Aborto
Per facilitare la diffusione dell’aborto, si sono investite e si continuano a investire somme ingenti destinate alla messa a punto di preparati farmaceutici, che rendono possibile l’uccisione del feto nel grembo materno, senza la necessità di ricorrere all’aiuto del medico. La stessa ricerca scientifica, su questo punto, sembra quasi esclusivamente preoccupata di ottenere prodotti sempre più semplici ed efficaci contro la vita e, nello stesso tempo, tali da sottrarre l’aborto a ogni forma di controllo e responsabilità sociale.
(Evangelium vitae, n. 13)
Fra tutti i delitti che l’uomo può compiere contro la vita, l’aborto procurato presenta caratteristiche che lo rendono particolarmente grave e deprecabile. Il Concilio Vaticano II lo definisce, insieme all’infanticidio, «delitto abominevole» (Gaudium et spes, n. 51).
Ma oggi, nella coscienza di molti, la percezione della sua gravità è andata progressivamente oscurandosi. L’accettazione dell’aborto nella mentalità, nel costume e nella stessa legge è segno eloquente di una pericolosissima crisi del senso morale, che diventa sempre più incapace di distinguere fra il bene e il male, persino quando è in gioco il diritto fondamentale alla vita. Di fronte a una così grave situazione, occorre più che mai il coraggio di guardare in faccia alla verità e di chiamare le cose con il loro nome, senza cedere a compromessi di comodo o alla tentazione di autoinganno.
A tale proposito risuona categorico il rimprovero del Profeta: «Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre» (Is 5,20). Proprio nel caso dell’aborto si registra la diffusione di una terminologia ambigua, come quella di «interruzione della gravidanza», che tende a nasconderne la vera natura e ad attenuarne la gravità nell’opinione pubblica. Forse questo fenomeno linguistico è esso stesso sintomo di un disagio delle coscienze. Ma nessuna parola vale a cambiare la realtà delle cose: l’aborto procurato è l’uccisione deliberata e diretta, comunque venga attuata, di un essere umano nella fase iniziale della sua esistenza, compresa fra il concepimento e la nascita.
(Evangelium vitae, n. 58)
Alienazione
Se l’analisi e la fondazione marxista dell’alienazione sono false, tuttavia l’alienazione con la perdita del senso autentico dell’esistenza è un fatto reale anche nelle società occidentali. Essa si verifica nel consumo, quando l’uomo è implicato in una rete di false e superficiali soddisfazioni, anziché essere aiutato a fare l’autentica e concreta esperienza della sua personalità. Essa si verifica anche nel lavoro, quando è organizzato in modo tale da «massimizzare» soltanto i suoi frutti e proventi e non ci si preoccupa che il lavoratore, mediante il proprio lavoro, si realizzi di più o di meno come uomo, a seconda che cresca la sua partecipazione in un’autentica comunità solidale, oppure cresca il suo isolamento in un complesso di relazioni di esasperata competitività e di reciproca estraniazione, nel quale egli è considerato solo come un mezzo, e non come un fine.
È necessario ricondurre il concetto di alienazione alla visione cristiana, ravvisando in esso l’inversione fra i mezzi e i fini: quando non riconosce il valore e la grandezza della persona in se stesso e nell’altro, l’uomo di fatto si priva della possibilità di fruire della propria umanità e di entrare in quella relazione di solidarietà e di comunione con gli altri uomini per cui Dio lo ha creato.
(Centesimus annus, n. 41)
Ambiente, vedi anche
Ecologia e Natura
Sembra che siamo sempre più consapevoli del fatto che lo sfruttamento della terra, del pianeta su cui viviamo, esiga una razionale e onesta pianificazione. Nello stesso tempo, tale sfruttamento per scopi non soltanto industriali, ma anche militari, lo sviluppo della tecnica non controllato né inquadrato in un piano a raggio universale e autenticamente umanistico, portano spesso con sé la minaccia all’ambiente naturale dell’uomo, lo alienano nei suoi rapporti con la natura, lo distolgono da essa. L’uomo sembra spesso non percepire altri significati del suo ambiente naturale, ma solamente quelli che servono ai fini di un immediato uso e consumo. Invece, era volontà del Creatore che l’uomo comunicasse con la natura come «padrone» e «custode» intelligente e nobile, e non come «sfruttatore» e «distruttore» senza alcun riguardo.
