I Newyorkesi
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I Newyorkesi

  1. 294 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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I Newyorkesi

Informazioni su questo libro

Al riparo dal traffico e dal trambusto cittadino dell'Upper West Side, vicino a Central Park, c'è un piccolo quartiere tranquillo, lontano dai grattacieli e dalle residenze importanti. È qui che vivono Jody, Polly, Simon, Everett, e tanti altri. Uomini e donne diversi per età, cultura, professioni, sogni e delusioni, ma accomunati dal fatto di avere un amico: a quattro zampe. E così, complici le passeggiate con i loro cani, persone spesso sole, riservate, talvolta un po' eccentriche, che mai si sarebbero incontrate altrimenti, si conoscono, stringono amicizia o si innamorano, a volte si lasciano. Tutto sullo sfondo di una New York magica e reale al tempo stesso che è la vera, suggestiva protagonista di questo romanzo raffinato e soffuso di lieve malinconia, una città alla quale la Schine dedica in queste pagine la sua più bella lettera d'amore.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2013
Print ISBN
9788804581314
eBook ISBN
9788852041303

1

“Io abito qui! Abito qui!”

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Cominceremo la nostra storia con Jody. Lei viveva in quell’isolato dai tempi del college, in un monolocale che allora era parso una sistemazione di lusso, e lo era di certo, specie se paragonato alla stanza del dormitorio da cui proveniva. Vent’anni dopo, il monolocale non le sembrava più così lussuoso, ma la luce al mattino era ancora bellissima, l’affitto era rimasto basso e la grande stanza con il suo magnifico bovindo, il soffitto alto e la cornice a forma di cordone attorcigliato continuava a essere casa sua.
In fondo al locale, un gradino portava a una minuscola cucina da casa di bambola, e dietro la cucina un altro gradino conduceva al bagno. Jody aveva di recente tinteggiato da sé l’appartamento di un giallo pallido chiamato “peonia nigeriana”. Le modanature e il soffitto, di cui andava particolarmente fiera, erano smaltati di bianco. Ogni volta che la stanza brillava alla luce del sole proveniente dal grande bovindo, Jody si congratulava con se stessa per la serenità della sua ordinata esistenza, trovando conferma del fatto che i fine settimana trascorsi in cima a una scala fossero valsi la pena. Teneva la scala nello sgabuzzino della biancheria insieme alle sue costose lenzuola accuratamente piegate. Jody era in generale piuttosto parsimoniosa, e si vestiva ai grandi magazzini, ma le lenzuola appartenevano a una categoria del tutto diversa. Erano oggetti sacrificali offerti con umiltà e timore alle divinità della notte. Ogni sera Jody distendeva le membra sotto il morbido cotone egiziano non come una sibarita ma come una penitente, una pellegrina, una cercatrice, e ciò che cercava era il sonno.
Nel mezzo della notte in cui ha inizio la nostra storia, come nel mezzo di molte altre notti, Jody giaceva a letto preoccupata. Di giorno era una persona allegra fino quasi all’eccesso, ma di notte soffriva. I frammenti della sua vita indaffarata incombevano su di lei come spettri, come uffici fiscali, come suocere. Jody teneva lo sguardo fisso nel buio e affrontava i propri difetti e le proprie negligenze. Era un buio pesante quello che la circondava in quei momenti, caldo e soffocante – l’alito delle recriminazioni –, e allo stesso tempo vasto, glaciale, indifferente. Jody aveva provato a contare, ovviamente, e a contare alla rovescia come se stesse per sottoporsi a un’operazione e le avessero appena somministrato un calmante. Aveva cercato di cantare, a volte il motivo di un brano a cui stava lavorando, altre volte canzoni di Gilbert e Sullivan, punti fermi della sua infanzia di cui conosceva tutte le parole. Di tanto in tanto provava l’impulso di intonare i passaggi più melodici a voce alta e chiara, facendoli risuonare nella stanza scura. Ma poi rinunciava. Anche se accanto a lei non c’era nessuno – e capitava spesso che accanto a lei non ci fosse nessuno –, il suono della sua voce fra i demoni dell’insonnia risultava stridente, ridicolo.
