I. Ma figurarsi, un cane!
Liù ha sei anni ed è un cane molto bello. La sua bellezza è risultata uno degli antidoti principali alla diffidenza altrui. Con l’età, il nero totale della sua pelliccia si è un po’ imbiancato sotto le fauci, guadagnandole una barbetta bianca che tenta di darle un tono di maturità. Tuttavia, rimane sempre un cane giocoso, anzi, una botticella desiderosa di esprimere il suo carattere e di stare con noi il più possibile, magari approfittando delle festicciole a sfondo gastronomico che si tengono nei fine settimana. Ha avuto qualche traversia agli occhi, a causa di un picco lipidico che le ha leggermente velato la cornea, e che è stato fronteggiato con un cibo a basso contenuto di grassi, dal prezzo assurdo. Si è rotta un molare frantumando un osso, ma senza conseguenze serie. Com’è noto, i labrador soffrono facilmente di displasia all’anca. Le sue articolazioni anteriori e posteriori sono state giudicate dai nostri veterinari, fin da piccola e dopo un esame radiologico che l’aveva lasciata molto stordita, «candidate alla perfezione». Viene dall’allevamento di Cermenate della milanese Piera Zerbi, una bella struttura costituita di spazi comuni e di box individuali: un gioiello di campagna chiamato Acerbis Labradors.
I direttori dei giornali con cui ho lavorato sono stati: Pier Vittorio Marvasi, alla «Nuova Gazzetta di Modena», Marco Leonelli al «Resto del Carlino», Giulio Anselmi al «Messaggero», Carlo Rossella alla «Stampa», Ernesto Auci al «Sole - 24 Ore», ancora Anselmi all’«Espresso», sostituito improvvisamente, dopo due anni, da Daniela Hamaui, e infine Ezio Mauro alla «Repubblica». Sostiene Liù che i direttori dei giornali sono gente corrotta, che si riferisce di continuo a criteri civili e democratici altissimi per poi esercitare pratiche immonde, dettate dal cinismo che viene dalla consuetudine e dagli incallimenti della professione.
Per ventitré anni ho fatto il pendolare in treno da Modena a Bologna, lavorando al Mulino, prima nella sede di via Santo Stefano 6, di fronte a piazza della Mercanzia, e poi nel palazzo di Strada Maggiore 37. Sono stato una vittima, forse la principale, di Giovanni Evangelisti, il geniale e capriccioso deus ex machina dell’editrice bolognese, singolare figura di grasso nevrotico, nonché inventore di un metodo di lavoro che fingeva di affidare agli altri il potere, attraverso un carosello vorticoso di comitati e gruppi di lavoro, mentre in realtà il bastone del comando veniva tenuto saldamente ed esclusivamente da lui, senza mai un tentennamento. Soltanto con il tempo, e dopo essere uscito dalla casa editrice, mi sono accorto che, come il Duce, Evangelisti aveva sempre ragione, soprattutto quando discuteva con me, e ho cominciato a volergli bene perché non c’era più bisogno di litigare per accettare il suo punto di vista.
Il metodo di lavoro del bolognese e quindi diplomatico e bottegaio Evangelisti consisteva nel fare scomparire i problemi (libri non pubblicati, decisioni non prese) infilandoli negli ordinatissimi cassetti della sua scrivania. Talvolta, però, il problema manifestava una irritante tendenza a riemergere alla superficie e alla coscienza del mondo. L’autore maltrattato o dimenticato si faceva sentire. Evangelisti, allora, spediva lettere patetiche, accampando malattie lunghissime che avevano reso impossibili le decisioni di collana e commerciali, in seguito all’impossibilità di comunicazioni con il consiglio d’amministrazione e la rete commerciale. Infine, quando il caso diventava rognoso, saliva su una macchina blu, raggiungeva il problema e trovava un precario accordo, che gli consentiva di riporre nuovamente il problema editoriale nel solito cassetto per un altro paio d’anni, in attesa di tempi migliori, la morte dell’autore, o un’opportunità politica che avrebbe consentito una bella cerimonia romana «in onore di», alla presenza di Amato, Scoppola, Nino, Romano, Giugni, Rodotà, Cassese, De Mauro e tanti altri amici impegnativi da cui cercava sempre di fuggire.
