Il dolore alla faccia si è calmato, il naso ricomincia a sentire gli odori. Fumo stagnante, soprattutto. E, sniff sniff, la mia stessa pelle, direi. Ho bisogno di una doccia. Apro gli occhi. La stanza è cosparsa di abiti femminili, cartoni di fast food, libri e giornali. La mia provvisoria convivente sembra avere abitudini suinesche. Sento il suo respiro. Dorme a bocca aperta alla mia destra, un braccio ripiegato sotto il corpo l’altro che supera il breve spazio dei nostri due letti accostati. Mi fa tenerezza, con l’inevitabile filo di saliva che le cola sulla federa. Muovo il braccio sano per accarezzarle i capelli e gongolo alla sensazione di intimità che non provavo da un sacco di tempo. Come quella della sonnolenza, che mi fa sentire debole e un po’ idiota. Manca solo mia madre a portarmi la colazione a letto e la regressione sarebbe completa.
Agito i piedi nelle coperte, mi stiro cauto per le costole con la bua, gioco con la mano ingessata mettendola sotto il raggio di luce delle tapparelle. Piccola novità: ci sono delle firme sopra il gesso. Vera e una M allungata che finisce in una proboscide. Riconoscendola, il mio umore peggiora di colpo. È la firma dell’Elefante. Non sarà mica a dormire nella stanza a fianco? Altro che colazione. Quello è capace di piombare con una canna in mano.
Finalmente, mi decido a leggere l’orologio da polso. Quello che vedo impiega qualche secondo a trapanarmi la coscienza torpida. Mi sveglio del tutto, tipo elettroshock. Sono le otto del mattino, e questo l’avevo più o meno capito dalle ombre. Ma secondo il calendarietto da quando mi hanno dimesso dall’ospedale sono passati…
Tre giorni.
Sposto pian piano il braccio di Vera, poi rotolo giù dal letto. Il mio Socio non è mai stato sveglio tanto a lungo. Mai.
Le costole si fanno sentire, ma riesco ad alzarmi. Dolore anche alla schiena, testa a posto.
Ho perso tre giorni, Cristo. Da non credere.
Frugo dietro lo specchio del bagno, posto canonico dove il mio Socio lascia i biglietti quando dormiamo con qualcuno. Non c’è niente. Torno in camera e rivolto i vestiti. Niente. Sempre peggio, respiro lentamente per calmarmi.
C’è un’unica soluzione e al pensiero lo stomaco vuoto mi si torce. Riaddormentarsi, lasciare che il mio Socio rimedi alla mancanza. Ma l’adrenalina in circolo aumenta. E se dormissi per una settimana, questa volta? Lascerei tutto in mano al Socio, e non so come se la caverebbe con una roba come il Fantaconvegno. Poi c’è Vera…
Meglio trovare altre strade, per ora.
Sfilo il cellulare dai pantaloni, e torno in bagno. Alex è a casa, si prepara per andare alla finanziaria che gli dà misteriosamente da vivere.
«Mattiniero, eh?» mi dice. «Ti scoccia se intanto mi bevo il caffelatte?»
«Fai pure. Che cavolo ho combinato in questi giorni?»
Gnam gnam. «Qualche cazzata di certo. Perché?»
«Roba da poco. Il mio Socio ha tenuto il volante per tre giorni e si è dimenticato di riferire.»
«Caspita.» Gnam. «Il vostro ménage è un po’ in crisi ultimamente. Cosa vuoi sapere?»
«Il più possibile.»
«Boh… non lo sento da quando l’ho visto. Quando è stato… tre giorni fa.»
«Sei venuto anche tu a Torino con l’Elefante?»
Glomp. «Guarda che sei venuto tu a Cremona. Ah, ops, il tuo Socio.»
Un piccolo giramento di testa. Mi appoggio alla vasca. «Oddio. Che ha fatto?»
«Un giro a casa di Vera. Hai, scusa, ha passato mezza giornata a parlare con tutti. L’elettricista, i vicini. Quelli che lo hanno cagato, mica tanti. Capirai, cominciano a stufarsi di gente che va avanti e indietro. A proposito, ti hanno saccagnato per bene. Complimenti.»
«Lascia stare.» Il mio Socio si sta proprio interessando alla storia di Adrian. Incredibile. «E non ti ha detto che avevamo intenzione di lasciar perdere tutto?»
«No.» Gnam. «Sai che questa conversazione è una delle più strane che abbiamo mai fatto?»
«Sai che questa conversazione… Alex, fai il bravo che sono già abbastanza nel panico. C’era anche Vera?»
«Non l’ha portata.»
«Perché?»
«Che cazzo ne so? È stato talmente di poche parole che l’Elefante se n’è avuto a male. Prima o poi dovrai informarlo dei tuoi problemi di testa.»
«Quando vorrò che lo sappia tutta Milano.»
«Ma no che sa mantenere i segreti.» Ridacchia. Scroscio del rubinetto sulle chicchere. «Cos’è questa storia che dobbiamo mollare il colpo?»
«A questo punto non lo so più. Il mio Socio ti ha lasciato delle istruzioni?»
«Ha detto di cercare tutti i muratori che lavoravano alla casa della tua amica e ricostruire con loro minuto dopo minuto la giornata, prima e dopo il fattaccio. Cosa non facile. Hanno finito i lavori e sono tornati nel deposito dei magut, sparsi per la Val Brembana. Indovina chi parte oggi per una gita esplorativa?»
