Non era ancora tornato.
«Non starò via a lungo.» Detto da Jacob, poteva significare qualsiasi cosa. Settimane. Mesi… Volpe si asciugò la pioggia dal viso.
Le rovine del castello erano deserte come sempre, e il silenzio fra i muri anneriti dal fuoco la faceva rabbrividire quanto la pioggia. La pelle umana scaldava molto meno del pelo, ma lei ora si trasformava sempre più di rado nell’animale di cui portava il nome. Sapeva fin troppo bene, ormai, che la pelliccia le rubava gli anni, anche senza che Jacob glielo rammentasse.
L’aveva abbracciata forte nel salutarla, quasi volesse portare il suo calore con sé nel mondo in cui era nato. Qualcosa lo spaventava, ma naturalmente non l’avrebbe mai ammesso. Proprio come un ragazzino che crede di poter sfuggire alla propria ombra.
Erano stati nell’estremo Nord, in Sveriga e Norga, dove una spessa coltre di neve ammantava i boschi e orde di lupi calavano nei centri abitati, spinti dalla fame. E prima ancora si erano avventurati nelle zone più sperdute del Sud, dove tutto era deserto, tanto che la volpe si trovava ancora qualche granello di sabbia nel pelo. Migliaia di miglia… Paesi e città che lei non aveva mai nemmeno sentito nominare, e tutto questo viaggiare solo per trovare una clessidra, a quanto pareva. Ma Volpe conosceva troppo bene Jacob per crederci.
Ai suoi piedi, fra le pietre sbrecciate, spuntavano le primule selvatiche. E quando ne spezzò il tenero gambo, la rugiada che gocciolò in piccole perle dai calici era ancora fredda. Era stato un lungo inverno, e Volpe avvertiva i mesi trascorsi come brina sulla pelle. Erano successe così tante cose dall’ultima estate. Tutta quella paura per il fratello di Jacob… e per Jacob stesso. Troppa paura. Troppo amore. Troppo di tutto.
Infilò il fiore giallo pallido nell’occhiello della giacca. Mani: la contropartita per quella pelle che la faceva gelare quando assumeva sembianze umane. Con il pelo, avvertiva la mancanza delle dita, grazie alle quali poteva sentire e comprendere il mondo.
«Non starò via a lungo.»
Con mossa fulminea, Volpe agguantò un pollicino che le aveva fatto scivolare in tasca la minuscola mano. Il ladruncolo lasciò andare il tallero d’oro solo quando lei lo scosse rudemente così come, da animale, faceva con i topi tra le fauci. E prima di sgattaiolare via con una sfilza d’invettive, cercò pure di morderla. Jacob le metteva sempre qualche tallero nel cappotto quando se ne andava. Non si era ancora abituato al fatto che, ormai, lei se la cavava benissimo anche senza di lui.
Di cosa aveva paura?
Volpe gliel’aveva chiesto, dopo che per giorni avevano vagato a cavallo da un misero villaggio all’altro, per fermarsi infine sotto il melograno rinsecchito di un sultano morto. E poi di nuovo, quando Jacob si era ubriacato per tre notti consecutive, dopo che l’unica cosa che erano riusciti a trovare in un giardino infestato di erbacce era stata una fontana asciutta. — Non è niente. Non ti preoccupare. — Un bacio sulla guancia, e quel sorriso spensierato: già a dodici anni Volpe aveva capito quanto fosse finto. — Non è niente…
Sapeva che Jacob sentiva la mancanza del fratello, ma c’era qualcos’altro. Volpe alzò lo sguardo verso la torre diroccata. Le pietre fuligginose sembravano bisbigliare un nome: Clara. Era questo che lo turbava?
Provava ancora una stretta al cuore nel ripensare al ruscello e alle due allodole morte. La mano di Jacob tra i capelli di Clara, la sua bocca su quella di lei. Così avida.
Forse per questo era stata sul punto di andare con lui. Lo aveva seguito addirittura in cima alla torre, ma davanti allo specchio, il coraggio l’aveva abbandonata. Il vetro le sembrava una scura lastra di ghiaccio che le avrebbe gelato il cuore.
Voltò le spalle alla torre.
Jacob sarebbe tornato.
Tornava sempre.
La sala dell’asta pubblica era al tredicesimo piano. Pareti rivestite in legno, sedie disposte su una dozzina di file e, sulla porta, un uomo che spuntava i nomi dei partecipanti con un sorriso distratto. Jacob prese il catalogo che l’usciere gli tendeva e si accostò a una finestra. Una selva di torri e, oltre, i Grandi Laghi, come specchi argentati. Era giunto a Chicago da New York quella mattina: con una carrozza ci avrebbe impiegato settimane a coprire quel tragitto. Sotto di lui, la luce del sole restava intrappolata fra pareti di vetro e tetti dorati. Questo mondo poteva tranquillamente competere in bellezza con quello oltre lo specchio, ma Jacob aveva già nostalgia di casa.