Ho conosciuto Shel Shapiro a metà degli anni Novanta, quando «La Stampa» mi commissionò una pagina estiva su «miti e icone» degli anni Sessanta. Quella pagina generò poi un capitolo in Canzoni, intitolato «Shel e gli altri», che poi si sviluppò ulteriormente nel libro Adulti con riserva. Alla fine, ho fatto diventare tutto questo una specie di operetta rock (grazie alla Promomusic di Marcello e Greta Corvino). Sarà una bella società racconta le rivoluzioni colossali e minuscole degli anni Sessanta, da Bob Dylan ai Rolling Stones e ai Beatles. Una voce recitante, quella di Shel, che si allena tutti i giorni per un paio d’ore allo scopo di mantenere il suo incorreggibile accento londinese («la ghitàààra»), impegnata in un racconto in prima persona e intervallata da trentotto canzoni d’epoca cantate e suonate con la sua band: brani di Dylan, dei Beach Boys, dei Mama’s and Papa’s, dei complessi inglesi come i Them e i Rolling Stones, e anche dei gruppi italiani di cui i Rokes furono un’avanguardia: canzoni che raccontano l’America democratica dei grandi raduni civili e le lotte contro la segregazione, l’Inghilterra che si riempie del bianco e nero di Courrèges e delle minigonne di Mary Quant, e, infine, l’Italia di allora, al tempo in cui avvengono gli strappi di codice e di gusto che hanno segnato la nascita della nostra allegra modernità, prima della politica, e prima del Sessantotto.
Fra l’altro, Shel ha avuto un labrador che, alla tenera età di dodici anni, era orgoglioso di rubare la solita ciabatta e di tenerla tra le fauci come trofeo davanti agli ospiti.
Abbiamo fatto una fatica infernale ad abituarci all’idea del mercato e della mitologica Mano invisibile, quello strumento anonimo e provvidenziale che sarebbe in grado di distribuire opportunità e benessere a tutta la società. Risultava, comunque, suggestivo pensare al Settecento così selvatico e intellettuale di Adam Smith, in cui l’egoismo classico dei birrai e dei macellai consentiva di creare il mercato, cioè di incrociare utilmente la domanda e l’offerta. L’idea che dalle meno nobili caratteristiche umane e sociali possa nascere un sistema ordinato e soddisfacente per la maggioranza della società appartiene alla categoria delle cose meravigliose che si manifestano su questa terra. Peccato che, qualche volta, non siano vere. O che il modello culturale prevalga sulla rozza realtà. Conforta comunque gli amanti dei luoghi comuni, e tutti noi amiamo i luoghi comuni, che sia stato un filosofo scozzese, immaginabilmente attento al denaro, a fondare la più triste delle scienze.
Renzo De Felice, ovvero una variante del piacere della maldicenza. Il biografo di Mussolini amava infinitamente stare in veste da camera a casa sua, con il boxer Attila accovacciato vicino alla poltrona, mentre lui consultava carte più o meno segrete. Con il mezzo toscano incollato fra le dita o i denti, si divertiva a parlare male di tutti, nel suo inimitabile falsetto. Ogni volta, incontrarlo era un divertimento e una curiosità. Un maestro anche nello svicolare: gli chiedevi un articolo sul fascismo o sul revisionismo e lui ti intratteneva per un’ora su Rommel e sulla sua scarsa consapevolezza logistica, che l’avrebbe condotto a offensive africane sconsiderate senza fare il calcolo del carburante necessario. Dopo di che, conveniva dichiararsi soddisfatti e abbandonare ogni velleità critica sul revisionismo.
La vicenda della sconfitta della sinistra a Bologna nel 1999 contro Giorgio Guazzaloca, iscritto per comodità retorica e bolognese alla categoria dei macellai, è stata sintetizzata alla perfezione da Alberto Melloni: «Se una mucca si dirige a tutta velocità verso un affilato coltello, è probabile che qualche bistecca ci salti fuori». In realtà, non ci fu nessun dramma nella vittoria del candidato bolognese che più bolognese non si può, autodefinitosi erede del sindaco della Liberazione Giuseppe Dozza. Anzi, per qualcuno la sconfitta della sinistra fu accolta come il primo giorno di vacanza dopo cinquant’anni di scuola. Così accade quando qualcuno cerca la sconfitta a tutti i costi: alla fine subentra inevitabilmente un fatalismo incerto fra il lugubre e l’ilare.
II. Il grave problema filosofico dell’Io
Il successo musicale e pubblico di Giovanni Allevi appartiene a un genere misteriosofico (credo che la definizione di «Mozart italiano» si debba a Gabriella Carlucci, in occasione del concerto di Capodanno del 2008 al Senato, che scatenò l’ira funesta del violinista Uto Ughi). Anche perché non c’è nulla di male, in sé, a comporre ed eseguire musica di intrattenimento, a patto di sapere che si fa musica di intrattenimento, e non opere d’arte che sfidano i secoli.
Ho cenato con Allevi in pizzeria dopo un concerto a Modena, restando un po’ stupito per la esibita modestia e direi timidezza del suo comportamento e il clima, invece, di adorazione da parte degli aficionados ipnotizzati dal suo pianoforte. Probabilmente, Allevi sa di essere un musicista di genere, uno che ha suonato con Jovanotti, ma di fronte all’idolatria altrui, che cosa ci si può fare? Quali resistenze opporre?