Il giorno dopo, a scuola, diceva di non avere chiuso occhio. Era una delle poche ricompense per la sua insonnia: le altre insegnanti annuivano con fare non esattamente solidale ma comprensivo, e soprattutto con rispetto. Avevano tutte passato notti insonni, ma alla fine avevano dovuto ammettere che Jody era la più insonne di chiunque altra; e ciò le conferiva una posizione che lei aveva imparato a considerare quasi preziosa.
Jody sorrideva sempre quando descriveva la sua battaglia per addormentarsi. Il suo abituale e sincero riserbo scompariva, facendola diventare decisamente compiaciuta. Forse si sarebbe comportata in modo diverso se avesse avuto l’aspetto dell’insonne. Invece i suoi occhi erano vivaci e luminosi, e sotto di essi non si notavano cerchi gonfi e scuri. Con i suoi corti capelli biondi, vestita con camicette ben stirate e pantaloni aderenti, era di una graziosità estroversa e solare. Aveva un profumo fresco e pulito, e si muoveva con un’energia morbida e insieme vigorosa. I bambini le volevano bene, lei lavorava sodo e la gente le era grata. Si rivolgeva a lei quando aveva bisogno di assistenza o di consigli sul lavoro, e malgrado Jody avesse soltanto trentanove anni e sembrasse più giovane veniva chiamata affettuosamente la “cara vecchia Jody”.
Le sue colleghe la rispettavano e con lei si comportavano in modo amichevole, ma nessuna di loro era sua amica. A volte Jody si chiedeva se fosse colpa sua. D’altra parte, di chi altri poteva essere? Non è certo colpa del postino, si diceva. Non è colpa del vicepreside. Non è neanche colpa dei repubblicani. Ma in che cosa consisteva, allora, la sua colpa? Era un mistero, un mistero su cui Jody meditava a letto, di notte.
Naturalmente, si era presa un cane. All’inizio aveva deciso per un gatto pensando che, visto che sembrava lanciata a precipizio verso un’eccentrica zitellaggine, avrebbe dovuto cominciare a equipaggiarsi. Ma quando era arrivata all’ASPCA, la società che si occupa della prevenzione delle crudeltà contro gli animali, aveva visto un vecchio cane, un grosso pit bull incrociato, così bianco da sembrare quasi rosa, una femmina che scodinzolava con un tale signorile pessimismo che l’aveva portata a casa con sé. L’aveva chiamata Beatrice, malgrado avesse giurato di non darle un nome da umano, trovandola una cosa bizzarra e particolarmente patetica per una donna senza figli. Ma il cane le sembrava meritare un nome vero. Beatrice non era giovane. L’ASPCA l’aveva trovata mentre vagava per le strade del Bronx. Quasi morta di fame e coperta di pulci, era palesemente sopravvissuta a un’esistenza difficile. Beatrice era un nome con una sua intrinseca dignità, e Jody pensava che la vecchia cagna lo meritasse.
Ingrassata e ben curata, Beatrice era un animale di nobile aspetto, con enigmatici occhi azzurri che cercavano sempre quelli di Jody con misurata determinazione. Si muoveva con lentezza e, pur non essendo una giocherellona, era amabile e sembrava prediligere in particolare gli sconosciuti, proiettando il corpaccione verso di loro per esprimere il suo gioioso saluto, ignara che un simile benvenuto poteva non essere sempre benvenuto. Si fidava di chiunque, e questo testimoniava la sua natura gentile, visto che fino all’incontro con Jody nessuno aveva mai meritato la sua fiducia. Ma Beatrice sembrava essere superiore alle brutture del mondo, ed esse a loro volta sembravano indegne di lei. Aveva visto molto, sembrava dire, perciò nulla la sorprendeva più, nulla la spaventava, nulla la turbava. Era fortunata di essere viva, e ne sembrava consapevole.
