Mi sento soffocare nel buio pesto creato dall’inattesa interruzione della corrente nel magazzino in cui mi trovo alla ricerca di indizi per rintracciare Rebecca. Mi sembra di essere piombata in un film dell’orrore, di quelli che odio con tutto il cuore, e subito mi immagino nei panni della ragazza che fa tutte le mosse sbagliate e finisce massacrata. Io, Sara McMillan, sono una persona razionale, e devo liquidare queste paure assurde. Questo è solo uno degli sporadici blackout che San Francisco ha dovuto affrontare negli ultimi mesi, e la cosa peggiore che mi può capitare è che salti fuori un topo.
Ma non è forse quello che pensa anche la ragazza del film poco prima di venire uccisa? “È solo saltata la corrente. È solo un topo.” È già stata una mossa stupida venire qui da sola così tardi, dunque cerco di non farne altre. Dall’incontro precedente, so che l’addetto del deposito è un tipo che fa venire i brividi, ma tento di scacciare quel pensiero. Sono stata troppo ansiosa di fare qualcosa per trovare Rebecca, e troppo ansiosa di distrarmi dal silenzio di Chris dopo lo scambio di SMS di stamattina, quando gli ho confessato che sentivo la sua mancanza. Temo che questa gita fuori città per un evento di beneficenza gli abbia dato il tempo di capire che lui, invece, non sente la mia. D’altra parte, ieri sera ha avuto il coraggio di svelarmi uno dei suoi segreti più torbidi, e io ho fatto proprio quello che aveva previsto, quello che avevo giurato di non fare: l’ho respinto. “Sono scappata” aggiungo tra me, pensando alle parole che Chris aveva usato più volte prevedendo il mio comportamento.
Un altro tonfo infrange il lugubre silenzio e sono ufficialmente terrorizzata da qualcosa di più spaventoso del silenzio di Chris. Mi sforzo di identificare quel suono, invano. Devo ammetterlo, sono stata proprio una cretina a venire qui da sola. E anche se mi piace pensare di non comportarmi spesso da stupida, questo episodio è la dimostrazione che, quando succede, faccio le cose in grande.
Non oso muovermi, tantomeno respirare, eppure so che gli ansimi rochi e soffocati che sento sono i miei. Mi impongo di non fare rumore, ma non funziona. Ho una stretta al petto, e stento a far entrare l’aria nei polmoni. Ho bisogno d’aria. Ne ho un bisogno disperato. Penso che sto andando in iperventilazione. Sì, deve essere così. Ricordo una sensazione identica, come di essere fuori dal mio corpo, quando cinque anni fa un medico uscì dalla stanza d’ospedale di mia madre per annunciarmi la sua morte. Pur se consapevole di ciò che mi sta succedendo, continuo ad ansimare come una pazza. Non c’è dubbio che in questo modo tradirò la mia presenza, e non è possibile che non sia in grado di controllarmi.
A un certo punto mi ritrovo in piedi, ma non ho memoria di essermi alzata. Dalle mani mi cadono dei fogli che non ricordavo di aver preso. Il panico monta dentro di me suggerendomi di urlare e scappare. La sensazione è così forte e reale che faccio un passo in avanti, ma un altro rumore mi blocca. Il mio sguardo corre verso la porta, dove non vedo che oscurità. Nient’altro che questo buco buio e profondo che minaccia di inghiottirmi. Un altro tonfo. Che razza di suono è? Ancora un altro rumore, che sembra un passo strascicato, rimbomba più vicino alla porta. Sento una scarica di adrenalina, non mi soffermo a pensare, agisco.
Attraverso la stanza sfrecciando in una direzione che mi sembra libera da ostacoli. Porta, porta, porta! Mi serve la porta. Dov’è quella maledetta porta? Le mie dita continuano ad annaspare nel vuoto, finché non sento il freddo acciaio e riesco a chiuderla con un colpo secco, prima di esalare un sospiro di sollievo. Spingo i palmi contro la superficie. E adesso? E adesso?! Devo girare la chiave. Peccato che sia impossibile. La cruda realtà mi frana addosso. La serratura è fuori e, mio Dio, chiunque sia in corridoio potrebbe chiudermi dentro. A meno che... e se nel frattempo la persona di cui avevo percepito la presenza nel corridoio fosse riuscita a entrare?