«L’Elefante?»
«Bravo. Io sarei andato volentieri con lui» balle «ma come sai ho un lavoro che mi permette di pagare l’affitto.»
«Beato te.» Ci mancavano anche i muratori. «Be’, grazie di tutto.»
«Prego. Ti mando la parcella. Gli psichiatri costano.»
«A me lo dici?»
Riattacco e sveglio Vera scuotendola per un braccio. Lei si agita e mi maledice.
«Che ore sono?» borbotta.
«Le otto e mezzo.»
Apre gli occhi. «Non puoi aspettare?»
«No.»
«Stracciacazzo.» Si mette seduta. «Che vuoi?»
«Abbiamo un sacco di cose da fare.»
«Così di colpo?» Raddrizza il cuscino, accende una sigaretta, mi guarda con gli occhi iniettati di sangue. «Sicuro di stare bene?»
«Insomma… Perché?»
Pare stupita. «Davvero non ti ricordi niente?»
«A cosa ti riferisci?» chiedo vago. Senza istruzioni, non so cosa abbia fatto il mio Socio con lei e rischio di commettere delle gaffe.
«Be’, forse è normale…» borbotta.
«Cosa?» Vorrei scuoterla, ma mi trattengo.
Finalmente si decide. «Al fatto che hai dormito.»
«Che c’è di strano?»
«Per due giorni. Se ti scuotevo biascicavi, poi tornavi secco.»
Altra botta di adrenalina. Mi verrà un infarto. «Non è possibile» gemo.
«Invece sì. Ti ricordi che ti ho messo a letto? L’altro giorno?» Scuoto la testa. «No, eh? Ogni tanto ti alzavi per andare in bagno, ma eri mezzo addormentato. O prendevi da bere con gli occhi chiusi. Ti ricordi almeno che è venuto il dottore?» Scuoto la testa. «Niente. Il tuo organismo doveva ripigliarsi, ha detto il dottore. È lo shock.»
«È lo shock…» ripeto. Peggio di così non poteva andare. Le botte che ho preso hanno scombussolato anche il mio Socio. Abbiamo dormito tutti e due: ci capita solo con l’anestesia, o quando stiamo davvero male.»
«Sono contenta che ti senti attivo.» Vera butta giù le coperte e si alza. Indossa una delle mie magliette. E basta. Sicuramente sta meglio a lei. «Facciamo colazione? Immagino che avrai fame. Ti ho dato del brodo, ma…»
«Sì.» Ecco il perché del borbottio di stomaco. Frugo sul comodino cercando di scacciare l’immagine del Socio svenuto per terra. «Hai visto i miei occhiali?»
Va in bagno e chiude la porta. «Li ho portati dall’ottico» grida. «La nuova montatura è pronta stamattina.»
«Bene.»
Ai piedi del letto c’è un sacchetto di medicinali che neanche la Croce Rossa. Inghiotto tre pastiglie di Aulin, poi mi spoglio davanti allo specchio, studiandomi a quei due centimetri di distanza che permette la mia vista da miope. Tra lividi blu e neri, e punti di sutura, sembro Braveheart dopo l’autopsia. Ma il problema vero è dentro la testa. Il mio Socio addormentato e io che non mi risveglio per quarantotto ore. Di nuovo mi sale la paura, mi calmo con una serie di mantra. Ci fosse un medico per quelli come me andrei a consultarlo.
Aspetto che Vera esca dal bagno e mi faccio una doccia benefica, tenendo il braccio ingessato in un sacchetto di plastica. Quando torno in camera purtroppo lei si è rivestita. Le tiro uno dei rotoli di benda. «Dammi una mano.»
«A fare cosa?»
«Devi bendarmi stretto, tutta questa parte del torace, davanti e dietro. Poi fissi con il cerotto.»
L’operazione è talmente dolorosa che mi copro di sudore, ma alla fine ho addosso un carapace che mi tiene insieme. Se cadessi di schiena farei la fine di uno scarafaggio rovesciato. Mi infilo il maglione più largo che ho e dei pantaloni comodi.
Vera mi studia dubbiosa. «Sei a posto?»
«Pronto per la pugna. Mi tiri giù la valigia, per favore? È lì sopra l’armadio.»
«Agli ordini.» La posa sul mio letto. C’è dentro solo il mio sacchetto degli attrezzi e il pc portatile. Apro il sacchetto, e dispongo il contenuto sulla coperta.
«Che roba è?» chiede.
Prendo l’affare che sembra un’antenna telescopica ripiegata. In acciaio. «Questo è un ninjastick, l’articolo più venduto dei negozi di arti marziali che frequento io. Dentro il tubo c’è una molla. Se dai un colpo con il polso viene fuori.» Apro e richiudo un paio di volte, per farle vedere. La molla è lunga trenta centimetri, con una palletta di metallo sull’estremità.» Si usa come un bastone o una frusta. Se devi difenderti, aprilo e colpisci, possibilmente sul naso o in bocca. Attenta, però, fa danni veri.
Lo rigira, lo prova contro il palmo, sorridendo feroce. Capisco perché il mio Socio non se la sia portata a Cremona. Avrebbe aggredito qualsiasi sospetto. «Prevedi che ci romperanno i coglioni?» chiede.
«Spero di no, ma non è mai troppo tardi per...