Jody accese la luce e guardò Beatrice distesa con le zampe larghe sul tappetino accanto al letto. Le accarezzò la fronte. La testa di Beatrice era grossa e squadrata come in un disegno infantile. La bocca era così ampia che sembrava sorridere. La lingua penzolava fuori come una grossa pezzuola di spugna rosa. Beatrice alzò il testone e leccò la mano di Jody. Lei le grattò le orecchie e pensò: invece di un’eccentrica insegnante di musica con un gatto sono diventata un’eccentrica insegnante di musica con un cane. Invece di raggomitolarmi davanti al caminetto elettrico con una tazza di tè e il gatto in grembo, faccio allegre passeggiate sotto la pioggia con il cane al mio fianco. Anche se forse, pensò mentre la massa bianca di Beatrice balzava sul letto, non c’è questa gran differenza. E sorrise del suo destino. Aveva preso Beatrice otto mesi prima, otto mesi di compagnia e adorazione reciproche. Quando si sentiva sola, guardava Beatrice. Quando aveva bisogno di qualcuno con cui parlare, parlava con Beatrice. Jody era convinta che la sua vita, sebbene per gli standard consueti fosse tutt’altro che completa, sarebbe andata benissimo.
Poi Jody conobbe Everett e si innamorò. Ciò accadde soltanto due giorni dopo la notte insonne sopra descritta. Alla fine di una lunga settimana trascorsa a insegnare ai bambini piccoli ad armonizzare e a seguire ritmi in 3/4 con i blocchetti di legno, era uscita a fare una tranquilla passeggiata con Beatrice. Era febbraio e il cielo restava chiaro sempre più a lungo ogni sera, ma quel pomeriggio cadeva una neve leggera e il mondo era grigio. Beatrice correva nel parco eccitata come una bambina, rotolandosi sul leggero strato bianco che copriva l’erba e scalciando con le sue zampe muscolose. Divertita e commossa, Jody si trattenne più a lungo del solito malgrado avesse cominciato a nevicare sul serio, e quando arrivarono a casa era ormai fradicia. Si fermarono a un semaforo rosso sulla Columbus Avenue, in un turbine di vento, e fu quando attraversò la strada che Jody vide Everett. Non conosceva neppure il suo nome, ma quando lui le sorrise attraverso la fitta nevicata a lei parve di non aver mai visto un uomo più bello. Si voltò e lo guardò mentre lui entrava nell’emporio all’angolo. Vivrà nei paraggi, si disse Jody. Sarà uscito a prendere il latte. Lei sarebbe rimasta ad aspettarlo e l’avrebbe seguito fino a casa, se non fosse stato per il freddo, la vergogna e il grosso pit bull che le tirava il guinzaglio.
Ora sono proprio una zitella, pensò: innamorarmi di un attraente sconosciuto incrociato per strada. E, quasi per provarlo, non appena rientrò a casa mise il bollitore sul fuoco.
Everett non si era nemmeno reso conto che nevicasse finché non era uscito. Aveva aperto la porta e un vortice di cristalli gli aveva punzecchiato gli occhi. Una bicicletta incatenata al palo di un cartello stradale era sovrastata da cuscinetti di neve sulle manopole, sul sellino, sui cerchioni delle ruote.
Everett era un uomo come tanti finché non sorrideva. Allora diventava gradevole, addirittura bello, e vistoso come una grossa, profumatissima rosa da concorso. Con il suo volto tondeggiante e i suoi lineamenti regolari sembrava un ragazzo, uno imbronciato ma pur sempre un ragazzo. Aveva i capelli castani, con una lieve sfumatura di grigio. Soltanto quando sorrideva e diventava bello la gente notava, come se li vedesse allora per la prima volta, che i suoi occhi erano di un azzurro radioso e che malgrado avesse cinquant’anni le sue guance si coloravano di rosa come quelle di un bambino.
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Di recente non aveva sorriso molto. Si sentiva giù di corda, come avrebbe detto sua madre. Aveva lavorato sodo per tutta la vita e continuava a farlo, ma si annoiava. Terrorizzava i giovani chimici che lavoravano per lui e ne era lieto: guardarli chinare la testa e borbottare i risultati delle loro scoperte, le loro domande e perfino i loro nomi in preda a una tremula confusione era un modo di combattere la noia. Quando un cinquantenne è annoiato, si dice che sta attraversando la crisi della mezza età. Gliel’aveva fatto notare Leslie, la sua ragazza.
“No” aveva risposto Everett. “La noia è semplicemente mancanza di immaginazione.”
