
eBook - ePub
Solstizio d'inverno
- 546 pagine
- Italian
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Solstizio d'inverno
Informazioni su questo libro
Elfrida Phipps, ex attrice di musical, ha sessant'anni. Affranta dal dolore per la morte dell'uomo che ha sempre amato, lascia Londra e si trasferisce in un piccolo villaggio dell'Hampshire. Dolce ed eccentrica, Elfrida fatica a inserirsi nella piccola comunità, finché non incontra la famiglia di Oscar Blundell, musicista in pensione. Poco tempo dopo Oscar perde moglie e figlia in un tragico incidente stradale, e rimane solo, assillato da problemi economici, in preda alla disperazione. Uniti dalle avversità, Oscar ed Elfrida decidono di lasciarsi alle spalle il passato e di trasferirsi in Scozia per ricucire le trame delle loro esistenze. Sarà il primo Natale trascorso insieme a ridare a entrambi la forza di ricominciare...
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Informazioni
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9788804505112eBook ISBN
9788852041150Elfrida
Prima di lasciare per sempre Londra e trasferirsi in campagna, Elfrida Phipps andò al Battersea’s Dog Home a scegliersi un compagno. Dopo una buona mezz’ora di straziante indecisione, lo vide che la guardava da dietro le sbarre con gli occhi scuri e imploranti e non ebbe più alcun dubbio. Non voleva un cane di grossa taglia, ma nemmeno uno piccolo e nervoso. Quello era della misura giusta. La misura ideale per un cane.
Aveva il pelo folto e morbido che gli ricadeva sugli occhi, una bella coda pimpante e le orecchie che si muovevano continuamente. Era a chiazze bianche e marroni, color cioccolato. Quando Elfrida domandò di che razza fosse, l’inserviente rispose che secondo lei era un incrocio fra un collie e varie altre razze non meglio identificate. A Elfrida non importava. Le piaceva la sua espressione mite.
Lasciò un’offerta al canile e se lo portò via, lo fece salire davanti sulla sua vecchia automobile e lo osservò mentre guardava fuori dal finestrino tutto soddisfatto, pregustando la nuova vita che lo aspettava.
Il giorno dopo lo portò al Poodle Parlour per taglio, shampoo e asciugatura phon. Glielo restituirono bello pulito e profumato di limone. Il cane espresse la propria gratitudine per il trattamento ricevuto mostrando subito una fedele devozione. Era timido, un po’ impacciato, ma a modo suo anche coraggioso. Quando sentiva suonare il campanello o credeva di aver avvistato un intruso, abbaiava come un matto per un momento e poi si ritirava nella cuccia o saltava in braccio a Elfrida.
Le ci volle un po’ per trovargli un nome, ma alla fine decise di chiamarlo Horace.
Con un cestino in mano e Horace al guinzaglio, Elfrida chiuse la porta del cottage, percorse il sentierino che portava al cancello, uscì in strada e si incamminò verso l’ufficio postale e il negozio di alimentari.
Era un pomeriggio grigio di metà ottobre, un pomeriggio qualunque. Dagli alberi cadevano le ultime foglie, strappate da un vento insolitamente freddo che scoraggiava anche i più tenaci amanti del giardinaggio. Per strada non c’era nessuno e i bambini non erano ancora usciti da scuola. Il cielo era cupo; le nuvole passavano veloci, ma erano troppo fitte per sperare in una schiarita. Elfrida camminava di buon passo con Horace che le trottava accanto di malavoglia, pur sapendo che quella era la sua unica occasione per fare un po’ di moto e gli conveniva approfittarne.
Si trovavano a Dibton, nell’Hampshire, dove Elfrida si era trasferita diciotto mesi prima, quando aveva deciso di cambiare vita e andarsene per sempre da Londra. All’inizio si era sentita un po’ sola, ma ormai non avrebbe più voluto vivere da nessun’altra parte. Di tanto in tanto i vecchi amici dei tempi in cui recitava partivano intrepidi dalla città per andare a trovarla e si fermavano a dormire sul divano un po’ scomodo nel “laboratorio”, la stanzetta sul retro dove Elfrida teneva la macchina per cucire con cui confezionava gli splendidi cuscini che le venivano commissionati da un negozio di arredamento di Sloane Street.
Al momento di ripartire, gli amici invariabilmente le chiedevano: «Stai bene, vero, Elfrida? Non hai rimpianti? Non vuoi tornare a Londra? Sei felice?». Lei riusciva sempre a tranquillizzarli. «Ma certo. Questo è il rifugio della mia vecchiaia, dove trascorrerò il crepuscolo della mia vita.»