Questo pensiero terrificante mi spinge a girarmi e ad appiattirmi contro la porta. Ricordo che ho il telefono nella tasca della giacca e lo cerco a tentoni. Non vedo niente. E, a quanto pare, non riesco nemmeno a essere lucida. Perché non ho pensato prima al telefono? Lo prendo, ma mi scivola e cade a terra. Trafelata, mi butto in ginocchio per cercarlo, grazie al cielo le mie mani tastano la sua plastica scivolosa, ma per l’agitazione non riesco a sbloccare la tastiera.
Mi rialzo, temendo di essere pugnalata a morte mentre cerco di comporre il numero, e stavolta niente fermerà la mia fuga. Correre potrebbe essere un’altra mossa idiota, ma a questo punto anche non farlo sembra poco intelligente. Riapro il box e davanti a me c’è solo oscurità, ma non importa. Mi metto a correre, pregando di non andare a sbattere contro la persona che è qui dentro con me e di non inciampare in questo buco nero. Voglio solo uscire di qui. Fuori. Fuori. Fuori. Non riesco a pensare ad altro. È questo che mi spinge in avanti, dritta verso l’uscita. Sono in preda a un’esplosione di paura e di adrenalina che ha sfaldato ogni pensiero logico e razionale su cui potevo contare qualche attimo fa.
Cerco la luce della strada, ma la porta d’ingresso ora è chiusa, e la colpisco con una forza che mi fa sbattere i denti. Mi sono morsa la lingua e sento in bocca il sapore ferroso del sangue, ma questo non frena la mia fuga. Cerco a tastoni la maniglia ed esalo un sospiro di sollievo quando questa cede e la porta si apre.
In un nanosecondo sono fuori, la luce fioca dei lampioni e la fresca aria serale di San Francisco sono una manna dal cielo dopo quel buio soffocante. Schizzo verso la mia auto, ogni muscolo in tensione. Ho il terrore di avere qualcuno alle calcagna ma non voglio sprecare secondi preziosi per verificarlo. Stringo in mano le chiavi fino a conficcarmele nella pelle del palmo Cerco freneticamente il telecomando per aprire la portiera. Il tempo sembra sospeso mentre lotto contro l’impulso di girarmi. Salgo a bordo.
Certa che qualcuno stia per colpirmi alla schiena, chiudo la portiera e faccio scattare la sicura. Fuori dal finestrino non vedo nessuno, ma mi aspetto di sentire da un momento all’altro un rumore di vetri infranti. Le mie mani tremano così tanto che con una devo tenere ferma l’altra per inserire la chiave nell’accensione. Quando finalmente ci riesco, metto in moto e inserisco la retromarcia. Gli pneumatici stridono e il mio cuore rimbomba. Metto la prima poi inchiodo di colpo e la brusca frenata mi fa balzare in avanti. Il suono del mio respiro pesante riempie l’inquietante silenzio dell’abitacolo mentre fisso la porta aperta dell’edificio, senza vedere niente di spaventoso o spettacolare. È solo che... È questo posto. Ci sono solamente io, non sembra esserci nessun altro in circolazione.
Non importa. Più resto seduta qui, più mi sento esposta, vulnerabile, un bersaglio. Premo il pedale dell’acceleratore. Devo uscire da questo parcheggio, subito.
Sono diretta verso la superstrada, le mani strette sul volante, quando mi rendo conto che il box è rimasto aperto. Ho dimenticato di chiuderlo e ora me ne sto andando. Entro in una stazione di servizio e fermo la macchina. Resto lì seduta. Forse per un minuto, due, dieci. Non saprei dirlo. Non riesco a formulare pensieri coerenti. Lascio cadere la testa sul volante e tento di concentrarmi. Il deposito. I segreti di Rebecca, la sua vita. La sua morte. Alzo la testa di scatto. No. Non è morta. Non è morta... eppure, dentro di me so che in quel box c’è un suo segreto che qualcuno vuole impedirmi di scoprire.
«Devo tornare a chiuderlo» mormoro. Potrei chiamare la polizia e farmi accompagnare. Certo non mi arresteranno perché ho paura del buio. Magari scoppieranno a ridere, magari saranno infastiditi, ma stavolta non intendo correre rischi.
Il mio telefono squilla dal sedile, dove non ricordavo di averlo gettato, facendomi sussultare. “Santo cielo” mi rimprovero “ripigliati, Sara.”
Lancio un’occhiata al numero. Chris. Il petto mi brucia per l’emozione. Tra noi ci sono tante cose che non vanno, e altrettante sono le ragioni per cui non dovremmo stare insieme. Eppure, nonostante questo, o forse proprio per questo, non ho mai avuto così bisogno di sentire la voce di qualcuno in tutta la mia vita.