E non appena le parole gli erano uscite di bocca si era reso conto che era vero, che la sua immaginazione si stava spegnendo, e oltre che annoiato si era sentito depresso.
“Hai bisogno del Prozac o di qualcosa di simile” aveva detto Leslie.
Ma Everett stava già prendendo il Prozac.
“Ah” aveva commentato Leslie. “Be’, allora fai un bel viaggio.”
“Non andrò da nessuna parte” aveva risposto Everett. Il suo tono era stato più duro di quanto avrebbe desiderato. Dopo tutto, Leslie stava solo cercando di aiutarlo. Ma lui si era reso conto che, malgrado la frequentasse soltanto da un mese, Leslie era una delle cose di cui era annoiato.
“Passerà anche questo” aveva detto lei baciandolo sulla guancia.
Camminavano lungo Central Park West. La sera grigia era calata sul Museo di storia naturale. Il bagliore blu del planetario riluceva tranquillo, fra il cielo della sera, gli alberi spogli e i mattoni del diciannovesimo secolo. Everett aveva notato la curiosa armonia e l’aveva trovata confortante.
“Sì” aveva detto.
“Come l’herpes” aveva proseguito Leslie. “Lo sai, no? Il fuoco di Sant’Antonio.”
Everett sentiva la mancanza di sua figlia. Da bambina, la neve l’avrebbe resa felice. Ora lei avrebbe semplicemente socchiuso gli occhi nel vento stando attenta a non scivolare mentre cercava di raggiungere la metropolitana, come chiunque altro. Everett poteva sentire l’assenza della sua piccola mano nella propria. Nel momento in cui Emily era partita per il college l’appartamento era diventato vuoto, ed Everett e sua moglie Alison avevano iniziato a guardarsi da un lato all’altro del letto come se a dividerli vi fosse una vasta terra desolata. Quando avevano divorziato, la loro figlia era rimasta sconcertata e furiosa. Avrebbe voluto poter tornare a casa, nella casa che aveva sempre avuto. Non aveva capito che lei stessa se l’era portata via per sempre.
Everett si rendeva conto di non essere stato un padre particolarmente attento, e per questo la sua desolazione lo sorprendeva. Gli aveva fatto piacere avere Emily, certo; l’aveva osservata come se fosse un esemplare di un formicaio sottovetro, e si era vantato di lei. Era sempre così indaffarata, aveva sempre così tanti progetti, preoccupazioni, programmi, richieste. Ed era così rumorosa. Ora la vita di Everett era silenziosa, attutita, come la strada innevata.
Si fermò al semaforo. Quando la chiazza rossa divenne una chiazza verde apparvero una donna di bassa statura ma piena di energia e un cane enorme, fantasmi nella tormenta candida. Il cane lo guardava con i suoi occhietti socchiusi. Everett avanzò verso di loro, loro verso di lui. Il cane era così bianco che la sua pelle rosa traspariva da sotto il pelo. Sembrava un enorme ratto da laboratorio, con due occhi a mandorla azzurri. Everett pensò a quanto freddo dovesse avere sotto la neve pungente. Mentre si incrociavano, il bestione rosa scodinzolò e gli spinse il muso contro la coscia, lasciandovi una traccia sottile di bava.
«Beatrice!» esclamò la donna.
Everett si chiese come mai piacesse tanto ai cani. Era un sentimento che lui di sicuro non ricambiava.
«Non è niente» disse, poiché la donna sembrava sinceramente dispiaciuta. Era piccola, con due occhi sgranati, graziosa, pensò lui, in un suo modo trepido e frettoloso. Everett si costrinse a posare la mano guantata sulla testa del cane. «Non è niente» ripeté, e sorrise, prima a Beatrice, il cane, e poi alla donna.
«Oh!» esclamò lei, e gli rivolse un’occhiata intensa.
Everett riprese a camminare. Qual era il codice di comportamento per una sbavata casuale di cane sotto una violenta nevicata? Lui aveva fatto del suo meglio.
