Alta tensione
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Alta tensione

  1. 324 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Alta tensione

Informazioni su questo libro

Quando Suzze Trevantino, un'ex stella del tennis, e suo marito Lex Ryder, membro del duo rock HorsePower, ricevono un post anonimo su Facebook che mette in dubbio la paternità del loro bambino non ancora nato, Lex scompare nel nulla. Suzze, incinta di otto mesi, si rivolge immediatamente a Myron Bolitar supplicandolo di rintracciare il marito. Ma quando Myron trova Lex in un equivoco club di New York ha una grande sorpresa, perché lì si imbatte anche in qualcuno che non si aspettava certo di rivedere: Kitty, la moglie di suo fratello Brad, il quale ha fatto perdere le proprie tracce sedici anni prima, lasciando in eredità a Myron una ferita mai rimarginata. La ricomparsa di Kitty, promessa mancata del tennis, già amica e poi rivale di Suzze, non può essere un caso. La vicenda a questo punto si complica e l'indagine si sdoppia, ma tutti i sospetti sembrano convergere su Gabriel Wire, cantante e leader carismatico degli HorsePower, che si nega da anni ai propri fan e il cui unico legame con il mondo è il tormentato Lex. Deciso a ritrovare a ogni costo il fratello e a fare luce sul misterioso Wire, Bolitar, con l'aiuto del suo socio, l'aristocratico e libertino Win, si inoltra in un'intricata rete di rapporti personali e inconfessabili segreti, con incursioni temerarie in una New York ora notturna e altolocata, ora periferica e losca. Ed è fatalmente costretto a fare i conti con il suo passato, pieno di contrasti, menzogne e tenerezze, mentre l'amatissimo padre è sospeso tra la vita e la morte.

Alta tensione è il nuovo thriller implacabile scritto da Harlan Coben, il re delle classifiche americane e francesi, che riesce a tenere inchiodato il lettore con continui colpi di scena e tocchi d'ironia che accompagnano il ritmo incalzante della storia.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2013
Print ISBN
9788804631064
eBook ISBN
9788852040405

1

La più brutta delle verità, gli aveva detto una volta un amico, è sempre meglio della più bella delle bugie.
Fu a questo che Myron pensò abbassando lo sguardo sul padre nel letto d’ospedale. La mente tornò a sedici anni prima, all’ultima volta che gli aveva mentito, alla bugia che aveva provocato tanto dolore e devastazione. Una bugia che aveva dato inizio a una tragica onda destinata a finire, in modo disastroso, proprio lì.
Gli occhi di suo padre erano chiusi, il respiro raschiante e irregolare. Da ogni parte del corpo spuntavano tubicini simili a serpenti. Myron fissò l’avambraccio e ripensò a quando da bambino andava a trovare Dad, papà, nel magazzino di Newark, al modo in cui suo padre se ne stava seduto dietro la sua enorme scrivania con le maniche della camicia arrotolate. Allora l’avambraccio era stato così possente da tendere il tessuto e farne quasi un laccio emostatico stretto intorno al muscolo. Quello stesso muscolo adesso sembrava spugnoso, sgonfiato dall’età. Il torace prominente, che aveva sempre dato a Myron bambino un senso di sicurezza, c’era ancora, ma era diventato fragile e dava l’impressione che se una mano avesse premuto con forza, avrebbe potuto spezzare le costole come rametti secchi. Sul viso non rasato c’erano chiazze di peli grigi invece della solita ombra di barba delle cinque del pomeriggio e la pelle del mento pendeva afflosciata, come un mantello di una taglia troppo grande.
Mom, la madre di Myron e moglie di Al Bolitar da quarantatré anni, era seduta accanto al letto. La sua mano, tremante per il Parkinson, stringeva quella del marito. Anche lei sembrava terribilmente fragile. In gioventù era stata una femminista della prima ora: aveva bruciato il reggiseno insieme a Gloria Steinem e indossato magliette con scritte del tipo “Il posto di una donna è in Camera... e in Senato”. E adesso erano lì tutti e due, Ellen e Al Bolitar (“Siamo El-Al” scherzava sempre Mom “come la compagnia aerea israeliana”), prostrati dall’età, ancora insieme, di gran lunga più fortunati della stragrande maggioranza dei vecchi innamorati... e tuttavia, ecco come si presentava quella fortuna, alla fine.
Dio ha uno strano senso dell’umorismo.
«Allora» disse Mom a bassa voce «siamo d’accordo?»
Myron non rispose. La più bella delle bugie contro la più brutta delle verità. Myron avrebbe dovuto imparare la lezione sedici anni prima, con quell’ultima bugia al grande uomo che amava come nessun altro. Però, no, non era così semplice. La più brutta delle verità poteva essere devastante. Poteva distruggere un mondo.
O addirittura uccidere.
E così, mentre suo padre apriva gli occhi sbattendo le palpebre, mentre l’uomo che gli era più caro al mondo alzava lo sguardo sul figlio maggiore con un’espressione confusa e implorante, quasi infantile, Myron guardò sua madre e annuì lentamente. Poi trattenne le lacrime e si preparò a dire un’ultima menzogna a suo padre.