Ormai si era ambientata, aveva fatto conoscenza con i vicini, la gente aveva imparato a chiamarla per nome. «Salve, Elfrida» le dicevano. Oppure: «Buongiorno, signora Phipps». C’erano molti pendolari, che prendevano il rapido del mattino per Londra e tornavano tardi la sera per salire sulle macchine lasciate vicino alla stazione e percorrere il breve tragitto fino a casa. Altri invece vivevano nei piccoli cottage di pietra in cui avevano abitato i loro genitori e i loro nonni prima di loro. Altri ancora erano nuovi arrivati che lavoravano nelle industrie di elettronica della città vicina e stavano nelle case popolari del circondario. Era un paese molto normale, senza pretese. Proprio quello che Elfrida desiderava.
Passò davanti al pub, che era stato ristrutturato da poco e che adesso si chiamava The Dibton Coachhouse, aveva un’insegna in ferro battuto e un ampio parcheggio. Poco più avanti c’era la chiesa, con gli alberi di tasso oltre il cancello e la bacheca degli annunci parrocchiali. Erano in programma un concerto di chitarra e una gita per madri con bambini in età prescolare. Sul sagrato c’era un uomo che bruciava un mucchio di sterpi e foglie secche, profumando l’aria. I corvi gracchiavano. Fortunatamente Horace non si accorse del gatto accoccolato vicino al cancello.
La strada curvava e in fondo, accanto alla nuova canonica, che era un anonimo bungalow, Elfrida vide il negozio di alimentari con le bandierine che pubblicizzavano i gelati e le locandine dei giornali. Davanti c’erano due o tre ragazzi in bici; il postino stava ritirando la posta dalla cassetta.
La vetrina del negozio aveva le sbarre per impedire ai vandali di rompere il vetro e rubare le scatole di biscotti e di fagioli esposte con cura dalla signora Jennings. Elfrida posò il cestino e legò il guinzaglio di Horace a una delle sbarre. Il cane aveva l’aria rassegnata. Non gli piaceva essere lasciato sul marciapiede alla mercé dei ragazzini che lo stuzzicavano, ma la signora Jennings non voleva cani nel suo negozio, perché li considerava bestiacce schifose con la brutta abitudine di fare pipì ovunque.
Il negozio aveva il soffitto basso, era surriscaldato e bene illuminato. Frigoriferi e congelatori ronzavano sotto i neon e la merce era esposta sugli scaffali che la signora Jennings aveva introdotto da qualche mese trasformando la bottega in un minimarket. A causa di tutte queste barriere non si vedeva più bene chi c’era e fu solo dopo aver girato l’angolo dietro il reparto tè e caffè che Elfrida scorse, di spalle, il cliente alla cassa.
Era Oscar Blundell. Ormai Elfrida non aveva più l’età per sdilinquirsi alla vista di un uomo, ma incontrare Oscar le faceva sempre piacere. Era una delle prime persone che aveva conosciuto quando si era trasferita a Dibton. Una domenica mattina di primavera era andata in chiesa e, all’uscita, il vicario l’aveva fermata. Con il vento che gli scompigliava i capelli e la tonaca bianca, le aveva dato cordialmente il benvenuto nella comunità e aveva cominciato ad accennare a addobbi floreali e al Women’s Institute quando per fortuna era stato interrotto. «Le presento il nostro organista, Oscar Blundell. Non suona sempre, lei capisce, ma è un’ottima ruota di scorta nei momenti di difficoltà.»
Elfrida si era voltata e lo aveva visto avanzare dal buio della chiesa verso la luce del sole. Aveva una faccia aperta, allegra, gli occhi socchiusi, i capelli che probabilmente un tempo erano stati biondi e adesso erano completamente bianchi. Era alto come lei, cosa alquanto insolita perché, essendo uno e settantanove e sottile come un giunco, Elfrida era più alta di tanti uomini. Lo aveva guardato negli occhi e le era piaciuto subito. Siccome era domenica, Oscar era in giacca di tweed e cravatta. Quando le aveva stretto la mano, lo aveva fatto con vigore.
Gli aveva detto: «Che bello! Suonare l’organo, intendo dire. Lo fa per hobby?».
Le aveva risposto serio: «No, è il mio lavoro. La mia vita». Subito dopo aveva sorriso, togliendo ogni traccia di pomposità a quelle parole. «Il mio mestiere» si era corretto.
Dopo un giorno o due, Elfrida aveva ricevuto una telefonata.
«Buongiorno, sono Gloria Blundell. Ha conosciuto mio marito domenica scorsa, in chiesa. Sa, l’organista... Volevamo invitarla a cena giovedì. Lei sa dove abitiamo? Nella casa di mattoni rossi con le torrette in fondo al paese, The Grange.»
«Molto gentile. Verrò senz’altro.»
«Si sta ambientando?»
«Sì, piano piano.»
«Bene. Allora ci vediamo giovedì. Verso le sette e mezzo.»
«Grazie mille.» Ma Gloria Blundell aveva già messo giù: evidentemente era una donna che non aveva tempo da perdere.
