Wild Cards - 2. L'invasione
eBook - ePub

Wild Cards - 2. L'invasione

  1. 392 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Wild Cards - 2. L'invasione

Informazioni su questo libro

1979. Diffusosi sulla Terra da ormai tre decenni, il virus alieno wild card ne ha quasi sterminato la popolazione umana; i pochi superstiti sono stati colpiti da mutazioni genetiche che li hanno trasformati in mostri, chiamati joker. Solo una ristretta minoranza, invece, ha subito mutazioni positive, acquisendo facoltà straordinarie, degne dei supereroi dei fumetti: sono i cosiddetti assi. Nel corso degli anni la diffidenza dei nat, i non contagiati, ha costretto i due gruppi di mutanti a vivere isolati, in una zona di Manhattan chiamata Jokertown. Ma le minacce dallo spazio non sono finite: dopo il virus, ecco che la Terra sta per essere invasa dallo Sciame, una creatura cosmica tanto misteriosa quanto devastante. Per combatterla, assi e joker dovranno formare un'alleanza tutt'altro che scontata e prepararsi per una battaglia che nessuno può permettersi di perdere...

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2013
Print ISBN
9788804630838
eBook ISBN
9788852040184

1986

Se gli sguardi potessero uccidere
di Walton Simons

Scegliere la vittima giusta significava sempre omicidio. Dovevano avere un sacco di soldi perché ne valesse la pena, e bisognava farlo in un luogo isolato. C’era l’affitto da pagare, e uccidere qualcuno incontrato per strada era più sensato che ammazzare il portinaio, eventualità che avrebbe potuto mettere qualcuno sulle sue tracce, e lui era stanco di cambiare alloggio.
Il freddo lo infastidiva. Penetrava fin dentro le ossa del suo esile corpo alto un metro e ottanta. Sollevò il bavero di pelliccia dell’ampio cappotto. Prima di morire, quando era solo James Spector, gli inverni di New York lo intirizzivano. Adesso, solo l’agonia della morte, che sgorgava di continuo dentro lui, gli procurava vero dolore.
Dopo essere passato davanti alla chiesa di St Mark, andò a est, verso la Decima Strada. Il quartiere da quella parte era più malfamato e più adatto a soddisfare i suoi bisogni.
«Oh, merda» esclamò quando riprese a nevicare. Le poche persone per strada si sarebbero rintanate al chiuso. Se non fosse riuscito a trovare una vittima lì, avrebbe dovuto provare a Jokertown. L’idea non lo allettava affatto. Fiocchi di neve si depositavano sui suoi capelli neri e sui baffi. Li spazzò via con una mano guantata e proseguì.
Qualcuno accese un fiammifero nell’ingresso di una casa lì vicino. Spector salì lentamente i gradini, cercando nelle tasche una sigaretta.
L’uomo davanti alla porta era alto, pallido e massiccio. Aveva la pelle butterata e gli occhi cerulei. Aspirò a fondo e gettò il fumo in faccia a Spector.
«Hai da accendere?» chiese Spector impassibile.
L’uomo aggrottò la fronte. «Ci conosciamo?» Scrutò Spector con attenzione. «No, ma forse ti manda qualcuno.»
«Forse.»
«Un tipo prudente, eh?» Il giovane sorrise, rivelando una fila di denti bianchi e regolari. «È meglio se mi dici subito che cosa cerchi, amico, se non vuoi che il tuo culo rachitico finisca a calci giù dai gradini.»
Spector decise di seguire un’intuizione. «Sono giorni che non riesco a trovare niente. La mia fonte si è prosciugata, un amico però mi ha detto che forse qualcuno da queste parti avrebbe potuto aiutarmi.» Proiettò il bisogno utilizzando la voce e la postura.
L’uomo gli diede una pacca sulla schiena e rise. «Oggi è il tuo giorno fortunato. Vieni nel mio laboratorio che sistemiamo tutto in un secondo.»
L’appartamento di Mike era più maleodorante di una lettiera per gatti con la stessa sabbia da una settimana. Il pavimento era disseminato di panni sporchi e riviste pornografiche. «Un bel posto» commentò Spector, cercando di nascondere il disgusto.