Si lasciò cadere su una delle sedie e prese a osservare i volti dei presenti. Molti li conosceva: antiquari, curatori di musei, collezionisti d’arte. Cacciatori di tesori come lui, solo che l’unica magia dei tesori di questo mondo risiedeva nella loro antichità e nella loro bellezza.
La fiaschetta di cui Jacob aveva seguito le tracce fin lì figurava sul catalogo fra la teiera di un imperatore cinese e il sonaglio d’argento appartenuto al figlio di un re inglese. Aveva un aspetto così ordinario che, sperava Jacob, non avrebbe trovato nessun altro offerente. Il vetro scuro era protetto da un involucro di cuoio logoro, e l’imboccatura era sigillata con della cera.
FIASCHETTA DI ORIGINE SCANDINAVA, INIZIO TREDICESIMO SECOLO, recitava la targhetta. Era stato Jacob stesso a fornire questa descrizione all’antiquario londinese al quale l’aveva venduta. All’epoca, aveva trovato molto divertente proteggere in questo modo l’incolumità del suo abitante. Nel Mondo Oltre lo Specchio, liberarlo poteva essere mortalmente pericoloso, ma in questo mondo la creatura era innocua quanto un soffio d’aria, un niente dietro un vetro marrone scuro.
La fiaschetta aveva cambiato proprietario più volte da quando l’aveva venduta. Jacob aveva impiegato quasi un mese a ritrovarla. Tempo che non aveva. La melagrana che tutto guariva, la fontana dell’eterna giovinezza… Aveva sprecato mesi a cercare le cose sbagliate, mentre nel suo petto continuava ad annidarsi la morte. Era il momento di provare una medicina ancora più pericolosa.
L’impronta della falena che aveva sul cuore diventava ogni giorno più scura: il sigillo della condanna a morte inferta dalla Fata Oscura a chi osava pronunciare il suo nome. Quel nome che proprio sua sorella, la Fata Rossa, aveva svelato a Jacob in un sussurro fra un bacio e l’altro. Nessun uomo era mai stato condannato in modo più dolce. Amore tradito… Il sangue rosso che orlava l’impronta della falena stava a rammentargli il vero crimine per il quale sarebbe morto.
Dalla prima fila, una mercante d’arte gli lanciò un sorriso di saluto. Anni prima le aveva venduto una caraffa di vetroelfo (che lei aveva scambiato per vetro persiano). In passato, Jacob aveva portato un sacco di cose al di qua dello specchio per pagare la retta scolastica di suo fratello o le spese mediche di sua madre. Naturalmente senza che i suoi clienti avessero mai immaginato che quegli oggetti provenivano da un altro mondo.
Gettò un’occhiata all’orologio, e poi uno sguardo impaziente al banditore. Forza, sbrigati. Tempo perso. Non sapeva nemmeno quanto gliene rimanesse. Sei mesi, forse meno…
La teiera dell’imperatore cinese venne aggiudicata a un prezzo spropositato mentre, come previsto, alla sua comparsa sul tavolo la fiaschetta suscitò scarsa attenzione fra il pubblico. Jacob era già sicuro di essere l’unico offerente quando, poco più indietro, si alzò un’altra mano.
L’offerente era di costituzione minuta, quasi quanto quella di un bambino. Gli anelli di diamanti che adornavano le sue piccole dita valevano più di tutti gli oggetti all’asta messi insieme. I capelli erano corti e neri come penne di corvo, sebbene il volto fosse quello di un vecchio. E il sorriso che rivolse a Jacob era di uno che sapeva troppo.
Sciocchezze, Jacob.
Per partecipare all’asta, lui aveva venduto una manciata di talleri d’oro. Il denaro ottenuto gli era sembrato più che sufficiente. Dopotutto, neanche lui aveva guadagnato molto con la fiaschetta. Ma quando alzava la posta, anche lo sconosciuto rilanciava, e Jacob sentì montargli nel cuore una rabbia sempre più forte ogni volta che il banditore batteva una somma più alta. Allorché venne superato il prezzo della teiera imperiale, nella sala si diffuse un mormorio. Entrò in gara un altro mercante che si ritirò non appena il prezzo salì vertiginosamente.
Lascia perdere, Jacob!
Sì, ma poi cosa gli restava? Non sapeva che altro cercare, né in questo né in quell’altro mondo. Le sue dita strinsero istintivamente il fazzoletto che, se sfregato, faceva uscire talleri d’oro, ma la sua magia qui non aveva alcun potere, esattamente come l’abitante della fiaschetta. Non importa, Jacob. Tanto, quando si accorgeranno che non puoi pagare, sarai già da un pezzo oltre lo specchio.