The Grange era la casa più grande del paese e vi si accedeva attraverso un viale privato chiuso da un cancello piuttosto pretenzioso. Oscar Blundell non le sembrava il tipo da abitare in una casa così, ma Elfrida era curiosa di conoscere sua moglie e di scoprire come viveva. Finché non si vedono le persone nel loro ambiente, fra i loro libri e le loro cose, non si può dire di conoscerle veramente.
Il giovedì mattina Elfrida andò dal parrucchiere e chiese il riflessante che si faceva fare una volta al mese. Ufficialmente doveva essere biondo castano, ma a volte veniva fuori un po’ troppo rosso, come quella mattina, purtroppo. Comunque aveva altro di cui preoccuparsi. Non sapeva che cosa indossare. Alla fine scelse una gonna a fiori lunga fino alle caviglie e una morbida giacca di maglia verde mela. Fra i capelli e l’abbigliamento, aveva un’aria un po’ eccentrica, ma distinguersi dalla massa le piaceva e le dava sicurezza.
Andò a piedi; le ci vollero dieci minuti per attraversare il paese, superare l’imponente cancello e presentarsi alla porta. Per una volta, arrivò in perfetto orario. Trattandosi della sua prima visita, non aprì la porta salutando ad alta voce com’era sua abitudine, ma suonò il campanello. Lo sentì riecheggiare all’interno e mentre aspettava guardò il prato ben tenuto. Sembrava rasato da poco e l’aria pungente della sera profumava di erba appena tagliata.
Udì dei passi, poi la porta si aprì ed Elfrida fu accolta da una signora vestita di azzurro con un grembiule a fiori, che chiaramente non era la padrona di casa.
«Buonasera. La signora Phipps? Si accomodi. La signora Blundell viene subito. È salita un attimo a finire di sistemarsi.»
«Sono la prima?»
«Sì, ma è in perfetto orario. Gli altri arriveranno a momenti. Vuole darmi la giacca?»
«No, grazie, preferisco tenerla.» Evitò di aggiungere che la camicetta di seta che indossava sotto aveva un buco in una manica.
«La sala è...»
Ma furono interrotte. «Elfrida? Scusi se non sono venuta ad aprire io...» Alzando gli occhi, Elfrida vide la padrona di casa che scendeva lo scalone. Era una donna alta, robusta, con un paio di pantaloni di seta nera e una casacca cinese ricamata. In mano aveva un bicchiere di whisky e soda.
«Ero già un po’ in ritardo e ho ricevuto una telefonata. Piacere» aggiunse, stringendole la mano. «Gloria Blundell. Grazie di essere venuta.»
Aveva un viso aperto, rubicondo, gli occhi azzurri e i capelli probabilmente tinti come quelli di Elfrida, ma di un biondo più naturale.
«Grazie a lei di avermi invitata.»
«Venga, andiamo a sederci accanto al fuoco. Grazie, signora Muswell. Penso che gli altri entreranno da soli. Da questa parte...»
Elfrida la seguì in un salone stile anni Trenta, con un ampio caminetto di mattoni in cui scoppiettava un bel fuoco protetto da un parascintille, grandi divani e poltrone rivestiti in tessuti fantasia. Le tende erano di velluto color prugna, rifinite con cordoni dorati, e il pavimento coperto di spessa moquette e bei tappeti persiani. Era una sala confortevole e allegra, che non aveva nulla di vecchio, sbiadito o logoro.
«È molto che state qui?» domandò Elfrida cercando di non sembrare troppo curiosa.
«Cinque anni. Ho ereditato questa casa da un vecchio zio. Ci venivo da piccola e mi è sempre piaciuta da morire.» Gloria Blundell appoggiò il bicchiere su un tavolino basso e andò ad aggiungere un ceppo al fuoco. «Non le dico in che stato era! I mobili erano talmente tarlati che cadevano a pezzi. Abbiamo dovuto cambiare praticamente tutto, rifare la cucina e aggiungere due bagni.»
«E prima dove stavate?»
«A Londra, in Elm Park Gardens.» Finì il drink e si giustificò sorridendo: «Bevo sempre un bicchiere mentre mi preparo. Ho bisogno di tirarmi su, prima di ricevere ospiti. Le posso offrire uno sherry? Un gin tonic? Sì, a Londra avevamo una bella casa molto spaziosa. E la chiesa dove suonava Oscar, St Biddulph, era a...
Indice dei contenuti
- Copertina
- di Rosamunde Pilcher
- Solstizio d'inverno
- Elfrida
- Sam
- Carrie
- Lucy
- Oscar
- Elfrida
- Lucy
- Elfrida
- Oscar
- Lucy
- Carrie
- Lucy
- Oscar
- Lucy
- Elfrida
- Sam
- Carrie
- Elfrida
- Lucy
- Elfrida
- Lucy
- Elfrida
- Lucy
- Sam
- Lucy
- Elfrida
- Oscar
- Carrie
- Sam
- Lucy
- La festa di Elfrida
- La vigilia di Natale
- Ringraziamenti
- Copyright