2

Sei giorni prima
«Per favore, Myron, ho bisogno del tuo aiuto.»
Per Myron Bolitar quella era una specie di fantasia: una splendida, curvilinea fanciulla in ambasce che camminava avanti e indietro nel suo ufficio, come una scena di un vecchio film di Bogey. Solo che la camminata era più un’andatura da papera e le curve derivavano dal fatto che la splendida fanciulla era incinta di otto mesi e questo, peccato, in pratica annullava ogni fantasia.
La ragazza si chiamava Suzze T, abbreviazione di Trevantino, ed era una ex star del tennis. Era stata la ragazzaccia sexy del circuito tennistico, famosa più per l’abbigliamento provocante, i piercing e i tatuaggi che per il suo gioco. Comunque aveva vinto uno dei tornei più importanti e fatto il pieno di scritture come testimonial, la più notevole delle quali come portavoce (Myron amava quell’eufemismo) di La-La-Latte, una catena di topless bar dove studenti di college amavano ridacchiare per il “latte extra”. Bei tempi.
Myron spalancò le braccia. «Sono qui per te, Suzze. Ventiquattr’ore al giorno, sette giorni la settimana, lo sai.»
Si trovavano nel suo ufficio in Park Avenue, sede della MB Reps: M per Myron, B per Bolitar e Reps perché l’agenzia rappresentava atleti, attori e scrittori. Myron era per le denominazioni letterali.
«Dimmi solo cosa posso fare per te.»
Suzze riprese a camminare avanti e indietro. «Non so da dove cominciare.» Myron aprì la bocca per parlare, ma lei lo bloccò alzando una mano. «E se osi dire: “Comincia dall’inizio” ti strappo un testicolo.»
«Solo uno?»
«Adesso sei fidanzato. Penso a quella povera ragazza.»
La camminata si trasformò in una specie di marcia, a passo sempre più veloce e pesante, tanto che una parte di Myron temette che la ragazza entrasse in travaglio nel suo ufficio, ristrutturato e rinnovato di recente.
«Ah... la moquette» disse Myron. «È nuova.»
Suzze aggrottò la fronte, continuò a camminare e cominciò a mordicchiarsi le unghie dallo smalto sgargiante.
«Suzze?»
La ragazza si fermò. Gli sguardi si incontrarono.
«Dimmi.»
«Ricordi quando ci siamo conosciuti?» chiese lei.
Bolitar annuì. Era successo pochi mesi dopo che si era laureato in legge e stava avviando la sua agenzia. A quei tempi, all’inizio, la MB Reps era nota come MB SportsReps dato che si occupava solo di atleti. Quando Myron aveva cominciato a rappresentare anche attori, scrittori, artisti e celebrità varie, aveva eliminato “Sports” dalla ragione sociale, da cui MB Reps.
Letterale, come sempre.
«Naturalmente» rispose.
«Ero un disastro, vero?»
«Eri un grande talento del tennis.»
«E un disastro. Non indorare la pillola.»
Myron rivolse i palmi al soffitto. «Avevi diciotto anni.»
«Diciassette.»
«Okay, diciassette.» Un rapido flash di Suzze al sole: i capelli biondi raccolti a coda di cavallo, un sorriso cattivo in faccia, un diritto che colpisce la palla come se l’avesse appena insultata. «Eri diventata professionista da pochissimo. I ragazzi appendevano il tuo poster in camera da letto. Da te ci si aspettava che battessi immediatamente tutte le leggende del tennis. I tuoi genitori avevano ridefinito l’aggettivo “assillante”. È un miracolo che tu abbia retto.»
«Un buon punto.»
«Allora cosa c’è che non va?»
Suzze abbassò lo sguardo sulla pancia, come se fosse comparsa all’improvviso. «Sono incinta.»
«Sì, lo vedo.»
«La vita è bella, sai?» La voce adesso era dolce, riflessiva. «Dopo tutti quegli anni, gli anni in cui ero un disastro... ho trovato Lex. La sua musica non è mai stata migliore di adesso. La mia accademia di tennis va alla grande. Insomma, va tutto benissimo.»
Myron aspettò. Suzze continuava a fissarsi la pancia, che prese a cullare come se ne cullasse il contenuto, il che, pensò Myron, era più o meno la stessa cosa. Per far proseguire la conversazione, domandò: «Ti piace essere incinta?».
«Parli dell’atto fisico di portare in grembo un bambino?»