Scostò le pesanti tende di plastica che proteggevano le arance, le fragole, le mele e i tulipani dal vento gelido e dalla neve ed entrò nell’emporio coreano. Non sapeva se erano davvero coreani. Supponeva che non lo fossero, dato che tra loro parlavano spagnolo. Comprò del latte e tornò a casa con le scarpe bagnate e imbiancate dalla fugace purezza della neve. Passò accanto al gay che gestiva il ristorante all’angolo, intento ad affrontare il marciapiede scivoloso reggendo i suoi due cagnolini sotto le braccia. Gli rivolse un cenno del capo, ma l’uomo, che gli sembrava si chiamasse Jimmy o qualcosa del genere, non parve notarlo, e lui ne rimase un po’ deluso.
Quando intravide la luce rossa lampeggiante nella tormenta si fermò sul marciapiede e attese che una lettiga venisse spinta a fatica attraverso i cumuli e caricata sul retro di un’ambulanza. Si congratulò con se stesso per non aver fissato la figura avvolta nelle coperte, mostrando rispetto per la tragedia altrui. Ma poi, in preda a un panico improvviso e irrazionale, gridò: «Io abito qui! Abito qui!». Un poliziotto lo prese per un braccio e gli disse: «C’è stato un incidente. Appartamento 4F». 4F, pensò Everett. L’anziano scontento del piano di sotto, quello che girava sempre con l’ombrello. Mentre aspettava l’ascensore, Everett vide due scatolette di cibo per gatti sulla mensola dell’atrio. Gli inquilini vi posavano spesso cose che non volevano ma che apparentemente non riuscivano a gettare. Era una cosa che lo faceva imbestialire: era l’Esercito della Salvezza, quello? Lui abitava al quarto piano, ma salì al terzo e si mise davanti alla porta dell’uomo che girava sempre con l’ombrello.
«È morto» disse eccitata una vicina. Stava lì fuori dall’appartamento 4F con un paio di pantofole pelose arancioni, insieme ad altri vicini, anch’essi nella stessa trascuratezza da domenica pomeriggio, e ad alcuni poliziotti. «Non so nemmeno come si chiamava.» Afferrò un braccio di Everett. «Si è ucciso» aggiunse piano.
«Neanch’io so come si chiamava» disse Everett dopo un silenzio imbarazzato, e se ne sentì in colpa, come se fosse il motivo per cui l’uomo si era ucciso. Se lo immaginò disteso nell’ambulanza con il lungo volto coperto e l’ombrello accanto.
«E il cane?» stava dicendo la vicina con le pantofole pelose, ancora aggrappata a Everett ma rivolgendosi a un poliziotto. Everett guardò disgustato le sue calzature e la trasandata combinazione di felpa e scaldamuscoli. Si rese conto di ignorare i nomi di tutti i suoi vicini, malgrado abitasse lì da due anni. Si scostò dalla donna.
«Dovremmo chiamare l’ASPCA o qualcun altro?» stava chiedendo la persona senza nome.
«Qui non c’è nessun cane» disse uno dei poliziotti.
«Un cucciolo» insistette la donna. «L’ha preso la settimana scorsa.»
Perché mai, si chiese Everett, un uomo dovrebbe prendere un cuccio...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. di Cathleen Schine
  3. I Newyorkesi
  4. Prologo
  5. 1. “Io abito qui! Abito qui!”
  6. 2. “Oggi tutto sembra diverso.”
  7. 3. À deux
  8. 4. “George, sveglia!”
  9. 5. Un gentiluomo
  10. 6. The Flowers That Bloom in the Spring
  11. 7. Calamita per pollastre
  12. 8. “Non compri mai fiori?”
  13. 9. Caldo
  14. 10. Questo è desiderio
  15. 11. Un appuntamento al buio
  16. 12. “Il tipo giusto per te.”
  17. 13. “Nessun rimpianto!”
  18. 14. Era innamorata?
  19. 15. “Soltanto per un po.’”
  20. 16. La coppia felice
  21. 17. “È urgente!”
  22. 18. “La mia solita fortuna.”
  23. 19. “Morde.”
  24. 20. “Ma in realtà parlavo di amore.”
  25. 21. “Dobbiamo parlare.”
  26. 22. “Sono una zitella.”
  27. 23. Era venuto per i cani
  28. 24. Il Ringraziamento
  29. 25. “Non parlo solo del cane.”
  30. Epilogo
  31. Ringraziamenti
  32. Copyright