Mike lo spinse bruscamente contro la parete, con le mani sopra la testa. Lo perquisì in modo rapido ma scrupoloso. «Adesso dimmi che cosa vuoi, e io ti dico quanto costa. Se mi crei problemi, ti faccio saltare le cervella. L’ho già fatto altre volte.» Mike tirò fuori una calibro 38 cromata, con tanto di silenziatore, e sorrise.
Spector si voltò lentamente e quando i suoi occhi incontrarono quelli di Mike si fermò, poi collegò le loro menti. Le sensazioni terrificanti della morte di Spector passarono nel corpo di Mike, che sentì il loro peso opprimente sul petto. I muscoli si contrassero involontariamente con tale forza che le ossa si spezzarono e i tendini si lacerarono. La gola si strinse, mentre il vomito risaliva fino in bocca. Il cuore pompava freneticamente, diffondendo in tutto il corpo il sangue contaminato. Un grido di dolore lancinante arrivò nella sua mente dai tessuti agonizzanti. I polmoni scoppiarono e collassarono. Il cuore accelerò come impazzito e si arrestò. Il dolore continuò anche dopo l’oscurità. Spector teneva entrambi gli occhi chiusi, per far sentire a Mike ogni dettaglio e convincere il corpo del pusher che era morto. Continuò finché Mike non rabbrividì in un modo che ormai aveva imparato a riconoscere. Poi tutto finì.
Gli occhi di Mike ruotarono all’indietro, lui crollò a terra, esanime. Uno spasmo del dito morto azionò il grilletto della calibro 38. Il proiettile colpì Spector alla spalla, facendolo ruotare verso la parete. Si morse il labbro, ma per il resto ignorò la ferita e rovesciò Mike.
«Adesso sai che cosa significa pescare la Regina Nera.» Raccolse la pistola e mise la sicura, poi infilò con cautela l’arma nella cintura. «Ma guarda il lato positivo: tu ci devi passare soltanto una volta, io mi sveglio così ogni mattina.» Spector perquisì il cadavere. Prese tutti i soldi, anche gli spiccioli. Aveva poco meno di seicento dollari.
«Idiota insignificante! Sono molto contento di aver potuto condividere qualcosa con te» disse Spector, socchiudendo la porta per dare un’occhiata fuori. Non c’era nessuno e ridiscese in fretta le scale. Il freddo e la neve attutivano i suoni della città, attenuandone la vita.
Tempo di arrivare a casa, la spalla era guarita.
Qualcuno lo stava pedinando. Due uomini dall’altra parte della strada avanzavano di pari passo con lui, rimanendo indietro quel tanto necessario per non rientrare nel suo angolo di visuale. Spector si era accorto di loro già da alcuni isolati. Svoltò a sud, lontano da casa sua, in direzione di Jokertown. Lì sarebbe stato più facile seminarli. Camminava piano, per risparmiare le energie nel caso in cui avesse dovuto mettersi a correre.
Forse erano amici di Mike, il pusher. Poco probabile: erano troppo ben vestiti, e poi quelli come Mike non avevano amici. Più verosimilmente lavoravano per Tachyon. Il giorno in cui era evaso dalla clinica, Spector aveva dovuto uccidere un inserviente. Quello stronzetto pel di carota lo stava sicuramente cercando, per mandarlo in prigione. O peggio ancora, per riportarlo in clinica. Di quel posto aveva soltanto brutti ricordi.
“Piccolo bastardo,” pensò “non hai già fatto abbastanza guai?” Ce l’aveva con Tachyon per averlo riportato in vita, lo odiava più di qualsiasi altra cosa o persona al mondo. Ma il piccolo alieno lo terrorizzava. Spector cominciò a sudare sotto il cappotto pesante.
Un joker con quattro gambe bloccava il marciapiede davanti a lui. Mentre lui si avvicinava, quello fuggì come un granchio in un vicolo laterale per evitarlo. Spector si voltò, e diede un’occhiata all’altro lato della strada.
I due erano ancora lì. Si fermarono e parlottarono tra loro. Poi uno attraversò la strada, nella sua direzione. Spector avrebbe potuto ucciderlo, ma poi Tachyon gli avrebbe dato maggiormente la caccia. Meglio seminarli, e sperare che il takisiano si scordasse di lui.