(Redemptor hominis, n. 15)
Amore, vedi anche Carità
Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza (Gen 1,26s): chiamandolo all’esistenza per amore, l’ha chiamato nello stesso tempo all’amore. Dio è amore (1Gv 4,8) e vive in se stesso un mistero di comunione personale d’amore. Creandola a sua immagine e continuamente conservandola nell’essere, Dio iscrive nell’umanità dell’uomo e della donna la vocazione, e quindi la capacità e la responsabilità dell’amore e della comunione (Gaudium et spes, n. 12). L’amore è, pertanto, la fondamentale e nativa vocazione di ogni essere umano.
(Familiaris consortio, n. 11)
L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non s’incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente. E perciò appunto Cristo Redentore rivela pienamente l’uomo all’uomo stesso. Questa è – se così è lecito esprimersi – la dimensione umana del mistero della Redenzione. In questa dimensione l’uomo ritrova la grandezza, la dignità e il valore propri della sua umanità. Nel mistero della Redenzione l’uomo diviene nuovamente «espresso» e, in qualche modo, è nuovamente creato.
(Redemptor hominis, n. 10)
Amare è essenzialmente donarsi agli altri. Lungi dall’essere una inclinazione istintiva, l’amore è una decisione cosciente della volontà di andare verso gli altri. Per poter amare in verità, bisogna distaccarsi da molte cose e soprattutto da sé, dare gratuitamente, amare fino alla fine. Questa spoliazione di sé – opera di lungo respiro – è spossante ed esaltante. È sorgente di equilibrio. È il segreto della felicità.
(1° giugno 1980)
L’amore infatti spiega il mistero della vita che unisce il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo nella comunione trinitaria. L’amore fonda la missione del Cristo nella storia umana: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito ... perché il mondo si salvi per mezzo di Lui» (Gv 3,16-17). L’amore dà senso e valore all’azione dello Spirito che santifica i credenti, li riunisce in una sola famiglia, li fa dimora della sua gloria, li arricchisce di doni e di ministeri per l’utilità comune, li spinge alla testimonianza e al servizio della carità. In una parola, è l’amore trinitario che dà ragione delle meraviglie compiute da Dio in tutta la storia della salvezza.
(9 giugno 1990)
L’amore non è solo una cosa spontanea o istintiva: è scelta da confermare costantemente. Quando un uomo e una donna sono uniti da un vero amore, ognuno assume su di sé il destino, il futuro dell’altro come proprio, a costo di fatiche e sofferenze, perché l’altro «abbia la vita e l’abbia in abbondanza» (Gv 10,10). Queste parole di Gesù si riferiscono a ogni vero amore. Solo così si ama «sul serio» e non per gioco, né per un momento. Quando l’altro si sentirà dire: «Ti amo», capirà che queste parole sono vere e anche lui prenderà «sul serio» l’esperienza dell’amore.
(20 giugno 1992)
L’amore fa sì che l’uomo si realizzi attraverso il dono sincero di sé: amare significa dare e ricevere quanto non si può né comperare né vendere, ma solo liberamente e reciprocamente elargire.
Il dono della persona esige per sua natura di essere duraturo e irrevocabile. L’indissolubilità del matrimonio scaturisce primariamente dall’essenza di tale dono: dono della persona alla persona. In questo vicendevole donarsi viene manifestato il carattere sponsale dell’amore.
(Lettera alle famiglie, 2 febbraio 1994)
Analfabetismo
Numerose testimonianze provenienti da diversi continenti, come pure gli incontri che ho avuto modo di fare nel corso dei miei viaggi apostolici, mi confermano nella convinzione che là dove si trova l’analfabetismo regnano più che altrove la fame, le malattie, la mortalità infantile, come pure l’umiliazione, lo sfruttamento e molte sofferenze di ogni genere.
Un uomo che non sa né leggere né scrivere sperimenta grandi difficoltà a adeguarsi ai moderni metodi di lavoro; egli è come condannato all’ignoranza dei suoi diritti e doveri. È un vero povero.