Alzò di nuovo la mano anche se, al solo sentire l’offerta annunciata dal banditore, gli venne un colpo. Persino per salvarsi la vita era un prezzo considerevole. Si girò verso il suo rivale. Gli occhi che ricambiarono il suo sguardo erano verdi come un prato appena falciato. L’uomo si aggiustò la cravatta, gli rivolse un altro sorriso e lasciò cadere la mano inanellata.
All’udire il martello del banditore, Jacob provò un senso di vertigine per il sollievo. In primissima fila, un tizio offrì diecimila dollari per il sonaglio d’argento. Tesori, da entrambi i lati dello specchio.
La donna alla cassa, nella sua giacca nera, sudava abbondantemente, e aveva troppa cipria sulla pelle molle e cascante.
Jacob le elargì il più cordiale dei sorrisi mentre le allungava i soldi. — Mi auguro che bastino come acconto.
Aggiunse tre talleri d’oro, che di solito erano apprezzati come forma di pagamento anche in questo mondo. La maggior parte dei mercanti d’arte lo consideravano uno sprovveduto che non sapeva quanto valessero quelle antiche monete, e per coloro che gli chiedevano chi fosse l’imperatrice la cui effigie era impressa su una delle due facce, aveva sempre pronta una storia avventurosa. Ma la cassiera sudata scrutò i talleri con diffidenza e chiamò in aiuto uno dei banditori.
La fiaschetta era praticamente a portata di mano, fra gli altri oggetti che erano stati venduti. Anche da vicino, il vetro non rivelava niente di colui che si celava al suo interno. Per un attimo Jacob fu tentato di afferrare il suo bottino e filarsela sotto il naso degli addetti alla vigilanza, ma un colpetto di tosse lo distolse da questo pensiero tutt’altro che apprezzabile.
— Sono monete interessanti, signor… Scusi, può ripetermi il suo nome?
Occhi verdi. Il suo rivale gli arrivava a malapena alla spalla. Al lobo dell’orecchio sinistro portava un minuscolo rubino.
— Reckless. Jacob Reckless.
— Ah, già. — Lo sconosciuto s’infilò la mano sotto la giacca di ottima fattura sorridendo al banditore. — Garantisco io per il signor Reckless — dichiarò tendendo a Jacob il proprio biglietto da visita. La sua voce era rauca, con un lieve accento di cui lui non riusciva a individuare la provenienza.
Il banditore chinò il capo deferente. — Come desidera, signor Earlking — rispose e, scrutando Jacob con aria interrogativa, chiese: — Dove dev’essere spedita la fiaschetta?
— La porto via io.
— Naturalmente — commentò Earlking. — È rimasta già per troppo tempo nel posto sbagliato, vero? — E prima ancora che Jacob potesse ribattere, aggiunse con un piccolo inchino: — Mi saluti suo fratello. Lo conosco molto bene, e anche vostra madre. — Ciò detto si girò e sparì tra la folla elegante.
Jacob lesse il nome sul biglietto da visita. NOREBO JOHAN EARLKING. Nient’altro.
Il banditore gli consegnò la fiaschetta.
Il mondo sbagliato. L’agente di sicurezza all’aeroporto esaminò la fiaschetta così minuziosamente che, nel Mondo Oltre lo Specchio, dopo un po’ Jacob gli avrebbe puntato la pistola contro il petto. Il suo aereo atterrò a New York in ritardo, e il taxi restò imbottigliato nel traffico serale per così tanto tempo da fargli rimpiangere una carrozza trainata da cavalli nelle strade sonnolente di Schwanstein. Davanti al vecchio condominio, la luna si specchiava nelle pozzanghere sporche e, dal muro di mattoni sopra la porta principale, incombevano le grottesche maschere di pietra che spaventavano Will da bambino, tanto che abbassava la testa ogni volta che varcava la soglia. Da allora, i gas di scarico le avevano corrose a tal punto che quasi non si distinguevano più dai motivi floreali che le incorniciavano in sinuosi viticci. Mentre saliva i gradini dell’ingresso, Jacob ne avvertì lo sguardo di pietra più nettamente che mai, e suo fratello doveva aver provato la stessa sensazione. Quei volti sfigurati gli incutevano un terrore del tutto nuovo da quando a Will era cresciuta una pelle di pietra.
Il custode nell’atrio era lo stesso che li sbatteva fuori dall’ascensore quando, da bambini, si divertivano troppo spesso ad andare su e giù. Il signor Tomkins. Era diventato vecchio e grasso. Sopra il bancone, sul quale teneva la posta da distribuire, c’era ancora il vaso di lecca lecca con cui soleva corromperli affinché sbrigassero le commissioni al posto suo. A un certo punto, Jacob aveva fatto credere a Will che Tomkins fosse un orco che si nutriva di carne umana. E per giorni il fratellino si era rifiutato di andare alla scuola materna per paura di passare davanti al portiere.
Tempi passati. In quel vecchio edificio, i ricordi si annidavano in ogni angolo. Dietro l...