«Sara» mormora quando rispondo, e il mio nome è una nota vellutata di perfezione virile che colma il vuoto profondo della mia anima come solo lui è in grado di fare.
«Chris.» Mi trema la voce perché, mio malgrado, ho le lacrime agli occhi. Come sono passata dal vivere gli ultimi anni senza farmi toccare da nulla, all’esatto contrario nel giro di pochi giorni? «Vorrei... vorrei che fossi qui.»
«Ci sono, piccola» dice, e io credo, o forse spero, di sentire una traccia di commozione nelle sue parole. «Sono davanti alla tua porta. Vieni ad aprire.»
Sbatto le palpebre, confusa. «Pensavo che fossi a Los Angeles per l’evento di beneficenza.»
«Infatti, e domattina devo tornarci, ma avevo bisogno di vederti. Fammi entrare.»
Sono sconvolta. Ho rimuginato sul suo silenzio per tutto il giorno. Temevo che volesse tagliarmi fuori, come ho fatto io con lui ieri sera. «Sei tornato solo per vedermi?»
«Sì. Sono tornato solo per vederti.» Sembra avere un’esitazione. «Hai intenzione di lasciarmi fuori?»
L’emozione che cerco di reprimere mi scoppia dentro, e il bruciore agli occhi minaccia di trasformarsi in una crisi di pianto. È tornato per vedermi, ha preso un volo, si è fatto in quattro nonostante la mia reazione alla sua confessione di ieri sera, al club. «Non sono a casa.» La mia voce è quasi impercettibile. «Non ci sono, ma voglio tornarci. Potresti venire qui, per favore?»
«Qui dove?» chiede lui, con un’apprensione simile a quella che sento io.
«A pochi isolati di distanza. In una stazione di servizio vicino al deposito di cui ti ho parlato.» Non riesco a pronunciare il nome di Rebecca, non so perché.
«Arrivo subito.»
Sto per dargli le indicazioni, ma ha già riattaccato.
Scendo dall’auto non appena vedo la Porsche di Chris entrare nel parcheggio, e il brivido che sento non ha niente a che fare con l’aria fredda che soffia dall’oceano. Stringo le braccia attorno alle mie spalle mentre lo guardo avvicinarsi alla mia Ford Focus argentata, con il cuore che batte all’impazzata. All’improvviso, sono nervosa e insicura. Odio questa parte di me stessa a cui non riesco a sfuggire. E se avessi frainteso le sue intenzioni, se fosse venuto solo per dare un taglio alla nostra storia? Se la mia reazione alla sua grande rivelazione di ieri sera al circolo di Mark lo avesse convinto di quanto ha affermato così spesso? Che non appartengo a questo mondo, al suo mondo.
La 911 si insinua elegante nel posteggio vicino al mio, e cerco di non dare peso al fatto che è la stessa macchina che guida mio padre, l’ultima persona a cui dovrei pensare e che, invece, nelle ultime settimane continua a ossessionarmi. Sono scombussolata, ho il cervello in panne, scosso dagli eventi di questa sera e dalla paura di quello che potrà succedere con Chris.
Lo guardo scendere dall’auto e solo la vista di come sovrasta il tettuccio della Porsche mi fa battere di nuovo il cuore a mille. Viene verso di me e, con i jeans neri, gli stivali da biker e la giacca di pelle, i capelli biondi che gli sfuggono da tutte le parti, ha un’aria arruffata e sexy, irresistibilmente virile. Le sue lunghe falcate sembrano rispondere alla mia ansia, e mi spingono a lanciarmi verso di lui.
I pochi passi che ci separano sembrano un’eternità, poi, finalmente, mi ritrovo tra le sue braccia, avvolta nel caldo bozzolo della sua stretta, il suo corpo possente che assorbe il mio. Il litigio di ieri sera sembra non esserci mai stato. Mi sciolgo contro i suoi muscoli sodi, faccio scivolare le mani sotto la giacca di pelle e mi inebrio del suo meraviglioso profumo al muschio e legno di sandalo.
Con una mossa disinvolta, mi spinge di lato, in un punto in cui il muro ci nasconde alla vista delle persone che entrano ed escono dal negozio. «Raccontami tutto, piccola» ordina, studiandomi alla fioca luce di cortesia della Porsche. «Stai bene?»
I miei occhi incontrano i suoi, anche nella penombra percepisco il legame che c’è tra di noi. Chris nasconde segreti che non pretendo di capire, ma per me prova qualcosa, e voglio che veda quello che non sono riuscita a mostrargli ieri sera. Voglio capirlo. Lo voglio, voglio tutto di lui, anche i lati che gli ho fatto credere di non poter gestire.