Le strade gelate erano quasi deserte. Persino i joker dovevano piegarsi a quel freddo pungente. Spector si morse il labbro. Il Crystal Palace era soltanto a un isolato di distanza. Era un buon posto dove cercare di scrollarseli di dosso. Magari Sasha li avrebbe presi e buttati fuori a calci nel sedere.
Quando entrò, il portiere gli lanciò un’occhiata minacciosa. Spector avrebbe voluto mostrargli com’era un’occhiata veramente minacciosa, ma far incazzare Crisalide era l’ultima cosa di cui aveva bisogno in quel momento. Inoltre, solo pochi locali a Jokertown avevano un portiere all’ingresso.
L’interno del Crystal Palace lo metteva sempre a disagio. Era arredato dal pavimento al soffitto con pezzi d’antiquariato d’inizio secolo. Se avesse accidentalmente rotto o rovinato qualcosa, avrebbe dovuto uccidere venti persone per ripagare il danno.
Purtroppo Sasha non si vedeva, per cui non poteva sperare in un suo aiuto. Attraversò velocemente il salone bar e passò nella zona accanto dove c’erano i separé. Entrò nel primo, e tirò i pesanti tendaggi rosso scuro dietro di sé.
«Posso fare qualcosa per lei?»
Spector si voltò lentamente. L’uomo seduto dall’altra parte del tavolo indossava una maschera della morte e un mantello nero con il cappuccio. «Chiedevo se c’è qualcosa che posso fare per lei.»
«Be’,» rispose Spector, cercando di prendere tempo «ha da offrirmi da bere?» La maschera lo aveva spaventato, e in quei giorni Spector non aveva certo bisogno di una scusa per un drink.
«No, ne ho solo per me, mi dispiace.» L’uomo indicò il bicchiere mezzo vuoto che aveva davanti. «Lei sembra trovarsi nei guai.»
«E chi non lo è?» A Spector non piaceva essere trasparente come la pelle di Crisalide.
«Già, i guai sono universali. Il mese scorso un mio conoscente è stato mangiato, anzi divorato, da uno dei nostri visitatori extraterrestri.» Bevve un altro sorso. «Viviamo nell’incertezza.»
Spector scostò leggermente la tenda. I due uomini erano vicini al bancone. Il barista di fronte a loro stava scuotendo la testa.
«Evidentemente la stanno seguendo. Forse se si travestisse, potrebbe andarsene senza essere notato.» Tolse il mantello con cappuccio e lo posò sul tavolo.
Spector si morse le unghie. Odiava fidarsi di qualcuno. «Okay. Adesso mi dica che cosa devo fare in cambio. Perché dovrò fare qualcosa, vero?»
«Solo riempirmi il bicchiere. Brandy. Il barista sa quale.» Tolse anche la maschera e la buttò sul tavolo.
Spector distolse lo sguardo: la faccia dell’uomo era uguale alla maschera. La pelle giallognola tirava sulle ossa facciali prominenti. Era senza naso. Il joker lo fissò con occhi incavati, iniettati di sangue. «Dunque...»
Spector si vestì, poi prese il bicchiere. «Torno subito.» Aprì i tendaggi e uscì dal separé.
Gli uomini erano seduti sei metri più in là. Lo fissarono, mentre si avvicinava al bancone. Spector ricominciò a sudare.
«Riempimelo di nuovo» disse, dopo aver ottenuto l’attenzione del barista. L’altro fece come gli era stato chiesto. Spector tornò lentamente verso il separé. Solo uno dei due uomini continuava a guardarlo, ma distrattamente.
«Ecco fatto» annunciò, consegnando il bicchiere. «E adesso me ne vado.»
«Se vuole può tenere il vestito» disse l’uomo con la faccia da teschio. «Penso che le servirà.» Richiuse le tende.
Spector raggiunse la porta con studiata lentezza. I due restarono seduti.
Appena fuori, Spector si mise a correre. Corse sui marciapiedi ghiacciati, una sagoma incappucciata della morte, finché ebbe fiato. Poi s’infilò in un vicolo, tolse mantello e maschera, che nascose sotto il cappotto, e si diresse verso casa.