«Sì.»
Suzze si strinse nelle spalle. «Non è che io risplenda di luce interiore o roba del genere. Sono più che pronta a partorire. Comunque è interessante. Ci sono donne che adorano essere incinte.»
«Tu no?»
«Mi sento come se qualcuno mi avesse parcheggiato un bulldozer sulla vescica. Credo che la ragione per cui alle donne piace essere incinte è perché le fa sentire speciali. Come se fossero delle piccole celebrità. Quasi tutte attraversano la vita senza ricevere mai attenzioni, ma appena restano incinte la gente le colma di attenzioni. Potrà sembrarti ingeneroso, ma alle donne gravide piacciono gli applausi. Capisci cosa voglio dire?»
«Credo di sì.»
«Io ho già avuto la mia parte di applausi.» Suzze si avvicinò alla finestra e guardò fuori per un istante. Poi si voltò di nuovo verso Myron. «Per inciso, hai notato come sono enormi le mie tette?»
«Mmh» fece Myron, e decise di non aggiungere altro.
«Adesso che ci penso, forse dovresti contattare il La-La-Latte per un nuovo servizio fotografico.»
«Scatti con angolazioni strategiche?»
«Esattamente. Forse in questi meloni abbiamo una nuova, grande campagna pubblicitaria.» Si sostenne i seni con le mani a coppa nel caso in cui Myron non avesse capito bene a quali meloni si riferisse. «Cosa ne pensi?»
«Penso che tu stia prendendo tempo.»
Gli occhi di Suzze adesso erano colmi di lacrime. «Sono così maledettamente felice.»
«Sì, be’, capisco che possa essere un problema.»
Suzze sorrise. «Ho scacciato i miei demoni. Ho perfino fatto pace con mia madre. Io e Lex non potremmo essere più pronti ad avere il bambino. Voglio che quei demoni restino lontani.»
Myron si raddrizzò sulla sedia. «Non ti starai facendo di nuovo?»
«Mio Dio, no. Non parlo di quel tipo di demoni. Lex e io abbiamo chiuso con quella roba.»
Lex Ryder, il marito di Suzze, era metà del leggendario duo noto come HorsePower. A dire il vero, la metà molto meno importante rispetto a Gabriel Wire, il frontman dal carisma soprannaturale. Lex era un ottimo, pur se tormentato, musicista, ma sarebbe sempre stato John Oates a paragone del Daryl Hall di Gabriel, Andrew Ridgeley contro George Michael, le altre Pussycat Dolls rispetto a Nicole Scherzi-qualcosa.
«Che tipo di demoni allora?»
Suzze frugò nella borsa ed estrasse qualcosa che, visto dall’altro lato della scrivania, sembrava una fotografia. La ragazza la fissò per un momento e poi la passò a Myron, il quale diede una rapida occhiata e, di nuovo, tacque aspettando che Suzze parlasse.
Alla fine, giusto per dire qualcosa, optò per l’ovvio: «È l’ecografia del tuo bambino».
«Sì. Ventotto settimane.»
Ancora silenzio, e fu ancora Myron a romperlo. «C’è qualcosa che non va nel bambino?»
«No, niente. È perfetto.»
«È un maschio?»
Suzze T sorrise. «Sì, il mio ometto.»
«Fantastico.»
«Già. A proposito, una delle ragioni per cui sono venuta da te... Lex e io ne abbiamo parlato e tutti e due vogliamo che tu sia il suo padrino.»
«Io?»
«Proprio così.»
Myron non disse nulla.
«Allora?»
Adesso era lui ad avere gli occhi umidi. «Ne sarò onorato.»
«Stai piangendo?»
Myron non parlò.
«Sei proprio una femminuccia» disse la ragazza.
«Cosa c’è che non va, Suzze?»
«Forse niente.» Ma poi: «Credo che ci sia qualcuno che vuole distruggermi».
Myron continuava a fissare l’ecografia. «In che modo?»
E Suzze glielo fece vedere. Gli fece leggere quattro parole che avrebbero conti...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Alta tensione
  3. 1
  4. 2
  5. 3
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  9. 7
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  17. 15
  18. 16
  19. 17
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  22. 20
  23. 21
  24. 22
  25. 23
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  27. 25
  28. 26
  29. 27
  30. 28
  31. 29
  32. 30
  33. 31
  34. 32
  35. 33
  36. EPILOGO
  37. RINGRAZIAMENTI
  38. copyright