«Sì» mormoro. «Adesso che sei qui, sto bene.»
Ho appena pronunciato quelle parole che la sua bocca si chiude sulla mia e sento la sua ansia, la paura che dopo la visita al club di Mark non saremmo più riusciti a stare così. Mi inarco verso di lui, assaporando la sua passione, pronta a farmi consumare da tutto ciò che quest’uomo è e potrebbe essere per me. Il seme oscuro di un qualcosa iniziato prima, al deposito, o forse ieri sera al club, cerca di affiorare, qualcosa che la mia mente rifiuta di accettare. Ansiosa di sfuggirgli, faccio quello che non mi concedo mai: mi abbandono al momento. Mi sento sprofondare sempre più nella passione, persa nel calore che mi incendia il basso ventre, il desiderio che si spande, liquido e bollente, tra le mie cosce. Non esiste più niente, solo la lingua di Chris che scivola contro la mia, il suo gusto e il suo sapore, le sue mani che mi stringono possessive contro il suo corpo. Ho bisogno di questo. Ho bisogno di lui.
Infilo le mani sotto la sua camicia, assorbendo la sensazione bollente della pelle tesa sui muscoli di marmo, e mi stringo forte a lui. Un roco gemito di desiderio gli risuona dal petto e io mi crogiolo nel suo piacere, nel suo desiderio di me, nel modo in cui le sue mani mi scivolano lungo la schiena, sul sedere, prima di attirarmi con forza contro il suo inguine. Gli solletico l’interno della bocca con la lingua, sentendo la sua erezione contro lo stomaco, e qualcosa mi scatta dentro. Non mi importa dove sono. Non so nemmeno più dove sono. Voglio Chris e basta. Non riesco a smettere di toccarlo, di assaggiarlo. Non riusciamo a toglierci le mani di dosso e io mi sento persa. Eppure, tutto ciò non basta ancora a tenere a bada quel seme oscuro. Ho bisogno di qualcosa... di più. Ho bisogno...
«Sara.»
Trattengo il respiro quando Chris stacca la bocca dalla mia, e il mio nome è un verso di passione e desiderio che gli sfugge dalla gola. Non ho idea di quanto tempo sia passato, mi trovo contro il muro e non ricordo come ci sono arrivata, né mi importa. Cerco di baciarlo di nuovo. Le sue dita si intrecciano ai miei capelli, tenendomi a distanza, e il suo respiro è pesante quanto il mio. «Dobbiamo smetterla prima che ci arrestino. E adesso come adesso, sarei pronto a correre il rischio, solo per entrarti dentro.»
Oddio... sì... Chris dentro di me, che mi riempie. Ne ho bisogno più del mio prossimo respiro. Lo guardo, imbambolata ma sicura di quello che voglio, cioè lui. Adesso. Qui. Il suono di un motore e la risata di un bambino mi colpiscono come uno schiaffo, facendomi irrigidire. Tutto quello che mi è successo nell’ultima ora mi frana addosso, con una morsa allo stomaco. Non riesco a credere di aver dimenticato dove sono, e l’urgenza di mettere al sicuro le cose di Rebecca.
Apro la mano sul calore del suo petto. «Ho perso il senso del tempo.» Sto ansimando. Come potrei evitarlo con i fianchi di quest’uomo premuti contro i miei, promessa della dolce evasione che solo lui può concedermi? Cerco di ricostruire il filo dei miei pensieri tra le nebbie del desiderio. «Ho dimenticato di chiudere a chiave il box. Devo tornare prima che sia troppo tardi e non ne ho il coraggio.» Muoio dalla voglia di raccontargli quello che è successo. È l’unica persona con cui posso parlare delle mie paure per Rebecca, ma so d’istinto che andrà fuori di testa e mi farà troppe domande a cui non ho tempo di rispondere. Devo tornare al box il prima possibile. «Ti dispiace venire con me? Devo sbrigarmi.» Non aspetto una risposta. Scivolo lungo il muro per sfuggirgli e cerco invano di passargli di fianco.
La sua mano si appoggia sul muro accanto alla mia testa, imprigionandomi. «Cosa ti serve nel deposito di Rebecca a quest’ora?» La sua mandibola è tesa, in quel modo deciso che mi è ormai familiare e, nonostante il suo significato, una parte di me si bea del fatto che sto imparando a conoscerlo.
Strofino la mano sulla barba biondo scuro di qualche giorno, che mi ha solleticato così piacevolmente la guancia. «Posso spiegarti mentre andiamo? Per favore, Chris. Non voglio res...