapevano quello che mi era capitato, perché fin dall’inizio glielo avevamo taciuto, come forse ricordi. La mamma non si accorse mai di niente, neanche quando mi vide pallido, magro, senza capelli, ciglia e sopracciglia. Probabilmente aveva già cominciato a percepirmi come un tutto unico, una presenza, e ormai non mi scomponeva più nelle parti di cui ero fatto. Lui invece capì, dalla voce e dai modi, che ero strano. Ruppe il suo silenzio per chiedermi se andava tutto bene. Non credo che le mie parole l’abbiano convinto e tranquillizzato, però non ne parlò più.
Fu un bruttissimo periodo cui, per quello che lo riguardava, pose fine una benefica polmonite che se lo portò via in due giorni, stanco e malandato e soprattutto deluso e, secondo me, come ti dicevo, incazzato, ma lucido e consapevole. E io ho potuto solo maledire una volta di più la medicina moderna, capace sì di curare e talvolta guarire i malati come me, ma incapace di gestire in modo adeguato la fine della vita delle persone vecchie o incurabili.
Brutte cose, Isa, e buon per te che tuo padre e tua madre sono ancora giovani e in salute. Brutte cose. E spesso mi trovo a pensare che, come tante altre di questi ultimi anni, le ho vissute tutte da solo, senza nessuno con cui parlarne e condividerle. Senza di te.
Oggetto: Isa 5
mercoledì, 30 marzo 2011 11.24
A: “Isa”<[email protected]>
Ti ringrazio del pensiero. So che le tue non sono soltanto parole.
Con la mamma le cose sono andate in modo diverso, forse peggio. Tu certo te la ricordi: attiva, sempre in movimento, forte, energica, precisa, attenta, meticolosa, capace di tenere sotto controllo tutto e tutti, decisionista e anche un po’ rompiballe. Puoi quindi ben capire cosa provai quando, non all’improvviso, ma allo sbocco, per così dire, di una serie di comportamenti strani, curiosi e quasi ridicoli – amnesie, confusioni di nomi e di date, esitazioni nelle risposte e risposte non in linea con le domande – mi resi conto che pareva non riconoscermi più. Mi sorrideva e mi parlava, ma sembrava non sapere bene chi fossi e, in breve, neanche chi fosse lei per me...

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