(7 settembre 1994)
Annunzio, vedi anche
Evangelizzazione e Missione
Nella realtà complessa della missione il primo annunzio ha un ruolo centrale e insostituibile, perché introduce «nel mistero dell’amore di Dio, che chiama a stringere in Cristo una personale relazione con Lui» (Ad gentes, n. 13) e apre la via alla conversione. La fede nasce dall’annunzio, e ogni comunità ecclesiale trae origine e vita dalla risposta personale di ciascun fedele a tale annunzio (Evangelii nuntiandi, n. 15). Come l’economia salvifica è incentrata in Cristo, così l’attività missionaria tende alla proclamazione del suo mistero. L’annunzio ha per oggetto il Cristo crocifisso, morto e risorto: in Lui si compie la piena e autentica liberazione dal male, dal peccato e dalla morte; in Lui Dio dona la «vita nuova», divina ed eterna. È questa la «buona novella», che cambia l’uomo e la storia dell’umanità e che tutti i popoli hanno il diritto di conoscere.
(Redemptoris missio, n. 44)
Anziani
Un posto particolare va riconosciuto agli anziani. Mentre in alcune culture la persona più avanzata in età rimane inserita nella famiglia con un ruolo attivo importante, in altre culture invece chi è vecchio è sentito come un peso inutile e viene abbandonato a se stesso: in simile contesto può sorgere più facilmente la tentazione di ricorrere all’eutanasia.
L’emarginazione o addirittura il rifiuto degli anziani sono intollerabili. La loro presenza in famiglia, o almeno la vicinanza a essi della famiglia quando per la ristrettezza degli spazi abitativi o per altri motivi tale presenza non fosse possibile, sono di fondamentale importanza nel creare un clima di reciproco scambio e di arricchente comunicazione fra le varie età della vita. È importante, perciò, che si conservi, o si ristabilisca dove è andato smarrito, una sorta di «patto» fra le generazioni, così che i genitori anziani, giunti al termine del loro cammino, possano trovare nei figli l’accoglienza e la solidarietà che essi hanno avuto nei loro confronti quando s’affacciavano alla vita: lo esige l’obbedienza al comando divino di onorare il padre e la madre (Es 20,12; Lv 19,3).
Ma c’è di più. L’anziano non è da considerare solo oggetto di attenzione, vicinanza e servizio. Anch’egli ha un prezioso contributo da portare al Vangelo della vita. Grazie al ricco patrimonio di esperienza acquisito lungo gli anni, può e deve essere dispensatore di sapienza, testimone di speranza e di carità.
(Evangelium vitae, n. 94)
Apostolato
Nel corso dei secoli i successori degli Apostoli, guidati dallo Spirito Santo, hanno continuato a radunare il gregge di Cristo e a guidarlo verso il Regno dei cieli, consapevoli di poter assumere una così grande responsabilità soltanto «per Cristo, con Cristo e in Cristo».
Questa medesima consapevolezza ho avuto io quando il Signore mi chiamò a svolgere la missione di Pietro in questa amata città di Roma e al servizio del mondo intero. Sin dall’inizio del pontificato, i miei pensieri, le mie preghiere e le mie azioni sono stati animati da un unico desiderio: testimoniare che Cristo, il Buon Pastore, è presente e opera nella sua Chiesa. Egli è in continua ricerca di ogni pecora smarrita, la riconduce all’ovile, ne fascia le ferite; cura la pecora debole e malata e protegge quella forte. Ecco perché, sin dal primo giorno, non ho mai cessato di esortare: «Non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la sua potestà!». Ripeto oggi con forza: «Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!». Lasciatevi guidare da Lui! Fidatevi del suo amore!
(16 ottobre 2003)
Arte
Nelle sue forme più autentiche, l’arte è l’espressione stessa dell’uomo e, in un certo senso, di tutta l’umanità. Essa sgorga dalla sorgente del cuore, quando non è ancora dispersa in tanti ruscelli. L’arte è il linguaggio dell’uomo, quell’essere che ha la capacità di stupirsi prima che di perdersi nella molteplicità delle cose, prima di lasciarsi assorbire da innumerevoli attività che gli danno l’illusione di vivere intensamente.
(20 maggio 1985)
L’arte è esperienza di universalità. Non può essere solo oggetto o mezzo. È parola primitiva, nel senso che viene prima e sta al fondo di ogni altra parola. È parola dell’origine, che scruta, al là dell’immediatezza dell’esperienza, il senso primo e ultimo della vita. È conoscenza tradotta in linee, immagini e suoni, simboli che il concetto sa riconoscere come proiezioni sull’arcano della vita, oltre i limiti che il concetto non può superare: aperture, dunque, sul profondo, sull’alto, sull’inesprimibile dell’esistenza, vie che teng...