La dislocazione geografica dell’allevamento dove è nata la Liù lasciamola in un territorio un po’ vago. Cermenate si trova nell’aperta campagna di una Lombardia gaddiana, dove il Resegone puoi ancora chiamarlo «Serruchon», come nella Cognizione del dolore. Così diamo al nostro racconto un sentore letterario, e anche sostanzialmente vecchia maniera, in cui non sarebbe difficile riscontrare ascendenze pariniane, settecentesche, legate a una civiltà illuminata, distesa fra cacce, letture, abiti bianchi e pomeriggi conviviali.
III. Il piccolo mucchio selvaggio
C’è una generazione, quella di Paolo Mieli, Massimo D’Alema e Gianfranco Fini, che ha provato a prendere il potere. Forse ce la farà Fini, che sembrava il meno favorito. Ma Liù detesta il pastore tedesco e le cravatte sbagliate dell’ex capo missino, pupillo di Giorgio Almirante.
IV. Per nome
Ho conosciuto al telefono Riccardo Muti grazie all’amica Leonetta Bentivoglio della «Repubblica», che per una rubrica sul giornale gli chiese che cosa stesse leggendo. E il maestro rispose: «Tengo sul pianoforte il libro di Edmondo Berselli Venerati maestri, e ogni tanto lo apro e ne leggo qualche brano, perché voglio apprezzarne in ogni pagina la leggerezza mozartiana». Qualche settimana dopo, lo incontrai a Ravenna, alla cena del premio Guidarello, dove lo inducemmo a dare fondo a tutta la sua malizia intellettuale e alla sua ironia, sparlando di tutti o quasi, in modo che la serata diventasse memorabile.
Divenne, in effetti, memorabile.
Sia permesso un «a margine» musicale, visto che siamo in tema. Ma le ormai rare volte che ascolto una sconosciuta, ai più, canzone di Lucio Battisti e Pasquale Panella, che dovrebbe chiamarsi Per nome, mi sembra di riconoscere una delle più accurate e poetiche descrizioni della nostra cagnolona: «Mostrando i suoi tre quarti / stupefatti / e gli inzuppati come dolci nel latte / bianchi degli occhi…».
V. La natura non si ferma
Un pomeriggio, al «Corriere della Sera», mentre sono lì che parlo un po’ a casaccio con Giulio Giustiniani, si affaccia una gentile ed elegante signora, dalla figura slanciata e dal portamento consapevole. «Conosci Isabella Bossi Fedrigotti?» Dico una delle mie scemate, tipo che magari l’avrò presa a sassate, decine di anni fa, a Rovereto. Ma lei non abbocca, e con l’aria più aristocratica del mondo svia il discorso: «Mah, è difficile, noi stavamo a Borgo Sacco…» come per segnalare una distanza incolmabile, di luoghi e di classe, noi figli del popolo e loro membri di un’aristocrazia defilata, con l’azienda agricola e vinicola elegantemente seminascosta nel sobborgo. Ancora adesso, quando la incrocio al Mart o in occasioni pubbliche a Rovereto, tento di svicolare, in modo da non sfiorare quel suo mondo così lontano, e da non farmene intimidire. Altrimenti, so che la metterei sul lato dell’improntitudine e della sfacciataggine, facendo facilmente la figura del villano. Eh, noi poveri, quante fisime!
VI. Eccola, la piccola
La storia di Marlene Dietrich e della sua pipì glacée è dovuta a Marco Bernardini, nipote dello storico patron della Bussola, Sergio. Si può aggiungere, come contributo all’alone divistico della star tedesca, che, appena arrivata nel locale, la Dietrich pretese, come minimo sindacale, che il camerino fosse ridipinto in amaranto. Altri tempi, altre dive.
VII. Svegliarsi, è l’alba!
Ancora adesso, dopo, e nonostante, una pratica lunga almeno metà del Novecento, si trovano prestigiosi intellettuali che scrivono regolarmente «Bertold» Brecht. Sarà una maledizione della storia, o forse, meglio, una rivincita dell’aspetto bertoldiano o bertoldesco del teatro di Brecht.
VIII. Non era poi così difficile
Negli ultimi anni Eugenio Scalfari si è dato alla filosofia. Ma il suo spirito più autentico era modellato sull’azzardo, e tutt’altro che filosofico o metafisico: bensì politico, economico, bancario, giornalistico. Il gioco di equilibrio dell’inventore della «Repubblica» è stato un capolavoro intellettuale che, prodigiosamente, è riuscito a incrociare il mercato. Ha offerto all’Italia di sinistra, e non soltanto di sinistra, un repertorio culturale completo, riuscendo a presentare, come se fosse davvero popolare, una visione in sé elitaria (e viceversa, è ovvio). Il gioco, alla fine, ha mostrato la corda perché la società italiana ha deciso di gettare a mare convenzioni e inibizioni.
L’ondata populista dei primi anni Novanta e la contemporanea crisi della cultura di ...