Era andato a letto ubriaco per la terza sera consecutiva. L’alcol gli alleviava il dolore quel tanto necessario per riuscire a dormire. In realtà non era nemmeno sicuro di avere ancora bisogno del sonno, ma era un’abitudine che aveva preso prima di morire.
Ci fu il rumore come di uno scatto. Spector aprì gli occhi e fece un profondo respiro, vagamente consapevole di che cosa stesse avvenendo. La porta si socchiuse, facendo entrare uno spiraglio di luce dall’esterno. Spector si sfregò gli occhi e si mise a sedere. Mentre cercava i vestiti, la porta si bloccò, trattenuta dalla catenella. Lui arretrò verso la finestra, infilandosi i pantaloni.
Mentre indossava il cappotto, udì un colpo sul pavimento. La porta si richiuse. Spector sentì odore di fumo e agrumi marci. I suoi occhi cominciarono a lacrimare e lui vacillò sulle gambe malferme. Doveva muoversi, altrimenti il gas lo avrebbe messo fuori combattimento. Aprì la finestra e fece per scavalcarla, ma inciampò sul davanzale e cadde sulla scala antincendio. Atterrò malamente, battendo la testa contro la ringhiera d’acciaio ricoperta di neve. Il dolore e l’aria fredda gli snebbiarono di colpo la mente. Vide un uomo in alto che scendeva di corsa la scala antincendio, e ne sentì un altro che sparava dal basso. Entrambi lo avrebbero raggiunto a breve.
Spector lottò per rialzarsi. L’uomo in basso stava affrontando l’ultima rampa. Spector gli saltò addosso, cogliendolo di sorpresa, e lo mandò a sbattere contro la ringhiera. Sentì la sua spina dorsale spezzarsi al momento dell’impatto. Si rialzò e corse giù per le scale, lasciando l’altro agonizzante.
Dal secondo piano fece un balzo fino in strada. Quando atterrò i piedi scivolarono sul terreno ghiacciato e il corpo si raggomitolò. Respirava a fatica e riuscì a rotolare sulla schiena. Una donna con gli occhiali a specchio si chinò su di lui. Aveva una siringa in mano. La riconobbe solo quando sentì l’ago affondare nella carne.
Spector si ritrovò in un corridoio, con le mani e i piedi legati saldamente da una corda di nylon. La donna che lo aveva narcotizzato lo sorvegliava, mentre due uomini con pesanti pastrani e occhiali da sole lo trascinavano in una stanza buia. Finché portavano lenti protettive, lui non poteva agganciare il loro sguardo.
Spector venne scaricato su una poltroncina di legno. La stanza aveva un odore di chiuso, come un sottotetto o una casa rimasta a lungo disabitata.
«Ah, infermiera Gresham, vedo che è tornata con il nostro piantagrane.» La voce che aveva parlato era di un uomo anziano, il tono freddo e deciso.
«Sì, ma ci ha dato filo da torcere. C’è stato un morto.»
L’uomo schioccò la lingua. «Allora è proprio pericoloso come diceva. Per favore, me lo faccia vedere da vicino.»
Spector sentì il soffitto sopra di lui aprirsi con uno scricchiolio. La luna e le stelle brillavano tra i grattacieli. Aveva vissuto tutta la vita a New York: lo smog e l’illuminazione urbana impedivano di vedere le stelle. Lì invece erano così luminose da fargli male agli occhi. Chi lo interrogava restò fuori dall’area illuminata.
«Bene, signor Spector, che cosa ha da dire a sua discolpa?» Silenzio. «Parli! Quelli che mi fanno perdere tempo finiscono molto male.»
Spector era spaventato. Sapeva che Jane Gresham lavorava per Tachyon alla clinica di Jokertown, ma l’uomo che lo stava interrogando non era certo il dottore. «A quanto mi risulta,» dichiarò «mi avete seguito senza motivo. Mi dispiace per il tizio che è morto, ma non è stata colpa mia.»
«Non è di questo che stiamo parlando, signor Spector. Tre notti fa lei ha ucciso uno dei nostri, senza motivo: lui stava solo cercando di soddisfare il suo bisogno di droga.»
«Senta, siete completamente fuori strada.» Spector pensò che doveva essere capitato i...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Wild Cards 2. L'invasione
  3. 1979
  4. 1985
  5. 1986
  6. Crediti
  7. Copyright